Brianzecum

dicembre 12, 2018

L’ITALIA NON C’È

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QUELLO CHE HA SAPUTO FARE LA VECCHIA CASTA A CONFRONTO CON L’ATTUALE INSUSSISTENZA
(di Raniero La Valle) Newsletter n. 125 dell’11 dicembre 2018 notizieda@chiesadituttichiesadeipoveri.it https://mail.google.com/mail/u/0/?tab=wm&pli=1#inbox/FMfcgxvzMBmqpbDWwtkhLMnCbsBZHHXx

MERITI DELLA CASTA. Quando la famigerata “casta” dei politici governava il Paese, l’Italia uscita a pezzi dalla guerra era completamente in mano alla NATO e agli Stati Uniti e vigilata dagli alleati europei più di quanto non lo sia oggi nell’Unione Europea. Eppure l’Italia grazie a uomini come De Gasperi, Mattei, Moro, Fanfani e perfino Andreotti, riuscì a fare una politica estera con alti margini di indipendenza e a modificare gli equilibri politici nel Mediterraneo; Mattei ruppe il monopolio delle “Sette Sorelle” petrolifere che si mangiavano tutti i profitti del petrolio arabo, restituì l’indipendenza all’Iran dello Scià e aprì la stagione del risveglio dei popoli arabi; Fanfani e La Pira (e Lercaro a Bologna) misero in crisi l’omertà nei confronti della guerra americana nel Vietnam e concorsero a liberare la coscienza dei giovani che approdarono al ’68 “antimperialista” e al pacifismo; Moro negoziò con i palestinesi l’immunità dell’Italia dalle operazioni violente irredentiste e terroriste della resistenza palestinese mentre l’Italia, restando in perfetta lealtà con Israele, riconosceva di fatto lo Stato di Palestina e gli faceva aprire un’ambasciata a Roma; Craxi affrontò gli americani a Sigonella in nome della sovranità italiana e del diritto internazionale; Andreotti fece una politica mediterranea di pace giungendo a proporre al collega francese, su sollecitazione di un Convegno internazionale svoltosi a Montecitorio, un ingresso simultaneo di Israele e della Palestina nell’Unione Europea, cosa che avrebbe posto termine a quel disperato e mai più risolto conflitto; e con Berlinguer l’intera cultura politica italiana concepì una conciliazione degli opposti che, con l’eurocomunismo e “il caso italiano”, avrebbe potuto aprire una stagione del tutto nuova nei rapporti mondiali alla caduta del muro di Berlino. Naturalmente l’Italia pagò dei costi, e se ne pagano ancora: le basi militari americane da nord a sud del Paese, i missili nucleari in Sicilia, Gladio, la scellerata partecipazione alla guerra del Golfo e poi a quella jugoslava, e ci fu chi pagò con la vita, Mattei, Moro, vittime sacrificali, e anche Berlinguer percosso (“ictus”) dalla sua passione morale e politica.

IRREALTÀ. Adesso, proprio quando si pretende che sia “prima l’Italia”, l’Italia non c’è. Non c’è tra i firmatari del Trattato dell’ONU per la interdizione delle armi nucleari, non c’è più con l’operazione “Mare nostrum” e ormai neppure con le ONG per salvare i naufraghi nel Mediterraneo, non si è ricordata il 10 dicembre del settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, non c’era a Marrakech quel giorno per la firma del patto mondiale contro la rottamazione e il bruciore della Terra, né si è ricordata dei genocidi in corso, quello dei Rohingya laggiù e dei migranti qui sulle vie di fuga dalla Libia e dagli altri inferni provocati da noi. Né si dica che ciò è a causa del populismo che governa l’Italia. Non è il populismo, che è il modo spregiativo per dire “popolo”, ma l’irrealtà che oggi governa l’Italia e la rappresenta sui media, il popolo non vuole affatto la guerra nucleare né la distruzione della Terra, né lo straripamento delle acque, né i naufraghi ributtati in mare o nelle loro prigioni, né i genocidi comunque camuffati. Ma se il verbo rimesso in auge e veicolato nella cultura comune è di nuovo quello dei ghetti e del razzismo, è facile che dal popolo sgusci qualche mentecatto che svelle le “pietre d’inciampo” incastonate contro l’antisemitismo nelle strade di Roma. Intanto Amnesty International pubblica il suo rapporto 2017-2018 in cui si documentano tutte le violazioni dei diritti umani di cui la Repubblica italiana già nel 2017, governando Gentiloni, si era resa colpevole. La speranza è pertanto che l’Italia ritorni.

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novembre 4, 2018

ESCLUSIONE E INCLUSIONE

LO “SCANDALO” DEL VANGELO INCLUSIVISTA, CHE SI OPPONE AL NOSTRO RAZZISMO LATENTE E MENTALITÀ ESCLUSIVISTA
di don Giorgio De Capitani, omelia del 4 novembre 2018: seconda dopo la Dedicazione (Is 56,3-7; Ef 2,11-22; Lc 14,1a.15-24). Fonte: http://www.dongiorgio.it/04/11/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-seconda-dopo-la-dedicazione/

CONCEZIONI PERFEZIONISTE. Vorrei partire da una parola che troviamo nel secondo brano della Messa di oggi, quando l’apostolo Paolo parla dei pagani “esclusi dalla cittadinanza d’Israele”. Dunque, esclusione; da qui il suo contrario, “inclusione”. Ecco, mi sembra che questi due termini, esclusione e inclusione, siano il tema dominante dei tre brani proposti dalla Liturgia della Parola, e rappresentino le problematiche delle società e delle religioni, di sempre: di ieri e anche di oggi. Proviamo a riflettere seriamente, con onestà intellettuale. Chiediamoci, anzitutto: non è forse vero che l’esclusione e l’inclusione abbiano da sempre rappresentato, per il cittadino sia e il credente, un problema e un dramma per la loro salvezza? Quando parlo di salvezza, parlo di libertà, di giustizia, e, all’opposto, di emarginazione e di repressione. Ognuno di noi ha provato nella sua esistenza, sulla sua pelle e nell’anima, qualche momento di sofferenza per essere stato escluso in qualcosa di essenziale, subendo ingiustizie e sentendosi privato di una certa libertà d’azione. Ma, al di là dei fatti personali, che in ogni caso non si possono dimenticare, nei tre brani si parla soprattutto di realtà ben più vaste: esclusione di categorie di persone, di razze, di culture; si parla addirittura di popoli, per non parlare di continenti. La storia ci insegna che anche le civiltà più progredite del passato erano fondate su concezioni “perfezioniste”, e perciò esclusiviste, del genere umano, inteso anche nella sua realtà fisica e psichica, per cui chi non rientrava in un certo ordine di “perfezione” (stabilita da quale potere e in nome di chi?) era, anche per legge, escluso dal convivere sociale e religioso. Appena sento i termini “perfezionismo”, “ordine”, “disciplina”, “adeguamento” alla struttura, “integrazione” nel senso di “omologazione”, beh, mi sento morire dentro. La società viene ancora oggi vista come una grande macchina, dove ogni pezzo, ogni elemento, sia fisico che mentale, un oggetto o l’essere umano, deve funzionare secondo i ritmi imposti dalla produttività, che viene chiamata “progresso”. Per ciò, ogni pezzo difettoso, ogni rallentamento, ogni inghippo viene scartato, eliminato, anche distrutto.

