Brianzecum

luglio 20, 2017

I PIROMANI

FORSE GLI INCENDI APPICCATI SONO LEGGENDA METROPOLITANA. FORSE VI SONO SEGNI DELLA FINE DELL’EPOCA SUICIDA INIZIATA NEL 1992

di Raniero La Valle fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2017/07/i-piromani.html

Leggenda metropolitana. Che l’Italia sia devastata da un esercito di piromani e di untori è una leggenda metropolitana come quella dell’incendio di Nerone. Ma un tempo è finito. La storia secondo la quale all’Italia sarebbe stato appiccato il fuoco dalle Alpi alla Sicilia (quattordici incendi solo nella città di Messina) da un esercito di piromani, mafiosi, camorristi speculatori e padroncini di Canadair, è come la favola dell’incendio di Roma appiccato da Nerone. Fa comodo a tutti dare la colpa ai piromani quando i piromani sono loro. Il vero piromane è Trump che rompe il timidissimo e solo preliminare accordo mondiale sul clima; piromani sono gli interessi petroliferi e finanziari che hanno bloccato fin qui le tecnologie già pronte per il passaggio alle energie alternative, per le quali già oggi il parco delle automobili potrebbe essere formato da auto elettriche e la motorizzazione su autostrada potrebbe essere sostituita dalle ferrovie; piromani sono le economie speculative che hanno fatto inaridire la terra, rinsecchire il verde, hanno privatizzato le acque, abolito le guardie forestali, burocratizzato le procedure antincendio, messo in ferie forzate guardie ambientali e vigili del fuoco; piromani sono quelli che non battono ciglio quando già intere isole sono sommerse, terre fertili sono diventate un deserto, i tropici avanzano e dalle riserve frigorifere dei poli si staccano iceberg grandi come la Liguria; piromani sono quelli che non permettono l’immigrazione se non clandestina e ammassano fuggiaschi infelici in campi di detenzione dove basta una bombola, una lite o una spedizione punitiva di difensori dell’identità bianca per scatenare un inferno. In questa situazione, quando il sole brucia la terra fino a 45 gradi, basta un frammento di vetro, una bottiglia abbandonata, un rifiuto di plastica per concentrare i raggi e accendere il fuoco alle stoppie, ai campi riarsi, ai cigli delle strade inariditi, alle città stesse.

Si può cambiare? Sì, si può cambiare, se torna la grande politica, non solo a mettere a tacere la petulanza dei piccoli arrivisti italiani, ma a mettere insieme i popoli in un nuovo grande patto mondiale come quello che fondò il diritto sovranazionale e mise al bando la guerra e perfino la minaccia dell’uso della forza nel 1945 a San Francisco. Diritto universale di migrare, apertura delle frontiere e risanamento della terra sono i problemi più urgenti che con tenace speranza papa Francesco ha messo davanti ai potenti riuniti per un loro ennesimo balbettante vertice ad Amburgo nella prima settimana di luglio, con una lettera che pubblichiamo qui sotto.

Fine o principio? Ma per cambiare rotta e registro bisogna prendere atto che questa epoca suicida è giunta alla fine, e che un nuovo tempo sta lievitando dal profondo, ed il tempo è questo, come argomenterà la nostra assemblea del prossimo 2 dicembre a Roma. Quasi a ricordarci che tutto un tempo è finito, si sono accumulati i lutti di questo mese, tra giugno e luglio 2017. A metterli tutti in una luce non di fine, ma di principio, era venuto il 20 giugno scorso la grande rivendicazione papale delle profezia civile e religiosa di don Milani; e le morti dolorose che si sono susseguite dopo quel giorno, quasi a prolungarne il ricordo, sono state evocatrici di un intrico di dolori e speranze, di sconfitte subite e di vittorie annunciate: da quella, il 23 giugno, di Stefano Rodotà, a quelle di Ettore Masina, di Luigi Pedrazzi, fino alla morte il 13 luglio di Giovanni Franzoni. Ed è stato bello che nel commiato funebre dall’ex abate di San Paolo l’attuale abate della basilica lo abbia in qualche modo ricompreso nel mondo monastico, a cui Franzoni comunque apparteneva come “monaco in uscita”.

Verso l’aurora. Messe tutte insieme, queste morti sono un segno dei tempi, che annuncia un passaggio d’epoca, così come nel 1992 avemmo il segno del passaggio da una stagione di progetto e di speranza che si chiudeva a una stagione di tristezza e restaurazione che si annunciava, quando mancarono insieme padre Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Cettina Capocasale, Italo Mancini, e la guerra tornava di moda. Adesso invece una stagione sembra aprirsi, una novità annunciarsi. I tempi si succedono, a volte scanditi da segni più vistosi, a dirci che la storia va avanti, e nonostante tutto va verso l’aurora e non verso il tramonto.

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN OCCASIONE DELL’APERTURA DEI LAVORI DEL VERTICE DEL G20

[Amburgo, 7-8 luglio 2017]

A Sua Eccellenza Dottoressa Angela Merkel, Cancelliere della Repubblica Federale di Germania

In seguito al nostro recente incontro in Vaticano e rispondendo alla Sua opportuna richiesta, desidero trasmetterLe alcune considerazioni che stanno a cuore a me e a tutti i Pastori della Chiesa Cattolica, in vista del prossimo incontro del G20, nel quale sono presenti i Capi di Stato e di Governo del Gruppo delle maggiori economie mondiali e le massime autorità dell’Unione Europea. Seguo così anche una tradizione iniziata da Papa Benedetto XVI, nell’aprile 2009, in occasione del G20 di Londra. Il mio Predecessore scrisse all’Eccellenza Vostra anche nel 2006 nella circostanza della Presidenza tedesca dell’Unione Europea e del G8.

Vorrei innanzitutto manifestare a Lei e ai leader che si incontreranno ad Amburgo il mio apprezzamento per gli sforzi compiuti per assicurare la governabilità e la stabilità dell’economia mondiale, con particolare attenzione ai mercati finanziari, al commercio, ai problemi fiscali e, più in generale, ad una crescita economica mondiale che sia inclusiva e sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou, 5 settembre 2016). Tali sforzi, come ben prevede il programma di lavoro del Vertice, sono inseparabili dall’attenzione rivolta ai conflitti in atto e al problema mondiale delle migrazioni.

Nel Documento programmatico del mio Pontificato rivolto ai fedeli cattolici, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, ho proposto quattro principi di azione per la costruzione di società fraterne, giuste e pacifiche: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; e il tutto è superiore alle parti. E’ evidente che queste linee di azione appartengano alla sapienza multisecolare di tutta l’umanità e perciò ritengo che possano anche servire come contributo alla riflessione per l’incontro di Amburgo e anche per valutare i suoi risultati.

Il tempo è superiore allo spazio. La gravità, la complessità e l’interconnessione delle problematiche mondiali sono tali che non esistono soluzioni immediate e del tutto soddisfacenti. Purtroppo, il dramma delle migrazioni, inseparabile dalla povertà ed esacerbato dalle guerre, ne è una prova. E’ possibile invece mettere in moto processi che siano capaci di offrire soluzioni progressive e non traumatiche e di condurre, in tempi relativamente brevi, ad una libera circolazione e alla stabilità delle persone che siano vantaggiosi per tutti. Tuttavia, questa tensione tra spazio e tempo, tra limite e pienezza, richiede un movimento esattamente contrario nella coscienza dei governanti e dei potenti. Una efficace soluzione distesa necessariamente nel tempo sarà possibile solo se l’obiettivo finale del processo è chiaramente presente nella sua progettualità. Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi d’attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati.

A questo punto, non posso mancare di rivolgere ai Capi di Stato e di Governo del G20 e a tutta la comunità mondiale un accorato appello per la tragica situazione del Sud Sudan, del bacino del Lago Ciad, del Corno d’Africa e dello Yemen, dove ci sono 30 milioni di persone che non hanno cibo e acqua per sopravvivere. L’impegno per venire urgentemente incontro a queste situazioni e dare un immediato sostegno a quelle popolazioni sarà un segno della serietà e sincerità dell’impegno a medio termine per riformare l’economia mondiale ed una garanzia del suo efficace sviluppo.

L’unità prevale sul conflitto. La storia dell’umanità, anche oggi, ci presenta un vasto panorama di conflitti attuali o potenziali. La guerra, tuttavia, non è mai una soluzione. Nella prossimità del centenario della Lettera di Benedetto XV Ai Capi dei Popoli Belligeranti, mi sento obbligato a chiedere al mondo di porre fine a tutte queste inutili stragi. Lo scopo del G20 e di altri simili incontri annuali è quello di risolvere in pace le differenze economiche e di trovare regole finanziarie e commerciali comuni che consentano lo sviluppo integrale di tutti, per raggiungere l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou). Tuttavia, ciò non sarà possibile se tutte le parti non si impegnano a ridurre sostanzialmente i livelli di conflittualità, a fermare l’attuale corsa agli armamenti e a rinunciare a coinvolgersi direttamente o indirettamente nei conflitti, come pure se non si accetta di discutere in modo sincero e trasparente tutte le divergenze. È una tragica contraddizione e incoerenza l’apparente unità in fori comuni a scopo economico o sociale e la voluta o accettata persistenza di confronti bellici.

La realtà è più importante dell’idea. Le tragiche ideologie della prima metà del secolo XX sono state sostituite dalle nuove ideologie dell’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria (cfr. EG, 56). Esse lasciano una scia dolorosa di esclusione e di scarto, e anche di morte. Nei successi politici ed economici, invece, che pure non sono mancati nel secolo scorso, si riscontra sempre un sano e prudente pragmatismo, guidato dal primato dell’essere umano e dalla ricerca di integrare e di coordinare realtà diverse e a volte contrastanti, a partire dal rispetto di ogni singolo cittadino. In tale senso, prego Dio che il Vertice di Amburgo sia illuminato dall’esempio di leader europei e mondiali che hanno privilegiato sempre il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni: Schuman, De Gasperi, Adenauer, Monnet e tanti altri.

Il tutto è superiore alle parti. I problemi vanno risolti in concreto e dando tutta la dovuta attenzione alle loro peculiarità, ma le soluzioni, per essere durature, non possono non avere una visione più ampia e devono considerare le ripercussioni su tutti i Paesi e tutti i loro cittadini, nonché rispettare i loro pareri e le loro opinioni. Vorrei ripetere l’avvertenza che Benedetto XVI indirizzava al G20 di Londra nel 2009. Sebbene sia ragionevole che i Vertici del G20 si limitino al ridotto numero di Paesi che rappresentano il 90% della produzione mondiale di beni e di servizi, questa stessa situazione deve muovere i partecipanti ad una profonda riflessione. Coloro – Stati e persone – la cui voce ha meno forza sulla scena politica mondiale sono precisamente quelli che soffrono di più gli effetti perniciosi delle crisi economiche per le quali hanno ben poca o nessuna responsabilità. Allo stesso tempo, questa grande maggioranza che in termini economici rappresenta solo il 10 % del totale, è quella parte dell’umanità che avrebbe il maggiore potenziale per contribuire al progresso di tutti. Occorre, pertanto, far sempre riferimento alle Nazioni Unite, ai programmi e alle agenzie associate e alle organizzazioni regionali, rispettare e onorare i trattati internazionali e continuare a promuovere il multilateralismo, affinché le soluzioni siano veramente universali e durature, a beneficio di tutti (cfr. Benedetto XVI, Lettera all’On. Gordon Brown, 30 marzo 2009).

