Brianzecum

agosto 19, 2017

LA VERITÀ DEL VANGELO

UNA CHIESA DIALOGICA E PLURALISTA CHE DÀ PRIORITÀ ALL’UNIONE SULLA DISTINZIONE

dalla lectio biblica di Piero Stefani del 3 agosto 2017 a Torre Pellice con la Comunità di via Sambuco, su: Gal 2,1-13

La tradizione dei padri. Paolo inizia la lettera ai Galati richiamando alcuni aspetti autobiografici relativi alla sua chiamata-vocazione e alla “rivelazione” del Vangelo, da lui ricevuta direttamente da Dio. Dell’accanimento con cui perseguitava gli ebrei credenti in Gesù Cristo egli non dimostra alcun pentimento. La sua chiamata è priva di una componente penitenziale. Paolo perseguitava i credenti perché zelante nel custodire la tradizione dei padri. Ciò avveniva non perché “si è sempre fatto così” ma perché si afferma che la verità trovi il proprio fondamento nel passato, è nei suoi riguardi che si manifesta la nostra fedeltà. Ma quando Dio si compiacque di rivelargli il Figlio suo, ordinandogli di annunciarlo alle genti, Paolo partì subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza alcuna mediazione, senza andare a Gerusalemme da quelli che erano apostoli prima di lui. Al principio della tradizione subentra il principio della rivelazione.

Ancora per rivelazione 14 anni dopo Paolo andò a Gerusalemme dagli apostoli, senza esservi convocato, lo fa per mostrare la verità del suo vangelo, al fine di non aver corso invano: cosa vuol dire? Cercava certezze, consensi? Proprio il contrario: egli avrebbe corso invano se quelle autorità non avessero sottoscritto e accettato il suo vangelo. E paradossalmente il vangelo che porta con sé è una persona: Tito, un greco, non ebreo né circonciso, ma credente. L’importanza decisiva di Tito deriva dal fatto che smentiva la critica a Paolo da parte di alcuni “falsi fratelli” per aver introdotto direttamente i gentili nella fede in Gesù Cristo senza prima farli transitare nel giudaismo, con la pratica della circoncisione e l’osservanza della legge mosaica: “…a causa di falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l’intenzione di renderci schiavi. Non abbiamo ceduto alle imposizioni di costoro neppure per un momento, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda in voi” (vv.4 e 5).

L’apostolo delle genti. Paolo, a Gerusalemme espone dapprima il vangelo privatamente alle persone più autorevoli, che sono tre, elencate in questo ordine: Giacomo (fratello del Signore e non appartenente ai Dodici), Cefa (Pietro) e Giovanni: c’è quindi un pluralismo nella chiesa primitiva, non una monarchia. Questi tre si dichiararono perfettamente d’accordo col vangelo proclamato da Paolo (diedero la destra in segno di comunione) e fu riconfermato il patto secondo il quale a Paolo (e a Barnaba, il terzo suo accompagnatore) era affidato il vangelo per i gentili, mentre a Pietro quello per gli ebrei circoncisi. Da ultimo “ci pregarono di ricordarci dei poveri, ciò che mi sono preoccupato di fare” (v.10). Il tema dei poveri e della relativa colletta, può essere commentato con un passo della successiva lettera ai Romani (15,25-27), dove Paolo parla dello scopo profondo di questa preoccupazione per i poveri di Gerusalemme. I credenti provenienti dai pagani hanno un debito nei confronti di quelli provenienti da Israele (eredi di Abramo secondo la promessa) avendo partecipato ai beni spirituali di questi ultimi. E la colletta può essere un riconoscimento di questo debito.

Comunione. Paolo (al v.11) ricorda come si era opposto a viso aperto a Pietro, quando quest’ultimo visitò la comunità di Antiochia. Cefa, cedendo alle pressioni di coloro che provenivano dalla parte di Giacomo, operò una divisione tra i credenti provenienti rispettivamente dall’ebraismo e dai gentili, non sedendosi a tavola assieme a questi ultimi. Così altri giudei “lo imitarono nella simulazione, al punto che persino Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia” (v.13). Ipocrisia che porta alla divisione. Come dirà poco oltre, noi tutti, ebrei e gentili, siamo salvati per la fede. La giustificazione per fede è il grande fattore che accomuna gli uni e gli altri. Però i gentili non devono giudaizzare, cioè imitare i giudei; non si deve più parlare di teologia della sostituzione (secondo la quale la chiesa sostituisce Israele). Al gentile è precluso far proprio quanto è specificatamente ebraico. Invece il giudeo credente, ricco dell’eredità di Abramo, può spogliarsi di una parte della sua ricchezza per far prevalere la comunione sulla distinzione (in ciò si trova il senso profondo legato alla condivisione della mensa).


scorcio dal Vallone di Massello sull’itinerario della “glorieuse rentrée” dei valdesi da Ginevra nel 1689

Annunci

agosto 12, 2017

LA PAROLA DELLA CROCE

PRIORITÀ DELL’ANNUNCIO, STOLTEZZA SAPIENTE

dalla lectio biblica di Piero Stefani del 3 agosto 2017 a Torre Pellice con la Comunità di via Sambuco, su: 1 Cor 1,17-2,5

Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare”: queste parole, con cui inizia il brano, si riferiscono alla parte precedente in cui Paolo ringrazia Dio di aver battezzato solo pochissime persone nella comunità di Corinto. Sembra strano dichiararsi contento di non aver battezzato, ma il motivo è ben preciso: in quella comunità il battesimo è diventato fonte di divisione. Sono sorti diversi gruppi identificati da un leader: Paolo, Apollo, Cefa, qualcuno dichiara persino di essere di Cristo come se questa non fosse una caratteristica comune a tutti i credenti. Rispetto al battesimo Paolo annuncia una priorità: Cristo mi ha mandato non a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo. L’annuncio infatti è più radicale del battesimo, è esso infatti a suscitare la fede. Il battesimo conferma la fede, l’annuncio invece la fa sorgere. L’annuncio è originario, fondante. Lutero diceva che la Parola è la sostanza della Chiesa. L’annuncio dal canto suo può essere definito la sostanza della fede.

Sconcertante notizia. Annunciare non con sapienza di parola, perché non sia resa vana la croce di Cristo. L’espressione è molto, molto forte, specie se, guardandola dall’altro verso, ci chiediamo: perché la sapienza di parola rende vana la croce di Cristo? Espressione sconcertante: non si limita ad affermare che la sapienza di parola travisa o non è in sintonia con la croce, si sostiene che essa addirittura rende vana la croce di Cristo. Qui non c’è contrapposizione tra croce e sapienza, ma tra sapienza di parola e la parola della croce. Perché? Perché la parola della croce è l’evangelo e l’evangelo è buona notizia. Potremmo anche accantonare l’aggettivo buona e soffermarci sul termine notizia. La notizia è qualcosa che ti giunge e, se essa non giunge, non sai che un fatto è avvenuto.

La parola di sapienza procede in altro modo. Che oggi sia sorto il sole non è una notizia, è una costatazione. La parola di sapienza dice perché o come è sorto il sole: individua cause o leggi per comprendere perché il cosmo sia cosmo, cioè un insieme ordinato di fenomeni. Dice che bisogna ricercare quello che è da sempre e per sempre iscritto nell’ordine delle cose e la ricerca porta a una scoperta, non una notizia. Dobbiamo decifrarla quanto c’è già, la notizia invece occorre ascoltarla. Nella lettera ai Romani, Paolo afferma che la fede nasce dall’ascolto. Ciò ha anche un’altra conseguenza, per certi versi inquietante: se l’evangelo è notizia, vuol dire che il corso del mondo non è modificato dall’evangelo. Non abbiamo la parola di sapienza per dire: le cose dopo sono diverse. Non abbiamo la prova inscritta nella realtà per sostenere che, dopo Gesù, le cose sono cambiate: se non ci giunge la notizia non lo sappiamo. La morte è stata vinta, ma continuiamo a morire. Il peccato è stato perdonato, ma non ci accorgiamo neanche di essere peccatori se non ce lo si dice. Tutto continua come prima.