GESÙ APRE AGLI ESCLUSI. Basterebbe pensare a ciò che ancora ai tempi di Cristo succedeva a proposito dei lebbrosi, di quanti avevano un handicap fisico e psichico (ciechi, sordi, zoppi, ecc.), dei bambini che nascevano con qualche deformazione fisica. Senza arrivare a pensare ai difetti fisici e psichici, come erano considerati i bambini in quanto bambini e le donne in quanto donne? Sappiamo l’atteggiamento di inclusione di Gesù nei riguardi dei lebbrosi, dei ciechi, dei sordi, degli zoppi, dei bambini e delle donne. D’altronde, già il profeta Isaia aveva predetto un Messia che avrebbe aperto gli occhi ai ciechi e schiuso gli orecchi ai sordi, avrebbe fatto saltare come un cervo gli zoppi. Ed è alle parole di Isaia che Gesù si riferisce quando il Battista, che era in carcere, invia alcuni discepoli chiedendo a Gesù se fosse lui il Messia, ed egli risponde: «Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,2,5). Attenzione: ora arriva il bello. Gesù conclude dicendo: «E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Dunque, lo scandalo starebbe nel fatto che Gesù avrebbe aperto le porte agli esclusi, condannando perciò l’esclusione. Non è questo lo scandalo di oggi di tanti, troppi credenti che non accettano l’inclusione di coloro che vorrebbero un mondo aperto all’Umanità? Da notare che questi credenti vengono a Messa come se niente fosse, magari si nutrono di Cristo, come se Cristo avesse detto: all’inferno gli esclusi, gli ultimi, i poveri, i derelitti! Forse qualcosa non va, e non va perché abbiamo fatto della nostra mentalità esclusivista e del vangelo inclusivista una tale commistura da neppure renderci conto di quanto siamo fuori strada. Forse è inutile insistere, dal momento che viviamo in un momento storico particolarmente confuso e disordinato, per cui a prevalere e a dettare leggi è una mentalità borghesemente individualista per non dire egoista, che frantuma ogni diritto umano, ogni possibilità di un futuro migliore. E tutto in funzione di un falso benessere che include i soliti privilegiati ed esclude i soliti disgraziati.

IDEOLOGIA RAZZISTA. Qualcuno anni fa parlava di razza pura, oggi si parla ancora della supremazia o della difesa della razza bianca, dimostrando così di essere figli o nipotini di Hitler, la cui tracotanza lo ha portato alla rovina. Come tutti sappiamo. E non solo lui è caduto pancia a terra, anche il nostro Benito Mussolini. Sì, è sempre questione di un falso e deleterio concetto di razza, ovvero di una ideologia razzista che esclude altre razze, ritenute imperfette, scadenti, inferiori. Ma come si può sostenere che esistano altre razze, se è vero che esiste solo la razza umana? Tutti apparteniamo alla stessa Umanità. Ma che democrazia è mai quella fondata sulla esclusione di esseri umani, che non credo siano nati, nel disegno divino, da razze diverse in gara per escludersi a vicenda? Gesù Cristo è venuto per dirci che tutti gli esseri sono uguali, proprio perché nell’essere interiore di ciascuno è presente lo stesso Dio, padre di tutti. Non ci sono figli minori e figli maggiori, o figli di un dio maggiore e figli di un dio minore.

SPIRITI LIBERI. Infine (solo un brevissimo accenno), l’esclusione e l’inclusione rappresentano un vero problema, quando si tratta della libertà dello spirito interiore. E qui, il potere politico e il potere religioso hanno sempre costituito una violenza escludente. L’esclusione sembra anzitutto la condanna a morte degli spiriti liberi. Eppure, proprio gli spiriti liberi avrebbero potuto, se considerati e valutati, dare allo Stato e alla Chiesa un futuro diverso. E se siamo qui, oggi, costretti a vivere in una sociale “bestiale”, è perché sono stati esclusi gli spiriti liberi, la loro fede nel mondo interiore. Ancora oggi fanno paura. E il mondo non potrà migliorare escludendo il mondo “migliore”.

agosto 26, 2018

NON CAVALCARE LE PAURE

IL VANGELO INSEGNA A NON STRUMENTALIZZARE LA PAURA E A PERSEGUIRE LA LIBERTÀ DEI RESISTENTI

di Angelo Casati, omelia del 26 agosto 2018

MARTIRIO. Questa domenica è in vista della memoria di un martirio, quello di San Giovanni Battista che ricorrerà tra pochi giorni. L’ombra del martirio è drammaticamente evocata anche dalla lunga lettura tratta dal libro dei Maccabei, dove le parole di Gesù: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima” sembrano anticipate, nel tempo, dall’esempio di questa madre, madre di sette figli, che – dopo che di figli gliene hanno uccisi a motivo della fede sei – esorta l’ultimo a non rinnegare la fede dei padri. E l’ultimo, il più giovane, resiste al sovrano, con la sua fede limpida ma anche con la fierezza di chi non tace davanti all’oppressore. Io – ve lo confesso – leggevo il racconto e mi sentivo piccolo. Dentro di me riaffiorava a ondate una domanda. Mi chiedevo: “Ma io, in un’occasione simile, sarei stato capace di questo, capace di tanto? Oggi ne sarei capace?”. Ho molti dubbi. E poi – perdonate la connessione dei pensieri – il numero sette, sette figli, mi chiamava alla memoria un papà, anche lui sette figli – sette gliene avevano ammazzati nei giorni della resistenza – il papà Cervi. Alla fine riprese l’aratro e ritornò ai campi. “A raccolto distrutto, / uno nuovo se ne prepari” disse.

NON ABBIATE PAURA. Ritorno ai figli, alla madre, al padre, per farvi notare che queste parole di Gesù, “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”, parole, che, a un primo impatto, potrebbero quasi sembrare una sfida improponibile agli umani, sono diventate storia, storie limpide di uomini e donne lungo i tempi, uomini e donne in cui la paura non ha vinto. Raccogliamo le loro parole come un testamento, quasi un lascito, a dire a noi, oggi, che alla disumanità – perché di disumanità si tratta! – risposta non è il silenzio, non è la pavidità, non è l’acquiescenza, è la voce, è il coraggio, è la ribellione. Ricordo alcune delle parole che raccolse padre David Maria Turoldo, evocando la testimonianza di condannati a morte della resistenza. Così le annotava e senti bussare la commozione al leggerle:

Un altro che diceva: “mi hanno
messo in catene
ma il mio cuore è libero
di sperare di credere:
se domani muoio
slegatemi i piedi…”;

E un altro: “muoio
giovane, molto
giovane,
ma non mi uccideranno,
mi faranno vivere
per sempre”;

E un altro: “tutti voi a casa
Inginocchiatevi all’alba”,
e un altro: “ ricordatemi
con una parola sommessa
e senza rancore”;
e un altro:” alle sei
avremo la messa
poi la comunione,
poi la partenza”…

L’UOMO VALE. Perdonate se oggi mi sto fermando su queste parole di Gesù: “Non abbiate paura…”. Perché sono parole che, come abbiamo visto, hanno creato nel tempo donne e uomini liberi. Che hanno sfidato persecutori e morte. Con una certezza indubitabile in molti di loro. Quella che risuonava nelle parole di Gesù che racconta di un Dio per il quale tu conti, comunque tu conti: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!”. Dunque tu vali, proprio tu. Tu vali, per Dio. E non devi essere chissà chi per contare per Dio! Gesù prende ad esempio gli ultimi degli uccelli, quelli che si vendono per un soldo. Puoi essere fragile come un vaso di creta, ma in te opera la potenza di Dio. Pensate alla sfida custodita in queste parole di Paolo che oggi abbiamo ascoltato: “Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi”. E dunque “non abbiate paura”: continuo su queste parole e su queste parole vorrei finire.