Ho voluto offrire queste considerazioni come contribuito ai lavori del G20, fiducioso nello spirito di solidarietà responsabile che anima tutti i partecipanti. Invoco perciò la benedizione di Dio sull’incontro di Amburgo e su tutti gli sforzi della comunità internazionale per attivare una nuova era di sviluppo innovativa, interconnessa, sostenibile, rispettosa dell’ambiente e inclusiva di tutti i popoli e di tutte le persone (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou).

Gradisca, Eccellenza, le mie espressioni di alta considerazione e stima.

Vaticano, 29 Giugno 2017

Francesco

luglio 12, 2017

L’EUROPA? L’HA UNITA PIÙ LUTERO DI MERKEL

LA SCELTA DI LUTERO PER L’INCERTEZZA PUÒ RIVELARSI OGGI UN PUNTO DI CONTATTO ANZICHÉ DI DIVISIONE

Intervista allo storico Schilling di Alberto Melloni, La Repubblica 17 giugno 2017, pag. 53

Il Lutero della storia. Nell’ultimo centenario della morte di Martin Lutero (1546), una settantina di anni fa, né Horst Kasner, pastore luterano della DDR, né Rosa Vassallo, pia piemontese cattolica emigrata in Argentina, avrebbero mai immaginato che per il giubileo delle tesi – affisse sul portale della cattedrale di Wittenberg il 31 ottobre 1517 – con cui iniziò la Riforma protestante, la figlia del pastore – la cancelliera della Germania unita Angela Merkel – e il nipote di nonna Rosa – papa Francesco – si sarebbero incontrati come accade oggi per parlare di politica e di pace in un mondo che sembra avere reso la fede di Lutero non più un punto di divisione, ma un punto di contatto. Opera dello Spirito che ha svelenito la violenza confessionale? Prova della banalità di una società percorsa da un devastante analfabetismo religioso? Per capirlo bisogna ritornare al Lutero della storia. Una delle cose che farà la European Academy of Religion: una piattaforma di ricerca fra Europa, Mediterraneo Medio Oriente e Russia che si riunisce a Bologna da domani al 22 giugno per la “conferenza zero”. Ci saranno 500 istituzioni aderenti, 1000 studiosi di 46 Paesi, 140 panel, 600 papers, 15 lezioni: e fra queste l’intervento di Heinz Schilling, il grande storico tedesco, autore di una monumentale biografia di Lutero (uscita in Italia da Claudiana, a cura di Roberto Tresoldi), in cui ha riversato decenni di studi. «Lo storico deve prendere decisamente posizione e resistere alle tentazioni e alle pretese della politica e soprattutto delle Chiese, che dichiarano: “Non vogliamo avere nulla a che fare con la storia” – dice Schilling –. Il dovere dello storico è mostrare cosa Lutero e tutti gli altri protagonisti del tempo fecero in un mondo estraneo, che non è il nostro. E chiedersi quali sono quegli elementi che hanno influenzato la vita degli europei nel corso degli ultimi 500 anni, non solo dalla prospettiva della Riforma protestante, ma anche da quella delle altre Chiese, soprattutto della cattolica».

Il “suo” Lutero viene liberato dalla caricatura del monaco modernizzatore lanciato contro un papato medievale. «La campagna per le indulgenze, a mio parere, fu uno strumento moderno nelle mani del papato per raccogliere denaro per un fine importantissimo come la costruzione della più grande Chiesa della cristianità. Il Papa fu il primo tra gli uomini di Stato e i principi dell’età moderna a sviluppare qualcosa come uno Stato sovrano. Addirittura la politica militare della Chiesa – si pensi a quella di papa Giulio II – era la migliore del tempo. Insomma, il papato non era – come hanno affermato i protestanti guardando Roma con gli occhi di Lutero – ai margini del processo di modernizzazione. Era all’avanguardia come la Spagna. Tutto questo, però, per Lutero non contava».

Cosa contava per Lutero? «Il suo interesse era profondamente religioso: per lui Roma tradiva la fede proprio perché si stava incamminando verso la modernità. Lutero non era interessato agli sviluppi della sua epoca. Era alla ricerca di un Dio misericordioso. La sua domanda non poteva essere nel cuore del papato e della curia di allora, che lo affrontarono con la bolla di scomunica. Lutero si trovò davanti a un dilemma. Si domandò: “Torno alla sicurezza della vita monastica, sapendo di raggiungere la salvezza eterna, oppure affronto il Papa e mostro ai miei contemporanei che la strada della Chiesa romana porta alla rovina, rischiando così la mia vita?”. Alla fine decise di affrontare Roma e il Papa in persona, insultandolo e chiamandolo Anticristo».

Perché quella scelta oggi può ancora risultare interessante? «Quello che stupisce le persone, almeno in Germania, è scoprire che le cose che oggi ci preoccupano sono già accadute 500 anni fa, quando gli uomini facevano esperienza di un’insicurezza religiosa e intellettuale, quando si svilupparono dei conflitti tra potenze mondiali di allora come gli Ottomani e gli Asburgo. E quando si scatenarono guerre in territori dove si combatte anche oggi come la Siria e l’Iraq, dove furono prese delle decisioni che cambiarono il corso della storia del califfato, che passò dalla predominanza araba a quella ottomana. Grazie a Lutero e alla Riforma, ma anche a causa dell’incertezza di oggi, è diventato chiaro come sia importante studiare e prendere in considerazione un ampio periodo storico per comprendere gli sviluppi del presente. In Germania si era finito per non insegnare più la storia precedente al XX secolo: è un errore pericoloso».

Cosa dovrebbero fare le Chiese? «Dobbiamo stare attenti a non perdere interesse per le differenze storiche e teologiche. Non ci si può limitare a dire: “In fondo siamo tutti cristiani e prima o poi torneremo uniti”. Questo punto di vista è pericoloso perché rischia di far perdere la sostanza delle singole culture confessionali che alla fine non riconoscono più il nocciolo della loro fede. Certo, non ci si può non rallegrare – e questo vale naturalmente anche per papa Francesco – che si ascolti e accetti l’altro in amicizia».

A cosa dovrebbe portare allora questo giubileo della Riforma protestante? «Dovrebbe spingere a rafforzare l’amicizia e l’accettazione reciproca da un lato. E dall’altro provocare anche l’elaborazione in prospettiva storica di quello che è stato il nostro sviluppo teologico. Dobbiamo essere finalmente consapevoli di quanto si sia diversificata la cultura religiosa europea, nella consapevolezza che siamo tutti parte di una famiglia che segue riti differenti senza combattersi l’un l’altro». Già senza combattersi.

giugno 29, 2017

HA TANTO AMATO IL MONDO

GUARDARE LONTANO PIANTANDO ALBERI E CUCCIOLI D’UOMO

di don Angelo Casati, omelia del 25 giugno 2017 (terza domenica dopo pentecoste); fonte: http://www.sullasoglia.it/pagine/meditatio.htm

Così com’è. Ancora una volta una sosta a queste parole, ancora una volta un indugio. Non finire di sostare, di indugiare alle parole. Le parole sono a conclusione – ma io oserei dire, sono a prolungamento all’infinito – del dialogo nella notte tra Gesù e Nicodemo. Chissà quante volte abbiamo letto le parole, ed ecco ancora una volta ci fermiamo. incantati e sorpresi, oserei dire, commossi dalla bellezza: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Il suo unico. Per il mondo. Ha amato il mondo. E quando diciamo “mondo” guardiamoci bene dalle astrazioni, come se mondo fosse una parola pallida e vaga. No, ha amato e ama il mondo così com’è, così come lo conosciamo, fatto da noi, il mondo con le sue bellezze, ma anche con le sue disumanità, con le sue oasi di serenità ma anche con le sue aspre conflittualità, con le sue sincerità ma anche con le sue contraddizioni, con creature – e siamo noi – capaci del meglio, ma anche capaci del peggio, con bellezze della natura mozzafiato ma anche con squarci e ferite della natura drammatiche. E io lo amo? Il mondo? Così com’è?

In attesa dell’acqua. Un amore, quello di Dio, per il mondo, che viene – lasciatemi dire – da lontano. Lo pensavo rileggendo la pagina della creazione che oggi abbiamo ascoltato: appartiene al secondo racconto della creazione, un racconto – e lo abbiamo intravisto – fatto di immagini, di colori, nello stile di una poesia antica, con sconfinamenti nel mito, ma non per questo privo di significati, di svelamenti, di suggestioni. Ed ecco, nel racconto, la terra. Nella sua quasi totalità arida, nessun cespuglio, nessuna erba. Quasi in attesa dell’acqua e dell’uomo. E poi la meraviglia di una polla d’acqua che fuoriesce dalla terra. E nel racconto – perdonate l’impertinenza – sembra quasi che di acqua abbia bisogno anche Dio, per plasmare l’uomo con polvere dal suolo. Ed ecco Dio pianta un giardino per l’uomo. Che bello – mi dicevo – pensare a Dio come a uno che pianta giardini. Pianta giardini e pianta alberi.

Guarda avanti. Ebbene, se vuoi dire il futuro, pianta un albero. O genera un cucciolo d’uomo. Mi ritornano, alla mente e al cuore, alcune parole luminose di Danilo Dolci, sociologo, educatore, poeta morto sul finire del secolo scorso. Scriveva:

Chi guarda avanti dieci anni pianta alberi,

chi guarda avanti cento anni pianta uomini,

e chi guarda avanti solo dieci minuti pianta grane”.

Forse è anche per questo che in certe occasioni sembra di assistere a una società – talvolta a una chiesa – contagiate e anche intristite da piantagrane. Perché? Perché guardiamo avanti solo dieci minuti.

Coltivare e custodire. Ritornando al testo delle Genesi potremmo dire che Dio spalanca il futuro piantando alberi e piantando l’uomo. Gli sta a cuore il giardino, simbolo di crescite e di bellezza. Ma vorrei far notare che il giardino non è già bell’e fatto, non è un dato concluso: anche la creazione non è un atto concluso, è un atto in divenire. Il racconto vuole mettere in evidenza il ruolo di noi umani. E’ scritto: “Il Signore Dio, prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse”. Amare il mondo, amare la terra, come fa Dio, significa fare nostri questi due verbi, che suonano come una consegna. La consegna per il giardino: “… perché lo coltivasse e lo custodisse”. Coltivare e custodire. Nella lettera enciclica “Laudato si’”, sulla cura della casa comune, Papa Francesco riprende i due verbi del nostro testo e scrive: “Mentre «coltivare» significa arare o lavorare un terreno, «custodire» vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura. Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di tutelarla e garantire la continuità della sua fertilità per le generazioni future. In definitiva, «del Signore è la terra» (Sal 24,1), a Lui appartiene «la terra e quanto essa contiene» (Dt 10,14). Perciò Dio nega ogni pretesa di proprietà assoluta: «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» “(Lv 25,23) (n.67). Penso alle generazioni future, e vado sognando donne e uomini che piantino, guardando avanti cento anni!