Stoltezza della predicazione. Il Vangelo è notizia, per questo è una realtà stolta agli occhi della sapienza, perché comunica quanto è avvenuto, che non è da sempre inscritto nell’ordine delle cose. Abbiamo sentito tante volte: il cristianesimo non è una realtà astratta, è un evento, una persona ecc. Ma il mondo non è cambiato; è soltanto la fede a dirci che il mondo è mutato, una fede che si basa sulla notizia. Dio ha dimostrata stolta la sapienza del mondo: il mondo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio. Poiché il mondo non lo ha conosciuto, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. L’annuncio suscita la fede nei credenti, e i credenti sono stolti, non sapienti, se per sapienza si intende questa volontà di ritrovare Dio nell’ordine delle cose che c’è già.

Potenza della parola. Nel disegno sapiente di Dio l’efficacia della croce è stata consegnata alla debolezza della predicazione, cioè a qualcosa che è qui, ora (o fu allora), in un tempo e spazio determinati. Nella storia delle chiese questo fatto ha provocato tante conseguenza, in un senso e nell’altro: ha prodotto la volontà di annunciare, di gridare ai quattro angoli della terra la verità del vangelo e ha prodotto il fatto che quella parola tanto spesso non è stata conforme alla debolezza della croce, ma ha voluto essere parola di potenza. Certo c’è la potenza nella parola, (la dynamis) ma questa è il paradosso: essa si manifesta nella debolezza e invece nello slancio dell’annuncio troppo spesso si è voluto caricare la parola anche della sapienza, nel senso improprio di affidarsi alla teologia, a un discorso su Dio strettamente legato a formulazioni culturali specifiche; così facendo non si è fatto affidamento alla nuda potenza della predicazione, cioè dell’annuncio.

Salva la parola della croce. Sta scritto infatti: “distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti” (Is 29,14). Questa citazione in Paolo non ha un ruolo di fondamento. Conviene affermare che una lettura cristologica della Bibbia ebraica è componente propria del cristianesimo, ciò però non vale per l’annuncio. La citazione biblica equivale a sostenere che quanto noi stiamo attuando è parte di una sapienza di Dio che ci precede; là ci sono delle tracce di questa confutazione della sapienza dei sapienti e degli intelligenti, ma non è questa lettera che diventa parola salvifica. A salvare è la parola della croce, cioè l’annuncio.

In definitiva penetrare a fondo nella fede è la via sicura verso l’unità dei credenti. L’apparente stoltezza umana sta nel dare una notizia che convince e opera solo nell’ambito nella fede. I giudei chiedevano segni, domandano cioè che la potenza di Dio sia riconoscibile nella storia; invece la parola della croce è debolezza. I greci cercavano la sapienza; noi invece annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per le genti, anche se gli uni e gli altri si trovano nelle condizioni di giungere alla fede in Gesù Cristo. La stoltezza della predicazione disarticola l’ordine del mondo senza che questo sia disarticolato in modo verificabile (la morte ormai vinta continua a dilagare nel mondo). La chiamata alla fede è legata alla parola della croce ancor più che alla croce stessa. Solo l’annuncio (kerygma) ci comunica che l’azione salvifica della croce diviene, nella fede, salvifica in noi. Dio ha scelto di salvare il mondo attraverso la stoltezza della predicazione.

agosto 8, 2017

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

PRELUDIO DELL’INVIO DEL PARACLITO, CHE SCRIVERÀ NON SULLA CARTA MA DIRETTAMENTE NEI CUORI

di don Giorgio De Capitani omelia del 6-8-2017 (Pt 1,16-19; Eb 1,2b-9; Mt 17,1-9). fonte: http://www.dongiorgio.it/06/08/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-trasfigurazione-del-signore/

Non bastano gli scritti L’episodio della trasfigurazione di Gesù davanti ai tre prediletti: Pietro, Giacomo e Giovanni, viene narrata da Matteo, Marco e Luca, ma non si trova nel vangelo di Giovanni. Già questo fa capire la differenza tra i tre sinottici e il quarto vangelo. Nei sinottici troviamo solo alcuni momenti in cui Gesù sembra uscire dalla sua realtà puramente storica (pensate al battesimo e pensate, appunto, alla trasfigurazione: due episodi, tra l’altro accomunati da identiche parole pronunciate dal Padre celeste), mentre il quarto vangelo è ricco di questi momenti di gloria divina. O, ancor meglio, possiamo dire che tutto il vangelo di Giovanni è una manifestazione in Gesù della gloria di Dio. Chiariamo meglio. Tutti e quattro i vangeli sono stati messi per iscritto parecchi anni dopo la morte e la risurrezione di Cristo, ovvero dopo la predicazione orale di Gesù e dopo la predicazione orale degli apostoli: un aspetto, questo, fondamentale, perché fa capire che non basta limitarci agli scritti, dimenticando la parte orale della predicazione di Cristo e degli apostoli. Se vogliamo cogliere in profondità e nella sua originalità il messaggio radicale di Cristo, bisognerebbe risalire alla fonte, che è, appunto, la predicazione orale di Gesù. Ma come è possibile, se Gesù stesso non ci ha lasciato nessun scritto e se nessuno al momento ha pensato di stenografare ciò che diceva Gesù? Sarebbe interessante, a questo punto, aprire una lunga parentesi, che non farò per ragioni di tempo, sulla importanza di conoscere l’insegnamento trasmesso a voce dei grandi maestri in genere. Leggere i loro scritti, se qualcuno di loro ha scritto qualcosa, o, ancor peggio, leggere ciò che gli altri, discepoli o discepoli dei discepoli, hanno scritto di loro, non basta. C’è qualcosa di importante che può sfuggirci, e talora queste verità sono le più importanti.

Verità fondamentali. Lo scritto non riesce a comunicare tutto il messaggio di un maestro, anzi talora lo fraintende o, per lo meno, può nasconderlo nelle sue verità fondamentali. E questo vale anche per la Bibbia scritta. Per quanto riguarda l’Antico Testamento, pensate alla predicazione dei profeti. La cosa già paradossale è che i profeti vengono classificati come maggiori e minori, in base ai loro scritti. Ma come si può dire che ad esempio Isaia sia stato più grande di Elia, il quale tra l’altro non ha scritto nemmeno una riga? E anche parlando di Isaia o di Geremia o di Ezechiele, chi ci dice che i loro scritti riportino le parole “migliori” che hanno detto? Non dimentichiamo che ci sono pervenuti tramite diverse mani e in un lungo periodo di tempo. Tra l’altro, un conto è leggere i loro scritti, un conto è sentire dal vivo la loro predicazione. E così si dica della predicazione di Gesù. Giovanni stesso scrive, al termine del suo Vangelo: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro… Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 20,3; 21,25). E, allora, ecco la domanda: ad esempio, Gesù che cosa ha detto in realtà di fondamentale, che i vangeli scritti magari fanno solo intuire, ma che non ci rivelano del tutto? Formuliamo la domanda in un’altra maniera: se i vangeli, come ha detto Giovanni, non riportano tutto il messaggio orale di Cristo, non è che, anche per l’intermediazione della chiesa che stava nascendo, sia sfuggito o sia stato taciuto, qualcosa di estremamente importante? Ma c’è di più: non è che Gesù abbia voluto trasmettere il suo messaggio attraverso un’altra via, oltre ad una fredda stesura di ciò che egli aveva detto o aveva fatto?

