Brianzecum

settembre 27, 2017

LETTERA APERTA SUL DISARMO NUCLEARE

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   A     Sua Em. Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI

e p.c. Ecc. Vescovi membri del Consiglio Episcopale Permanente

Roma

Caro fratello Presidente dei Vescovi italiani,

siamo come costretti a rivolgerci a Lei, e a tutti i suoi confratelli Vescovi, per parlare di una questione che interpella nel profondo la nostra coscienza cristiana.

I fatti, in sintesi, sono questi. Sull’umanità tutta, dopo Hiroshima e Nagasaki, incombe il rischio della catastrofe nucleare. Esso non si sta riducendo ma il perdurare di questa situazione gravissima ha creato, progressivamente nel corso dei decenni, assuefazione, passività, e, quasi, dimenticanza. Sembra la meno importante delle questioni presenti all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni.

Tuttavia, pur non divenendo movimenti di massa, combattive iniziative di contrasto sono continuate in tutto il mondo negli anni, soprattutto da parte di organizzazioni pacifiste e della società civile. Ad esse si sono uniti molti Stati, quelli senza armi nucleari, per pretendere quello che il buonsenso e la ragionevolezza chiedono, cioè la cancellazione dalla storia dell’umanità di questo incubo oscuro e troppo esorcizzato. Ma l’attuale direzione di marcia è invece un’altra. La progressiva riduzione e successiva eliminazione delle armi nucleari, pur prevista dall’art.6 del Trattato di non Proliferazione del 1968, non è quasi mai iniziata. Al contrario, dopo una ben modesta riduzione negli anni ’90, assistiamo ora a una modernizzazione di queste armi che aumenta la loro potenza nel contesto di un aggravamento continuo delle tensioni di ogni tipo nelle relazioni internazionali.

Ma ora c’è un fatto nuovo, diretta conseguenza della tenacia di chi vuole opporsi alla minaccia della possibile catastrofe. Dopo che il Parlamento europeo aveva votato a grande maggioranza un forte auspicio per l’apertura di trattative, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 23 dicembre del 2016 ha convocato una Conferenza internazionale che si è conclusa il 7 luglio 2017 con l’adozione di un “Trattato sul divieto delle armi nucleari”, giuridicamente vincolante, che entrerà in vigore dopo la ratifica di almeno 50 Stati. Esso prevede anche “trattative su misure efficaci per la cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare”. Si dice inoltre che è proibita la “minaccia d’uso” delle armi atomiche, raccogliendo così molte delle istanze della società civile internazionale. Viene in tal modo bocciata la logica della deterrenza, cioè l’equilibrio del terrore che non impedisce per niente la guerra nucleare per errore, incidente, sabotaggio o per decisione criminale di chi può disporre delle armi. Gli Stati che hanno votato l’adozione del Trattato sono 122; gli Stati nucleari non hanno partecipato alla Conferenza, così come i loro alleati, tra cui il nostro. L’Italia dopo aver condiviso in dicembre all’ONU la proposta della Conferenza, ha poi fatto marcia indietro in modo oscuro, ritirando il proprio voto, senza dare spiegazioni di qualche minima credibilità.

La logica e il potere delle strutture militari fanno ogni resistenza a questo Trattato. Sul fronte opposto si è levata l’alta voce di papa Francesco che ha scritto una lunga e impegnativa lettera alla Presidente della Conferenza Elayne Whyte Gòmez dicendo, tra l’altro: “Questa Conferenza intende negoziare un Trattato ispirato da argomenti etici e morali. Si tratta di un esercizio di speranza e mi auguro che possa rappresentare anche un passo decisivo nel cammino verso un mondo senza armi nucleari. Sebbene questo sia un obiettivo di lungo periodo estremamente complesso, non è al di fuori della nostra portata”. Il Vaticano ha immediatamente firmato il Trattato il 20 settembre, giorno di inizio della raccolta delle adesioni. E il 26, giornata mondiale dell’ONU per il disarmo nucleare, papa Francesco ha diffuso il seguente tweet: “Impegniamoci per un mondo senza armi nucleari, applicando il Trattato di non proliferazione per abolire questi strumenti di morte.”

Nel nostro paese, mentre ogni organizzazione pacifista è impegnata, i mass-media hanno censurato l’informazione (salvo rare eccezioni, tra queste l’Avvenire) e il Parlamento ne ha discusso, con inaccettabile ritardo, alla fine di luglio in sbrigative sedute di basso livello, senza che il governo motivasse veramente la sua posizione. Di fatto la presenza di armi nucleari sul nostro paese (ad Aviano e a Ghedi) e la logica degli schieramenti militari internazionali paralizzano ogni riflessione fondata sull’interesse vero del nostro paese e dell’intera comunità internazionale.

A partire dalla nostra fede, noi ci sentiamo coinvolti in una questione che attiene al senso stesso della nostra civiltà. Che fare? Abbiamo pensato che le nostre parrocchie, le nostre associazioni, i nostro movimenti debbano diventare più consapevoli e poi mobilitarsi perché il nostro paese non sia più assente. Si tratta di una mobilitazione che può essere condivisa da tutti nel nostro mondo cattolico, può contribuire molto a creare una nuova generale consapevolezza dell’opinione pubblica, coinvolgendo credenti e non credenti e superando gli schieramenti politici. L’obiettivo concreto e immediato è quello di ottenere che la nostra Repubblica, quella dell’art.11 della Costituzione, partecipi a questo tentativo sulla strada della pace, anzitutto aderendo al Trattato e diventando anche, in tal modo, punto di riferimento per altri paesi in una condizione analoga alla nostra di oggi.

Caro Mons. Bassetti, da Lei e dai vescovi speriamo e attendiamo un contributo decisivo per un vero movimento d’opinione nel senso che abbiamo proposto. Lo chiede la nostra coscienza che si ispira all’Evangelo.