Atteggiamento dispotico. C’è un divieto nel giardino: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare”. Potremmo dire: guardati da un atteggiamento dispotico, dall’atteggiamento di chi ha la pretesa di essere il metro di tutto. E’ un divieto a salvaguardia del giardino: più diventiamo dispotici, più siamo di quelli che sanno tutto e possono tutto… e più diventiamo la rovina del giardino, della terra e dell’umanità. La terra, il mondo non sono da asservire o da sfruttare o da scartare, sono da amare. Dio, mandandoci il suo Figlio, ci ha raccontato l’amore per il mondo, per la terra. Gesù, non per giudicare il mondo, è venuto! Ma “perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.

La luce. Con lui, dice Giovanni, “la luce è venuta nel mondo”. La luce – capite –. Importante la luce! Potremmo dire che rimanendo nella sua luce, camminando nella via che lui ci ha aperto, facciamo la fortuna del giardino, della terra e dell’umanità. Perché lui ci ha insegnato non solo ad amare, ma come amare, come amare la terra e l’umanità. Quando noi ci neghiamo alla luce, alla luce che filtra dalla sua parola e dalla nostra coscienza, ci condanniamo con le nostre stesse mani, condanniamo noi stessi e il giardino. E come se volessimo costringere erba, cespugli, fiori e piante nel buio di una stanza senza finestre. Dove non filtra luce ci si intristisce: intristisce il giardino, intristiamo noi. Oggi ci è stato raccontato l’amore di Dio per il mondo, per la terra, per l’umanità. Possa la vita, la nostra vita, raccontare il nostro amore, la nostra cura, la nostra custodia. Per questo mondo, per questa nostra terra, per questa nostra umanità.

IL MAGNIFICAT DI LUTERO

AVEVA EVIDENZIATO CHE IL VANTO DI MARIA NON ERA SULLE PROPRIE QUALITÀ MA SULLO SGUARDO DIVINO PIENO DI GRAZIA

di Piero Stefani http://pierostefani.myblog.it/2017/06/24/620-il-magnificat-di-lutero-25-06-2017/

Nel particolare si riflette il tutto. Sentenza antica e sempre vera. È così anche per chi scrive, nelle sue frasi, o meglio in alcune di esse, si concentra in poche parole la sua visione che altrove si dispiega per molte decine o forse centinaia di pagine. Ciò avviene per il Commento al Magnificat scritto nel periodo in cui il pensiero del Riformatore spicca i primi, irreversibili voli. Il testo risale infatti all’inizio della fase cruciale per l’avvio della Chiesa luterana, 1520-1521.

«Siccome Egli suole considerare nei luoghi profondi quanto vi è di meschino, ho tradotto la parola humilitatem con “bassezza” o “cosa meschina”, perché questo è il pensiero di Maria: Dio ha riguardato me ancella povera, disprezzata, meschina, mentre avrebbe ben trovato regine ricche nobili, potenti, figliuole di principi. (…) Ella non si vanta né della sua verginità, né della sua umiltà, ma soltanto dello sguardo divino pieno di grazia. Perciò l’accento non viene posto sulla parole humilitatem, ma sulla parola respexit. Infatti non va lodata la sua bassezza, ma lo sguardo di Dio. (…) Maria confessa che la prima opera di Dio in lei è lo sguardo divino che si è posato su di lei, ed è anche l’opera maggiore dalla quale tutte le altre dipendono e dalla quale tutte scaturiscono. (…) Là è tutta la forza di Dio e tutto il suo braccio, perché dove la forza se ne va subentra la forza di Dio se vi è fede che attende. Quando poi l’afflizione è finita appare manifesto quale forza fosse nascosta sotto l’infermità. Ecco così senza forza era Cristo in croce e appunto allora compì l’azione massima vincendo il peccato, la morte, il mondo, l’inferno, il diavolo, ogni male».

Qui c’è il cuore della Riforma luterana che ha contribuito in maniera irreversibile al modo di vivere la fede e l’evangelo, ponendo al centro il primato della misericordia divina come uno sguardo che si volge in basso verso le creature e come uno svuotamento che vince là dove tutto umanamente appare chiuso nel cerchio della sconfitta.

giugno 10, 2017

SANTUARI E RELIGIOSITÀ POPOLARE

IN OCCASIONE DEL CINQUECENTENARIO DI LUTERO È AUSPICABILE RIFLETTERE SUGLI SFORZI COMUNI DI SRADICARE IL SOTTOFONDO PAGANO-RURALE

di Piero Stefani*

Un esempio tra i tanti. Edmondo Lupieri descrive in un suo libro (Giovanni e Gesù. Storia di un antagonismo, Carocci, Roma 2013) una serie di operazioni legate a una religiosità popolare ricca di componenti sincretiche. Nello specifico essa si è sviluppata presso la tribù indio dei Chamula, popolazione che ha il proprio centro a San Juan nel Chiapas messicano. In un capitolo intitolato «Il dio dell’acqua e il dio del mais» Lupieri mette in luce la superiorità riservata da quelle parti al Battista, identificato con il dio dell’acqua (battesimo), su Gesù identificato con il dio del mais: senza la pioggia tutto muore. Nel testo inoltre si fa opportunamente notare che quella che siamo soliti chiamare «religiosità popolare» e interpretiamo come una riverniciatura cristiana di un sottofondo pagano precolombiano è stata per secoli, con le varianti del caso, la normale espressione della fede all’interno della Chiesa cattolica. Comune era, per esempio, la convinzione (ben attestata anche in Centro America) della vendicatività di un personaggio santo o divino e della conseguente necessità di ingraziarselo.

Caccia alle streghe come antidolatria. L’anno in cui si celebra il cinquecentenario di Lutero potrebbe essere un’occasione propizia per riflettere sull’apporto concorde di Riforma e Controriforma nell’operazione di sradicare dal cristianesimo, spesso con metodi brutali e inaccettabili, il sottofondo pagano-rurale. La caccia alle streghe fu l’esempio più noto, drammatico e accomunante di questo modo di agire. Il ragionamento sottostante a quel tipo di aberrazioni non fu in sé stesso aberrante. Lo si potrebbe trascrivere in questi termini: se si accetta che il cristianesimo si incarni in culture precedenti occorre non mettere troppi paletti, quindi, se si vogliono porre delle limitazioni, bisogna lottare contro una serie di mentalità radicate tra la gente comune. L’esempio di questa linea di condotta deriva dalla Bibbia stessa, basta leggerla per comprendere come in essa la lotta contro la cultura politeistico-sessuata cananea incuneatasi all’interno del popolo ebraico fu componente costitutiva per non dire esasperata. Dal canto loro decisamente antidolatriche sono pure le pagine neotestamentarie dedicate a descrivere la diffusione del kerygma evangelico in ambito greco-romano; a tal proposito basti pensare all’orrore che invase gli animi di Paolo e Barnaba quando si accorsero che la loro azione era stata inculturata in termini politeistici (cfr. Atti 14,8-18). In conclusione, una coerente legittimazione della religiosità popolare porta con sé la critica di molte linee guida bibliche e viceversa. I rischi del biblicismo fondamentalista sono sotto gli occhi di tutti, ma di per sé ciò non equivale ad affermare che l’altra sponda sia priva di pericoli.

Documento programmatico. Anno dopo anno l’Evangelii gaudium conferma quanto si era compreso subito: quell’esortazione apostolica è il vero documento programmatico dell’intero pontificato di papa Francesco. In essa vi sono alcuni paragrafi (122-126) intitolati «La forza evangelizzatrice della pietà popolare». A quanto si dice, all’argomento sarà dedicata anche una prossima enciclica. A questo stesso sfondo si rifà una delle non molte modifiche concrete attuate da papa Francesco nell’organizzazione della curia. Si tratta di una decisione passata in larga misura inosservata. Ci riferiamo alla lettera apostolica Sanctuarium in Ecclesia promulgata l’11 febbraio di quest’anno. Essa investe il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione del compito di trattare le questioni relativa ai santuari (competenza fino ad allora affidata alla giurisdizione della Congregazione del clero). La motivazione di fondo del cambiamento è la seguente: i santuari «sono luoghi di evangelizzazione, dove dal primo annuncio fino alla celebrazione dei sacri misteri si rende manifesta la potente azione con cui opera la misericordia di Dio nella vita delle persone». D’ora in avanti spetterà al Pontificio consiglio studiare e attuare provvedimenti che favoriscano «il ruolo evangelizzatore dei santuari e la coltivazione in essi della religiosità popolare».

Ambiguità. Il documento non prospetta nessun distinguo quasi che ogni santuario equivalesse a un altro, non compie alcun cenno alle ambiguità spirituali e religiose presenti in più luoghi, ancor meno allude alle attività economico-commerciali che inquinano la vita di tanti santuari e dei loro dintorni. Al giorno d’oggi la sommossa degli argentieri di Efeso, preoccupati che la predicazione paolina compromettesse il loro commercio dei tempietti di Artemide (cfr. At 19.23-40), non avrebbe più, da molte parti, ragion d’essere: l’oggettistica religiosa prospera quasi ovunque. Il testo non rivela alcun sospetto della caduta postsecolare della contrapposizione tra secolare e religioso che contraddistingue il turismo legato a tanti santuari (basti pensare all’odierna popolarità del «camino de Santiago»).

Critica al tramonto? Di fronte a queste misure sembra che si sia obbligati a concludere che la nuova evangelizzazione si riveste di panni a un tempo antichi e postsecolari. L’atteggiamento critico proprio della moderna cultura occidentale ha imboccato da tempo il viale del tramonto. La notte che le sta davanti ha tutta l’aria di essere lunga.

*Il pensiero della settimana, n. 618; fonte: http://pierostefani.myblog.it/2017/06/10/618-santuari-e-religiosita-popolare-10-06-2017/

maggio 21, 2017

SPIRITO SANTO VERO MAESTRO

ALLONTANANDOSI DALLA CULTURA GRECA LA CHIESA HA PERSO LA MISTICA E SULLA SAPIENZA DEL NOSTRO ESSERE HA PRESO IL SOPRAVVENTO LA SAPIENZA DEL MONDO
di don Giorgio De Capitani*

Ancora e sempre Spirito santo. Anche nei brani della Messa di oggi si parla di Spirito santo. Nel primo, si dice che Pietro era colmo di Spirito santo, di quella presenza divina che gli dava l’energia per affrontare i capi ebrei e di accusarli addirittura di aver scartato la pietra angolare, ovvero Cristo salvatore, mettendolo su una croce maledetta. Nel secondo brano, Paolo contrappone la speranza umana alla sapienza dello Spirito. Nel brano del Vangelo, Gesù, nel discorso d’addio, promette ai discepoli il dono dello Spirito: sarà lui il vero maestro interiore.