Parole spirituali. Ed ecco allora un’altra domanda: perché Gesù, verso la fine del suo ministero pubblico, dice ai suoi discepoli: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi»? E ancora Gesù dice: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità…». Che significano le parole: “per il momento non siete in grado di portarne il peso”? Eppure quei discepoli avevano davanti lo stesso Logos, Parola incarnata? No, non è stato sufficiente. Occorrerà lo Spirito a guidare gli esseri umani verso tutta la verità. E allora perché Gesù si è incarnato? Si è incarnato, sembra dire lo stesso Gesù, per inviarci lo Spirito santo: sarà lo Spirito a toglierci il velo che copre il nostro essere interiore. Altro che trasfigurazione come momento magico! Lo scritto di per sé stacca il maestro dai suoi lettori, e questo è più che naturale, dal momento che i maestri prima o poi muoiono e i discepoli sono costretti a ricordarne gli insegnamenti fissandoli sulla carta, e col tempo gli scritti diventano meno comprensibili, sia per il linguaggio usato e sia per il contesto che radicalmente cambia. Il lettore è davanti a un testo, come se fosse solo, e sullo sfondo l’autore, sempre più distaccato. Il maestro parla, dialoga, è vivo, mentre le parole fissate sulla carta diventano fredde. Manca quella dialettica che esiste tra il maestro e il discepolo. Ma c’è di più per la Bibbia. La Bibbia: prima nelle mani dei rabbini, e sappiamo quanto le loro interpretazioni fossero diventate tanto insopportabili da attirare le ire di Cristo, poi, nelle mani di una gerarchia ecclesiastica, che talora e spesso l’ha usata in funzione della propria struttura. Ed ecco che entra in scena lo Spirito, che scrive non sulla carta, ma nei cuori o nelle anime, ed è qui, nell’interiorità del proprio essere, che il Logos si fa generazione perenne, ovvero non solo parla con la voce dello spirito, ma addirittura ci trasforma nel mistero divino. E allora non ci basta più leggere i Vangeli, o la Bibbia in genere: dentro di noi, avviene quel dialogo, anche dialettico, tra la parola viva del Figlio di Dio e il nostro intelletto più puro. Non per nulla si dice che lo Spirito è il nostro maestro interiore.

luglio 20, 2017

I PIROMANI

FORSE GLI INCENDI APPICCATI SONO LEGGENDA METROPOLITANA. FORSE VI SONO SEGNI DELLA FINE DELL’EPOCA SUICIDA INIZIATA NEL 1992

di Raniero La Valle fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2017/07/i-piromani.html

Leggenda metropolitana. Che l’Italia sia devastata da un esercito di piromani e di untori è una leggenda metropolitana come quella dell’incendio di Nerone. Ma un tempo è finito. La storia secondo la quale all’Italia sarebbe stato appiccato il fuoco dalle Alpi alla Sicilia (quattordici incendi solo nella città di Messina) da un esercito di piromani, mafiosi, camorristi speculatori e padroncini di Canadair, è come la favola dell’incendio di Roma appiccato da Nerone. Fa comodo a tutti dare la colpa ai piromani quando i piromani sono loro. Il vero piromane è Trump che rompe il timidissimo e solo preliminare accordo mondiale sul clima; piromani sono gli interessi petroliferi e finanziari che hanno bloccato fin qui le tecnologie già pronte per il passaggio alle energie alternative, per le quali già oggi il parco delle automobili potrebbe essere formato da auto elettriche e la motorizzazione su autostrada potrebbe essere sostituita dalle ferrovie; piromani sono le economie speculative che hanno fatto inaridire la terra, rinsecchire il verde, hanno privatizzato le acque, abolito le guardie forestali, burocratizzato le procedure antincendio, messo in ferie forzate guardie ambientali e vigili del fuoco; piromani sono quelli che non battono ciglio quando già intere isole sono sommerse, terre fertili sono diventate un deserto, i tropici avanzano e dalle riserve frigorifere dei poli si staccano iceberg grandi come la Liguria; piromani sono quelli che non permettono l’immigrazione se non clandestina e ammassano fuggiaschi infelici in campi di detenzione dove basta una bombola, una lite o una spedizione punitiva di difensori dell’identità bianca per scatenare un inferno. In questa situazione, quando il sole brucia la terra fino a 45 gradi, basta un frammento di vetro, una bottiglia abbandonata, un rifiuto di plastica per concentrare i raggi e accendere il fuoco alle stoppie, ai campi riarsi, ai cigli delle strade inariditi, alle città stesse.

Si può cambiare? Sì, si può cambiare, se torna la grande politica, non solo a mettere a tacere la petulanza dei piccoli arrivisti italiani, ma a mettere insieme i popoli in un nuovo grande patto mondiale come quello che fondò il diritto sovranazionale e mise al bando la guerra e perfino la minaccia dell’uso della forza nel 1945 a San Francisco. Diritto universale di migrare, apertura delle frontiere e risanamento della terra sono i problemi più urgenti che con tenace speranza papa Francesco ha messo davanti ai potenti riuniti per un loro ennesimo balbettante vertice ad Amburgo nella prima settimana di luglio, con una lettera che pubblichiamo qui sotto.

Fine o principio? Ma per cambiare rotta e registro bisogna prendere atto che questa epoca suicida è giunta alla fine, e che un nuovo tempo sta lievitando dal profondo, ed il tempo è questo, come argomenterà la nostra assemblea del prossimo 2 dicembre a Roma. Quasi a ricordarci che tutto un tempo è finito, si sono accumulati i lutti di questo mese, tra giugno e luglio 2017. A metterli tutti in una luce non di fine, ma di principio, era venuto il 20 giugno scorso la grande rivendicazione papale delle profezia civile e religiosa di don Milani; e le morti dolorose che si sono susseguite dopo quel giorno, quasi a prolungarne il ricordo, sono state evocatrici di un intrico di dolori e speranze, di sconfitte subite e di vittorie annunciate: da quella, il 23 giugno, di Stefano Rodotà, a quelle di Ettore Masina, di Luigi Pedrazzi, fino alla morte il 13 luglio di Giovanni Franzoni. Ed è stato bello che nel commiato funebre dall’ex abate di San Paolo l’attuale abate della basilica lo abbia in qualche modo ricompreso nel mondo monastico, a cui Franzoni comunque apparteneva come “monaco in uscita”.

Verso l’aurora. Messe tutte insieme, queste morti sono un segno dei tempi, che annuncia un passaggio d’epoca, così come nel 1992 avemmo il segno del passaggio da una stagione di progetto e di speranza che si chiudeva a una stagione di tristezza e restaurazione che si annunciava, quando mancarono insieme padre Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Cettina Capocasale, Italo Mancini, e la guerra tornava di moda. Adesso invece una stagione sembra aprirsi, una novità annunciarsi. I tempi si succedono, a volte scanditi da segni più vistosi, a dirci che la storia va avanti, e nonostante tutto va verso l’aurora e non verso il tramonto.

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN OCCASIONE DELL’APERTURA DEI LAVORI DEL VERTICE DEL G20

[Amburgo, 7-8 luglio 2017]

A Sua Eccellenza Dottoressa Angela Merkel, Cancelliere della Repubblica Federale di Germania

In seguito al nostro recente incontro in Vaticano e rispondendo alla Sua opportuna richiesta, desidero trasmetterLe alcune considerazioni che stanno a cuore a me e a tutti i Pastori della Chiesa Cattolica, in vista del prossimo incontro del G20, nel quale sono presenti i Capi di Stato e di Governo del Gruppo delle maggiori economie mondiali e le massime autorità dell’Unione Europea. Seguo così anche una tradizione iniziata da Papa Benedetto XVI, nell’aprile 2009, in occasione del G20 di Londra. Il mio Predecessore scrisse all’Eccellenza Vostra anche nel 2006 nella circostanza della Presidenza tedesca dell’Unione Europea e del G8.