NOVITÀ DI GESÙ. Gesù sta preparando i discepoli alla loro missione, e dopo aver parlato della mitezza e della sobrietà che li dovranno contraddistinguere nel mondo, non tiene nascoste loro difficoltà e opposizioni che potranno trovare lungo il cammino. Non vuole nascondere i giorni in cui il loro cuore sarà sorpreso da paura. E’ umano che sia così. E’ umano che a volte, anche oggi, ci prenda paura. Ma dove sta la novità di Gesù, del suo messaggio, del vangelo? La novità del rabbi di Nazaret è che Gesù non cavalca le paure, libera il cuore dalle paure.

LIBERTÀ DEI RESISTENTI. Ai suoi tempi, ma non solo ai suoi, autorità politiche e religiose, cavalcando la paura, tenevano assoggettato il popolo: legavano a sé, al potere la gente. Non sempre indugiamo a pensare come paura e schiavitù siano in stretta connessione e come una paura abilmente astutamente orchestrata faccia il successo e la fortuna di chi vuole strumentalizzare, a se stesso e ai propri fini, una società. Il vangelo è percorso dall’inizio alla fine – e dovremmo chiederci perché – da questo insistente richiamo: ”non temete… non abbiate paura”. Perché il vangelo è per la libertà, la libertà dei resistenti. Non sei dunque donna o uomo del vangelo se cavalchi la paura. Lo sei se liberi dalla paura. E’ la vittoria della fede sulle paure che ci rende liberi e resistenti. Non schiavi, ma donne e uomini del futuro. Ci slega i piedi. “Se domani muoio, slegatemi i piedi”.

agosto 13, 2018

LIBERTÀ UTOPICA FUORI DALL’INTERIORITÀ

LA GRAZIA CHE GUIDA LA STORIA E SI FA GIOCO DEI POTENTI
di don Giorgio De Capitani, Omelia del 12 agosto 2018, letture: Ger 25,1-13; Rm 11,25-32; Mt 10,5b-15. Fonte: http://www.dongiorgio.it/12/08/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-dodicesima-dopo-pentecoste/

LA LEGGE DEL KARMA, O DELLE CAUSE E DEGLI EFFETTI. Queste prime riflessioni mi sono nate leggendo il primo brano della Messa (Ger 25,1-13). C’è una parola, che talora sentiamo nominare, ed è “karma”: deriva dalla radice del verbo sanscrito Kr che significa: fare, produrre, agire, dunque azione, spinta dalla volontà, in relazione al principio di causa ed effetto. Dire karma e dire legge causa-effetto sono la stessa cosa. In sintesi: ogni evento è l’effetto di una causa che l’ha prodotto, e a sua volta un evento è causa di altri effetti, e così via. Sarebbe davvero interessante approfondire questa legge che fa parte della storia umana. La storia umana è un intreccio di cause ed effetti, per cui possiamo parlare di “inter-dipendenza”: nulla esiste in modo indipendente, ossia tutto ciò che esiste si relaziona con ciò che c’è intorno. Ne deriva che nel momento in cui noi compiamo un’azione, facciamo una scelta, o pronunciamo una parola, tutto ciò non finisce nell’istante, ma il nostro “fare” è come un eco che si propaga nella valle, ha un seguito, un effetto domino.

INTERDIPENDENZA. Dunque: non c’è nulla che viene fatto e finisce nell’azione stessa, ma ogni azione va a relazionarsi con altri effetti, e tutto ciò avviene su diversi livelli, inclusi i pensieri. Un’unica parola ha un’influenza incredibile sul mondo esterno. Faccio un esempio: io dico una cosa, questa cosa viene ascoltata da una persona e andrà ad influenzare un’azione successiva della stessa persona e quest’azione, a sua volta, scatenerà molteplici altre azioni. Questa è inter-dipendenza. Dico di più. Anche il non fare è comunque un fare; non facendo qualcosa stiamo comunque facendo qualcosa. Ad esempio, il non prendere una decisione è come prendere una decisione, è una scelta che facciamo, un’azione appunto. Quindi è bene sottolineare che noi non siamo mai liberi dalle azioni, agiamo costantemente, con i pensieri, con le parole e con il fare. Tutto ciò ci porta ad una prima comprensione di cosa sia il karma, in quanto tutte queste nostre azioni non finiscono in loro stesse, e quello che accade è che noi siamo i responsabili delle nostre azioni. Siamo noi i responsabili delle nostre azioni, o, se preferite, siamo noi che causiamo i nostri risultati, buoni o cattivi che siano.

GLI INTERVENTI DIRETTI DI DIO. Leggendo la Bibbia, e anche il primo brano della Messa, si ha l’impressione che Dio agisca direttamente sulla storia umana, anche con interventi eccezionali. È vero che gli esegeti ci avvertono che è un modo di dire semitico (ma allargherei il discorso anche alle altre religioni) per cui non è che sia Dio a intervenire direttamente, ma quella legge della storia per cui, come dicevo all’inizio, ogni evento ha le sue cause e i suoi effetti. Far intervenire direttamente Dio, come fa la Bibbia, dietro la giustificazione dell’Alleanza da far rispettare è una concezione religiosa o teologica della storia, che può avere le sue ragioni profonde. Se è vero che la storia è un insieme interdipendente di cause ed effetti, il credente va oltre: al di là di tutto, egli vede una presenza divina, che può assumere anche il nome di giustizia, secondo cui c’è una legge superiore che, nonostante tutto, guida la storia. Possiamo anche dare un nome particolare a questa presenza divina, ed è grazia. Già il nome rimanda a un mondo di gratuità, perciò di non necessità, come può essere la legge delle cause e degli effetti. Ecco, la grazia può interrompere la catena meccanica o, meglio, attenzione!, è la grazia che condiziona la catena meccanica delle cause e degli effetti.

IRONIA. Sarebbe anche interessante rilevare l’aspetto ironico presente negli scritti dei profeti. Come se Dio si prendesse gioco degli intrighi dei potenti. E che dire dell’ironia presente nel quarto vangelo? Giovanni non presenta mai Gesù vittima degli eventi, ma come il vero regista, anche nei momenti più drammatici: le vittime sono gli autori del male, e vengono ironizzati. Questi sono i veri sconfitti. Proprio quando si sentono all’apice del successo, cadono sfracellati al suolo. E qui si pone una domanda cruciale:

SIAMO VERAMENTE LIBERI? In altre parole, da soli ce la facciamo a uscire dalla legge inesorabile, meccanica, di necessità, dell’intreccio cause ed effetti, senza perciò la grazia divina? Partiamo da una constatazione di carattere storico: i periodi di schiavitù di un popolo sono più numerosi dei periodi di libertà, e i periodi di libertà sono per lo più apparenti. Libertà e schiavitù sono da intendere non solo dal punto di vista politico. La vera schiavitù è quella del tipo spirituale, quella cioè che riguarda il nostro mondo interiore. Dico di più. Non c’è nessuno, e perciò nessun essere umano che conosca in realtà l’esperienza di un’autentica e radicale libertà. Anche i cosiddetti “spiriti liberi” sono rari, per non dire rarissimi, per non dire irreali.