Paure. Nel libro “Atti degli apostoli”, troviamo diversi momenti di tensioni, di contrasti, di scontri tra le autorità ebraiche e le autorità pagane nei confronti dei primi cristiani. Ciò che impressiona è constatare la paura del potere religioso (quello ebraico) e del potere politico (quello romano) per un gruppo di entusiasti ma nulla di più (la struttura stava per nascere, ma non era ancora imponente), seguaci di un Cristo che era morto sulla croce, con la condanna dei capi ebrei, ratificata dai capi romani. Ma perché aver paura di questi “scalmanati”, così erano giudicati, dal momento che l’ebraismo aveva radici ancora profonde e millenarie e l’impero romano aveva esteso il suo predominio sul mondo allora conosciuto? Avevano paura perché avevano colto in questa nuova “setta”, così giudicata, i semi di una prossima rivoluzione, oppure perché temevano una concorrenza?

Sobillatori del quieto vivere. Agli ebrei ortodossi, ligi alla Torah, non stava bene che molti di loro abbandonassero la religione dei padri per seguire il mito di uno che era stato crocifisso proprio perché aveva osato toccare l’eredità intoccabile di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e tanto più che la nuova religione era nata proprio all’interno dell’ebraismo. Al potere romano non stava bene che si predicassero verità che, direttamente o indirettamente, andassero poi a incidere negativamente sulla vita sociale o, meglio, sul quieto vivere dei cittadini romani. Sì, proprio così: i primi cristiani erano accusati di essere sobillatori dell’ordine pubblico, ovvero del quieto vivere.

La parte migliore della Chiesa. Ma la novità nascente dove effettivamente risiedeva? Era veramente una novità “essenziale”, una di quelle da rivoluzionare l’essere umano, prima ancora di incidere sulla vita religiosa, sociale e politica della società? Al contatto col vecchio, non c’era il rischio che o si arrivasse a dialogare per sopravvivere, dividendosi reciprocamente spazi del quieto vivere, o ci si chiudesse a riccio creando altre strutture, destinate poi a mortificare il nuovo nascente? La Chiesa finirà ben presto per contestare se stessa nella sua parte “migliore”. In altre parole, la Chiesa rischierà di suicidarsi, annullando quello Spirito interiore, da cui era nata. Più la Chiesa s’ingrosserà come struttura e come potere, più si svuoterà della sua vera anima, ovvero del fondo dell’anima, là dove lo Spirito risiede nella sua purezza. E questo che cos’è se non un suicidio?

Volto buonista. Sinceramente non sopporto di assistere oggi a qualche ripulitura esteriore, nel vestito, dando alla Chiesa un volto buonista, misericordioso, accogliente, ecumenico, dimenticando che la vera conversione (l’aveva già detto Gesù) sta nel cuore, nella caverna del cuore, nel profondo del nostro essere. Una conversione, che non riguarda tanto un cambio di diplomazia o di quell’arte di saper fare che è la prerogativa di una certa politica pragmatistica, ma una conversione che richiede quel radicale distacco che permette di cogliere la realtà dell’essere umano. Sì, un distacco radicale dall’inessenziale, dal contingente, dal superfluo, dal falso necessario.

Quando la Chiesa tradisce lo Spirito. Se, dunque, all’inizio del cristianesimo ci furono duri contrasti tra il potere religioso ebraico e il potere politico romano, la Chiesa, via via strutturandosi, finirà per crearsi problemi sempre più preoccupanti all’interno della propria struttura, a danno di quella realtà che ancora oggi costituisce il grosso problema dei credenti: in che cosa in realtà noi crediamo? Ciò che ritengo sconcertante è il fatto che la Chiesa abbia seriamente tradito lo Spirito. Eppure, Cristo aveva detto chiaramente ai discepoli, i primi eredi dell’opera cristiana, di porre fede anzitutto nello Spirito, che dovrà sempre restare il vero maestro interiore.

Siamo discepoli e non maestri. Ma che significa le parole che troviamo nel vangelo di oggi? “… lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che vi ho detto”? Che significa insegnare e ricordare? Insegnare e ricordare che cosa e a chi? Ma almeno una cosa deve essere chiara: tutti noi credenti, a iniziare dai capi gerarchici, siamo discepoli, e non maestri. Se abbiamo il compito di trasmettere la verità, non dobbiamo dimenticare che la verità non è “nostra”: è sempre da cercare, perché la verità è Dio stesso, e Dio non è un oggetto da conoscere, ma è lo Spirito che si genera in noi, quando però gli diamo spazio.

Sapienza umana e sapienza dello Spirito. Solo un breve accenno per quanto riguarda la contrapposizione tra la sapienza umana e la sapienza dello Spirito. Solitamente si è pensato che la sapienza umana di cui parla San Paolo fosse quella della cultura greca, e che la sapienza dello spirito fosse quella dello Spirito secondo la concezione ebraica. In realtà non è così’. Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che il retroterra culturale cristiano non è quello ebraico, ma greco: basterebbe pensare all’influsso che ha avuto Platone sui primi pensatori cristiani fino a Sant’Agostino. Gli ultimi libri sapienziali dell’Antico Testamento sono nati nel mondo greco. Il guaio è stato quando la Chiesa ha abbandonato la cultura greca, sorgente della vera mistica, per rifarsi al mondo giudaico. D’altronde, chi ha parlato in modo eminente e sublime dello spirito, della sapienza, del divino in noi? Non sono stati forse gli antichi filosofi greci? Oggi sembra che il primato della Parola di Dio, intesa in senso biblico-giudaico, abbia svuotato il mondo dello Spirito, ecco perché la sapienza di questo mondo (il mondo del maligno, come direbbe San Giovanni), ha preso il sopravvento sulla sapienza del nostro essere.

*Omelia del 21 maggio 2017, sesta di Pasqua (At 4,8-14; 1 Cor 2,12-16; Gv 14,25-29); fonte: http://www.dongiorgio.it/21/05/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-sesta-di-pasqua/

aprile 27, 2017

VERSO UN MONDO MENO VIOLENTO?

NUOVE ACQUISIZIONI TEOLOGICHE TOLGONO RADICALMENTE OGNI LEGITTIMAZIONE RELIGIOSA ALLA VIOLENZA

                       schema

I    – La violenza organica al mondo

II   – La nonviolenza estranea alla Chiesa

III – Il mondo è più o meno violento di ieri?

IV – La nonviolenza all’opera

V  – La chiesa ha adottato la nonviolenza

VI – Come è cambiato l’annuncio

VII- Spes contra spem

Discorso tenuto da Raniero La Valle il 21 aprile 2017 ad Alessano (Lecce), nel ricordo del vescovo don Tonino Bello e del sindaco di Molfetta Guglielmo Minervini  Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2017/04/il-mondo-e-piu-o-meno-violento-di-ieri.html

I – LA VIOLENZA ORGANICA AL MONDO

È nel ricordo di don Tonino Bello e di Guglielmo Minervini che vogliamo guardare oggi al tema della nonviolenza a cui essi hanno dedicato la vita, il primo facendone il cuore della propria azione pastorale, il secondo della propria azione amministrativa e politica. In quale situazione essi hanno dato la loro testimonianza? Essi hanno vissuto in una situazione in cui la violenza era del tutto organica al mondo, mentre la nonviolenza era opposta allo spirito del mondo. Non altrettanto essa era opposta allo spirito della Chiesa, grazie al Vangelo, ma certamente la nonviolenza era estranea alla cultura e alla immagine della Chiesa.

a) Il primo punto è che la violenza era organica al mondo. Essa infatti, nella dimensione pubblica non solo era legittima (essendo stato conferito al potere pubblico il monopolio della violenza) ma fungeva da giudice di ultima istanza. Vale a dire che alla fine a decidere era la violenza. Nella seconda guerra mondiale la bomba atomica è stata il giudice finale. Trump che getta la bomba-madre sull’Afghanistan, dice che l’ultima decisione sarà la sua. Le Brigate Rosse in Italia elessero la violenza come ultimo giudice tra il potere e l’antipotere. La stessa cosa fa oggi il terrorismo internazionale. Anche nella dimensione privata la violenza si mostrava inarginata; basti pensare al Far West americano, alla violenza nei rapporti di lavoro, nella fabbriche, nei campi, nelle famiglie, alla violenza sulle donne, al bullismo, alla manovalanza delle mafie e delle camorre.

b) Il secondo punto è che la nonviolenza era opposta allo spirito del mondo. Che cosa è lo spirito del mondo? C’è una lettera di Hegel del 1806, scritta da Jena, il luogo della grande battaglia vinta da Napoleone contro l’esercito prussiano. In questa lettera citata da Jacob Taubes, che è un filosofo e rabbino ebreo innamoratosi di San Paolo, Hegel scrive di aver visto quella mattina l’imperatore, questo “spirito del mondo” uscire a cavallo dalla città per andare in ricognizione. Lo spirito del mondo è Napoleone a cavallo; è dunque nel potere violento che si incarna lo Spirito assoluto di cui parlava Hegel; questo è lo spirito del mondo che nella Prima lettera ai Corinti san Paolo contrappone al pneuma tou Theoù, allo spirito di Dio. La violenza dunque non solo è la pratica del mondo, ciò che il mondo fa, ma è anche la sua ideologia, ciò che il mondo pensa di sé.

II – LA NONVIOLENZA ESTRANEA ALLA CHIESA

c) Il terzo punto è che la nonviolenza era sostanzialmente estranea alla Chiesa. Avrebbe dovuto esprimere l’identità della Chiesa, dato che la Chiesa nasce dal Vangelo. Invece la nonviolenza non stava di casa nella Chiesa. Il problema è che c’era una radice di violenza nella stessa concezione di Dio inteso come giudice, come vendicatore, come esattore di sacrifici ed olocausti, come un Dio forte in battaglia. La stessa rivelazione, nella sua fase ancora acerba e immatura aveva tramandato immagini incoerenti di Dio, come è attestato in alcune pagine molto dure della Bibbia. Può sembrare azzardato parlare di una incoerenza nella stessa rivelazione. Certo non è incoerente la rivelazione che si manifesta nella persona di Gesù, nel suo insegnamento. Gesù non è incoerente. Però c’è un perfezionamento della fede, e perciò un’evoluzione nel credere, di cui è causa lo stesso Gesù, che la lettera agli Ebrei definisce “autore e perfezionatore della fede” (Eb. 12, 2). Dunque la fede non sta ferma, si sviluppa, non è un deposito immoto. E questo perfezionamento o arricchimento della fede non è concluso, ma continua per mezzo dello Spirito Santo che si incarica di condurci a tutta intera la verità; questa, almeno, è la promessa di Gesù (Giov. 16,13). Non c’è incoerenza in questo disvelamento progressivo dei “segreti” di Dio. Ma nella Bibbia, che è “Parola di Dio” scritta però da mani e con mente d’uomo, queste incoerenze sussistono.