Vorrei innanzitutto manifestare a Lei e ai leader che si incontreranno ad Amburgo il mio apprezzamento per gli sforzi compiuti per assicurare la governabilità e la stabilità dell’economia mondiale, con particolare attenzione ai mercati finanziari, al commercio, ai problemi fiscali e, più in generale, ad una crescita economica mondiale che sia inclusiva e sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou, 5 settembre 2016). Tali sforzi, come ben prevede il programma di lavoro del Vertice, sono inseparabili dall’attenzione rivolta ai conflitti in atto e al problema mondiale delle migrazioni.

Nel Documento programmatico del mio Pontificato rivolto ai fedeli cattolici, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, ho proposto quattro principi di azione per la costruzione di società fraterne, giuste e pacifiche: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; e il tutto è superiore alle parti. E’ evidente che queste linee di azione appartengano alla sapienza multisecolare di tutta l’umanità e perciò ritengo che possano anche servire come contributo alla riflessione per l’incontro di Amburgo e anche per valutare i suoi risultati.

Il tempo è superiore allo spazio. La gravità, la complessità e l’interconnessione delle problematiche mondiali sono tali che non esistono soluzioni immediate e del tutto soddisfacenti. Purtroppo, il dramma delle migrazioni, inseparabile dalla povertà ed esacerbato dalle guerre, ne è una prova. E’ possibile invece mettere in moto processi che siano capaci di offrire soluzioni progressive e non traumatiche e di condurre, in tempi relativamente brevi, ad una libera circolazione e alla stabilità delle persone che siano vantaggiosi per tutti. Tuttavia, questa tensione tra spazio e tempo, tra limite e pienezza, richiede un movimento esattamente contrario nella coscienza dei governanti e dei potenti. Una efficace soluzione distesa necessariamente nel tempo sarà possibile solo se l’obiettivo finale del processo è chiaramente presente nella sua progettualità. Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi d’attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati.

A questo punto, non posso mancare di rivolgere ai Capi di Stato e di Governo del G20 e a tutta la comunità mondiale un accorato appello per la tragica situazione del Sud Sudan, del bacino del Lago Ciad, del Corno d’Africa e dello Yemen, dove ci sono 30 milioni di persone che non hanno cibo e acqua per sopravvivere. L’impegno per venire urgentemente incontro a queste situazioni e dare un immediato sostegno a quelle popolazioni sarà un segno della serietà e sincerità dell’impegno a medio termine per riformare l’economia mondiale ed una garanzia del suo efficace sviluppo.

L’unità prevale sul conflitto. La storia dell’umanità, anche oggi, ci presenta un vasto panorama di conflitti attuali o potenziali. La guerra, tuttavia, non è mai una soluzione. Nella prossimità del centenario della Lettera di Benedetto XV Ai Capi dei Popoli Belligeranti, mi sento obbligato a chiedere al mondo di porre fine a tutte queste inutili stragi. Lo scopo del G20 e di altri simili incontri annuali è quello di risolvere in pace le differenze economiche e di trovare regole finanziarie e commerciali comuni che consentano lo sviluppo integrale di tutti, per raggiungere l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou). Tuttavia, ciò non sarà possibile se tutte le parti non si impegnano a ridurre sostanzialmente i livelli di conflittualità, a fermare l’attuale corsa agli armamenti e a rinunciare a coinvolgersi direttamente o indirettamente nei conflitti, come pure se non si accetta di discutere in modo sincero e trasparente tutte le divergenze. È una tragica contraddizione e incoerenza l’apparente unità in fori comuni a scopo economico o sociale e la voluta o accettata persistenza di confronti bellici.

La realtà è più importante dell’idea. Le tragiche ideologie della prima metà del secolo XX sono state sostituite dalle nuove ideologie dell’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria (cfr. EG, 56). Esse lasciano una scia dolorosa di esclusione e di scarto, e anche di morte. Nei successi politici ed economici, invece, che pure non sono mancati nel secolo scorso, si riscontra sempre un sano e prudente pragmatismo, guidato dal primato dell’essere umano e dalla ricerca di integrare e di coordinare realtà diverse e a volte contrastanti, a partire dal rispetto di ogni singolo cittadino. In tale senso, prego Dio che il Vertice di Amburgo sia illuminato dall’esempio di leader europei e mondiali che hanno privilegiato sempre il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni: Schuman, De Gasperi, Adenauer, Monnet e tanti altri.

Il tutto è superiore alle parti. I problemi vanno risolti in concreto e dando tutta la dovuta attenzione alle loro peculiarità, ma le soluzioni, per essere durature, non possono non avere una visione più ampia e devono considerare le ripercussioni su tutti i Paesi e tutti i loro cittadini, nonché rispettare i loro pareri e le loro opinioni. Vorrei ripetere l’avvertenza che Benedetto XVI indirizzava al G20 di Londra nel 2009. Sebbene sia ragionevole che i Vertici del G20 si limitino al ridotto numero di Paesi che rappresentano il 90% della produzione mondiale di beni e di servizi, questa stessa situazione deve muovere i partecipanti ad una profonda riflessione. Coloro – Stati e persone – la cui voce ha meno forza sulla scena politica mondiale sono precisamente quelli che soffrono di più gli effetti perniciosi delle crisi economiche per le quali hanno ben poca o nessuna responsabilità. Allo stesso tempo, questa grande maggioranza che in termini economici rappresenta solo il 10 % del totale, è quella parte dell’umanità che avrebbe il maggiore potenziale per contribuire al progresso di tutti. Occorre, pertanto, far sempre riferimento alle Nazioni Unite, ai programmi e alle agenzie associate e alle organizzazioni regionali, rispettare e onorare i trattati internazionali e continuare a promuovere il multilateralismo, affinché le soluzioni siano veramente universali e durature, a beneficio di tutti (cfr. Benedetto XVI, Lettera all’On. Gordon Brown, 30 marzo 2009).

Ho voluto offrire queste considerazioni come contribuito ai lavori del G20, fiducioso nello spirito di solidarietà responsabile che anima tutti i partecipanti. Invoco perciò la benedizione di Dio sull’incontro di Amburgo e su tutti gli sforzi della comunità internazionale per attivare una nuova era di sviluppo innovativa, interconnessa, sostenibile, rispettosa dell’ambiente e inclusiva di tutti i popoli e di tutte le persone (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou).

Gradisca, Eccellenza, le mie espressioni di alta considerazione e stima.

Vaticano, 29 Giugno 2017

Francesco

luglio 12, 2017

L’EUROPA? L’HA UNITA PIÙ LUTERO DI MERKEL

LA SCELTA DI LUTERO PER L’INCERTEZZA PUÒ RIVELARSI OGGI UN PUNTO DI CONTATTO ANZICHÉ DI DIVISIONE

Intervista allo storico Schilling di Alberto Melloni, La Repubblica 17 giugno 2017, pag. 53