LA LIBERTÀ È PURA UTOPIA: non facciamo che sperimentare ogni istante l’amarezza della schiavitù, che è quell’insieme dei vari complessi condizionamenti, che provengono da qualsiasi parte, in quanto credenti e non credenti. E qui dobbiamo dire una cosa: la Bibbia sembra presentare un Dio che castiga, come se la punizione fosse la strada migliore per condurre un popolo verso la libertà. La libertà proviene dal nostro essere interiore, ed è qui, nella nostra interiorità, che si gioca la nostra esistenza, e il futuro dell’umanità. Ed è qui che possiamo trovare la fonte della libertà, che è lo Spirito divino o grazia. A parte il mondo politico che ha della libertà una concezione miope e grottesca, anche la religione fa della libertà una questione morale, comportamentale, dimenticando che il vero Dio che parla nello Spirito l’abbiamo dentro di noi, ed è nel nostro essere interiore che si svolge la lotta tra il bene e il male. Non si pretende che la politica faccia il salto di qualità, dall’esteriorità all’interiorità, ma non si può accettare l’alienazione di una religione che non fa che parlare di morale comportamentale, dimenticando in toto o quasi l’interiorità dell’essere umano. Come alieni, ovvero come esseri umani alle prese con la nostra carnalità, saremo sempre vittime della schiavitù di ogni tipo: in tal modo, sarebbe assurdo comprendere che cosa sia l’essenza o il valore della libertà.

luglio 31, 2018

NON SI PUÒ ESSERE CRISTIANI E NAZIONALISTI

LO AFFERMA IL CARDINALE MARX, INDICANDO LA CROCE COME SIMBOLO DI PARI DIGNITÀ E IL POPULISMO COME UNA CONSEGUENZA DIABOLICA DEL VEDERE L’ALTRO COME NEMICO
di Iacopo Scaramuzzi in “La Stampa Vatican Insider” del 20 luglio 2018

EUROPA PER UN MONDO MIGLIORE. «Non si può essere al tempo stesso nazionalisti e cattolici». Lo afferma il cardinale Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca, in una intervista al giornale tedesco Die Zeit nella quale parla di migranti, del futuro dell’Europa, del populismo e del diavolo. «Come cristiani, siamo sia patrioti sia cittadini del mondo», afferma l’arcivescovo di Monaco di Baviera. «È vero, in politica la tendenza attuale è per il nazionale, l’autoaffermazione. Ma questo è un modo di guardare le cose che non è il nostro: mantenere la prosperità che si suppone sia minacciata da fuori. L’Europa non deve diventare una fortezza, questa è sempre stata la nostra convinzione. La penso come Jean Monnet: l’Europa dovrebbe essere un contributo per un mondo migliore. Creativo, aperto e curioso». Per il cardinale Marx, «da troppo tempo non ci rendiamo conto che siamo un paese di immigrazione.

SCREMARE GLI IMMIGRATI? Abbiamo bisogno di un dibattito ampio su una legge sull’immigrazione. Ma non sarebbe equo se volessimo semplicemente “scremare” gli immigrati per accogliere solo ingegneri e specialisti informatici da altri Paesi. Le questioni della politica di sviluppo, della partecipazione e delle pari opportunità devono essere strettamente collegate al tema dell’immigrazione». Per il cardinale Marx l’attuale grande coalizione al governo in Germania (i cristianodemocratici insieme ai socialdemocratici) sarebbe in grado di sostenere un tale compito, ma nell’intervista il porporato non evita di affrontare il tema dei rapporti non facili con la Csu, partito cristianodemocratico della Baviera fratello della Cdu di Angela Merkel. Se il ministro presidente bavarese Markus Soeder ha parlato di «turismo del diritto d’asilo», per il porporato l’espressione «suona come se si trattasse di persone in vacanza. Molti rischiano la vita, molti muoiono per strada».

MANCANZA DI EMPATIA. E Marx non ha apprezzato neppure l’annuncio del ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, di espellere 69 migranti nel giorno del suo 69esimo compleanno: «Evidenziare una simile connessione è fortemente inappropriata ed ha giustamente indignato molte persone», afferma il cardinale, che sottolinea come «respingere chi non ha diritto d’asilo può essere necessario, ma anche per loro abbiamo una responsabilità, che inizia con il linguaggio. Parliamo di persone che hanno la nostra stessa dignità. Nel dibattito complessivo noto una mancanza di empatia. Se ne parla come se fossero solo numeri o una diffusa minaccia anonima». Quanto alla recente polemica con il Governo bavarese sull’esposizione del crocifisso, «io – chiarisce Marx – sono a favore del crocifisso nei luoghi pubblici. Ho criticato la motivazione addotta e il modo utilizzato.

CROCE: PARI DIGNITÀ. La croce non è un simbolo di demarcazione che può essere usato con finalità tattiche o messe in scena politiche. Sarebbe stato meglio parlare prima con tutti i gruppi della società, compresi gli atei o i rappresentanti di altre religioni, in modo che comprendessero il senso del crocifisso e che è un segno che può unire e riconoscere la dignità di tutti gli esseri umani». Il cardinale non ritiene però che la Csu sia andata a destra mentre la Chiesa va a sinistra: «Non adotterei lo schema di destra e sinistra. Ma dagli anni ’60 e ’70 la Chiesa cattolica pensa in modo più globale. La consapevolezza della Chiesa in Germania è da allora sostanzialmente determinata dalla nostra responsabilità nei confronti del mondo, anche come conseguenza del nostro impegno sociale in molti Paesi. Il sistema capillare della Chiesa cattolica raggiunge in profondità le ferite del mondo, in particolare attraverso i nostri ordini religiosi e le nostre associazioni caritatevoli».

PAURA E POPULISMO. In Germania e nel resto d’Europa, però, si afferma il populismo. Perché questa sensibilità politica rappresenta una tentazione così forte? «Il nemico della natura umana – risponde Marx – è il diavolo, afferma Sant’Ignazio di Loyola, perché ci fa vedere l’altro come il nemico. Questo è anche l’effetto del populismo. Prima cerca di spaventarci, poi arrivano la sfiducia, l’invidia, l’inimicizia e l’odio e, infine, è possibile che arrivino anche la violenza e la guerra». E invece «l’essere umano è per natura solidale e pronto ad aiutare gli altri. Ma quando è vulnerabile, la paura offusca i suoi sensi. Non a caso la Bibbia dice “non abbiate paura!”. Questo è un messaggio che si può adottare anche in politica»

luglio 24, 2018

MIGRANTI: DALLA PAURA ALL’ACCOGLIENZA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 8:56 pm

LA POSIZIONE DEI VESCOVI ITALIANI
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Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci.
Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace.
Come Pastori della Chiesa non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto.
Animati dal Vangelo di Gesù Cristo continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare.
Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata.

La Presidenza
della Conferenza Episcopale Italiana

Roma, 19 luglio 2018

luglio 2, 2018

PERSEGUIRE LA LIBERTÀ INTERIORE

CONTRO RAZZISMO E DISUMANITÀ DILAGANTI È NECESSARIO UN LAVORO EDUCATIVO UNITARIO E PROFONDO
omelia di don Giorgio De Capitani del 1 luglio 2018: sesta dopo pentecoste (Es 3,1-15; 1Cor 2,1-7; Mt 11,27-30); fonte: http://www.dongiorgio.it/01/07/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-sesta-dopo-pentecoste

Dio incarica Mosè. Partiamo dal primo brano della Messa. È il racconto di uno dei più famosi episodi dell’Antico Testamento: Dio incarica Mosè di mettersi a capo del popolo ebraico per liberarlo dalla schiavitù egiziana. Anzitutto, diciamo una cosa. Su Mosè ci sono diverse congetture. Alcuni studiosi anche seri mettono in dubbio la sua storicità. Senza arrivare a queste teorie estreme, diciamo comunque che sul personaggio si sono costruite delle leggende, e che dunque andrebbe perlomeno rivisto nella sua storicità, interpretando allegoricamente alcuni elementi del tutto leggendari. D’altronde, non dimentichiamo che non solo i fondatori delle religioni, ma anche i popoli antichi facevano risalire le loro origini a leggende o, diciamo meglio, a elementi mitici, che vanno perciò non eliminati, ma colti nella loro simbologia, ricca di insegnamenti.