Incoerenze soppresse. Si può vedere una di queste incoerenze (e forse la maggiore) in uno stesso versetto della profezia di Isaia, il v. 2 del cap. 61, laddove il profeta annuncia e promette “un anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta del nostro Dio”. È una profezia importante perché è quella che Gesù legge agli ebrei nella sinagoga di Nazaret, per dire che quella profezia si realizzava quel giorno davanti a loro. Ma Gesù non fa finta che l’incoerenza non ci sia, annunciando due cose contraddittorie, come noi ancora facciamo, per esempio nelle letture che proclamiamo nella veglia pasquale, dove appare un Dio incoerente, che uccide i bambini egiziani e passa salvando gli ebrei. Gesù vede l’incoerenza di quella profezia, non cerca di risolverla col gioco delle interpretazioni o delle allegorie, ma semplicemente la sopprime. Egli interrompe la lettura di Isaia a metà versetto, riconsegnando il rotolo all’inserviente, e dunque annunciando la misericordia e negando la vendetta. È molto interessante che dopo una conferenza in cui io avevo citato questo comportamento di Gesù, il rabbino di Firenze, che era presente, avvicinatosi, mi ha chiesto: “secondo lei Gesù, così facendo nella sinagoga di Nazaret, l’ha fatto come cristiano o come ebreo?”. Naturalmente Gesù era ebreo, “un ebreo di Galilea”, come ci ha insegnato Giuseppe Barbaglio. E con questa domanda il rabbino voleva dire che anche gli ebrei sono d’accordo, e che dunque come ha fatto Gesù la Bibbia si deve leggere purificandola delle incoerenze di Dio che vi sono “depositate”.

Malicidio . La Chiesa di don Tonino Bello, di Minervini, la Chiesa in cui anche noi abbiamo vissuto è una Chiesa che non si era separata dalla violenza. Aveva teorizzato la guerra giusta, aveva fatto le Crociate; san Bernardo, che pure era un mistico, aveva spiegato che uccidere un infedele non è un omicidio, ma un malicidio. Certo, gli “infedeli” non erano stati da meno, come dimostrano gli 800 martiri di Otranto, trucidati tutti insieme per non aver voluto passare all’Islam. In ogni caso la Chiesa aveva acceso i roghi per gli eretici e per le streghe, la pena di morte era vigente perfino nello Stato pontificio; a Roma, in piazza del Popolo, si faceva con “mazzola e squarto”; poi passava la “Ven. Arciconfraternita di Gesù, Maria e Giuseppe dell’anime più bisognose del Purgatorio” a fare la questua per l’Anima del condannato, senza però fermarsi “in tempo della Giustizia nella Piazza del Patibolo”, come diceva la convocazione dei Fratelli questuanti, di cui ho una copia in casa mia; essa assicurava che per tal Opera Pia essi avrebbero acquistato “merito grande appresso Dio”. E quella cultura rimase nella Chiesa, ben oltre la fine dello Stato pontificio: quando nel 1960 andai a dirigere “l’Avvenire d’Italia”, un regista francese, Autant Lara, fece un bellissimo film contro la pena di morte e in favore dell’obiezione di coscienza, “Tu ne tueras point” (1961); il film fu censurato, ma “l’Avvenire d’Italia” ne fece una critica molto favorevole e il vescovo di Vicenza protestò duramente col cardinale Lercaro, arcivescovo di Bologna, tutore del giornale. Fu quella la prima grave crisi del quotidiano cattolico, che fu chiuso poi dopo il Concilio. In questo contesto don Tonino e Minervini sono stati nonviolenti, uno come vescovo, l’altro come politico. Ed era una scelta difficile, a caro prezzo, e spesso umanamente perdente.

III – IL MONDO È PIÙ O MENO VIOLENTO DI IERI?

Più pericolosa se inconsapevole. Ora la domanda è: rispetto alla situazione che hanno vissuto, i testimoni di allora come la vedrebbero oggi? C’è oggi più o meno violenza? È la domanda che si è posta papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno, scrivendo: “Non è facile sapere se il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri né se i moderni mezzi di comunicazione ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa”. Io proverei a rispondere a questa difficile domanda. Come ieri, la violenza sembra organica al mondo. Si direbbe che il mondo non sappia fare altro, e anzi che la violenza sia diventata maggiore. La bomba gettata da Trump sull’Afghanistan è maggiore di tutte le altre bombe, di poco inferiore all’atomica; l’«Armada» navale mandata contro la Corea del Nord è di una forza senza pari; la violenza dei terroristi dello Stato che si dice islamico è maggiore, spesso più efferata della violenza finora usata da altri terroristi o giustizieri. Però c’è qualche segno di una caduta di livello, di una perdita di credibilità, di una diminuita potenza e sovranità della violenza. Una violenza che grida, che fa molto chiasso, che dà di matto, è meno efficace di una violenza che agisce, che è esercitata con fredda razionalità. E la gente se ne inquieta di più, perché capisce che quanto più è inconsapevole, tanto più è pericolosa.

Demenza e alienazone. Pertanto io credo che la violenza oggi mostri più apertamente la sua alienazione, la sua inevitabile demenza, la sua estraneità a un progetto che sia umano. Perciò per quanto possa apparire ancora organica al mondo e allo spirito del mondo, essa sembra abitare nell’organismo del mondo più come un delirio che come una decisione, più come un’anomalia che come una regola, più come un oggetto di rigetto che come un destino. Perciò a me pare che da un lato oggi la violenza sia più pericolosa, perché i diversi focolai della guerra mondiale a pezzi già da tre anni diagnosticata dal papa potrebbero fondersi in un unico grande incendio, ma dall’altro la violenza sia più debole, meno connaturale al mondo, meno utile agli stessi progetti di dominio, più stigmatizzata dall’opinione pubblica, se non altro per l’effetto di potenti anticorpi suscitati nel consorzio umano dalle violenze perpetrate fin qui. Anzi ho la forte percezione che la nonviolenza abbia gettato i suoi semi nel mondo e abbia operato nel cuore del Novecento più di quanto non sia stato fin qui riconosciuto. Mi sembra infatti che la generazione dei don Tonino, dei Minervini, di don Milani, di Gandhi, di La Pira, di Hammarskjöld, di papa Giovanni, dei movimenti per la pace non sia passata invano.

IV – LA NONVIOLENZA ALL’OPERA

Vogliamo ricordare qualche esempio di questa non violenza all’opera? Pensiamo alla fine dei blocchi. Che cosa è stata se non il frutto della nonviolenza penetrata nella cultura del Novecento la fine incruenta dei blocchi ad opera della parte considerata più violenta di essi, ossia del comunismo fattosi Stato in Unione Sovietica? Si dirà che ciò è avvenuto perché il comunismo si è riconosciuto più debole, è stato sconfitto. Ma se fosse stato solo sconfitto la sua sarebbe stata solo una capitolazione, una resa, e a vincere sarebbero stati solo le armi e i dollari. Invece così non è stato. Invece era avvenuto qualcosa nel pensiero, tanto è vero che con Gorbaciov si è parlato di un “nuovo pensiero politico”; ed era avvenuto un dialogo tra i punti più alti delle due culture: basti ricordare i colloqui lapiriani di Firenze, e i colloqui della Paulus Gesellschaft, con l’apporto della stessa Santa Sede, sulle due antropologie, la cristiana e la marxista. E nell’incredulità dei più il comunismo, magari da noi ribattezzato come eurocomunismo, era diventato pacifico. La fine dei blocchi venne pertanto grazie all’azione riformatrice di Gorbaciov, venne con la dichiarazione di Nuova Delhi del 1987, in cui Gorbaciov e Rajiv Gandhi proposero, inascoltati dall’Occidente, di costruire “un mondo senza armi nucleari e non violento”, venne infine con l’ordine di Mosca ai comunisti tedeschi pressati dai berlinesi: aprite il muro, fateli passare. Furono smentiti così quelli che consideravano il comunismo il male assoluto, e in base a questa idea si comportavano in tutte le loro scelte umane e politiche; i veri sconfitti sono stati loro, anche se hanno vinto, e con la loro povera cultura hanno interpretato la fine del comunismo semplicemente come la resa del nemico. Ricordo quando il ministro degli esteri di allora, il socialista De Michelis, venne tutto giulivo alla Camera a dire: sapete, la guerra fredda è finita e noi l’abbiamo vinta. Invece quegli eventi avevano dimostrato che la violenza non era organica al mondo, che la nonviolenza era possibile.

Poi di questo si è fatto pessimo uso, perché la cultura dei vincitori ha determinato il nuovo assetto del mondo, creando un mondo peggiore di prima. Essi hanno fatto del denaro il sovrano del mondo, hanno ripreso l’uso della guerra, hanno fatto guerre di ogni tipo per deporre e uccidere despoti sgraditi, come Saddam Hussein, Milosevic e Gheddafi, per far tornare l’Iraq all’età della pietra, come graziosamente si espresse la signora Thatcher, guerre per il Kuwait e per il Kosovo, contro i talebani e contro il terrorismo. Eppure si diceva che quelle guerre si facevano controvoglia, o per ragioni umanitarie, perché era d’obbligo il linguaggio politicamente corretto, che è un linguaggio in cui la violenza è ufficialmente stigmatizzata, anche se copre quella effettivamente inflitta.

Meno prestigio alla violenza. Ma ci sono altri sintomi di crisi delle ragioni della violenza. Il più vistoso è che si è creata una sorprendete asimmetria di fronte al dilagare della violenza intitolata all’estremismo islamista, del cosiddetto Stato islamico. Poteva esserci una guerra di religione e non c’è stata. E non c’è stata perché per farla bisogna essere in due. L’Occidente la farebbe volentieri, come l’ha sempre fatta anche se mascherata in molteplici modi, ma questa volta non la può fare. Il cristianesimo non ci sta. La violenza di Trump è più scatenata di quella di altri presidenti americani, ma è senza un retroterra ed è incurante della logica, non è fondata su una pretesa etica, non ha alibi religiosi, è sprovvista di una motivazione razionale. È una violenza che in un certo senso precede il cogito cartesiano, è violenza e basta. È più pericolosa, ma sempre più come estranea al mondo normale. Perfino la flotta, se Trump le dice di andare verso la Corea, non gli dà retta, se ne va verso l’Australia. La violenza perde prestigio, si mostra sempre più come la malattia, non come la soluzione.

V – LA CHIESA HA ADOTTATO LA NONVIOLENZA

Naturalmente queste sono valutazioni che si possono discutere. Però di sicuro è successa una cosa imprevista, una cosa straordinaria. La Chiesa cattolica ha adottato la nonviolenza. Essa non le è più estranea, non è una cosa “altra” rispetto al Dio che essa annunzia. Per contro la violenza è bandita anche come giustizia di ultima istanza, ed è proprio la nonviolenza che oggi appare organica alla Chiesa, ed organica alla figura di Dio quale oggi è mostrata e predicata dalla Chiesa. Si dirà che questa è una novità comparsa con papa Francesco, e finirà con lui. Ma non c’è papa senza Chiesa, e la cosa non è cominciata con lui, è cominciata con Gesù. È lui che ha mostrato un Dio in cui non c’è violenza, ed è stato lui che ha dato luogo a una Chiesa dotata di uno spirito di pace e non di afflizione (Ger. 29, 11), opposto allo spirito del mondo. Tuttavia non c’è dubbio che la drammatica attualizzazione di questo messaggio evangelico si deve al magistero pastorale di papa Francesco.