Il Lutero della storia. Nell’ultimo centenario della morte di Martin Lutero (1546), una settantina di anni fa, né Horst Kasner, pastore luterano della DDR, né Rosa Vassallo, pia piemontese cattolica emigrata in Argentina, avrebbero mai immaginato che per il giubileo delle tesi – affisse sul portale della cattedrale di Wittenberg il 31 ottobre 1517 – con cui iniziò la Riforma protestante, la figlia del pastore – la cancelliera della Germania unita Angela Merkel – e il nipote di nonna Rosa – papa Francesco – si sarebbero incontrati come accade oggi per parlare di politica e di pace in un mondo che sembra avere reso la fede di Lutero non più un punto di divisione, ma un punto di contatto. Opera dello Spirito che ha svelenito la violenza confessionale? Prova della banalità di una società percorsa da un devastante analfabetismo religioso? Per capirlo bisogna ritornare al Lutero della storia. Una delle cose che farà la European Academy of Religion: una piattaforma di ricerca fra Europa, Mediterraneo Medio Oriente e Russia che si riunisce a Bologna da domani al 22 giugno per la “conferenza zero”. Ci saranno 500 istituzioni aderenti, 1000 studiosi di 46 Paesi, 140 panel, 600 papers, 15 lezioni: e fra queste l’intervento di Heinz Schilling, il grande storico tedesco, autore di una monumentale biografia di Lutero (uscita in Italia da Claudiana, a cura di Roberto Tresoldi), in cui ha riversato decenni di studi. «Lo storico deve prendere decisamente posizione e resistere alle tentazioni e alle pretese della politica e soprattutto delle Chiese, che dichiarano: “Non vogliamo avere nulla a che fare con la storia” – dice Schilling –. Il dovere dello storico è mostrare cosa Lutero e tutti gli altri protagonisti del tempo fecero in un mondo estraneo, che non è il nostro. E chiedersi quali sono quegli elementi che hanno influenzato la vita degli europei nel corso degli ultimi 500 anni, non solo dalla prospettiva della Riforma protestante, ma anche da quella delle altre Chiese, soprattutto della cattolica».

Il “suo” Lutero viene liberato dalla caricatura del monaco modernizzatore lanciato contro un papato medievale. «La campagna per le indulgenze, a mio parere, fu uno strumento moderno nelle mani del papato per raccogliere denaro per un fine importantissimo come la costruzione della più grande Chiesa della cristianità. Il Papa fu il primo tra gli uomini di Stato e i principi dell’età moderna a sviluppare qualcosa come uno Stato sovrano. Addirittura la politica militare della Chiesa – si pensi a quella di papa Giulio II – era la migliore del tempo. Insomma, il papato non era – come hanno affermato i protestanti guardando Roma con gli occhi di Lutero – ai margini del processo di modernizzazione. Era all’avanguardia come la Spagna. Tutto questo, però, per Lutero non contava».

Cosa contava per Lutero? «Il suo interesse era profondamente religioso: per lui Roma tradiva la fede proprio perché si stava incamminando verso la modernità. Lutero non era interessato agli sviluppi della sua epoca. Era alla ricerca di un Dio misericordioso. La sua domanda non poteva essere nel cuore del papato e della curia di allora, che lo affrontarono con la bolla di scomunica. Lutero si trovò davanti a un dilemma. Si domandò: “Torno alla sicurezza della vita monastica, sapendo di raggiungere la salvezza eterna, oppure affronto il Papa e mostro ai miei contemporanei che la strada della Chiesa romana porta alla rovina, rischiando così la mia vita?”. Alla fine decise di affrontare Roma e il Papa in persona, insultandolo e chiamandolo Anticristo».

Perché quella scelta oggi può ancora risultare interessante? «Quello che stupisce le persone, almeno in Germania, è scoprire che le cose che oggi ci preoccupano sono già accadute 500 anni fa, quando gli uomini facevano esperienza di un’insicurezza religiosa e intellettuale, quando si svilupparono dei conflitti tra potenze mondiali di allora come gli Ottomani e gli Asburgo. E quando si scatenarono guerre in territori dove si combatte anche oggi come la Siria e l’Iraq, dove furono prese delle decisioni che cambiarono il corso della storia del califfato, che passò dalla predominanza araba a quella ottomana. Grazie a Lutero e alla Riforma, ma anche a causa dell’incertezza di oggi, è diventato chiaro come sia importante studiare e prendere in considerazione un ampio periodo storico per comprendere gli sviluppi del presente. In Germania si era finito per non insegnare più la storia precedente al XX secolo: è un errore pericoloso».

Cosa dovrebbero fare le Chiese? «Dobbiamo stare attenti a non perdere interesse per le differenze storiche e teologiche. Non ci si può limitare a dire: “In fondo siamo tutti cristiani e prima o poi torneremo uniti”. Questo punto di vista è pericoloso perché rischia di far perdere la sostanza delle singole culture confessionali che alla fine non riconoscono più il nocciolo della loro fede. Certo, non ci si può non rallegrare – e questo vale naturalmente anche per papa Francesco – che si ascolti e accetti l’altro in amicizia».

A cosa dovrebbe portare allora questo giubileo della Riforma protestante? «Dovrebbe spingere a rafforzare l’amicizia e l’accettazione reciproca da un lato. E dall’altro provocare anche l’elaborazione in prospettiva storica di quello che è stato il nostro sviluppo teologico. Dobbiamo essere finalmente consapevoli di quanto si sia diversificata la cultura religiosa europea, nella consapevolezza che siamo tutti parte di una famiglia che segue riti differenti senza combattersi l’un l’altro». Già senza combattersi.

giugno 29, 2017

HA TANTO AMATO IL MONDO

GUARDARE LONTANO PIANTANDO ALBERI E CUCCIOLI D’UOMO

di don Angelo Casati, omelia del 25 giugno 2017 (terza domenica dopo pentecoste); fonte: http://www.sullasoglia.it/pagine/meditatio.htm

Così com’è. Ancora una volta una sosta a queste parole, ancora una volta un indugio. Non finire di sostare, di indugiare alle parole. Le parole sono a conclusione – ma io oserei dire, sono a prolungamento all’infinito – del dialogo nella notte tra Gesù e Nicodemo. Chissà quante volte abbiamo letto le parole, ed ecco ancora una volta ci fermiamo. incantati e sorpresi, oserei dire, commossi dalla bellezza: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Il suo unico. Per il mondo. Ha amato il mondo. E quando diciamo “mondo” guardiamoci bene dalle astrazioni, come se mondo fosse una parola pallida e vaga. No, ha amato e ama il mondo così com’è, così come lo conosciamo, fatto da noi, il mondo con le sue bellezze, ma anche con le sue disumanità, con le sue oasi di serenità ma anche con le sue aspre conflittualità, con le sue sincerità ma anche con le sue contraddizioni, con creature – e siamo noi – capaci del meglio, ma anche capaci del peggio, con bellezze della natura mozzafiato ma anche con squarci e ferite della natura drammatiche. E io lo amo? Il mondo? Così com’è?

In attesa dell’acqua. Un amore, quello di Dio, per il mondo, che viene – lasciatemi dire – da lontano. Lo pensavo rileggendo la pagina della creazione che oggi abbiamo ascoltato: appartiene al secondo racconto della creazione, un racconto – e lo abbiamo intravisto – fatto di immagini, di colori, nello stile di una poesia antica, con sconfinamenti nel mito, ma non per questo privo di significati, di svelamenti, di suggestioni. Ed ecco, nel racconto, la terra. Nella sua quasi totalità arida, nessun cespuglio, nessuna erba. Quasi in attesa dell’acqua e dell’uomo. E poi la meraviglia di una polla d’acqua che fuoriesce dalla terra. E nel racconto – perdonate l’impertinenza – sembra quasi che di acqua abbia bisogno anche Dio, per plasmare l’uomo con polvere dal suolo. Ed ecco Dio pianta un giardino per l’uomo. Che bello – mi dicevo – pensare a Dio come a uno che pianta giardini. Pianta giardini e pianta alberi.

Guarda avanti. Ebbene, se vuoi dire il futuro, pianta un albero. O genera un cucciolo d’uomo. Mi ritornano, alla mente e al cuore, alcune parole luminose di Danilo Dolci, sociologo, educatore, poeta morto sul finire del secolo scorso. Scriveva:

Chi guarda avanti dieci anni pianta alberi,

chi guarda avanti cento anni pianta uomini,

e chi guarda avanti solo dieci minuti pianta grane”.