Scendere, salire, uscire… Detto questo, vorrei soffermarmi anzitutto su alcuni verbi presenti nel brano: scendere, salire, uscire. Tutto dipende dal come li consideriamo. A prima vista due verbi (scendere e salire) sembrano tra loro in contrasto: inconciliabili. Chi scende, certo non sale. In ogni caso, il verbo “uscire” si collega ad entrambi: si sale anche per uscire, o si scende per uscire. Ma che significa tutto ciò nel contesto biblico? Dio dall’alto dei cieli è sceso in mezzo al suo popolo, per farlo salire verso la terra promessa, e dunque per farlo uscire dall’Egitto, e perciò per liberarlo dalla schiavitù dei faraoni. Così deve fare Mosè. Mosè si era allontanato dal suo popolo, perseguito dalla giustizia egiziana, ma ora deve tornare: deve di nuovo incarnarsi nella realtà concreta di un popolo sofferente, se lo vuole condurre verso la libertà.

Qui c’è un grande insegnamento sempre attuale: occorre scendere accanto alla gente, per farla salire e così condurla verso la libertà. Ho l’impressione che anche coloro che si credono i salvatori della patria solidarizzino così tanto con la gente che non riescono a capire che la loro missione è anzitutto quella di far salire l’intelletto della gente, e non tanto solidarizzare con la loro pancia. Solo così si porta la gente o il popolo o la nazione verso la sua vera liberazione: altrimenti, resterà sempre la voglia delle cipolle d’Egitto. Ma non credo che Mosè abbia colto questo messaggio: si è limitato a condurre fuori dall’Egitto un popolo, lasciandolo ancora interiormente schiavo di se stesso. Eppure, Dio alla richiesta di Mosè sul nome, risponde:

Io sono colui che sono!” Parole che sono state diversamente interpretate dagli studiosi, arrivando a questa conclusione: Dio intendeva dire a Mosè: Io sono con te, ovunque tu sarai. In altre parole: Io, il tuo Dio, il Dio del popolo eletto, non ti abbandonerò mai! Forse Dio non ha dato una definizione da intendere subito in modo del tutto filosofico: il pragmatista Mosè cosa avrebbe capito? Ma non possiamo negare che nelle parole di Dio ci sia qualcosa di veramente profondo, ed è qui che dobbiamo fermarci almeno per un attimo.

Che cos’è la libertà? Dare ad un popolo la possibilità di avere un pezzo di terra tutto suo? Dare al popolo la possibilità di una casa, di un lavoro, di un po’ di pace e di serenità? Ma riducendo così la libertà, che cosa abbiamo ottenuto? Un popolo magari benestante, ma sempre schiavo di se stesso. Non dico che “prima” bisogna parlare di essere, e “poi” di avere. Non dico che “prima” bisogna parlare di realtà spirituali, e “poi” di realtà materiali. Non c’è un prima e un poi nel senso cronologico. Il lavoro educativo da fare è qualcosa di strettamente unitario: si dà terra, casa, lavoro, benessere, e nello stesso tempo, e non dopo, si educa la gente a scendere nel proprio essere interiore, se si vuole farla risalire e uscire da quanto potrebbe poi diventare la sua nuova schiavitù. No, anche noi buonisti cristiani diamo un aiuto di tipo economico ai poveracci, e non li lasciamo a crescere dal punto di vista umano. Quante volte riflettiamo sulle parole di Dio: “Io sono colui che sono!”? Certo, non siamo Dio, ma fino a che punto possiamo dire: “Anch’io sono colui che sono?”, oppure dobbiamo riconoscere che “siamo ciò che abbiamo”?

Il mio giogo è leggero” Sarebbe interessante soffermarci anche sul brano di Paolo, ma, per questione di tempo, passiamo al brano del Vangelo. Mi hanno sempre particolarmente colpito le parole di Gesù, quando dice: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, “e troverete ristoro per la vostra vita”. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero». Queste parole sono state diversamente commentate. Qualcuno ha parlato della mitezza di Gesù, della sua umiltà, della sua semplicità, ecc. Ma, sinceramente, non sono mai stato del tutto convinto che Gesù si riferisse a qualche virtù in particolare. Che significa “il mio peso è leggero?” Concordo con chi vede in queste parole la leggerezza dell’essere, in contrapposizione alla pesantezza dell’avere. In altre parole, Cristo ci dice: se voi mi seguirete, sarete liberi da ogni peso inutile, ingombrante, schiavizzante.

Bellezza dell’essere interiore. Altro che bisogna essere dolci di cuore o sdolcinati, altro che essere buonisti da quattro soldi, altro che essere pacifisti senza esporsi mai! L’invito di Cristo è perché riscopriamo la bellezza del nostro essere interiore, là dove scompare ogni ombra di avere, ogni possesso o desiderio di qualcosa di inutile. Più siamo nudi dentro, privi di ogni cosa, più siamo leggeri, liberi, ed è da questa libertà interiore, da questa leggerezza dell’essere che poi scaturisce la nostra libertà anche esteriore: nel nostro modo di essere, di vivere, di confrontarci con le cose e con le persone. Automaticamente smetteremo di essere razzisti, barbari, disumani.

giugno 26, 2018

PSICOLOGIA DELLA LIBERAZIONE

VIENE DALL’AMERICA LATINA IN CONTINUITÀ CON LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE E MIRA NON SOLO A INTERPRETARE IL MONDO, MA ANCHE A CAMBIARLO: SERVE ANCHE A NOI, PER LIBERARCI DALLE MENZOGNE CHE CI PROPINANO I MEDIA GIORNO DOPO GIORNO

Recensione di Raniero La Valle al libro: Ignacio Martìn-Barό, Psicologia della liberazione, a cura di Mauro Croce e Felice Di Lernia, con uno scritto di Noam Chomsky, Bordeaux edizioni, 2018.

UNA SCIENZA OLISTICA. Questo libro è in realtà un’operazione culturale volta a inculturare in Italia un sapere di cui non conoscevamo nemmeno il nome: infatti la psicologia della liberazione è un prodotto della cultura che in Italia non c’è mai stato, non è mai stato nominato, e non si è mai avuta né si ha ancora oggi la minima idea che sia necessario, e che anzi senza una psicologia della liberazione il progresso storico si ferma. In questo libro sono raccolti i testi più importanti in cui è racchiuso il pensiero del gesuita spagnolo Ignacio Martìn-Barό, uno spagnolo incardinatosi e anzi immedesimatosi nell’America Latina e ucciso poi insieme ad altri cinque gesuiti, a una inserviente e a sua figlia nella strage perpetrata dagli squadroni della morte nell’Università Centro Americana del Salvador. Le tematiche di questo libro sono inesauribili, vanno dalla povertà all’esclusione, dal lavoro alla salute mentale, dalla violenza alla dipendenza culturale, dalla guerra all’imperialismo, dal sindacalismo alla disoccupazione. E ciò perché la psicologia della liberazione è come un meridiano che incrocia tutti i paralleli, cioè attraversa tutti i problemi della società umana, nella loro portata sociale e politica, nella loro dimensione pubblica, e li affronta dal punto di vista di tutti quelli che hanno bisogno di una liberazione, e quindi dal punto di vista del popolo oppresso, dei popoli poveri, del mondo umiliato e sfruttato. Dunque si tratta in un certo senso di una scienza olistica, che abbraccia tutto e riguarda tutti.