Il più alto precedente di questa opzione di non violenza nella recente vita ecclesiale è la “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, e la sua ricezione nel Concilio Vaticano II. Però quello più che un precedente è stato un inizio. Francesco, il Concilio e papa Giovanni fanno infatti tutt’uno, non sono diversi eventi lontani uno dall’altro, ma un unico evento; basti ricordare che l’anno della misericordia è stato indetto da Francesco per l’8 dicembre 2015, nello stesso giorno, dopo 50 anni, in cui era finito il Concilio, quasi a riprenderlo e continuarlo. La novità sta nel fatto che Francesco ha ripreso l’“aggiornamento” pastorale avviato dal Concilio, ma vi ha aggiunto un decisivo “aggiornamento” teologico. Come aveva detto Karl Rahner del Concilio, non cambia solo l’annunciatore, cambia l’annuncio.

VI – COME È CAMBIATO L’ANNUNCIO

1) Prima di tutto è cambiata la presentazione del volto di Dio. Nella percezione umana, fin dai tempi più antichi, come ha documentato Rudolf Otto nella sua ricerca su “Il sacro”, il volto di Dio è stato nello stesso tempo terribilis et fascinans, affascinante e terribile, quello di un re “tremendae maiestatis”, come canta il “Dies irae”. Quello presentato oggi dalla Chiesa di papa Francesco è invece un “misericordiae vultus”, un volto di misericordia, come dicono le prime parole della bolla di indizione del Giubileo straordinario. Di chi è questo volto? Questo volto è il volto del Padre; esso si rende visibile in Gesù ma è il volto della misericordia del Padre. A noi, nella nostra tradizione di fede, è familiare la misericordia del Signore Gesù, il Vangelo non fa che raccontarla; papa Francesco l’ha ricapitolata nel suo messaggio per il 1 gennaio scorso sulla nonviolenza, ricordando che Gesù ha insegnato ad amare i nemici, a porgere l’altra guancia, ha impedito che venisse lapidata l’adultera, ha fatto rimettere a Pietro la spada nel fodero, nell’orto degli ulivi, e ha tracciata “la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce”.

Anche il Padre sulla croce. Eravamo meno abituati invece all’idea della misericordia del Padre, troppo spesso sovrastata dall’idea della giustizia e della punizione, né eravamo abituati a pensare che sulla croce fosse salito il Padre, non solo il Figlio. Ma nella predicazione di papa Francesco in Dio non c’è che misericordia, Dio perdona sempre, è sempre primo nell’amore; né in lui c’è ombra di violenza, e c’è il dolore di Dio. Egli per amore dell’uomo si fa scacciare dal mondo e sale sulla croce col Figlio. Ad Auschwitz quando, secondo il racconto di Elia Wiesel, degli ebrei riconobbero in tre ragazzi impiccati Dio stesso che pendeva dalla forca, non potevano riconoscervi Cristo, il Figlio, perché erano ebrei, ma vi riconobbero il Dio stesso della creazione, dell’alleanza. Dunque è lui sulla forca, e lui è crocefisso col Figlio. C’è un documento del 2013 della Commissione Teologica Internazionale sul monoteismo e la violenza, in cui si riconosce e si afferma la radicale separazione del cristianesimo da ogni visione che implichi una violenza di Dio; e in ciò si vede l’inizio di un tempo nuovo. Ebbene in questo documento si dice che la supposta violenza di Dio è stata definitivamente smentita e rovesciata sulla croce. Non ci può essere una violenza di Dio se il Dio è quello che è salito sulla croce. Infatti sulla croce non è salito un uomo qualunque, dicono i teologi del Papa citando il secondo concilio di Costantinopoli, ma “Unus de Trinitate passus est“. Uno della Trinità stava li sulla croce, non era solo l’uomo Gesù, era il Dio della Trinità che stava sulla croce.

2) Allo stesso modo è cambiata la comprensione del rapporto tra misericordia e giustizia di Dio. «Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge» dice papa Francesco nella “Misericordiae vultus” E si appella all’autorità di san Tommaso che dice: « È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza ». È per questo, commenta il papa, «che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: “O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono”. Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso».

Giustificazione per fede. Il cambiamento consiste nel comprendere che in Dio giustizia e misericordia sono la stessa cosa. Esse sono in dialettica, in contrasto, se viene riferito a Dio un concetto antropomorfico di giustizia, la giustizia come retribuzione, come il pareggio di una pesata eguale, come l’ “unicuique suum” che sta scritto perfino sotto la testata dell’«Osservatore Romano». Ma la giustizia di Dio non è affatto questa, non è la vendetta, non è rendere male per male, la giustizia di Dio è il rendere giusti, è la giustificazione per fede, come dice Paolo, è la grazia.

3) Questa più matura percezione della misericordia e della giustizia di Dio ha fatto cadere la concezione vendicativa e punitiva della dottrina del peccato originale e delle sue conseguenze nel sacrificio che il Padre avrebbe preteso dal Figlio. Questa concezione, come ha detto lo stesso Benedetto XVI, papa emerito, in un’intervista all’ “Osservatore Romano” “è diventata oggi per noi certo incomprensibile”. mentre la dottrina di Sant’Anselmo, che l’ha diffusa in tutta la Chiesa “non è solo incomprensibile oggi – ha detto Ratzinger – ma, a partire dalla teologia trinitaria, è in sé del tutto errata“.

Dolore del Padre. Nell’attuale coscienza ecclesiale il peccato originale non è alzare la mano verso il frutto dell’albero della conoscenza, come se ciò fosse alzare la mano contro Dio, ma è alzare la mano contro il fratello. Nel mausoleo di Yad Vashem a Gerusalemme, papa Francesco ha evocato come il vero peccatore originario non Adamo ma Caino, ed è a lui che ha immaginato si rivolgessero le parole di dolore di Dio nel giardino: “Dove sei, uomo? Dove sei finito? In questo luogo, memoriale della Shoah, sentiamo risuonare questa domanda di Dio: ‘Adamo, dove sei?’. In questa domanda ha detto il papa – c’è tutto il dolore del Padre che ha perso il figlio. Il Padre conosceva il rischio della libertà; sapeva che il figlio avrebbe potuto perdersi ma forse nemmeno il Padre poteva immaginare una tale caduta, un tale abisso! Quel grido: ‘Dove sei?’, qui, di fronte alla tragedia incommensurabile dell’Olocausto, risuona come una voce che si perde in un abisso senza fondo…” Così il papa a Gerusalemme. Per completare questa cognizione della misericordia del Padre, peraltro, bisogna ricordare che Dio non ha distrutto Caino, ma ha posto un sigillo sulla sua fronte, una specie di salvacondotto divino, dicendo: “Nessuno uccida Caino”.

Valore antropologico. Per questo abbiamo detto che una guerra religiosa oggi non si può fare. Perché in Dio non c’è violenza, “il Dio della guerra non esiste”, come ha detto il papa commentando il vangelo a Santa Marta, e il cristianesimo prende definitivo congedo dal Dio violento. Infatti, come dice il documento già citato dei teologi del papa riuniti nella commissione internazionale, il Dio violento, foriero delle guerre di religione, è il frutto di un fraintendimento della fede, e l’eccitazione alla violenza in nome di Dio è “la massima corruzione della religione”. Perciò il papa ha detto al terzo incontro mondiale dei movimenti popolari e poi ha ribadito con forza nel messaggio per la giornata della pace del 1 gennaio scorso: “Nessuna religione è terrorista, la violenza è una profanazione del nome di Dio. Non stanchiamoci mai di ripeterlo. “Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa, non la guerra!” Nello stesso messaggio il papa ha fondato la nonviolenza sulla dignità immensa della persona, che deriva dall’essere immagine e somiglianza di Dio; dunque la scelta nonviolenta non è solo una scelta ideologica o politica, il suo valore è antropologico, entra nella definizione dell’uomo. Essa però non ha solo un valore teorico, anzi con essa, secondo il papa, si sono raggiunti risultati impressionanti, ed ha citato Gandhi, il suo omologo musulmano Ghaffar Khan, il nonviolento del Pakistan, Leymah Gobwee e le altre donne liberiane nonviolente che hanno lottato per la pace in Liberia, Martin Luther King, i cristiani che hanno contribuito al superamento dei due blocchi in Europa.

VII – SPES CONTRA SPEM

A questo punto possiamo dire che alla domanda iniziale, se oggi il mondo sia più o meno violento di ieri, si può dare una risposta in positivo e piena di speranza; però una spes contra spem, se ogni momento siamo richiamati allo spettacolo della violenza. In effetti c’è ancora un grande cammino da fare. E perché possa essere fatto occorre una revisione critica del passato, un pentimento dei peccati, degli errori e delle violenze del passato, portando avanti quel processo di purificazione della memoria che il papa Giovanni Paolo II aveva messo al centro dell’Anno santo del 2000. Secondo la Bolla di indizione di quel Giubileo, la purificazione della memoria doveva consistere nel processo volto a liberare la coscienza personale e collettiva da tutte le forme di risentimento o di violenza, che l’eredità di colpe del passato poteva avervi lasciato, mediante una rinnovata valutazione storica e teologica degli eventi in esse implicati che conducesse ad un reale cammino di riconciliazione. E’ evidente che questo riguardava non solo le persone ma le Chiese.

Concezione di Dio. Oggi siamo andati più avanti. Infatti abbiamo capito che questa purificazione della memoria non basta, anzi nemmeno si può fare, se non passa attraverso una purificazione della concezione che abbiamo avuto di Dio. D’altra parte che cosa c’è nella memoria dell’umanità di più diffuso e di più profondo che la memoria di Dio? Come Dio è stato recepito e percepito, così è stata l’umanità e sono state le Chiese. La storia della violenza è stata indissociabile dalla storia di Dio nella storia. Perciò la purificazione della memoria è prima di tutto la purificazione della percezione e immagine di Dio. Ciò diventa veramente oggi, come dice il documento romano dei teologi del papa, “inseparabile dal futuro del cristianesimo” e offre alle culture secolari e alle religioni del mondo la reale opportunità per “un ripensamento dell’idea di religione”; e così potrà fiorire la pace sulle terre. Papa Francesco ha aperto il cantiere; e questo diventa ora il compito decisivo non solo delle religioni e delle Chiese, ma il compito di questa e delle prossime generazioni.

Raniero La Valle

aprile 24, 2017

TRE ELEMENTI DELL’ESSERE UMANO

AL PIÙ PROFONDO, LO SPIRITO, PERTIENE LA BEATITUDINE, CHE NON È TRANSITORIA COME IL PIACERE

di don Giorgio De Capitani*

Corpo, anima, spirito. Secondo la concezione greca, e ripresa dallo stesso San Paolo nelle sue lettere, l’essere umano non è costituito solo da due elementi, corpo e anima, ma da tre elementi, corpo, anima e spirito. Lo spirito, che è la realtà più profonda, è stato dimenticato dalla stessa psicanalisi, la quale, come dice la parola (psiche significa anima), si limita a scandagliare l’anima, dimenticando però lo spirito, che è l’elemento più interiore, che i mistici chiamano “il fondo dell’anima”, ovvero la parte più profonda. Dunque, il corpo in particolare, ma anche l’anima appartengono alla parte più esterna, lo spirito appartiene invece alla parte più interiore, più profonda dell’essere umano.