Un fraterno abbraccio nella pace del Signore

Milano, 26 settembre 2017, giornata ONU per il disarmo nucleare

              ADESIONI

  1. Francesco Cesarini-Milano
  2. Luigi Pasinetti-Milano
  3. Vittorio Possenti-Milano
  4. Vittorio Bellavite-Milano
  5. Giorgio Nebbia-Roma
  6. Enrico Peyretti-Torino
  7. Luigi Frey –Milano
  8. Giuseppe Goisis-Venezia
  9. Bruno Musso-Torino
  10. Claudio Ciancio-Torino
  11. Antonio Brenna-Milano
  12. Paola Zerbini-Milano
  13. Piero Giorgi-Gargnano
  14. Sandro Bellavite- Milano
  15. p. Alex Zanotelli-Napoli
  16. Rita Rosati-Bruxelles
  17. Silvia e Gianluigi Prestini-Lesmo (Monza)
  18. Tommaso Eccher-Milano
  19. Valerio Onida-Milano
  20. Vivina Rossi-Milano
  21. Carmelo Vigna-Milano
  22. Dora Marucco-Torino
  23. don Carlo Prezzolini-Siena
  24. Vincenzo Meale-Roma
  25. Fabrizio Truini-Roma
  26. Raniero La  Valle-Roma
  27. don Alberto Sacco-Milano
  28. Segreteria Cipax-Roma
  29. Tonino Drago- Calci (Pisa)
  30. Teresa Ciccolini- Milano
  31. don Giovanni Cereti-Roma
  32. Stefano Corradino-Roma
  33. Domenico Todisco
  34. Alessandro Santoro-prete della comunità delle Piagge
  35. Angela Balossi Restelli-Milano
  36. Albino Bizzotto-Padova
  37. Lisa Clark-Firenze
  38. Vittorio Agnoletto-Milano
  39. Fabrizio Valletti sj
  40. Luigi Sandri-Roma
  41. Giovanni Sarubbi, direttore de Il dialogo-Monteforte Irpino
  42. Giancarla Codrignani-Bologna
  43. Ivio Nicola Marongiu-Lanciano Chieti
  44. Sandro Nardelli-Trento
  45. Valentino Bobbio-Roma
  46. Eugenio Lenardon-Trieste
  47. Nives Ceppa Degrassi
  48. Amalia Navoni-Milano
  49. Pasquale De Sole
  50. Rocco Altieri-Torino
  51. Centro Gandhi-Torino
  52. Dario Santin
  53. Rosario Grillo
  54. Adriano Candioli-Roma
  55. Sergio Paronetto-Verona
  56. Luigi Tribioli – Ferentino
  57. Luigi Mosca-Parigi
  58. Riccardo Bottoni-Milano
  59. sr. Annarosa Crippa-Cordoba (Argentina)
  60. Egidio Citterio-Lecco
  61. don Mario Proserpio.Lecco
  62. Vittorio Pallotti-Bologna
  63. Corrado Maffia, Presidente scuola di pace-Napoli
  64. don Fredo Olivero, comunità san Rocco-Torino (oltre cento firme raccolte in chiesa)
  65. Iolanda Ghibaudi
  66. Carolina Gobetti
  67. Carlo Beraldo
  68. Giuseppe Totaro-Pistoia
  69. Luisa Lagravinese
  70. Mariapia Porta
  71. Linda Carbone
  72. Santino Di Dio
  73. Pierantonio Montecucco-Voghera
  74. Fiorella Ferrarini
  75. Enrico Giordano
  76. Beatrice Badini
  77. Gianmarco Paris
  78. Lino Allegri
  79. Vito Capano
  80. Piera Rella
  81. Alberto Miryam Garau
  82. Rosario Grillo
  83. Dario Santin
  84. Gaia Vitali-Piacenza
  85. Ugo Bologna-Torino
  86. Adriana Gatti-Piacenza
  87. Francesca Molinari-Piacenza
  88. Giulia Barbieri
  89. Chiara Basile Zoffoli-Merate (Lc)
  90. Domenico Basile-Merate (Lc)
  91. Ornella Bonetti-Milano
  92. Gabriella Solaro-Milano
  93. Pierluigi Mastalli-Lecco
  94. Luigi Erba –Paullo (Mi)
  95. Mira Bozzini-Milano
  96. Romeo Tirani-Milano
  97. Federico Zanda-Milano
  98. Lidia Vaccari-Milano
  99. Giso Colombo-Milano
  100. Giulia Uberto-Milano
  101. Angelo Cifatte-Genova
  102. Bruno Bellerate-Rocca di Papa
  103. Giuseppe Turani-Lecco
  104. Ausilia Riggi-Grugliasco (To)
  105. Rita Giroeeti-Milano
  106. Alberto Battistelli-Roma
  107. Fabio Cozzo-Padova
  108. Ornella Marcato-Padova
  109. Antonio Greco-Brindisi
  110. Gigi Massini
  111. Joelle Cerfoglia-Ladispoli (Roma)
  112. Fiammetta Acquarone
  113. Silvana Ratti-Lissone (Mb)
  114. Federico Zanda-Milano
  115. Francesco Brescia-Napoli
  116. David Gabrielli-Roma
  117. Pier Paolo Poggio-Brescia
  118. Alessio di Florio-Chieti
  119. Cecilia Bonatti-Milano
  120. Pito Maisano – (Lo)
  121. Bruna Bocchini Camaiani-Fiesole (Fi)
  122. Emilio Vanoni-Varese
  123. Nicoletta De Carlini-Milano
  124. Silvia De Carlini-Lecco
  125. Adriana Beltrame-Lecco
  126. Luigi De Carlini-Lecco
  127. Andrea Cesarini-Milano
  128. Alessandro Manfridi-Roma
  129. Maria Pia Spalla-Roma
  130. Adriano Candioli-Roma
  131. Enrico De Capitani- Varese
  132. Enrico Frattini –Milano
  133. Alessandro Gozzo-Venezia
  134. Agide Gelatti-Brescia
  135. Rosangela Zumerle-Brescia
  136. Giangabriele Vertova-Bergamo
  137. Silvio Bagattin –Mantova
  138. Vincenzo Grimaldi-Roma
  139. Ivano Caminada-Bergamo
  140. Luigi Consonni-Pioltello (Mi)
  141. Cesare Trebeschi-Brescia
  142. Giacomantonio Graziani-Milano
  143. don Pasquale Aceto-Crotone
  144. Rivoltini Rino-Milano
  145. Adele Folcia-Milano
  146. Catello  Terminiello-Genova
  147. Giulio e Maria De la Pierre –Ivrea
  148. Ennio Raimondi-Crema
  149. Giampaolo Spettoli- Bologna
  150. Rosalia Venuto- Monza
  151. Enrico Virtuani-Monza
  152. Marianna Manzullo
  153. Marta Galbiati- Monza
  154. Maria Cristina Giorcelli-Roma
  155. Clementina Mazzucco-Torino
  156. Gabriella Bentivoglio- Macerata
  157. Roberta Trucco-Genova
  158. Manlio Schiavo
  159. Mariapia Porta
  160. Linda Carbone
  161. Tiziana Bacchi
  162. Anna Maria Tamburri-Macerata
  163. Sergio Serafini – Alessandria
  164. Anna Serafini – Alessandria
  165. Fernanda Pajoro – Alessandria
  166. Silvia e Franco Acerboni-Milano
  167. don Franco Barbero-Pinerolo
  168. Fiorentina Charrier-Pinerolo
  169. Ada Penna-Visone (Al)
  170. Vittoria Scotto di Vettimo-Milano
  171. Arnaldo Pinelli-Milano
  172. Matilde Marchesi-Milano
  173.  Paolo Bertagnolli-Bolzano
  174. Patrizia Piangiarelli-Macerata
  175. Giuseppe Luigi Bruzzone

 

Per adesioni, informazioni e contatti:

Luigi De Carlini   email <luigidecarlini@gmail.com>

tel. 0399669925 cell. 3701208959, Nava, 23886 Colle Brianza (Lecco)

sito: https://brianzecum.wordpress.com

Andrea Cesarini   email <andreacesarini@virgilio.it>

cell. 3272292756, Piazza S.Agostino 9 20123 Milano

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agosto 19, 2017

LA VERITÀ DEL VANGELO

UNA CHIESA DIALOGICA E PLURALISTA CHE DÀ PRIORITÀ ALL’UNIONE SULLA DISTINZIONE

dalla lectio biblica di Piero Stefani del 3 agosto 2017 a Torre Pellice con la Comunità di via Sambuco, su: Gal 2,1-13

La tradizione dei padri. Paolo inizia la lettera ai Galati richiamando alcuni aspetti autobiografici relativi alla sua chiamata-vocazione e alla “rivelazione” del Vangelo, da lui ricevuta direttamente da Dio. Dell’accanimento con cui perseguitava gli ebrei credenti in Gesù Cristo egli non dimostra alcun pentimento. La sua chiamata è priva di una componente penitenziale. Paolo perseguitava i credenti perché zelante nel custodire la tradizione dei padri. Ciò avveniva non perché “si è sempre fatto così” ma perché si afferma che la verità trovi il proprio fondamento nel passato, è nei suoi riguardi che si manifesta la nostra fedeltà. Ma quando Dio si compiacque di rivelargli il Figlio suo, ordinandogli di annunciarlo alle genti, Paolo partì subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza alcuna mediazione, senza andare a Gerusalemme da quelli che erano apostoli prima di lui. Al principio della tradizione subentra il principio della rivelazione.

Ancora per rivelazione 14 anni dopo Paolo andò a Gerusalemme dagli apostoli, senza esservi convocato, lo fa per mostrare la verità del suo vangelo, al fine di non aver corso invano: cosa vuol dire? Cercava certezze, consensi? Proprio il contrario: egli avrebbe corso invano se quelle autorità non avessero sottoscritto e accettato il suo vangelo. E paradossalmente il vangelo che porta con sé è una persona: Tito, un greco, non ebreo né circonciso, ma credente. L’importanza decisiva di Tito deriva dal fatto che smentiva la critica a Paolo da parte di alcuni “falsi fratelli” per aver introdotto direttamente i gentili nella fede in Gesù Cristo senza prima farli transitare nel giudaismo, con la pratica della circoncisione e l’osservanza della legge mosaica: “…a causa di falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l’intenzione di renderci schiavi. Non abbiamo ceduto alle imposizioni di costoro neppure per un momento, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda in voi” (vv.4 e 5).

L’apostolo delle genti. Paolo, a Gerusalemme espone dapprima il vangelo privatamente alle persone più autorevoli, che sono tre, elencate in questo ordine: Giacomo (fratello del Signore e non appartenente ai Dodici), Cefa (Pietro) e Giovanni: c’è quindi un pluralismo nella chiesa primitiva, non una monarchia. Questi tre si dichiararono perfettamente d’accordo col vangelo proclamato da Paolo (diedero la destra in segno di comunione) e fu riconfermato il patto secondo il quale a Paolo (e a Barnaba, il terzo suo accompagnatore) era affidato il vangelo per i gentili, mentre a Pietro quello per gli ebrei circoncisi. Da ultimo “ci pregarono di ricordarci dei poveri, ciò che mi sono preoccupato di fare” (v.10). Il tema dei poveri e della relativa colletta, può essere commentato con un passo della successiva lettera ai Romani (15,25-27), dove Paolo parla dello scopo profondo di questa preoccupazione per i poveri di Gerusalemme. I credenti provenienti dai pagani hanno un debito nei confronti di quelli provenienti da Israele (eredi di Abramo secondo la promessa) avendo partecipato ai beni spirituali di questi ultimi. E la colletta può essere un riconoscimento di questo debito.