Forse è anche per questo che in certe occasioni sembra di assistere a una società – talvolta a una chiesa – contagiate e anche intristite da piantagrane. Perché? Perché guardiamo avanti solo dieci minuti.

Coltivare e custodire. Ritornando al testo delle Genesi potremmo dire che Dio spalanca il futuro piantando alberi e piantando l’uomo. Gli sta a cuore il giardino, simbolo di crescite e di bellezza. Ma vorrei far notare che il giardino non è già bell’e fatto, non è un dato concluso: anche la creazione non è un atto concluso, è un atto in divenire. Il racconto vuole mettere in evidenza il ruolo di noi umani. E’ scritto: “Il Signore Dio, prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse”. Amare il mondo, amare la terra, come fa Dio, significa fare nostri questi due verbi, che suonano come una consegna. La consegna per il giardino: “… perché lo coltivasse e lo custodisse”. Coltivare e custodire. Nella lettera enciclica “Laudato si’”, sulla cura della casa comune, Papa Francesco riprende i due verbi del nostro testo e scrive: “Mentre «coltivare» significa arare o lavorare un terreno, «custodire» vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura. Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di tutelarla e garantire la continuità della sua fertilità per le generazioni future. In definitiva, «del Signore è la terra» (Sal 24,1), a Lui appartiene «la terra e quanto essa contiene» (Dt 10,14). Perciò Dio nega ogni pretesa di proprietà assoluta: «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» “(Lv 25,23) (n.67). Penso alle generazioni future, e vado sognando donne e uomini che piantino, guardando avanti cento anni!

Atteggiamento dispotico. C’è un divieto nel giardino: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare”. Potremmo dire: guardati da un atteggiamento dispotico, dall’atteggiamento di chi ha la pretesa di essere il metro di tutto. E’ un divieto a salvaguardia del giardino: più diventiamo dispotici, più siamo di quelli che sanno tutto e possono tutto… e più diventiamo la rovina del giardino, della terra e dell’umanità. La terra, il mondo non sono da asservire o da sfruttare o da scartare, sono da amare. Dio, mandandoci il suo Figlio, ci ha raccontato l’amore per il mondo, per la terra. Gesù, non per giudicare il mondo, è venuto! Ma “perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.

La luce. Con lui, dice Giovanni, “la luce è venuta nel mondo”. La luce – capite –. Importante la luce! Potremmo dire che rimanendo nella sua luce, camminando nella via che lui ci ha aperto, facciamo la fortuna del giardino, della terra e dell’umanità. Perché lui ci ha insegnato non solo ad amare, ma come amare, come amare la terra e l’umanità. Quando noi ci neghiamo alla luce, alla luce che filtra dalla sua parola e dalla nostra coscienza, ci condanniamo con le nostre stesse mani, condanniamo noi stessi e il giardino. E come se volessimo costringere erba, cespugli, fiori e piante nel buio di una stanza senza finestre. Dove non filtra luce ci si intristisce: intristisce il giardino, intristiamo noi. Oggi ci è stato raccontato l’amore di Dio per il mondo, per la terra, per l’umanità. Possa la vita, la nostra vita, raccontare il nostro amore, la nostra cura, la nostra custodia. Per questo mondo, per questa nostra terra, per questa nostra umanità.

IL MAGNIFICAT DI LUTERO

AVEVA EVIDENZIATO CHE IL VANTO DI MARIA NON ERA SULLE PROPRIE QUALITÀ MA SULLO SGUARDO DIVINO PIENO DI GRAZIA

di Piero Stefani http://pierostefani.myblog.it/2017/06/24/620-il-magnificat-di-lutero-25-06-2017/

Nel particolare si riflette il tutto. Sentenza antica e sempre vera. È così anche per chi scrive, nelle sue frasi, o meglio in alcune di esse, si concentra in poche parole la sua visione che altrove si dispiega per molte decine o forse centinaia di pagine. Ciò avviene per il Commento al Magnificat scritto nel periodo in cui il pensiero del Riformatore spicca i primi, irreversibili voli. Il testo risale infatti all’inizio della fase cruciale per l’avvio della Chiesa luterana, 1520-1521.

«Siccome Egli suole considerare nei luoghi profondi quanto vi è di meschino, ho tradotto la parola humilitatem con “bassezza” o “cosa meschina”, perché questo è il pensiero di Maria: Dio ha riguardato me ancella povera, disprezzata, meschina, mentre avrebbe ben trovato regine ricche nobili, potenti, figliuole di principi. (…) Ella non si vanta né della sua verginità, né della sua umiltà, ma soltanto dello sguardo divino pieno di grazia. Perciò l’accento non viene posto sulla parole humilitatem, ma sulla parola respexit. Infatti non va lodata la sua bassezza, ma lo sguardo di Dio. (…) Maria confessa che la prima opera di Dio in lei è lo sguardo divino che si è posato su di lei, ed è anche l’opera maggiore dalla quale tutte le altre dipendono e dalla quale tutte scaturiscono. (…) Là è tutta la forza di Dio e tutto il suo braccio, perché dove la forza se ne va subentra la forza di Dio se vi è fede che attende. Quando poi l’afflizione è finita appare manifesto quale forza fosse nascosta sotto l’infermità. Ecco così senza forza era Cristo in croce e appunto allora compì l’azione massima vincendo il peccato, la morte, il mondo, l’inferno, il diavolo, ogni male».

Qui c’è il cuore della Riforma luterana che ha contribuito in maniera irreversibile al modo di vivere la fede e l’evangelo, ponendo al centro il primato della misericordia divina come uno sguardo che si volge in basso verso le creature e come uno svuotamento che vince là dove tutto umanamente appare chiuso nel cerchio della sconfitta.

giugno 10, 2017

SANTUARI E RELIGIOSITÀ POPOLARE

IN OCCASIONE DEL CINQUECENTENARIO DI LUTERO È AUSPICABILE RIFLETTERE SUGLI SFORZI COMUNI DI SRADICARE IL SOTTOFONDO PAGANO-RURALE

di Piero Stefani*

Un esempio tra i tanti. Edmondo Lupieri descrive in un suo libro (Giovanni e Gesù. Storia di un antagonismo, Carocci, Roma 2013) una serie di operazioni legate a una religiosità popolare ricca di componenti sincretiche. Nello specifico essa si è sviluppata presso la tribù indio dei Chamula, popolazione che ha il proprio centro a San Juan nel Chiapas messicano. In un capitolo intitolato «Il dio dell’acqua e il dio del mais» Lupieri mette in luce la superiorità riservata da quelle parti al Battista, identificato con il dio dell’acqua (battesimo), su Gesù identificato con il dio del mais: senza la pioggia tutto muore. Nel testo inoltre si fa opportunamente notare che quella che siamo soliti chiamare «religiosità popolare» e interpretiamo come una riverniciatura cristiana di un sottofondo pagano precolombiano è stata per secoli, con le varianti del caso, la normale espressione della fede all’interno della Chiesa cattolica. Comune era, per esempio, la convinzione (ben attestata anche in Centro America) della vendicatività di un personaggio santo o divino e della conseguente necessità di ingraziarselo.