Piacere, felicità. Al corpo è legato il cosiddetto piacere (d’ogni tipo), ma tutti quanti sappiamo, anche per esperienza personale, che questi piaceri corporali o fisici sono transitori: oggi ci sono, domani non più. Possono essere anche buoni, ma sono fugaci, passano in fretta, hanno il loro tempo, e, quando passano, lasciano spesso l’amaro in bocca. All’anima è legata la cosiddetta felicità o serenità, che può essere una bella cosa, come contemplare un cielo stellato, oppure un bel dipinto, oppure gioire per una bella amicizia. Ma anche la felicità è transitoria: passa in fretta, non è eterna. Ecco, sia il piacere fisico che la felicità dell’anima sono legate alle circostanze, alla buona sorte come dicevano gli antichi. Cambia una circostanza, la buona sorte volta le spalle, e si torna nella infelicità.

Beatitudine. Allo spirito invece è legata la “beatitudine”, ed è questa la realtà che veramente conta, perché risiede nello spirito, là dove è presente il Divino eterno. La beatitudine non è soggetta alle circostanze o alla buona sorte, ma permane immutabile. Usando l’immagine di un grande mistico, la porta può essere mossa e magari sbatte di qua e di là dalle circostanze di carattere fisico o dell’anima, ma resta sempre fissa sui cardini, che rappresentano lo spirito interiore che resta sempre fermo. Ecco perché Gesù stesso parla di beatitudini. Chi non ricorda la pagina di Matteo delle beatitudini che fa da porta d’ingresso al Discorso della Montagna? Pensate a quel “Beati i poveri…”. Certo, Gesù non si riferiva ai poveri materiali, ma a coloro che cercano di liberarsi delle cose futili, delle cose transitorie, accessorie. L’evangelista Matteo specifica: “beati i poveri in spirito”, che non significa: poveri di spirito, ma al contrario: poveri nella libertà dello spirito, coloro che si sono liberati da ogni peso inutile.

I veri beati. Ed ecco perché con una beatitudine si conclude non solo il terzo brano di questa domenica, ma il quarto Vangelo. Il capitolo 21, secondo gli studiosi, sarebbe un’appendice aggiunta posteriormente dallo stesso autore o da un suo discepolo. Qual è allora la beatitudine finale del quarto Vangelo? Gesù dice a Tommaso, l’incredulo: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Possiamo anche tradurre le parole di Gesù al presente: beati coloro che non vedono, non toccano, non hanno bisogno di prove, di miracoli, di manifestazioni straordinarie, e credono. Qui sta la vera beatitudine: credere senza aggrapparsi a qualcosa di esteriore. I beati, secondo Gesù, sono coloro che vivono nello Spirito di Dio, che è del tutto interiore. Mi chiedo se noi cattolici abbiamo veramente interpretato così le parole chiare di Gesù. Basterebbe pensare che ancora oggi per essere proclamati beati occorre una prova della santità, attraverso un miracolo e attraverso l’esercizio eroico delle virtù. Eppure Gesù ci ha detto che i veri beati sono coloro che hanno scoperto il segreto del loro essere, ovvero la parte più profonda che è la vita dello spirito.

Prendere sul serio il Vangelo. La beatitudine, dunque, è qualcosa di grande, come dice il termine greco “macarios” (da macros, grande): grande, ma in rapporto all’ampiezza del nostro spirito interiore, il quale, più si spoglia di cose esteriori, di cose futili, di accessori, del superfluo, più dà spazio alla presenza del Divino in noi. Paradossalmente, possiamo dire che siamo più grandi meno cose abbiamo, e siamo più piccoli più cose abbiamo. Secondo la logica terrena, non è così: felici sono coloro che hanno tanto, infelici sono coloro che hanno poco. È per questo che il Vangelo non è stato preso sul serio. Sento ancora cristiani che dicono: Sì, Gesù ha detto questo o quest’altro, però…, sì però… La nostra vita è piena di però: ma, se, però. E così poniamo le nostre riserve, le nostre condizioni, le nostre paure. Sì però… Quando ero chierico liceale a Venegono inferiore, il nostro Padre spirituale, don Ferdinando Baj, un prete eccezionale, un giorno ci fatto tutta una predica sul “però”. Ancora oggi, passati ormai 60 anni, me la ricordo. Siamo pieni di però, di ma, chissà, forse, e così mettiamo sempre le mani in avanti per paura di cadere, se osiamo troppo. Sì, il Vangelo è il nostro punto di riferimento, però… Gesù talora esagera, il suo Spirito è troppo esigente.

Dona lo Spirito. L’evangelista Giovanni scrive: Gesù, «chinato il capo, consegnò lo spirito». L’espressione può avere un doppio significato: morire, ma anche “donare lo Spirito”. Quindi, Gesù mentre muore fisicamente dona lo Spirito al mondo intero. Ancora. La sera del giorno di Pasqua, Gesù appare ai discepoli e, dopo averli salutati con il dono della pace, soffia su di loro, dicendo: “Ricevete lo Spirito santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Che significa uno Spirito dato per il perdono dei peccati? Commenta don Angelo Casati: «Perché altrimenti non è vita, altrimenti è vivere nell’incubo del peso di un passato, di un passato di ingiustizia. Perdono come sciogliere da tutto ciò che è chiusura, che è disamore, che è indifferenza, da tutto ciò che occupa, da tutto ciò che ci allontana dall’essere umani, per alitare ancora in noi il soffio di una vita libera, appassionata, aperta, solidale, bella, umanamente ricca. Perdono come guardare in avanti. Se no, non è risurrezione, ma proseguimento di opere di morte. E che speranza sarebbe?».

*omelia del 23 aprile 2017: seconda di Pasqua (At 4,8-24; Col 2,8-15; Gv 20,19-31). Fonte: http://www.dongiorgio.it/23/04/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-seconda-di-pasqua/

marzo 20, 2017

VERITÀ COME MOVIMENTO DI RIVELAZIONE DELL’ESSERE

LA MENZOGNA, PROPRIA DEL DEMONIO, RISIEDE NELL’AMORE DI SÈ STESSI. LA VERITÀ CI LIBERA DAL PECCATO

di don Giorgio De Capitani*

Binomi significativi. In particolare nel quarto Vangelo, ci sono diversi binomi che sono come sfaccettature del Mistero divino e del mistero dell’essere umano. Ne elenco alcuni: Logos e incarnazione (prologo); spirito e rinascita (incontro con Nicodemo); acqua e grazia, spirito e verità (incontro con la samaritana); acqua e spirito (festa delle Capanne); cecità e fede (miracolo del cieco nato); morte e vita (miracolo di Lazzaro). Da notare inoltre che questi temi, tra cui alcuni tra loro apparentemente contrastanti (morte e vita, ad esempio), sono sviluppati in contesti del tutto particolari: colloqui di Gesù con eretici (samaritana) o con capi religiosi ortodossi (Nicodemo); miracoli scandalosi per gli ebrei, ligi ad esempio alla legge del sabato (miracolo del cieco nato); duri scontri, ed è il brano di oggi.

Acerrimi nemici. Commenta don Raffaello Ciccone: «Il testo di Giovanni è molto complesso, poiché risente delle grandi polemiche, delle perplessità e dei drammi che portano allo scoperto la responsabilità dei puri e dei colti, l’ambiguità della loro fede, l’ideologia dominante dei perfetti, il rifiuto di mettersi in discussione. Si appoggia su un confronto terribilmente alto: tra Gesù ed Abramo (che qui è ricordato 8 volte). Il testo, così come viene presentato, offre alcune difficoltà interpretative. Tutta la polemica, ad esempio, non coinvolge “quei Giudei che gli avevano creduto” (8, 31). Ma la violenta requisitoria che segue, fino alla fine del capitolo, si rivolge alle autorità giudaiche, ostili a Gesù. È un dialogo terribile tra la rabbia degli interlocutori che si sentono sbugiardati e totalmente in balia della menzogna e Gesù che li affronta a viso aperto. Egli afferma persino che Abramo ha visto il suo tempo e se n’è rallegrato. Deve essere suonata come pazzia pura ma anche lucida e blasfema». Ecco, in questo contesto fortemente polemico, dove volano le accuse più infamanti, troviamo delle perle divine: è proprio il caso di dire che è solo di notte che si vedono le stelle, e più la notte è buia, più le stelle luccicano.

La verità vi farà liberi!” Tutta la violenta diatriba nasce da queste iniziali parole di Gesù. Parole così chiare, lampi così luminosi da squarciare l’ottusità di quegli ebrei, così testardi da credersi nel giusto solo perché fedeli seguaci di un capostipite, Abramo, la cui fede, lungo i secoli, si era dispersa tra i grovigli sempre più inestricabili di leggi e di tradizioni, tenute in vita con la violenza di una religione, che era riuscita perfino ad annullare ogni rispetto per la dignità dell’essere umano, in base al principio vincolante: prima la legge, poi la coscienza. Loro, quei caporioni, si sentivano liberi, solo perché si credevano figli di un antenato, ridotto a puro pretesto per giustificare la loro ottusità religiosa. E Gesù che cosa fa? Rimangia o attenua ciò che ha detto? No. Rincara la dose, accusandoli di essere schiavi del peccato: una parola, peccato, che non poteva lasciare indifferenti coloro che si sentivano puri per privilegio di fede. Loro erano gli eletti, perciò incontaminati! Non erano bastate le batoste di Dio e gli sferzanti rimproveri dei profeti per renderli umili e consapevoli dei loro tradimenti nei riguardi dell’Alleanza divina.

Ex propriis loquiturMa Gesù che cosa intende per peccato? Il peccato, al singolare, è la menzogna che attinge dal proprio io la falsificazione della verità. C’è un’espressione, che i Mistici hanno sempre ritenuto la chiave per capire dove sta l’inganno, quando Gesù dice a proposito del demonio: “Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna”. In latino si legge: “ex propriis loquitur”. L’inganno appartiene alla natura stessa del demonio, è qualcosa che gli è proprio. La menzogna è il suo mondo: appartiene all’ego del demonio. Dunque, le menzogne, al plurale, provengono da un’unica menzogna di fondo, che è quella di parlare “ex propriis”, come Gesù rimprovera a quei giudei, che sono figli del demonio, padre della menzogna, proprio per questo: perché parlano di ciò che è loro proprio: “ex propriis”. In altre parole, dice menzogne chi “ex propriis loquitur”, ovvero chi parla di ciò che deriva dall’amore di se stesso, secondo l’espressione dei Mistici: “amor sui”. La menzogna, dunque, risiede nell’amore del proprio ego; l’ego, secondo i Mistici, è l’ostacolo principale alla verità divina. Là dove c’è l’ego, l’amore del proprio io, non ci può essere verità.