SFRUTTAMENTO E OPPRESSIONE. In questo senso la psicologia della liberazione ha la stessa estensione e lo stesso statuto della teologia della liberazione, da cui nasce e a cui si affianca a partire da quell’evento dirompente della Chiesa latino-americana dopo il Concilio Vaticano II, che fu la conferenza dei vescovi a Medellin. Che cosa la psicologia della liberazione ha in comune con la teologia della liberazione? Lo spiega bene il maggiore esperto del pensiero di Barό, Amalio Blanco, nella sua introduzione: essa parte dagli stessi fatti, cioè da una realtà latino-americana dove la dignità dell’uomo è umiliata; ha lo stesso soggetto, cioè le masse popolari sofferenti; persegue lo stesso obiettivo, cioè liberazione e salvezza; si scontra con gli stessi ostacoli, cioè il potere costituito; fa la stessa scelta, che è quella preferenziale dei poveri, e perciò dei popoli oppressi. E l’intenzione di Barό è di approntare uno strumento teorico, la psicologia della liberazione, il cui scopo, non diversamente dall’intenzione di Marx, non è solo quello di interpretare il mondo, ma di cambiarlo. E bisogna cambiarlo perché la realtà presa in carico dalla psicologia della liberazione è una “realtà marcata dalla disumanità e dall’ingiustizia, dalla conflittualità e dall’alienazione, da una divisione discriminatoria del lavoro, dalla emarginazione, dalla disoccupazione di massa, dallo sfruttamento e dall’oppressione”.

ASSOGGETTAMENTO DEL POVERO. Se questo è il parallelismo tra teologia e psicologia della liberazione, dove sta la loro differenza? La differenza sta in questo: che la teologia della liberazione è una psicologia della liberazione che ha messo in campo la fede. Essa cioè parla di una liberazione in cui Dio è coinvolto, una liberazione che l’uomo persegue con le sue proprie forze, ma nello stesso tempo egli ce l’ha già e la riceve come dono di Dio. Ma se così stanno le cose, se la liberazione è una sola ma nello stesso tempo è l’oggetto di molte discipline, è il frutto di molte conquiste, della politica, della teologia, delle scienze sociali, delle dottrine giuridiche e delle lotte popolari, perché ci vuole anche una psicologia della liberazione, non basta tutto il resto, e non se ne è fatto forse a meno finora? L’intuizione da cui muove Ignacio Martìn-Barό nell’aprire i cantieri della psicologia della liberazione mi pare questa: l’oppressione, il colonialismo, l’assoggettamento da cui liberarsi, cioè tutta la prepotenza che c’è nella storia, non sono solo il frutto di rapporti di forza, di potenza, di ricchezza. Non è solo che il forte opprime il debole, il ricco sfrutta il povero e il padrone calpesta il servo. C’è il fatto che queste cose, prima di darsi nella realtà, sono presenti nella coscienza, nella psiche. Lunghe oppressioni celano uno stato di assuefazione, di acquiescenza, molto spesso si da un’interiorizzazione dell’oppressore nell’oppresso, spesso il ricco diventa il modello del povero perché si fa mediatore del suo desiderio, gli addita le cose da desiderare ma che il povero non può ottenere.

PSICOLOGIA COLLETTIVA. Anche il meccanismo vittimario su cui è fondato il sacrificio si realizza pienamente quando la vittima è consenziente, o perché si riconosce colpevole, o perché è contagiata dall’idea dello scambio, dal pensare che il suo sacrificio è necessario, e servirà per il bene di molti. E questo non riguarda solo i singoli individui: può essere lo stato di coscienza di collettività, di classi, di popoli interi. La sindrome di Stoccolma può essere non solo di un singolo prigioniero, può essere di tutto un popolo, la rassegnazione alla condizione di servo può non essere solo del servo, ma di tutto il popolo soggiogato: altrimenti Dante non avrebbe potuto dire: “Ahi serva Italia, di dolore ostello”. Però per arrivare a capire che la liberazione passa anche attraverso processi psicologici collettivi, e che quindi si dovesse enucleare una psicologia della liberazione, occorreva uscire da un vecchio abito della psicologia, da un suo vecchio pregiudizio, e cioè che la psicologia potesse riguardare solo il singolo individuo, il soggetto individuale, e non i soggetti collettivi; e inoltre che la psicologia avesse a che fare solo con le idee, con le sensazioni, e non con le cose, con le condizioni materiali della vita. Perciò, come dice Barό, per fare una psicologia della liberazione occorre prima di tutto liberare la psicologia.

COSCIENZE IMPRIGIONATE. Ed è appunto quello che Barό ha fatto a partire dall’America Latina. L’America Latina era in una situazione di dipendenza spirituale, prima che politica. Per questo ci voleva una pedagogia degli oppressi; per questo Paulo Freire, il pedagogista brasiliano, scopre che alla popolazione analfabeta non si può neanche insegnare la lingua, se il processo di apprendimento non coincide con un processo di coscientizzazione, cioè di presa di coscienza, e se la parola che viene conquistata, che viene letta, che viene scritta, non diventa anche una parola di liberazione. Il contadino non può imparare a scrivere la parola “campo” se non sa che il campo non è solo quello in cui fiorisce il grano, ma è anche quello su cui dura la sua fatica, sfruttato dal padrone. Del resto non c’è neanche bisogno di andare in America Latina; don Lorenzo Milani lo aveva capito a Barbiana, e i suoi ragazzi a cui non poteva dare né oro né argento dava la parola, consegnava la parola, perché con quella conquistassero dignità e potere. E allora questo è il senso della psicologia della liberazione, di analizzare i meccanismi che imprigionano le coscienze, di scoprire e sciogliere le catene che non sono solo nelle strutture sociali, strutture di peccato, ma sono nella cultura comune, sono nella coscienza collettiva, sono il lascito di incrostazioni secolari; e dunque agire per creare le condizioni interiori, culturali, psichiche, per rompere le catene.

LOTTA DI CLASSE. Che cos’era del resto la coscienza di classe a cui si faceva appello nel Novecento per attivare le lotte operaie o addirittura per fare del movimento operaio il soggetto di una rivoluzione? Non si chiamava psicologia della liberazione o psicologia della rivoluzione, si chiamava lotta di classe, ma di fatto di questo si trattava. Fondare pertanto un pensiero esplicitamente intitolato alla psicologia della liberazione, significa dare sistematicità e strumenti cognitivi e politici per creare nella coscienza collettiva le condizioni della liberazione e perciò della rivoluzione. Questo mi pare il senso di questo libro e del nuovo sapere che fonda. Ma a questo punto si dovrebbe aprire un altro discorso per mostrare come tutto questo non riguardi solo la situazione dell’America Latina o di altri popoli oppressi, ma riguardi anche l’Italia. E vorrei segnalare almeno due profili in cui i problemi sono esattamente gli stessi.