Comunione. Paolo (al v.11) ricorda come si era opposto a viso aperto a Pietro, quando quest’ultimo visitò la comunità di Antiochia. Cefa, cedendo alle pressioni di coloro che provenivano dalla parte di Giacomo, operò una divisione tra i credenti provenienti rispettivamente dall’ebraismo e dai gentili, non sedendosi a tavola assieme a questi ultimi. Così altri giudei “lo imitarono nella simulazione, al punto che persino Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia” (v.13). Ipocrisia che porta alla divisione. Come dirà poco oltre, noi tutti, ebrei e gentili, siamo salvati per la fede. La giustificazione per fede è il grande fattore che accomuna gli uni e gli altri. Però i gentili non devono giudaizzare, cioè imitare i giudei; non si deve più parlare di teologia della sostituzione (secondo la quale la chiesa sostituisce Israele). Al gentile è precluso far proprio quanto è specificatamente ebraico. Invece il giudeo credente, ricco dell’eredità di Abramo, può spogliarsi di una parte della sua ricchezza per far prevalere la comunione sulla distinzione (in ciò si trova il senso profondo legato alla condivisione della mensa).


scorcio dal Vallone di Massello sull’itinerario della “glorieuse rentrée” dei valdesi da Ginevra nel 1689

agosto 12, 2017

LA PAROLA DELLA CROCE

PRIORITÀ DELL’ANNUNCIO, STOLTEZZA SAPIENTE

dalla lectio biblica di Piero Stefani del 3 agosto 2017 a Torre Pellice con la Comunità di via Sambuco, su: 1 Cor 1,17-2,5

Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare”: queste parole, con cui inizia il brano, si riferiscono alla parte precedente in cui Paolo ringrazia Dio di aver battezzato solo pochissime persone nella comunità di Corinto. Sembra strano dichiararsi contento di non aver battezzato, ma il motivo è ben preciso: in quella comunità il battesimo è diventato fonte di divisione. Sono sorti diversi gruppi identificati da un leader: Paolo, Apollo, Cefa, qualcuno dichiara persino di essere di Cristo come se questa non fosse una caratteristica comune a tutti i credenti. Rispetto al battesimo Paolo annuncia una priorità: Cristo mi ha mandato non a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo. L’annuncio infatti è più radicale del battesimo, è esso infatti a suscitare la fede. Il battesimo conferma la fede, l’annuncio invece la fa sorgere. L’annuncio è originario, fondante. Lutero diceva che la Parola è la sostanza della Chiesa. L’annuncio dal canto suo può essere definito la sostanza della fede.

Sconcertante notizia. Annunciare non con sapienza di parola, perché non sia resa vana la croce di Cristo. L’espressione è molto, molto forte, specie se, guardandola dall’altro verso, ci chiediamo: perché la sapienza di parola rende vana la croce di Cristo? Espressione sconcertante: non si limita ad affermare che la sapienza di parola travisa o non è in sintonia con la croce, si sostiene che essa addirittura rende vana la croce di Cristo. Qui non c’è contrapposizione tra croce e sapienza, ma tra sapienza di parola e la parola della croce. Perché? Perché la parola della croce è l’evangelo e l’evangelo è buona notizia. Potremmo anche accantonare l’aggettivo buona e soffermarci sul termine notizia. La notizia è qualcosa che ti giunge e, se essa non giunge, non sai che un fatto è avvenuto.

La parola di sapienza procede in altro modo. Che oggi sia sorto il sole non è una notizia, è una costatazione. La parola di sapienza dice perché o come è sorto il sole: individua cause o leggi per comprendere perché il cosmo sia cosmo, cioè un insieme ordinato di fenomeni. Dice che bisogna ricercare quello che è da sempre e per sempre iscritto nell’ordine delle cose e la ricerca porta a una scoperta, non una notizia. Dobbiamo decifrarla quanto c’è già, la notizia invece occorre ascoltarla. Nella lettera ai Romani, Paolo afferma che la fede nasce dall’ascolto. Ciò ha anche un’altra conseguenza, per certi versi inquietante: se l’evangelo è notizia, vuol dire che il corso del mondo non è modificato dall’evangelo. Non abbiamo la parola di sapienza per dire: le cose dopo sono diverse. Non abbiamo la prova inscritta nella realtà per sostenere che, dopo Gesù, le cose sono cambiate: se non ci giunge la notizia non lo sappiamo. La morte è stata vinta, ma continuiamo a morire. Il peccato è stato perdonato, ma non ci accorgiamo neanche di essere peccatori se non ce lo si dice. Tutto continua come prima.

Stoltezza della predicazione. Il Vangelo è notizia, per questo è una realtà stolta agli occhi della sapienza, perché comunica quanto è avvenuto, che non è da sempre inscritto nell’ordine delle cose. Abbiamo sentito tante volte: il cristianesimo non è una realtà astratta, è un evento, una persona ecc. Ma il mondo non è cambiato; è soltanto la fede a dirci che il mondo è mutato, una fede che si basa sulla notizia. Dio ha dimostrata stolta la sapienza del mondo: il mondo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio. Poiché il mondo non lo ha conosciuto, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. L’annuncio suscita la fede nei credenti, e i credenti sono stolti, non sapienti, se per sapienza si intende questa volontà di ritrovare Dio nell’ordine delle cose che c’è già.

Potenza della parola. Nel disegno sapiente di Dio l’efficacia della croce è stata consegnata alla debolezza della predicazione, cioè a qualcosa che è qui, ora (o fu allora), in un tempo e spazio determinati. Nella storia delle chiese questo fatto ha provocato tante conseguenza, in un senso e nell’altro: ha prodotto la volontà di annunciare, di gridare ai quattro angoli della terra la verità del vangelo e ha prodotto il fatto che quella parola tanto spesso non è stata conforme alla debolezza della croce, ma ha voluto essere parola di potenza. Certo c’è la potenza nella parola, (la dynamis) ma questa è il paradosso: essa si manifesta nella debolezza e invece nello slancio dell’annuncio troppo spesso si è voluto caricare la parola anche della sapienza, nel senso improprio di affidarsi alla teologia, a un discorso su Dio strettamente legato a formulazioni culturali specifiche; così facendo non si è fatto affidamento alla nuda potenza della predicazione, cioè dell’annuncio.

Salva la parola della croce. Sta scritto infatti: “distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti” (Is 29,14). Questa citazione in Paolo non ha un ruolo di fondamento. Conviene affermare che una lettura cristologica della Bibbia ebraica è componente propria del cristianesimo, ciò però non vale per l’annuncio. La citazione biblica equivale a sostenere che quanto noi stiamo attuando è parte di una sapienza di Dio che ci precede; là ci sono delle tracce di questa confutazione della sapienza dei sapienti e degli intelligenti, ma non è questa lettera che diventa parola salvifica. A salvare è la parola della croce, cioè l’annuncio.

In definitiva penetrare a fondo nella fede è la via sicura verso l’unità dei credenti. L’apparente stoltezza umana sta nel dare una notizia che convince e opera solo nell’ambito nella fede. I giudei chiedevano segni, domandano cioè che la potenza di Dio sia riconoscibile nella storia; invece la parola della croce è debolezza. I greci cercavano la sapienza; noi invece annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per le genti, anche se gli uni e gli altri si trovano nelle condizioni di giungere alla fede in Gesù Cristo. La stoltezza della predicazione disarticola l’ordine del mondo senza che questo sia disarticolato in modo verificabile (la morte ormai vinta continua a dilagare nel mondo). La chiamata alla fede è legata alla parola della croce ancor più che alla croce stessa. Solo l’annuncio (kerygma) ci comunica che l’azione salvifica della croce diviene, nella fede, salvifica in noi. Dio ha scelto di salvare il mondo attraverso la stoltezza della predicazione.

agosto 8, 2017

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

PRELUDIO DELL’INVIO DEL PARACLITO, CHE SCRIVERÀ NON SULLA CARTA MA DIRETTAMENTE NEI CUORI

di don Giorgio De Capitani omelia del 6-8-2017 (Pt 1,16-19; Eb 1,2b-9; Mt 17,1-9). fonte: http://www.dongiorgio.it/06/08/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-trasfigurazione-del-signore/

Non bastano gli scritti L’episodio della trasfigurazione di Gesù davanti ai tre prediletti: Pietro, Giacomo e Giovanni, viene narrata da Matteo, Marco e Luca, ma non si trova nel vangelo di Giovanni. Già questo fa capire la differenza tra i tre sinottici e il quarto vangelo. Nei sinottici troviamo solo alcuni momenti in cui Gesù sembra uscire dalla sua realtà puramente storica (pensate al battesimo e pensate, appunto, alla trasfigurazione: due episodi, tra l’altro accomunati da identiche parole pronunciate dal Padre celeste), mentre il quarto vangelo è ricco di questi momenti di gloria divina. O, ancor meglio, possiamo dire che tutto il vangelo di Giovanni è una manifestazione in Gesù della gloria di Dio. Chiariamo meglio. Tutti e quattro i vangeli sono stati messi per iscritto parecchi anni dopo la morte e la risurrezione di Cristo, ovvero dopo la predicazione orale di Gesù e dopo la predicazione orale degli apostoli: un aspetto, questo, fondamentale, perché fa capire che non basta limitarci agli scritti, dimenticando la parte orale della predicazione di Cristo e degli apostoli. Se vogliamo cogliere in profondità e nella sua originalità il messaggio radicale di Cristo, bisognerebbe risalire alla fonte, che è, appunto, la predicazione orale di Gesù. Ma come è possibile, se Gesù stesso non ci ha lasciato nessun scritto e se nessuno al momento ha pensato di stenografare ciò che diceva Gesù? Sarebbe interessante, a questo punto, aprire una lunga parentesi, che non farò per ragioni di tempo, sulla importanza di conoscere l’insegnamento trasmesso a voce dei grandi maestri in genere. Leggere i loro scritti, se qualcuno di loro ha scritto qualcosa, o, ancor peggio, leggere ciò che gli altri, discepoli o discepoli dei discepoli, hanno scritto di loro, non basta. C’è qualcosa di importante che può sfuggirci, e talora queste verità sono le più importanti.