Alètheia” e “Veritas”. È interessante spiegare il significato etimologico della parola “verità”. Dipende, però, se prendiamo il termine greco “a-lètheia” oppure il termine latino “veritas”. Già è indicativo che l’italiano “verità” derivi dal latino “veritas”. Il termine greco “a-lètheia”, che viene dal verbo “lanthano” (significa “sono nascosto”), preceduto dall’alfa privativo, sta a designare ciò che si scopre nel giudizio, ragionando. Il termine latino “veritas” vuol dire “fede” (per cui l’anello nuziale si può dire indifferentemente “fede” o “vera”): fede in un dato di fatto che non si discute. Dunque, la verità secondo il termine greco significa “svelatezza”, disvelamento, rivelazione. Mentre il termine latino “veritas” indica una certa protezione, difesa, custodia di una verità, appellandosi ad una fede cieca, il termine greco “a-lètheia” significa “non-nascondimento dell’essere”: l’essere che viene a galla, si manifesta appunto, man mano si tolgono le varie credenze religiose. Giustamente è stato scritto: la verità come “alètheia” è “un atto dinamico, mai concluso, attraverso cui avviene la confutazione dell’errore e il riconoscimento del falso: non un pensiero statico e definito una volta per tutte, bensì movimento di rivelazione dell’essere”.

Io sonoOra possiamo capire perché Gesù ha detto “Io sono”, togliendo così ogni sovrastruttura, ogni falsa credenza religiosa, smascherando l’ipocrisia di quei caporioni ebrei che tremavano al solo pensiero che Dio si presentasse come l’essere infinito e che perciò il vero credente dovesse adorarlo “in spirito e verità”, come Gesù aveva detto alla samaritana.


*Omelia del 19 marzo 2017; (Es 34,1-10; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59). Fonte: http://www.dongiorgio.it/19/03/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-terza-di-quaresima/

febbraio 6, 2017

CHE COSA È LA NON VIOLENZA CRISTIANA: TRE PUNTI CRUCIALI

UNA NUOVA SOCIETÀ, CON LA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI; UN NUOVO METODO, CON LA FIDUCIA NELLE PERSONE ANZICHÈ NELLE ARMI; SPEZZARE LA CONCATENAZIONE DELLE VIOLENZE SEGUENDO L’INSEGNAMENTO DELLE BEATITUDINI

di Antonino Drago Intervento nella veglia di preghiera per 50° Giornata Mondiale della Pace – Diocesi di Pisa 27 gennaio 2017; fonte: http://serenoregis.org/2017/01/31/che-cosa-e-la-non-violenza-cristiana-tre-punti-cruciali-antonino-drago/

1) Nuova società da perseguire. Lanza del Vasto nel 1928 si è laureato alla università di Pisa e poi è andato in India dove è stato discepolo di Gandhi. Quando è tornato in Europa ha fondato comunità che cercano di realizzare la non violenza sotto tutti gli aspetti della vita sociale; e anche nella vita intellettuale ha fondato una teoria della non violenza. Queste sue fondazioni indicano un punto cruciale della non violenza; essa vuole costruire non solo nuovi rapporti umani, più gradevoli, ma anche una nuova società. Anche Papa Francesco lo dice nel titolo della 50° Giornata mondiale per la Pace: la non violenza è lo “stile di una politica per fare la pace”. Per dare l’esempio di questo nuovo stile, egli, nel chiedere agli Stati la “proibizione e abolizione delle armi nucleari (che minacciano il suicidio della intera umanità), per la prima volta non ha posto condizioni (quindi non ha più aggiunto la gradualità, o il consenso di tutte le superpotenze). Cioè, sin da ora: mai più armi nucleari! Con questo atto il Papa chiede di cambiare la politica dei Paesi cristiani, che purtroppo nel passato sono stati i primi a inventare le armi nucleari come obiettivo massimo della loro corsa ad armi sempre più catastrofiche. Con questo suo appello incondizionato egli prepara nel migliore dei modi le due conferenze mondiali ONU che quest’anno programmeranno il disarmo nucleare.

Rivoluzione dalla cultura indiana. Ma, si risponde, oggi c’è una continuità completa di armi che vanno dal coltello alla bomba nucleare; non esiste un gradino su cui arrestare la corsa agli armamenti; sempre verranno inventate nuove armi di ogni genere; col disarmo nucleare resterà sempre qualcuno che ha più armi degli altri. Come potremo reagire noi popolo? Qui c’è l’esempio di quell’omino indiano laico, di nome Gandhi; il quale davanti alle armi dell’impero coloniale britannico ha agito così efficacemente col suo popolo che è stato chiamato Mahatma, grande anima. Come racconta Lanza del Vasto: “Nella Storia, gli disse uno dei suoi interlocutori intorno al 1934, mai un popolo si è liberato dai suoi oppressori senza prendere le armi. Ebbene – Gandhi rispose con semplicità – noi scriveremo una nuova Storia. Dodici anni dopo era scritta e fatta.” Per la prima volta un popolo, quello indiano, ha ottenuto la indipendenza nazionale senza armi. E che popolo! Era il 10% della intera umanità di allora. E che oppressore! Era il massimo impero coloniale di tutti i tempi, che con le sue potentissime armi dominava quasi la metà della superficie terrestre. La parola chiave che ha ispirato le azioni di Gandhi è stata appunto “non violenza”. E’ la stessa parola che nel 1989 ha ispirato tutti i popoli che (a cominciare dalla cattolica Polonia col movimento Solidarnosc) si sono liberati da dittature che sembravano inamovibili, indifferenti anche ad una solenne scomunica. Papa Giovanni Paolo II lo ha subito notato, nel 1991: quelle liberazioni sono avvenute grazie “all’impegno non violento di uomini che hanno saputo ritrovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità.” Papa Francesco ha aggiunto: “Ne è nato un cambiamento epocale nella vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati.” Oggi, per rispondere alla storia che mette davanti all’umanità la vita o la morte nucleare, la risposta spiritualmente realistica e concreta è una conversione storica: sviluppare una vita non violenta invece che preparare la morte nucleare. Ecco per quale ragione oggi riflettiamo su una parola nuova, che non appartiene alla cultura ebraica e nemmeno a quella greco romana, ma a quella indiana: non violenza.

2) Nuovo metodo da adottare. Ma che cosa ha di nuovo la non violenza gandhiana? Qui c’è un secondo punto cruciale. Essa non è una cosa, né un’idea assoluta, né solo un sentimento; né è una tecnica (come sostengono i laicisti occidentali); ma è l’indicazione di un nuovo metodo. Essa indica che è bene evitare la violenza perché questa è negativa, porta a conseguenze catastrofiche. Perciò: “Agisci come meglio credi, ma non fare violenza all’altro.” E’ da notare che se si agisce così, allora si applica anche il consiglio del Padreterno: “Non uccidere”; e non solo in tempo di pace e nei soli rapporti personali, ma sempre! Non si può uccidere e pensare di amare l’altro. Lanza del Vasto ha scritto che quel consiglio “è stato scolpito sulla pietra proprio affinché non ci si aggiungessero note al margine, limitazioni di comodo, eccezioni da sfruttare.” Inoltre è da notare che quando in un conflitto si vuole evitare la violenza, occorre porre la propria fiducia non più sulle armi, ma sull’altra persona, chiunque egli sia; cioè, occorre avere verso di lui un atteggiamento di condivisione, di empatia, di fraternità, di amore. Questo è proprio l’insegnamento di Cristo: “Amate [anche] i vostri nemici”. La non violenza finalmente dà il metodo per applicarlo.

3) Le Beatitudini. Ma allora, quando fossimo dentro un conflitto che cosa ci succederà? E quando scoppiasse una guerra? Le azioni non violente di Gandhi, di M.L.King, dei popoli che nel 1989 si sono liberati da pesantissime dittature hanno chiarito che sì, per riuscire ad amare con intelligenza il nemico c’è da sopportare un volume di sofferenza che alle volte è molto grande; ma, si noti, è la minima sofferenza che è necessaria per risolvere il conflitto; perché, quando è accettata dall’inizio, spezza la concatenazione delle violenze e ci aiuta a capire meglio l’altro. Ricordiamo che anche Gesù, come ebreo, aveva di fronte un gigantesco esercito, quello dell’impero romano; egli ci ha insegnato che colui che vuole seguirlo nel suo conflitto con il mondo deve seguire la via della croce e della resurrezione; e quindi andrà a unire sofferenze con liberazioni così come indicano le Beatitudini. Qui la non violenza ci fa scoprire un terzo punto cruciale: come noi intendiamo il nostro Cristianesimo. A molti cristiani del passato le Beatitudini sono sembrate un invito ad accettare passivamente, da stupidi, un malvagio che si sfoga con piacere sui poveri, sui deboli, sui miti. Invece esse indicano che la accettazione della sofferenza fa giungere gradualmente alla soluzione di un conflitto; cioè fa fare tanta attenzione alla crescita della propria vita interiore (anche se c’è da sopportare un proprio danno) da scoprire le proposte d’amore da indirizzare alla vita interiore dell’altro, tanto da portarlo ad un accordo; proprio come fa una madre verso un figlio intemerato e irriconoscente. Infatti se guardiamo bene le Beatitudini vediamo che le prime quattro sono per lo più di tipo sopportativo ed esplorativo, perché spesso capita che non ci è chiaro da subito come reagire al male con la nostra vita interiore; poi le altre quattro sono per lo più di tipo attivo, a partire dall’avere misericordia verso la persona schiacciata dalla società, fino ad impegnarsi a fare la pace nei conflitti degli altri e infine lottare per la giustizia per tutti, anche al costo di suscitare reazioni negative. Pure ciò che promette Gesù ha un crescendo: prima promette che alla lunga il cristiano verrà liberato dalle sofferenze sopportate; poi promette di dargli occhi per vedere Dio (anche in uno sconosciuto) e infine di farsi chiamare dall’altro figlio di Dio nel realizzare con un accordo cooperativo il regno dei Cieli. Avendo coscienza di questo cammino, la sofferenza necessaria per sciogliere un conflitto può essere accettata con gioia e con pienezza d’animo, specie dopo aver fatto la comunione con proprio il corpo e il sangue di Gesù, cioè di colui che ha risolto con questo metodo non violento i peccati-conflitti del mondo.

E’ con gioia allora che noi cristiani cattolici accogliamo il metodo non violento, di cui in Italia ha dato un luminoso esempio il vescovo don Tonino Bello, già presidente di Pax Christi. Quel metodo ci riporta alla caratteristica del nostro cristianesimo, l’amore per i nemici. Inoltre questo metodo, come ha detto papa Francesco il 13 dicembre scorso, può essere partecipato dai credenti di tutte le religioni e anche dai non credenti. Infine esso porta ad un nuovo stile politico, quello che affronta i problemi del mondo non con le armi, ma con azioni non violente compiute da movimenti dal basso (che, grazie a Dio, oggi nel mondo sono tanti, come dimostrano le assemblee dei movimenti per la giustizia promossi da Papa Francesco).

 

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