Caccia alle streghe come antidolatria. L’anno in cui si celebra il cinquecentenario di Lutero potrebbe essere un’occasione propizia per riflettere sull’apporto concorde di Riforma e Controriforma nell’operazione di sradicare dal cristianesimo, spesso con metodi brutali e inaccettabili, il sottofondo pagano-rurale. La caccia alle streghe fu l’esempio più noto, drammatico e accomunante di questo modo di agire. Il ragionamento sottostante a quel tipo di aberrazioni non fu in sé stesso aberrante. Lo si potrebbe trascrivere in questi termini: se si accetta che il cristianesimo si incarni in culture precedenti occorre non mettere troppi paletti, quindi, se si vogliono porre delle limitazioni, bisogna lottare contro una serie di mentalità radicate tra la gente comune. L’esempio di questa linea di condotta deriva dalla Bibbia stessa, basta leggerla per comprendere come in essa la lotta contro la cultura politeistico-sessuata cananea incuneatasi all’interno del popolo ebraico fu componente costitutiva per non dire esasperata. Dal canto loro decisamente antidolatriche sono pure le pagine neotestamentarie dedicate a descrivere la diffusione del kerygma evangelico in ambito greco-romano; a tal proposito basti pensare all’orrore che invase gli animi di Paolo e Barnaba quando si accorsero che la loro azione era stata inculturata in termini politeistici (cfr. Atti 14,8-18). In conclusione, una coerente legittimazione della religiosità popolare porta con sé la critica di molte linee guida bibliche e viceversa. I rischi del biblicismo fondamentalista sono sotto gli occhi di tutti, ma di per sé ciò non equivale ad affermare che l’altra sponda sia priva di pericoli.

Documento programmatico. Anno dopo anno l’Evangelii gaudium conferma quanto si era compreso subito: quell’esortazione apostolica è il vero documento programmatico dell’intero pontificato di papa Francesco. In essa vi sono alcuni paragrafi (122-126) intitolati «La forza evangelizzatrice della pietà popolare». A quanto si dice, all’argomento sarà dedicata anche una prossima enciclica. A questo stesso sfondo si rifà una delle non molte modifiche concrete attuate da papa Francesco nell’organizzazione della curia. Si tratta di una decisione passata in larga misura inosservata. Ci riferiamo alla lettera apostolica Sanctuarium in Ecclesia promulgata l’11 febbraio di quest’anno. Essa investe il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione del compito di trattare le questioni relativa ai santuari (competenza fino ad allora affidata alla giurisdizione della Congregazione del clero). La motivazione di fondo del cambiamento è la seguente: i santuari «sono luoghi di evangelizzazione, dove dal primo annuncio fino alla celebrazione dei sacri misteri si rende manifesta la potente azione con cui opera la misericordia di Dio nella vita delle persone». D’ora in avanti spetterà al Pontificio consiglio studiare e attuare provvedimenti che favoriscano «il ruolo evangelizzatore dei santuari e la coltivazione in essi della religiosità popolare».

Ambiguità. Il documento non prospetta nessun distinguo quasi che ogni santuario equivalesse a un altro, non compie alcun cenno alle ambiguità spirituali e religiose presenti in più luoghi, ancor meno allude alle attività economico-commerciali che inquinano la vita di tanti santuari e dei loro dintorni. Al giorno d’oggi la sommossa degli argentieri di Efeso, preoccupati che la predicazione paolina compromettesse il loro commercio dei tempietti di Artemide (cfr. At 19.23-40), non avrebbe più, da molte parti, ragion d’essere: l’oggettistica religiosa prospera quasi ovunque. Il testo non rivela alcun sospetto della caduta postsecolare della contrapposizione tra secolare e religioso che contraddistingue il turismo legato a tanti santuari (basti pensare all’odierna popolarità del «camino de Santiago»).

Critica al tramonto? Di fronte a queste misure sembra che si sia obbligati a concludere che la nuova evangelizzazione si riveste di panni a un tempo antichi e postsecolari. L’atteggiamento critico proprio della moderna cultura occidentale ha imboccato da tempo il viale del tramonto. La notte che le sta davanti ha tutta l’aria di essere lunga.

*Il pensiero della settimana, n. 618; fonte: http://pierostefani.myblog.it/2017/06/10/618-santuari-e-religiosita-popolare-10-06-2017/

maggio 21, 2017

SPIRITO SANTO VERO MAESTRO

ALLONTANANDOSI DALLA CULTURA GRECA LA CHIESA HA PERSO LA MISTICA E SULLA SAPIENZA DEL NOSTRO ESSERE HA PRESO IL SOPRAVVENTO LA SAPIENZA DEL MONDO
di don Giorgio De Capitani*

Ancora e sempre Spirito santo. Anche nei brani della Messa di oggi si parla di Spirito santo. Nel primo, si dice che Pietro era colmo di Spirito santo, di quella presenza divina che gli dava l’energia per affrontare i capi ebrei e di accusarli addirittura di aver scartato la pietra angolare, ovvero Cristo salvatore, mettendolo su una croce maledetta. Nel secondo brano, Paolo contrappone la speranza umana alla sapienza dello Spirito. Nel brano del Vangelo, Gesù, nel discorso d’addio, promette ai discepoli il dono dello Spirito: sarà lui il vero maestro interiore.

Paure. Nel libro “Atti degli apostoli”, troviamo diversi momenti di tensioni, di contrasti, di scontri tra le autorità ebraiche e le autorità pagane nei confronti dei primi cristiani. Ciò che impressiona è constatare la paura del potere religioso (quello ebraico) e del potere politico (quello romano) per un gruppo di entusiasti ma nulla di più (la struttura stava per nascere, ma non era ancora imponente), seguaci di un Cristo che era morto sulla croce, con la condanna dei capi ebrei, ratificata dai capi romani. Ma perché aver paura di questi “scalmanati”, così erano giudicati, dal momento che l’ebraismo aveva radici ancora profonde e millenarie e l’impero romano aveva esteso il suo predominio sul mondo allora conosciuto? Avevano paura perché avevano colto in questa nuova “setta”, così giudicata, i semi di una prossima rivoluzione, oppure perché temevano una concorrenza?

Sobillatori del quieto vivere. Agli ebrei ortodossi, ligi alla Torah, non stava bene che molti di loro abbandonassero la religione dei padri per seguire il mito di uno che era stato crocifisso proprio perché aveva osato toccare l’eredità intoccabile di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e tanto più che la nuova religione era nata proprio all’interno dell’ebraismo. Al potere romano non stava bene che si predicassero verità che, direttamente o indirettamente, andassero poi a incidere negativamente sulla vita sociale o, meglio, sul quieto vivere dei cittadini romani. Sì, proprio così: i primi cristiani erano accusati di essere sobillatori dell’ordine pubblico, ovvero del quieto vivere.

La parte migliore della Chiesa. Ma la novità nascente dove effettivamente risiedeva? Era veramente una novità “essenziale”, una di quelle da rivoluzionare l’essere umano, prima ancora di incidere sulla vita religiosa, sociale e politica della società? Al contatto col vecchio, non c’era il rischio che o si arrivasse a dialogare per sopravvivere, dividendosi reciprocamente spazi del quieto vivere, o ci si chiudesse a riccio creando altre strutture, destinate poi a mortificare il nuovo nascente? La Chiesa finirà ben presto per contestare se stessa nella sua parte “migliore”. In altre parole, la Chiesa rischierà di suicidarsi, annullando quello Spirito interiore, da cui era nata. Più la Chiesa s’ingrosserà come struttura e come potere, più si svuoterà della sua vera anima, ovvero del fondo dell’anima, là dove lo Spirito risiede nella sua purezza. E questo che cos’è se non un suicidio?

Volto buonista. Sinceramente non sopporto di assistere oggi a qualche ripulitura esteriore, nel vestito, dando alla Chiesa un volto buonista, misericordioso, accogliente, ecumenico, dimenticando che la vera conversione (l’aveva già detto Gesù) sta nel cuore, nella caverna del cuore, nel profondo del nostro essere. Una conversione, che non riguarda tanto un cambio di diplomazia o di quell’arte di saper fare che è la prerogativa di una certa politica pragmatistica, ma una conversione che richiede quel radicale distacco che permette di cogliere la realtà dell’essere umano. Sì, un distacco radicale dall’inessenziale, dal contingente, dal superfluo, dal falso necessario.