Verità fondamentali. Lo scritto non riesce a comunicare tutto il messaggio di un maestro, anzi talora lo fraintende o, per lo meno, può nasconderlo nelle sue verità fondamentali. E questo vale anche per la Bibbia scritta. Per quanto riguarda l’Antico Testamento, pensate alla predicazione dei profeti. La cosa già paradossale è che i profeti vengono classificati come maggiori e minori, in base ai loro scritti. Ma come si può dire che ad esempio Isaia sia stato più grande di Elia, il quale tra l’altro non ha scritto nemmeno una riga? E anche parlando di Isaia o di Geremia o di Ezechiele, chi ci dice che i loro scritti riportino le parole “migliori” che hanno detto? Non dimentichiamo che ci sono pervenuti tramite diverse mani e in un lungo periodo di tempo. Tra l’altro, un conto è leggere i loro scritti, un conto è sentire dal vivo la loro predicazione. E così si dica della predicazione di Gesù. Giovanni stesso scrive, al termine del suo Vangelo: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro… Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 20,3; 21,25). E, allora, ecco la domanda: ad esempio, Gesù che cosa ha detto in realtà di fondamentale, che i vangeli scritti magari fanno solo intuire, ma che non ci rivelano del tutto? Formuliamo la domanda in un’altra maniera: se i vangeli, come ha detto Giovanni, non riportano tutto il messaggio orale di Cristo, non è che, anche per l’intermediazione della chiesa che stava nascendo, sia sfuggito o sia stato taciuto, qualcosa di estremamente importante? Ma c’è di più: non è che Gesù abbia voluto trasmettere il suo messaggio attraverso un’altra via, oltre ad una fredda stesura di ciò che egli aveva detto o aveva fatto?

Parole spirituali. Ed ecco allora un’altra domanda: perché Gesù, verso la fine del suo ministero pubblico, dice ai suoi discepoli: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi»? E ancora Gesù dice: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità…». Che significano le parole: “per il momento non siete in grado di portarne il peso”? Eppure quei discepoli avevano davanti lo stesso Logos, Parola incarnata? No, non è stato sufficiente. Occorrerà lo Spirito a guidare gli esseri umani verso tutta la verità. E allora perché Gesù si è incarnato? Si è incarnato, sembra dire lo stesso Gesù, per inviarci lo Spirito santo: sarà lo Spirito a toglierci il velo che copre il nostro essere interiore. Altro che trasfigurazione come momento magico! Lo scritto di per sé stacca il maestro dai suoi lettori, e questo è più che naturale, dal momento che i maestri prima o poi muoiono e i discepoli sono costretti a ricordarne gli insegnamenti fissandoli sulla carta, e col tempo gli scritti diventano meno comprensibili, sia per il linguaggio usato e sia per il contesto che radicalmente cambia. Il lettore è davanti a un testo, come se fosse solo, e sullo sfondo l’autore, sempre più distaccato. Il maestro parla, dialoga, è vivo, mentre le parole fissate sulla carta diventano fredde. Manca quella dialettica che esiste tra il maestro e il discepolo. Ma c’è di più per la Bibbia. La Bibbia: prima nelle mani dei rabbini, e sappiamo quanto le loro interpretazioni fossero diventate tanto insopportabili da attirare le ire di Cristo, poi, nelle mani di una gerarchia ecclesiastica, che talora e spesso l’ha usata in funzione della propria struttura. Ed ecco che entra in scena lo Spirito, che scrive non sulla carta, ma nei cuori o nelle anime, ed è qui, nell’interiorità del proprio essere, che il Logos si fa generazione perenne, ovvero non solo parla con la voce dello spirito, ma addirittura ci trasforma nel mistero divino. E allora non ci basta più leggere i Vangeli, o la Bibbia in genere: dentro di noi, avviene quel dialogo, anche dialettico, tra la parola viva del Figlio di Dio e il nostro intelletto più puro. Non per nulla si dice che lo Spirito è il nostro maestro interiore.

luglio 20, 2017

I PIROMANI

FORSE GLI INCENDI APPICCATI SONO LEGGENDA METROPOLITANA. FORSE VI SONO SEGNI DELLA FINE DELL’EPOCA SUICIDA INIZIATA NEL 1992

di Raniero La Valle fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2017/07/i-piromani.html

Leggenda metropolitana. Che l’Italia sia devastata da un esercito di piromani e di untori è una leggenda metropolitana come quella dell’incendio di Nerone. Ma un tempo è finito. La storia secondo la quale all’Italia sarebbe stato appiccato il fuoco dalle Alpi alla Sicilia (quattordici incendi solo nella città di Messina) da un esercito di piromani, mafiosi, camorristi speculatori e padroncini di Canadair, è come la favola dell’incendio di Roma appiccato da Nerone. Fa comodo a tutti dare la colpa ai piromani quando i piromani sono loro. Il vero piromane è Trump che rompe il timidissimo e solo preliminare accordo mondiale sul clima; piromani sono gli interessi petroliferi e finanziari che hanno bloccato fin qui le tecnologie già pronte per il passaggio alle energie alternative, per le quali già oggi il parco delle automobili potrebbe essere formato da auto elettriche e la motorizzazione su autostrada potrebbe essere sostituita dalle ferrovie; piromani sono le economie speculative che hanno fatto inaridire la terra, rinsecchire il verde, hanno privatizzato le acque, abolito le guardie forestali, burocratizzato le procedure antincendio, messo in ferie forzate guardie ambientali e vigili del fuoco; piromani sono quelli che non battono ciglio quando già intere isole sono sommerse, terre fertili sono diventate un deserto, i tropici avanzano e dalle riserve frigorifere dei poli si staccano iceberg grandi come la Liguria; piromani sono quelli che non permettono l’immigrazione se non clandestina e ammassano fuggiaschi infelici in campi di detenzione dove basta una bombola, una lite o una spedizione punitiva di difensori dell’identità bianca per scatenare un inferno. In questa situazione, quando il sole brucia la terra fino a 45 gradi, basta un frammento di vetro, una bottiglia abbandonata, un rifiuto di plastica per concentrare i raggi e accendere il fuoco alle stoppie, ai campi riarsi, ai cigli delle strade inariditi, alle città stesse.

Si può cambiare? Sì, si può cambiare, se torna la grande politica, non solo a mettere a tacere la petulanza dei piccoli arrivisti italiani, ma a mettere insieme i popoli in un nuovo grande patto mondiale come quello che fondò il diritto sovranazionale e mise al bando la guerra e perfino la minaccia dell’uso della forza nel 1945 a San Francisco. Diritto universale di migrare, apertura delle frontiere e risanamento della terra sono i problemi più urgenti che con tenace speranza papa Francesco ha messo davanti ai potenti riuniti per un loro ennesimo balbettante vertice ad Amburgo nella prima settimana di luglio, con una lettera che pubblichiamo qui sotto.

Fine o principio? Ma per cambiare rotta e registro bisogna prendere atto che questa epoca suicida è giunta alla fine, e che un nuovo tempo sta lievitando dal profondo, ed il tempo è questo, come argomenterà la nostra assemblea del prossimo 2 dicembre a Roma. Quasi a ricordarci che tutto un tempo è finito, si sono accumulati i lutti di questo mese, tra giugno e luglio 2017. A metterli tutti in una luce non di fine, ma di principio, era venuto il 20 giugno scorso la grande rivendicazione papale delle profezia civile e religiosa di don Milani; e le morti dolorose che si sono susseguite dopo quel giorno, quasi a prolungarne il ricordo, sono state evocatrici di un intrico di dolori e speranze, di sconfitte subite e di vittorie annunciate: da quella, il 23 giugno, di Stefano Rodotà, a quelle di Ettore Masina, di Luigi Pedrazzi, fino alla morte il 13 luglio di Giovanni Franzoni. Ed è stato bello che nel commiato funebre dall’ex abate di San Paolo l’attuale abate della basilica lo abbia in qualche modo ricompreso nel mondo monastico, a cui Franzoni comunque apparteneva come “monaco in uscita”.