BASTONATA CULTURALE. Il primo è quello che Martìn-Barό chiama la “bastonata culturale dei media”, dei mezzi di comunicazione di massa. Noi sappiamo che la conoscenza, e anche l’informazione, sono una costruzione sociale. Ebbene, noi abbiamo un sistema informativo, giornali e televisioni, che sia pure in molteplici forme, veicolano un pensiero unico, da Repubblica all’Espresso, da LA7 a Mediaset, da Mentana a Mieli, dalla Gruber a Sgarbi, per non parlare dell’eterna corte dei soliti noti che interloquiscono su tutto da una televisione all’altra. Scrive in proposito Barό che “i nostri Paesi vivono sottomessi alla menzogna di un’opinione dominante che nega, ignora o maschera aspetti essenziali della realtà. ‘La bastonata culturale’ che giorno dopo giorno si propina ai nostri popoli attraverso i mezzi di comunicazione di massa costituisce una cornice di riferimento” nella quale difficilmente potrà trovare riscontro “l’esperienza quotidiana della maggioranza delle persone soprattutto dei settori popolari. Si va conformando così un falso senso comune ingannevole e alienante propizio al mantenimento delle strutture di sfruttamento e degli atteggiamenti conformisti”. Per rendersene conto basta vedere come è stata demonizzata la nascita dell’attuale governo e come è stata presentata anche all’estero la vicenda dell’Aquarius, come se l’Italia stesse aprendo i forni crematori per bruciarvi l’intera razza dei migranti.

LIBERAZIONE DELLA FEDE. Il secondo profilo in cui le situazioni sono identiche anche da noi è quello che riguarda il blocco che vorrebbe impedire alla fede di coinvolgersi nel processo di liberazione. È questo blocco, è questo imprigionare la fede nella sfera privata e alienarla nel culto che ha voluto rimuovere la teologia della liberazione in America Latina. Essa ha voluto superare il dualismo, rivelatosi straordinariamente perverso – come scrive Amalio Blanco – tra la storia della salvezza e la storia del mondo, tra il disegno di Dio e la lotta di liberazione degli uomini, tra un rassegnato e indegno “qui ed ora” e un felice “dopo”. La storia è solo una, come dice Leonardo Boff, “è una storia di liberazione o è una soria di oppressione”. Questa liberazione della fede, che è la lezione che ci viene dall’America Latina, corrisponde del resto all’intera tradizione cristiana. Ma anche qui da noi ci si scontra con gli stessi ostacoli. Papa Francesco è combattuto come eretico, non perché vuole dare la comunione ai divorziati, ma perché ha messo in questione il sistema politico che scarta, l’economia che uccide e la globalizzazione dell’indifferenza. E per passare ad esperienze più dirette, noi siamo stati duramente contestati quando per difendere la Costituzione attaccata da Renzi abbiamo messo in campo i “cattolici del NO”; non dovevamo farlo, ci è stato detto, perché sarebbe integrismo mischiare la Costituzione con la fede; e anche adesso le lettere che scriviamo dal sito Chiesa di tutti Chiesa dei poveri sono attaccate anche da cattolici che si credono progressisti perché, mentre il mondo brucia e l’Italia è a rischio, osano occuparsi di politica, mettere i piedi nella polvere e scottarsi le dita con il fuoco. Segno che anche noi abbiamo bisogno di una psicologia liberata; il che vuol dire che per liberare gli altri, prima di tutto dobbiamo liberare noi stessi.

 

giugno 25, 2018

SE È UNA RIVOLUZIONE

I MIGRANTI COME PORTATORI DI UNA RIVOLUZIONE NON VIOLENTA, CHE VA COMPRESA E GOVERNATA; CHI SI OPPONE FA CONTRORIVOLUZIONE
di Raniero La Valle fonte: newsletter n.99 del 23 giugno 2018 chiesadituttichiesadeipoveri.it

COMPRENDERE COSA CAMBIA. Una delle cose più pericolose per il nostro futuro sarebbe quella di non capire che cosa veramente sta succedendo. Noi ci troviamo davanti a un mutamento drammatico della politica mondiale: gli Stati Uniti non sono più quelli (ora escono anche dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite), la Corea del Nord non è più quella (si spaventa anche lei dell’olocausto atomico), Israele non è più quello (sta legiferando di essere uno Stato solo per gli ebrei, sono gli altri che sono in lista), in Europa siamo agli insulti tra governanti impazziti e anche l’Italia non è più quella. A ben vedere però non tanto è cambiato il modo di concepire la politica, quanto è cambiato il modo di governare. La politica sembra sempre quella: l’assillo di fermare i profughi c’è adesso e c’era prima, però si mandano medici e navi militari a soccorrerli adesso come si faceva prima; i porti si chiudono ma anche si lasciano aperti adesso come prima; il blocco navale lo vorrebbe oggi Giorgia Meloni con le marine europee, come Minniti lo voleva ieri con le motovedette libiche; l’idea di “aiutarli a casa loro” era di Renzi come oggi è di Salvini, ma era anche della FAO e del Vertice mondiale sull’alimentazione che nel 1996 aveva stabilito che ogni Paese dovesse destinare una quota del PIL agli aiuti ai Paesi poveri e aveva perfino coltivato il sogno di dimezzare la fame nel mondo entro il 2015: ma povertà e fame sono ai livelli di prima e del PIL sono cadute a sfamare e illudere i poveri solo le briciole (dall’Italia lo 0,2 per cento). In Europa le politiche di Maastricht, la proibizione degli aiuti di Stato, l’ultimatum al debito, il pareggio di bilancio c’erano prima e ci sono adesso: prima ci pensava Padoan e adesso garante Mattarella, vi provvede, con generale sollievo dei mercati, Tria. In Israele insediamenti e colonie si facevano prima e si continuano anche adesso.

SOVRASTRUTTURA. Però è cambiato il modo di governare. Prima tutto si faceva e si accettava con sussiego, tutti compunti quando Hollande, il socialista, spazzava via la città satellite dei profughi a Calais o quando Clinton, il democratico, costruiva il muro col Messico, che c’era dunque già prima che Trump lo elevasse a 12 metri, tanto è vero che il papa c’è andato accanto a pregare i Salmi della desolazione. Però la leggenda somministrata al popolo (prima che esso degenerasse nel populismo) era che si viveva nel migliore dei mondi possibili. Adesso si governa più o meno allo stesso modo, ma con grida, ira, esecrazione e ingiuria reciproca. La situazione è perfettamente descritta nell’appello di mons. Nogaro e Sergio Tanzarella pubblicato in questo sito: i precedenti governi avevano già compiuto atti gravissimi, ora si aggiunge odio e paura. Ovvero, la realtà è la stessa, cambia il racconto. Se volessimo ricordare una vecchia interpretazione marxista, tanto vituperata quando utilizzata dai gesuiti e dalla teologia della liberazione in America Latina, ma tanto utile come strumento d’analisi da tenere nella cassetta degli attrezzi, dovremmo dire che resta immutata la struttura ma cambia la sovrastruttura, cioè resta la dura realtà delle cose ma cambia l’ideologia, cambia la rappresentazione, cambia il “singhiozzo della creatura oppressa”. Nessuno pensi che ciò sia senza conseguenze. Lo scarto tra realtà e rappresentazione può diventare esplosivo, e l’intero sistema rischia di andare in pezzi.

RIVOLUZIONE. Ma di nuovo qui bisogna non sbagliare l’analisi. È un luogo comune che, almeno qui da noi, a far saltare il tappo sia stato Salvini con la sua politica spettacolo, e se è così vuol dire che ci voleva poco. In ogni caso lui viene vissuto come un Che Guevara, la rivoluzione è lui, come dice e illustra la copertina del “Corriere della sera”. Ma l’errore sta in questo: Salvini non è la rivoluzione, è la controrivoluzione. La rivoluzione è un’altra e ormai si capisce anche chi ne sono i soggetti. Si discusse seriamente di rivoluzione nel 1986 in un convegno a Cortona che forse qualcuno ricorderà. Dopo l’installazione dei missili, il mondo sembrava a un passo dallo scontro nucleare. Nessuno sembrava più in grado di controllare la situazione. Il partito comunista non credeva più in un’uscita dal capitalismo. Anche la cristianità era divisa: i vescovi del Santo Sinodo della Chiesa russa, incoraggiati da Gorbaciov, condannavano la dottrina del primo uso (“first use”) dell’arma nucleare ed escludevano che quella nucleare potesse essere una guerra giusta, i vescovi americani, intimiditi da Reagan, legittimavano il primo uso ammettendo come guerra giusta anche quella atomica. La tesi di Cortona, illustrata da Claudio Napoleoni, era che bisognava uscire dal sistema di guerra, come dicevamo noi pacifisti, ma questo non bastava, anzi non sarebbe stato possibile se non si fosse usciti dal sistema di dominio: il dominio delle cose sull’uomo, dell’uomo sull’uomo, di un popolo sugli altri popoli. Dunque, una rivoluzione.