Verso l’aurora. Messe tutte insieme, queste morti sono un segno dei tempi, che annuncia un passaggio d’epoca, così come nel 1992 avemmo il segno del passaggio da una stagione di progetto e di speranza che si chiudeva a una stagione di tristezza e restaurazione che si annunciava, quando mancarono insieme padre Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Cettina Capocasale, Italo Mancini, e la guerra tornava di moda. Adesso invece una stagione sembra aprirsi, una novità annunciarsi. I tempi si succedono, a volte scanditi da segni più vistosi, a dirci che la storia va avanti, e nonostante tutto va verso l’aurora e non verso il tramonto.

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN OCCASIONE DELL’APERTURA DEI LAVORI DEL VERTICE DEL G20

[Amburgo, 7-8 luglio 2017]

A Sua Eccellenza Dottoressa Angela Merkel, Cancelliere della Repubblica Federale di Germania

In seguito al nostro recente incontro in Vaticano e rispondendo alla Sua opportuna richiesta, desidero trasmetterLe alcune considerazioni che stanno a cuore a me e a tutti i Pastori della Chiesa Cattolica, in vista del prossimo incontro del G20, nel quale sono presenti i Capi di Stato e di Governo del Gruppo delle maggiori economie mondiali e le massime autorità dell’Unione Europea. Seguo così anche una tradizione iniziata da Papa Benedetto XVI, nell’aprile 2009, in occasione del G20 di Londra. Il mio Predecessore scrisse all’Eccellenza Vostra anche nel 2006 nella circostanza della Presidenza tedesca dell’Unione Europea e del G8.

Vorrei innanzitutto manifestare a Lei e ai leader che si incontreranno ad Amburgo il mio apprezzamento per gli sforzi compiuti per assicurare la governabilità e la stabilità dell’economia mondiale, con particolare attenzione ai mercati finanziari, al commercio, ai problemi fiscali e, più in generale, ad una crescita economica mondiale che sia inclusiva e sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou, 5 settembre 2016). Tali sforzi, come ben prevede il programma di lavoro del Vertice, sono inseparabili dall’attenzione rivolta ai conflitti in atto e al problema mondiale delle migrazioni.

Nel Documento programmatico del mio Pontificato rivolto ai fedeli cattolici, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, ho proposto quattro principi di azione per la costruzione di società fraterne, giuste e pacifiche: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; e il tutto è superiore alle parti. E’ evidente che queste linee di azione appartengano alla sapienza multisecolare di tutta l’umanità e perciò ritengo che possano anche servire come contributo alla riflessione per l’incontro di Amburgo e anche per valutare i suoi risultati.

Il tempo è superiore allo spazio. La gravità, la complessità e l’interconnessione delle problematiche mondiali sono tali che non esistono soluzioni immediate e del tutto soddisfacenti. Purtroppo, il dramma delle migrazioni, inseparabile dalla povertà ed esacerbato dalle guerre, ne è una prova. E’ possibile invece mettere in moto processi che siano capaci di offrire soluzioni progressive e non traumatiche e di condurre, in tempi relativamente brevi, ad una libera circolazione e alla stabilità delle persone che siano vantaggiosi per tutti. Tuttavia, questa tensione tra spazio e tempo, tra limite e pienezza, richiede un movimento esattamente contrario nella coscienza dei governanti e dei potenti. Una efficace soluzione distesa necessariamente nel tempo sarà possibile solo se l’obiettivo finale del processo è chiaramente presente nella sua progettualità. Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi d’attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati.

A questo punto, non posso mancare di rivolgere ai Capi di Stato e di Governo del G20 e a tutta la comunità mondiale un accorato appello per la tragica situazione del Sud Sudan, del bacino del Lago Ciad, del Corno d’Africa e dello Yemen, dove ci sono 30 milioni di persone che non hanno cibo e acqua per sopravvivere. L’impegno per venire urgentemente incontro a queste situazioni e dare un immediato sostegno a quelle popolazioni sarà un segno della serietà e sincerità dell’impegno a medio termine per riformare l’economia mondiale ed una garanzia del suo efficace sviluppo.

L’unità prevale sul conflitto. La storia dell’umanità, anche oggi, ci presenta un vasto panorama di conflitti attuali o potenziali. La guerra, tuttavia, non è mai una soluzione. Nella prossimità del centenario della Lettera di Benedetto XV Ai Capi dei Popoli Belligeranti, mi sento obbligato a chiedere al mondo di porre fine a tutte queste inutili stragi. Lo scopo del G20 e di altri simili incontri annuali è quello di risolvere in pace le differenze economiche e di trovare regole finanziarie e commerciali comuni che consentano lo sviluppo integrale di tutti, per raggiungere l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou). Tuttavia, ciò non sarà possibile se tutte le parti non si impegnano a ridurre sostanzialmente i livelli di conflittualità, a fermare l’attuale corsa agli armamenti e a rinunciare a coinvolgersi direttamente o indirettamente nei conflitti, come pure se non si accetta di discutere in modo sincero e trasparente tutte le divergenze. È una tragica contraddizione e incoerenza l’apparente unità in fori comuni a scopo economico o sociale e la voluta o accettata persistenza di confronti bellici.

La realtà è più importante dell’idea. Le tragiche ideologie della prima metà del secolo XX sono state sostituite dalle nuove ideologie dell’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria (cfr. EG, 56). Esse lasciano una scia dolorosa di esclusione e di scarto, e anche di morte. Nei successi politici ed economici, invece, che pure non sono mancati nel secolo scorso, si riscontra sempre un sano e prudente pragmatismo, guidato dal primato dell’essere umano e dalla ricerca di integrare e di coordinare realtà diverse e a volte contrastanti, a partire dal rispetto di ogni singolo cittadino. In tale senso, prego Dio che il Vertice di Amburgo sia illuminato dall’esempio di leader europei e mondiali che hanno privilegiato sempre il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni: Schuman, De Gasperi, Adenauer, Monnet e tanti altri.

Il tutto è superiore alle parti. I problemi vanno risolti in concreto e dando tutta la dovuta attenzione alle loro peculiarità, ma le soluzioni, per essere durature, non possono non avere una visione più ampia e devono considerare le ripercussioni su tutti i Paesi e tutti i loro cittadini, nonché rispettare i loro pareri e le loro opinioni. Vorrei ripetere l’avvertenza che Benedetto XVI indirizzava al G20 di Londra nel 2009. Sebbene sia ragionevole che i Vertici del G20 si limitino al ridotto numero di Paesi che rappresentano il 90% della produzione mondiale di beni e di servizi, questa stessa situazione deve muovere i partecipanti ad una profonda riflessione. Coloro – Stati e persone – la cui voce ha meno forza sulla scena politica mondiale sono precisamente quelli che soffrono di più gli effetti perniciosi delle crisi economiche per le quali hanno ben poca o nessuna responsabilità. Allo stesso tempo, questa grande maggioranza che in termini economici rappresenta solo il 10 % del totale, è quella parte dell’umanità che avrebbe il maggiore potenziale per contribuire al progresso di tutti. Occorre, pertanto, far sempre riferimento alle Nazioni Unite, ai programmi e alle agenzie associate e alle organizzazioni regionali, rispettare e onorare i trattati internazionali e continuare a promuovere il multilateralismo, affinché le soluzioni siano veramente universali e durature, a beneficio di tutti (cfr. Benedetto XVI, Lettera all’On. Gordon Brown, 30 marzo 2009).

Ho voluto offrire queste considerazioni come contribuito ai lavori del G20, fiducioso nello spirito di solidarietà responsabile che anima tutti i partecipanti. Invoco perciò la benedizione di Dio sull’incontro di Amburgo e su tutti gli sforzi della comunità internazionale per attivare una nuova era di sviluppo innovativa, interconnessa, sostenibile, rispettosa dell’ambiente e inclusiva di tutti i popoli e di tutte le persone (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou).

Gradisca, Eccellenza, le mie espressioni di alta considerazione e stima.

Vaticano, 29 Giugno 2017

Francesco

luglio 12, 2017

L’EUROPA? L’HA UNITA PIÙ LUTERO DI MERKEL

LA SCELTA DI LUTERO PER L’INCERTEZZA PUÒ RIVELARSI OGGI UN PUNTO DI CONTATTO ANZICHÉ DI DIVISIONE

Intervista allo storico Schilling di Alberto Melloni, La Repubblica 17 giugno 2017, pag. 53

Il Lutero della storia. Nell’ultimo centenario della morte di Martin Lutero (1546), una settantina di anni fa, né Horst Kasner, pastore luterano della DDR, né Rosa Vassallo, pia piemontese cattolica emigrata in Argentina, avrebbero mai immaginato che per il giubileo delle tesi – affisse sul portale della cattedrale di Wittenberg il 31 ottobre 1517 – con cui iniziò la Riforma protestante, la figlia del pastore – la cancelliera della Germania unita Angela Merkel – e il nipote di nonna Rosa – papa Francesco – si sarebbero incontrati come accade oggi per parlare di politica e di pace in un mondo che sembra avere reso la fede di Lutero non più un punto di divisione, ma un punto di contatto. Opera dello Spirito che ha svelenito la violenza confessionale? Prova della banalità di una società percorsa da un devastante analfabetismo religioso? Per capirlo bisogna ritornare al Lutero della storia. Una delle cose che farà la European Academy of Religion: una piattaforma di ricerca fra Europa, Mediterraneo Medio Oriente e Russia che si riunisce a Bologna da domani al 22 giugno per la “conferenza zero”. Ci saranno 500 istituzioni aderenti, 1000 studiosi di 46 Paesi, 140 panel, 600 papers, 15 lezioni: e fra queste l’intervento di Heinz Schilling, il grande storico tedesco, autore di una monumentale biografia di Lutero (uscita in Italia da Claudiana, a cura di Roberto Tresoldi), in cui ha riversato decenni di studi. «Lo storico deve prendere decisamente posizione e resistere alle tentazioni e alle pretese della politica e soprattutto delle Chiese, che dichiarano: “Non vogliamo avere nulla a che fare con la storia” – dice Schilling –. Il dovere dello storico è mostrare cosa Lutero e tutti gli altri protagonisti del tempo fecero in un mondo estraneo, che non è il nostro. E chiedersi quali sono quegli elementi che hanno influenzato la vita degli europei nel corso degli ultimi 500 anni, non solo dalla prospettiva della Riforma protestante, ma anche da quella delle altre Chiese, soprattutto della cattolica».

Il “suo” Lutero viene liberato dalla caricatura del monaco modernizzatore lanciato contro un papato medievale. «La campagna per le indulgenze, a mio parere, fu uno strumento moderno nelle mani del papato per raccogliere denaro per un fine importantissimo come la costruzione della più grande Chiesa della cristianità. Il Papa fu il primo tra gli uomini di Stato e i principi dell’età moderna a sviluppare qualcosa come uno Stato sovrano. Addirittura la politica militare della Chiesa – si pensi a quella di papa Giulio II – era la migliore del tempo. Insomma, il papato non era – come hanno affermato i protestanti guardando Roma con gli occhi di Lutero – ai margini del processo di modernizzazione. Era all’avanguardia come la Spagna. Tutto questo, però, per Lutero non contava».

Cosa contava per Lutero? «Il suo interesse era profondamente religioso: per lui Roma tradiva la fede proprio perché si stava incamminando verso la modernità. Lutero non era interessato agli sviluppi della sua epoca. Era alla ricerca di un Dio misericordioso. La sua domanda non poteva essere nel cuore del papato e della curia di allora, che lo affrontarono con la bolla di scomunica. Lutero si trovò davanti a un dilemma. Si domandò: “Torno alla sicurezza della vita monastica, sapendo di raggiungere la salvezza eterna, oppure affronto il Papa e mostro ai miei contemporanei che la strada della Chiesa romana porta alla rovina, rischiando così la mia vita?”. Alla fine decise di affrontare Roma e il Papa in persona, insultandolo e chiamandolo Anticristo».

Perché quella scelta oggi può ancora risultare interessante? «Quello che stupisce le persone, almeno in Germania, è scoprire che le cose che oggi ci preoccupano sono già accadute 500 anni fa, quando gli uomini facevano esperienza di un’insicurezza religiosa e intellettuale, quando si svilupparono dei conflitti tra potenze mondiali di allora come gli Ottomani e gli Asburgo. E quando si scatenarono guerre in territori dove si combatte anche oggi come la Siria e l’Iraq, dove furono prese delle decisioni che cambiarono il corso della storia del califfato, che passò dalla predominanza araba a quella ottomana. Grazie a Lutero e alla Riforma, ma anche a causa dell’incertezza di oggi, è diventato chiaro come sia importante studiare e prendere in considerazione un ampio periodo storico per comprendere gli sviluppi del presente. In Germania si era finito per non insegnare più la storia precedente al XX secolo: è un errore pericoloso».

Cosa dovrebbero fare le Chiese? «Dobbiamo stare attenti a non perdere interesse per le differenze storiche e teologiche. Non ci si può limitare a dire: “In fondo siamo tutti cristiani e prima o poi torneremo uniti”. Questo punto di vista è pericoloso perché rischia di far perdere la sostanza delle singole culture confessionali che alla fine non riconoscono più il nocciolo della loro fede. Certo, non ci si può non rallegrare – e questo vale naturalmente anche per papa Francesco – che si ascolti e accetti l’altro in amicizia».

A cosa dovrebbe portare allora questo giubileo della Riforma protestante? «Dovrebbe spingere a rafforzare l’amicizia e l’accettazione reciproca da un lato. E dall’altro provocare anche l’elaborazione in prospettiva storica di quello che è stato il nostro sviluppo teologico. Dobbiamo essere finalmente consapevoli di quanto si sia diversificata la cultura religiosa europea, nella consapevolezza che siamo tutti parte di una famiglia che segue riti differenti senza combattersi l’un l’altro». Già senza combattersi.

giugno 29, 2017

HA TANTO AMATO IL MONDO

GUARDARE LONTANO PIANTANDO ALBERI E CUCCIOLI D’UOMO

di don Angelo Casati, omelia del 25 giugno 2017 (terza domenica dopo pentecoste); fonte: http://www.sullasoglia.it/pagine/meditatio.htm

Così com’è. Ancora una volta una sosta a queste parole, ancora una volta un indugio. Non finire di sostare, di indugiare alle parole. Le parole sono a conclusione – ma io oserei dire, sono a prolungamento all’infinito – del dialogo nella notte tra Gesù e Nicodemo. Chissà quante volte abbiamo letto le parole, ed ecco ancora una volta ci fermiamo. incantati e sorpresi, oserei dire, commossi dalla bellezza: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Il suo unico. Per il mondo. Ha amato il mondo. E quando diciamo “mondo” guardiamoci bene dalle astrazioni, come se mondo fosse una parola pallida e vaga. No, ha amato e ama il mondo così com’è, così come lo conosciamo, fatto da noi, il mondo con le sue bellezze, ma anche con le sue disumanità, con le sue oasi di serenità ma anche con le sue aspre conflittualità, con le sue sincerità ma anche con le sue contraddizioni, con creature – e siamo noi – capaci del meglio, ma anche capaci del peggio, con bellezze della natura mozzafiato ma anche con squarci e ferite della natura drammatiche. E io lo amo? Il mondo? Così com’è?

In attesa dell’acqua. Un amore, quello di Dio, per il mondo, che viene – lasciatemi dire – da lontano. Lo pensavo rileggendo la pagina della creazione che oggi abbiamo ascoltato: appartiene al secondo racconto della creazione, un racconto – e lo abbiamo intravisto – fatto di immagini, di colori, nello stile di una poesia antica, con sconfinamenti nel mito, ma non per questo privo di significati, di svelamenti, di suggestioni. Ed ecco, nel racconto, la terra. Nella sua quasi totalità arida, nessun cespuglio, nessuna erba. Quasi in attesa dell’acqua e dell’uomo. E poi la meraviglia di una polla d’acqua che fuoriesce dalla terra. E nel racconto – perdonate l’impertinenza – sembra quasi che di acqua abbia bisogno anche Dio, per plasmare l’uomo con polvere dal suolo. Ed ecco Dio pianta un giardino per l’uomo. Che bello – mi dicevo – pensare a Dio come a uno che pianta giardini. Pianta giardini e pianta alberi.

Guarda avanti. Ebbene, se vuoi dire il futuro, pianta un albero. O genera un cucciolo d’uomo. Mi ritornano, alla mente e al cuore, alcune parole luminose di Danilo Dolci, sociologo, educatore, poeta morto sul finire del secolo scorso. Scriveva:

Chi guarda avanti dieci anni pianta alberi,

chi guarda avanti cento anni pianta uomini,

e chi guarda avanti solo dieci minuti pianta grane”.

Forse è anche per questo che in certe occasioni sembra di assistere a una società – talvolta a una chiesa – contagiate e anche intristite da piantagrane. Perché? Perché guardiamo avanti solo dieci minuti.