SOGGETTI DELLA RIVOLUZIONE. Ma quali avrebbero potuto essere i soggetti della rivoluzione, che naturalmente si pensava pacifica? La classe operaia non più. Le suggestioni furono diverse. A discuterne furono personalità di spicco del tempo, cattolici e no, Giulio Girardi, Augusta Barbina, padre Balducci, i senatori Ossicini e Anderlini, padre Turoldo, Salvatore Senese, Giovanni Franzoni, Gianni Gennari, Tonino Tatò (il segretario di Berlinguer), Giuseppe Chiarante, Italo Mancini, Mario Gozzini, Boris Ulianich e altri. E chi diceva che il nuovo soggetto rivoluzionario sarebbero stati i giovani, chi diceva le donne, chi diceva i popoli nuovi, quelli del Terzo Mondo. Nessuna di queste previsioni si è avverata. Ma oggi la cosa si svela. Oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno che male faremmo a non riconoscere come un evento rivoluzionario. È quello dei migranti, 68 milioni nel 2017. Se è trattato come un’emergenza, è irrisolvibile, e tutto il caos europeo e americano di questi giorni mostra che cercare di tamponarlo come tale è addirittura patetico, oltre che tragico. Se invece si riconosce come un evento rivoluzionario, si può cominciare a organizzare una risposta ragionevole. Una rivoluzione la si può prendere a cannonate, ma quasi mai funziona. Oppure la si può assumere e gestire con la politica, con il diritto e con il cuore (lo dice perfino la signora Trump).

MIGRANTI RIVOLUZIONARI NON VIOLENTI. E intanto si vede chi sono i soggetti della rivoluzione. Sono i migranti, che l’ONU nemmeno vuol chiamare così, perché sono rifugiati, fuggiaschi, richiedenti protezione e asilo, sfollati interni, Internally Displaced People, ed è impossibile distinguere tra migranti economici e politici. Sono soggetti rivoluzionari perché non dicono, ma fanno, mettono in gioco i loro corpi, usano mani e piedi, lottano per la vita dando la vita, perseguono un fine che se raggiunto non vale solo per loro, ma per tutti, perché ne verrebbe un mondo diverso e magari questo fine sarà raggiunto per altri, non da loro. Per questo sono rivoluzionari, e sono non violenti perché non mettono in questione il sistema con le armi, ma ne svelano l’ottusità e ingiustizia col semplice muoversi, andare, sfidare il mare ma anche le torture e i lager. Fanno obiezione di coscienza a un mondo che non li vuole. Si può fare la controrivoluzione contro di loro, ed è irrisoria. Oppure si può riconoscere il diritto fondamentale universale umano di migrare, lo ius migrandi, disciplinarlo e graduarne l’attuazione affidandolo a mezzi di trasporto comuni e sicuri, e riaggiustare il mondo globale, nei suoi meccanismi economici, sociali e politici, secondo la misura di un’umanità indivisa. Perciò è una rivoluzione; riconoscerlo vuol dire anche sapere che, come dicevano i cinesi, non è un pranzo di gala: è cimento e lotta. Se ne dovrà parlare. Ne va della salvezza della terra, non solo delle anime.

giugno 24, 2018

NON CHIUDERE I PORTI NON SBARRARE IL CUORE

MIGRAZIONI CONSEGUENZA DEL DOMINIO. ATTI GRAVISSIMI CONTRO I PROFUGHI ANCHE DEI PRECEDENTI GOVERNI. OGGI SI AGGIUNGE ODIO E PAURA.

Appello di Raffaele Nogaro, ex vescovo di Caserta, e Sergio Tanzarella, docente Facoltà teologica Italia meridionale
fonte: http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/non-chiudere-i-porti-non-sbarrare-il-cuore/

CINISMO. La decisione del governo italiano sulla chiusura dei porti alle navi delle organizzazioni non governative che hanno salvato e salvano migliaia di naufraghi è un fatto che ci lascia sgomenti. Non avremmo mai potuto credere che vi fosse tanto cinismo dinnanzi all’impegno generoso e indifferenza dinnanzi alla sofferenza di uomini e donne sopravvissuti prima a viaggi di mesi, poi ai campi di prigionia libici – con le loro torture e violenze di ogni genere – e infine scampati dalla morte per annegamento. I precedenti governi avevano già compiuto atti gravissimi con il respingimento in mare e l’ultimo governo sostenendo economicamente i carcerieri di migranti pur di allontanare la loro presenza dal mare e dalle coste italiane di modo che si creasse l’illusione che essi non esistessero. Ora questa chiusura dei porti e 629 esseri umani ammassati sulla piccola nave Aquarius per giorni e poi spediti a 1500 km è spiegata con sconcertante cinismo da un ministro: “sulla vicenda vi è stato il giusto pragmatismo politico”.

NUOVO NEMICO. Si tratta dell’ultimo atto di una propaganda che individua nel migrante il nemico del nostro benessere e della nostra società opulenta, il nemico che va respinto con ogni mezzo anche negando gli impegni elementari della “legge del mare”, dei trattati internazionali e soprattutto la coscienza del rispetto della vita umana che non conosce né passaporti, né religioni, né lingua. Chi agita il libro del Vangelo e la corona del Rosario e intanto semina odio e paura e stando al governo organizza chiusure di porti e respingimenti di esseri umani dimostra che del Vangelo o non ha letto parola o non ha capito nulla e usa la corona del Rosario come un magico amuleto. Come cristiani oggi non possiamo tacere, non possiamo renderci complici dell’ingiustizia sistemica che provoca morte: non si vogliono accogliere i migranti mentre contemporaneamente ci si impadronisce di tutte le loro risorse (terreni, acqua, giacimenti) e si esportano armi e sistemi d’arma che uccidono e distruggono le speranze, lasciando come unica possibilità di sopravvivenza il migrare. Non serve offrire aiuti, ma smetterla di derubare popoli, cessando un infinito post colonialismo.

CI APPELLIAMO alla coscienza di tutti: i migranti sono la conseguenza di uno spietato dominio economico, recluderli nelle infami galere libiche o chiudere i porti è solo propaganda antiumana e diseducativa che sta facendo scivolare da anni l’intera nazione in una irrimediabile disumanizzazione e scristianizzazione se non formale nella sostanza. Non occorrono proclami di fedeltà dottrinale e liturgismi templari, né generici e innocui richiami ai diritti umani, se poi ciò che si pensa e si fa è in totale contrapposizione ai principi della nostra Costituzione e al Vangelo della Pace nella visione del mondo e nella relazione tra umani, rendendo diritti e valori annunciati inaccessibili e beffarde promesse. La vita e il rispetto per la vita prima di tutto e sopra di tutto. Prima di ogni calcolo umano, prima di ogni burocratica e mistificante distinzione tra rifugiato e migrante, prima di ogni strategia e diplomazia, prima di ogni tornaconto elettorale e pragmatismo politico.

 

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