Coltivare e custodire. Ritornando al testo delle Genesi potremmo dire che Dio spalanca il futuro piantando alberi e piantando l’uomo. Gli sta a cuore il giardino, simbolo di crescite e di bellezza. Ma vorrei far notare che il giardino non è già bell’e fatto, non è un dato concluso: anche la creazione non è un atto concluso, è un atto in divenire. Il racconto vuole mettere in evidenza il ruolo di noi umani. E’ scritto: “Il Signore Dio, prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse”. Amare il mondo, amare la terra, come fa Dio, significa fare nostri questi due verbi, che suonano come una consegna. La consegna per il giardino: “… perché lo coltivasse e lo custodisse”. Coltivare e custodire. Nella lettera enciclica “Laudato si’”, sulla cura della casa comune, Papa Francesco riprende i due verbi del nostro testo e scrive: “Mentre «coltivare» significa arare o lavorare un terreno, «custodire» vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura. Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di tutelarla e garantire la continuità della sua fertilità per le generazioni future. In definitiva, «del Signore è la terra» (Sal 24,1), a Lui appartiene «la terra e quanto essa contiene» (Dt 10,14). Perciò Dio nega ogni pretesa di proprietà assoluta: «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» “(Lv 25,23) (n.67). Penso alle generazioni future, e vado sognando donne e uomini che piantino, guardando avanti cento anni!

Atteggiamento dispotico. C’è un divieto nel giardino: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare”. Potremmo dire: guardati da un atteggiamento dispotico, dall’atteggiamento di chi ha la pretesa di essere il metro di tutto. E’ un divieto a salvaguardia del giardino: più diventiamo dispotici, più siamo di quelli che sanno tutto e possono tutto… e più diventiamo la rovina del giardino, della terra e dell’umanità. La terra, il mondo non sono da asservire o da sfruttare o da scartare, sono da amare. Dio, mandandoci il suo Figlio, ci ha raccontato l’amore per il mondo, per la terra. Gesù, non per giudicare il mondo, è venuto! Ma “perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.

La luce. Con lui, dice Giovanni, “la luce è venuta nel mondo”. La luce – capite –. Importante la luce! Potremmo dire che rimanendo nella sua luce, camminando nella via che lui ci ha aperto, facciamo la fortuna del giardino, della terra e dell’umanità. Perché lui ci ha insegnato non solo ad amare, ma come amare, come amare la terra e l’umanità. Quando noi ci neghiamo alla luce, alla luce che filtra dalla sua parola e dalla nostra coscienza, ci condanniamo con le nostre stesse mani, condanniamo noi stessi e il giardino. E come se volessimo costringere erba, cespugli, fiori e piante nel buio di una stanza senza finestre. Dove non filtra luce ci si intristisce: intristisce il giardino, intristiamo noi. Oggi ci è stato raccontato l’amore di Dio per il mondo, per la terra, per l’umanità. Possa la vita, la nostra vita, raccontare il nostro amore, la nostra cura, la nostra custodia. Per questo mondo, per questa nostra terra, per questa nostra umanità.

IL MAGNIFICAT DI LUTERO

AVEVA EVIDENZIATO CHE IL VANTO DI MARIA NON ERA SULLE PROPRIE QUALITÀ MA SULLO SGUARDO DIVINO PIENO DI GRAZIA

di Piero Stefani http://pierostefani.myblog.it/2017/06/24/620-il-magnificat-di-lutero-25-06-2017/

Nel particolare si riflette il tutto. Sentenza antica e sempre vera. È così anche per chi scrive, nelle sue frasi, o meglio in alcune di esse, si concentra in poche parole la sua visione che altrove si dispiega per molte decine o forse centinaia di pagine. Ciò avviene per il Commento al Magnificat scritto nel periodo in cui il pensiero del Riformatore spicca i primi, irreversibili voli. Il testo risale infatti all’inizio della fase cruciale per l’avvio della Chiesa luterana, 1520-1521.

«Siccome Egli suole considerare nei luoghi profondi quanto vi è di meschino, ho tradotto la parola humilitatem con “bassezza” o “cosa meschina”, perché questo è il pensiero di Maria: Dio ha riguardato me ancella povera, disprezzata, meschina, mentre avrebbe ben trovato regine ricche nobili, potenti, figliuole di principi. (…) Ella non si vanta né della sua verginità, né della sua umiltà, ma soltanto dello sguardo divino pieno di grazia. Perciò l’accento non viene posto sulla parole humilitatem, ma sulla parola respexit. Infatti non va lodata la sua bassezza, ma lo sguardo di Dio. (…) Maria confessa che la prima opera di Dio in lei è lo sguardo divino che si è posato su di lei, ed è anche l’opera maggiore dalla quale tutte le altre dipendono e dalla quale tutte scaturiscono. (…) Là è tutta la forza di Dio e tutto il suo braccio, perché dove la forza se ne va subentra la forza di Dio se vi è fede che attende. Quando poi l’afflizione è finita appare manifesto quale forza fosse nascosta sotto l’infermità. Ecco così senza forza era Cristo in croce e appunto allora compì l’azione massima vincendo il peccato, la morte, il mondo, l’inferno, il diavolo, ogni male».

Qui c’è il cuore della Riforma luterana che ha contribuito in maniera irreversibile al modo di vivere la fede e l’evangelo, ponendo al centro il primato della misericordia divina come uno sguardo che si volge in basso verso le creature e come uno svuotamento che vince là dove tutto umanamente appare chiuso nel cerchio della sconfitta.

giugno 10, 2017

SANTUARI E RELIGIOSITÀ POPOLARE

IN OCCASIONE DEL CINQUECENTENARIO DI LUTERO È AUSPICABILE RIFLETTERE SUGLI SFORZI COMUNI DI SRADICARE IL SOTTOFONDO PAGANO-RURALE

di Piero Stefani*

Un esempio tra i tanti. Edmondo Lupieri descrive in un suo libro (Giovanni e Gesù. Storia di un antagonismo, Carocci, Roma 2013) una serie di operazioni legate a una religiosità popolare ricca di componenti sincretiche. Nello specifico essa si è sviluppata presso la tribù indio dei Chamula, popolazione che ha il proprio centro a San Juan nel Chiapas messicano. In un capitolo intitolato «Il dio dell’acqua e il dio del mais» Lupieri mette in luce la superiorità riservata da quelle parti al Battista, identificato con il dio dell’acqua (battesimo), su Gesù identificato con il dio del mais: senza la pioggia tutto muore. Nel testo inoltre si fa opportunamente notare che quella che siamo soliti chiamare «religiosità popolare» e interpretiamo come una riverniciatura cristiana di un sottofondo pagano precolombiano è stata per secoli, con le varianti del caso, la normale espressione della fede all’interno della Chiesa cattolica. Comune era, per esempio, la convinzione (ben attestata anche in Centro America) della vendicatività di un personaggio santo o divino e della conseguente necessità di ingraziarselo.

Caccia alle streghe come antidolatria. L’anno in cui si celebra il cinquecentenario di Lutero potrebbe essere un’occasione propizia per riflettere sull’apporto concorde di Riforma e Controriforma nell’operazione di sradicare dal cristianesimo, spesso con metodi brutali e inaccettabili, il sottofondo pagano-rurale. La caccia alle streghe fu l’esempio più noto, drammatico e accomunante di questo modo di agire. Il ragionamento sottostante a quel tipo di aberrazioni non fu in sé stesso aberrante. Lo si potrebbe trascrivere in questi termini: se si accetta che il cristianesimo si incarni in culture precedenti occorre non mettere troppi paletti, quindi, se si vogliono porre delle limitazioni, bisogna lottare contro una serie di mentalità radicate tra la gente comune. L’esempio di questa linea di condotta deriva dalla Bibbia stessa, basta leggerla per comprendere come in essa la lotta contro la cultura politeistico-sessuata cananea incuneatasi all’interno del popolo ebraico fu componente costitutiva per non dire esasperata. Dal canto loro decisamente antidolatriche sono pure le pagine neotestamentarie dedicate a descrivere la diffusione del kerygma evangelico in ambito greco-romano; a tal proposito basti pensare all’orrore che invase gli animi di Paolo e Barnaba quando si accorsero che la loro azione era stata inculturata in termini politeistici (cfr. Atti 14,8-18). In conclusione, una coerente legittimazione della religiosità popolare porta con sé la critica di molte linee guida bibliche e viceversa. I rischi del biblicismo fondamentalista sono sotto gli occhi di tutti, ma di per sé ciò non equivale ad affermare che l’altra sponda sia priva di pericoli.

Documento programmatico. Anno dopo anno l’Evangelii gaudium conferma quanto si era compreso subito: quell’esortazione apostolica è il vero documento programmatico dell’intero pontificato di papa Francesco. In essa vi sono alcuni paragrafi (122-126) intitolati «La forza evangelizzatrice della pietà popolare». A quanto si dice, all’argomento sarà dedicata anche una prossima enciclica. A questo stesso sfondo si rifà una delle non molte modifiche concrete attuate da papa Francesco nell’organizzazione della curia. Si tratta di una decisione passata in larga misura inosservata. Ci riferiamo alla lettera apostolica Sanctuarium in Ecclesia promulgata l’11 febbraio di quest’anno. Essa investe il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione del compito di trattare le questioni relativa ai santuari (competenza fino ad allora affidata alla giurisdizione della Congregazione del clero). La motivazione di fondo del cambiamento è la seguente: i santuari «sono luoghi di evangelizzazione, dove dal primo annuncio fino alla celebrazione dei sacri misteri si rende manifesta la potente azione con cui opera la misericordia di Dio nella vita delle persone». D’ora in avanti spetterà al Pontificio consiglio studiare e attuare provvedimenti che favoriscano «il ruolo evangelizzatore dei santuari e la coltivazione in essi della religiosità popolare».

Ambiguità. Il documento non prospetta nessun distinguo quasi che ogni santuario equivalesse a un altro, non compie alcun cenno alle ambiguità spirituali e religiose presenti in più luoghi, ancor meno allude alle attività economico-commerciali che inquinano la vita di tanti santuari e dei loro dintorni. Al giorno d’oggi la sommossa degli argentieri di Efeso, preoccupati che la predicazione paolina compromettesse il loro commercio dei tempietti di Artemide (cfr. At 19.23-40), non avrebbe più, da molte parti, ragion d’essere: l’oggettistica religiosa prospera quasi ovunque. Il testo non rivela alcun sospetto della caduta postsecolare della contrapposizione tra secolare e religioso che contraddistingue il turismo legato a tanti santuari (basti pensare all’odierna popolarità del «camino de Santiago»).

Critica al tramonto? Di fronte a queste misure sembra che si sia obbligati a concludere che la nuova evangelizzazione si riveste di panni a un tempo antichi e postsecolari. L’atteggiamento critico proprio della moderna cultura occidentale ha imboccato da tempo il viale del tramonto. La notte che le sta davanti ha tutta l’aria di essere lunga.

*Il pensiero della settimana, n. 618; fonte: http://pierostefani.myblog.it/2017/06/10/618-santuari-e-religiosita-popolare-10-06-2017/

maggio 21, 2017

SPIRITO SANTO VERO MAESTRO

ALLONTANANDOSI DALLA CULTURA GRECA LA CHIESA HA PERSO LA MISTICA E SULLA SAPIENZA DEL NOSTRO ESSERE HA PRESO IL SOPRAVVENTO LA SAPIENZA DEL MONDO
di don Giorgio De Capitani*

Ancora e sempre Spirito santo. Anche nei brani della Messa di oggi si parla di Spirito santo. Nel primo, si dice che Pietro era colmo di Spirito santo, di quella presenza divina che gli dava l’energia per affrontare i capi ebrei e di accusarli addirittura di aver scartato la pietra angolare, ovvero Cristo salvatore, mettendolo su una croce maledetta. Nel secondo brano, Paolo contrappone la speranza umana alla sapienza dello Spirito. Nel brano del Vangelo, Gesù, nel discorso d’addio, promette ai discepoli il dono dello Spirito: sarà lui il vero maestro interiore.

Paure. Nel libro “Atti degli apostoli”, troviamo diversi momenti di tensioni, di contrasti, di scontri tra le autorità ebraiche e le autorità pagane nei confronti dei primi cristiani. Ciò che impressiona è constatare la paura del potere religioso (quello ebraico) e del potere politico (quello romano) per un gruppo di entusiasti ma nulla di più (la struttura stava per nascere, ma non era ancora imponente), seguaci di un Cristo che era morto sulla croce, con la condanna dei capi ebrei, ratificata dai capi romani. Ma perché aver paura di questi “scalmanati”, così erano giudicati, dal momento che l’ebraismo aveva radici ancora profonde e millenarie e l’impero romano aveva esteso il suo predominio sul mondo allora conosciuto? Avevano paura perché avevano colto in questa nuova “setta”, così giudicata, i semi di una prossima rivoluzione, oppure perché temevano una concorrenza?

Sobillatori del quieto vivere. Agli ebrei ortodossi, ligi alla Torah, non stava bene che molti di loro abbandonassero la religione dei padri per seguire il mito di uno che era stato crocifisso proprio perché aveva osato toccare l’eredità intoccabile di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e tanto più che la nuova religione era nata proprio all’interno dell’ebraismo. Al potere romano non stava bene che si predicassero verità che, direttamente o indirettamente, andassero poi a incidere negativamente sulla vita sociale o, meglio, sul quieto vivere dei cittadini romani. Sì, proprio così: i primi cristiani erano accusati di essere sobillatori dell’ordine pubblico, ovvero del quieto vivere.

La parte migliore della Chiesa. Ma la novità nascente dove effettivamente risiedeva? Era veramente una novità “essenziale”, una di quelle da rivoluzionare l’essere umano, prima ancora di incidere sulla vita religiosa, sociale e politica della società? Al contatto col vecchio, non c’era il rischio che o si arrivasse a dialogare per sopravvivere, dividendosi reciprocamente spazi del quieto vivere, o ci si chiudesse a riccio creando altre strutture, destinate poi a mortificare il nuovo nascente? La Chiesa finirà ben presto per contestare se stessa nella sua parte “migliore”. In altre parole, la Chiesa rischierà di suicidarsi, annullando quello Spirito interiore, da cui era nata. Più la Chiesa s’ingrosserà come struttura e come potere, più si svuoterà della sua vera anima, ovvero del fondo dell’anima, là dove lo Spirito risiede nella sua purezza. E questo che cos’è se non un suicidio?

Volto buonista. Sinceramente non sopporto di assistere oggi a qualche ripulitura esteriore, nel vestito, dando alla Chiesa un volto buonista, misericordioso, accogliente, ecumenico, dimenticando che la vera conversione (l’aveva già detto Gesù) sta nel cuore, nella caverna del cuore, nel profondo del nostro essere. Una conversione, che non riguarda tanto un cambio di diplomazia o di quell’arte di saper fare che è la prerogativa di una certa politica pragmatistica, ma una conversione che richiede quel radicale distacco che permette di cogliere la realtà dell’essere umano. Sì, un distacco radicale dall’inessenziale, dal contingente, dal superfluo, dal falso necessario.

Quando la Chiesa tradisce lo Spirito. Se, dunque, all’inizio del cristianesimo ci furono duri contrasti tra il potere religioso ebraico e il potere politico romano, la Chiesa, via via strutturandosi, finirà per crearsi problemi sempre più preoccupanti all’interno della propria struttura, a danno di quella realtà che ancora oggi costituisce il grosso problema dei credenti: in che cosa in realtà noi crediamo? Ciò che ritengo sconcertante è il fatto che la Chiesa abbia seriamente tradito lo Spirito. Eppure, Cristo aveva detto chiaramente ai discepoli, i primi eredi dell’opera cristiana, di porre fede anzitutto nello Spirito, che dovrà sempre restare il vero maestro interiore.

Siamo discepoli e non maestri. Ma che significa le parole che troviamo nel vangelo di oggi? “… lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che vi ho detto”? Che significa insegnare e ricordare? Insegnare e ricordare che cosa e a chi? Ma almeno una cosa deve essere chiara: tutti noi credenti, a iniziare dai capi gerarchici, siamo discepoli, e non maestri. Se abbiamo il compito di trasmettere la verità, non dobbiamo dimenticare che la verità non è “nostra”: è sempre da cercare, perché la verità è Dio stesso, e Dio non è un oggetto da conoscere, ma è lo Spirito che si genera in noi, quando però gli diamo spazio.

Sapienza umana e sapienza dello Spirito. Solo un breve accenno per quanto riguarda la contrapposizione tra la sapienza umana e la sapienza dello Spirito. Solitamente si è pensato che la sapienza umana di cui parla San Paolo fosse quella della cultura greca, e che la sapienza dello spirito fosse quella dello Spirito secondo la concezione ebraica. In realtà non è così’. Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che il retroterra culturale cristiano non è quello ebraico, ma greco: basterebbe pensare all’influsso che ha avuto Platone sui primi pensatori cristiani fino a Sant’Agostino. Gli ultimi libri sapienziali dell’Antico Testamento sono nati nel mondo greco. Il guaio è stato quando la Chiesa ha abbandonato la cultura greca, sorgente della vera mistica, per rifarsi al mondo giudaico. D’altronde, chi ha parlato in modo eminente e sublime dello spirito, della sapienza, del divino in noi? Non sono stati forse gli antichi filosofi greci? Oggi sembra che il primato della Parola di Dio, intesa in senso biblico-giudaico, abbia svuotato il mondo dello Spirito, ecco perché la sapienza di questo mondo (il mondo del maligno, come direbbe San Giovanni), ha preso il sopravvento sulla sapienza del nostro essere.

*Omelia del 21 maggio 2017, sesta di Pasqua (At 4,8-14; 1 Cor 2,12-16; Gv 14,25-29); fonte: http://www.dongiorgio.it/21/05/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-sesta-di-pasqua/

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