Quando la Chiesa tradisce lo Spirito. Se, dunque, all’inizio del cristianesimo ci furono duri contrasti tra il potere religioso ebraico e il potere politico romano, la Chiesa, via via strutturandosi, finirà per crearsi problemi sempre più preoccupanti all’interno della propria struttura, a danno di quella realtà che ancora oggi costituisce il grosso problema dei credenti: in che cosa in realtà noi crediamo? Ciò che ritengo sconcertante è il fatto che la Chiesa abbia seriamente tradito lo Spirito. Eppure, Cristo aveva detto chiaramente ai discepoli, i primi eredi dell’opera cristiana, di porre fede anzitutto nello Spirito, che dovrà sempre restare il vero maestro interiore.

Siamo discepoli e non maestri. Ma che significa le parole che troviamo nel vangelo di oggi? “… lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che vi ho detto”? Che significa insegnare e ricordare? Insegnare e ricordare che cosa e a chi? Ma almeno una cosa deve essere chiara: tutti noi credenti, a iniziare dai capi gerarchici, siamo discepoli, e non maestri. Se abbiamo il compito di trasmettere la verità, non dobbiamo dimenticare che la verità non è “nostra”: è sempre da cercare, perché la verità è Dio stesso, e Dio non è un oggetto da conoscere, ma è lo Spirito che si genera in noi, quando però gli diamo spazio.

Sapienza umana e sapienza dello Spirito. Solo un breve accenno per quanto riguarda la contrapposizione tra la sapienza umana e la sapienza dello Spirito. Solitamente si è pensato che la sapienza umana di cui parla San Paolo fosse quella della cultura greca, e che la sapienza dello spirito fosse quella dello Spirito secondo la concezione ebraica. In realtà non è così’. Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che il retroterra culturale cristiano non è quello ebraico, ma greco: basterebbe pensare all’influsso che ha avuto Platone sui primi pensatori cristiani fino a Sant’Agostino. Gli ultimi libri sapienziali dell’Antico Testamento sono nati nel mondo greco. Il guaio è stato quando la Chiesa ha abbandonato la cultura greca, sorgente della vera mistica, per rifarsi al mondo giudaico. D’altronde, chi ha parlato in modo eminente e sublime dello spirito, della sapienza, del divino in noi? Non sono stati forse gli antichi filosofi greci? Oggi sembra che il primato della Parola di Dio, intesa in senso biblico-giudaico, abbia svuotato il mondo dello Spirito, ecco perché la sapienza di questo mondo (il mondo del maligno, come direbbe San Giovanni), ha preso il sopravvento sulla sapienza del nostro essere.

*Omelia del 21 maggio 2017, sesta di Pasqua (At 4,8-14; 1 Cor 2,12-16; Gv 14,25-29); fonte: http://www.dongiorgio.it/21/05/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-sesta-di-pasqua/

aprile 27, 2017

VERSO UN MONDO MENO VIOLENTO?

NUOVE ACQUISIZIONI TEOLOGICHE TOLGONO RADICALMENTE OGNI LEGITTIMAZIONE RELIGIOSA ALLA VIOLENZA

                       schema

I    – La violenza organica al mondo

II   – La nonviolenza estranea alla Chiesa

III – Il mondo è più o meno violento di ieri?

IV – La nonviolenza all’opera

V  – La chiesa ha adottato la nonviolenza

VI – Come è cambiato l’annuncio

VII- Spes contra spem

Discorso tenuto da Raniero La Valle il 21 aprile 2017 ad Alessano (Lecce), nel ricordo del vescovo don Tonino Bello e del sindaco di Molfetta Guglielmo Minervini  Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2017/04/il-mondo-e-piu-o-meno-violento-di-ieri.html

I – LA VIOLENZA ORGANICA AL MONDO

È nel ricordo di don Tonino Bello e di Guglielmo Minervini che vogliamo guardare oggi al tema della nonviolenza a cui essi hanno dedicato la vita, il primo facendone il cuore della propria azione pastorale, il secondo della propria azione amministrativa e politica. In quale situazione essi hanno dato la loro testimonianza? Essi hanno vissuto in una situazione in cui la violenza era del tutto organica al mondo, mentre la nonviolenza era opposta allo spirito del mondo. Non altrettanto essa era opposta allo spirito della Chiesa, grazie al Vangelo, ma certamente la nonviolenza era estranea alla cultura e alla immagine della Chiesa.

a) Il primo punto è che la violenza era organica al mondo. Essa infatti, nella dimensione pubblica non solo era legittima (essendo stato conferito al potere pubblico il monopolio della violenza) ma fungeva da giudice di ultima istanza. Vale a dire che alla fine a decidere era la violenza. Nella seconda guerra mondiale la bomba atomica è stata il giudice finale. Trump che getta la bomba-madre sull’Afghanistan, dice che l’ultima decisione sarà la sua. Le Brigate Rosse in Italia elessero la violenza come ultimo giudice tra il potere e l’antipotere. La stessa cosa fa oggi il terrorismo internazionale. Anche nella dimensione privata la violenza si mostrava inarginata; basti pensare al Far West americano, alla violenza nei rapporti di lavoro, nella fabbriche, nei campi, nelle famiglie, alla violenza sulle donne, al bullismo, alla manovalanza delle mafie e delle camorre.

b) Il secondo punto è che la nonviolenza era opposta allo spirito del mondo. Che cosa è lo spirito del mondo? C’è una lettera di Hegel del 1806, scritta da Jena, il luogo della grande battaglia vinta da Napoleone contro l’esercito prussiano. In questa lettera citata da Jacob Taubes, che è un filosofo e rabbino ebreo innamoratosi di San Paolo, Hegel scrive di aver visto quella mattina l’imperatore, questo “spirito del mondo” uscire a cavallo dalla città per andare in ricognizione. Lo spirito del mondo è Napoleone a cavallo; è dunque nel potere violento che si incarna lo Spirito assoluto di cui parlava Hegel; questo è lo spirito del mondo che nella Prima lettera ai Corinti san Paolo contrappone al pneuma tou Theoù, allo spirito di Dio. La violenza dunque non solo è la pratica del mondo, ciò che il mondo fa, ma è anche la sua ideologia, ciò che il mondo pensa di sé.

II – LA NONVIOLENZA ESTRANEA ALLA CHIESA

c) Il terzo punto è che la nonviolenza era sostanzialmente estranea alla Chiesa. Avrebbe dovuto esprimere l’identità della Chiesa, dato che la Chiesa nasce dal Vangelo. Invece la nonviolenza non stava di casa nella Chiesa. Il problema è che c’era una radice di violenza nella stessa concezione di Dio inteso come giudice, come vendicatore, come esattore di sacrifici ed olocausti, come un Dio forte in battaglia. La stessa rivelazione, nella sua fase ancora acerba e immatura aveva tramandato immagini incoerenti di Dio, come è attestato in alcune pagine molto dure della Bibbia. Può sembrare azzardato parlare di una incoerenza nella stessa rivelazione. Certo non è incoerente la rivelazione che si manifesta nella persona di Gesù, nel suo insegnamento. Gesù non è incoerente. Però c’è un perfezionamento della fede, e perciò un’evoluzione nel credere, di cui è causa lo stesso Gesù, che la lettera agli Ebrei definisce “autore e perfezionatore della fede” (Eb. 12, 2). Dunque la fede non sta ferma, si sviluppa, non è un deposito immoto. E questo perfezionamento o arricchimento della fede non è concluso, ma continua per mezzo dello Spirito Santo che si incarica di condurci a tutta intera la verità; questa, almeno, è la promessa di Gesù (Giov. 16,13). Non c’è incoerenza in questo disvelamento progressivo dei “segreti” di Dio. Ma nella Bibbia, che è “Parola di Dio” scritta però da mani e con mente d’uomo, queste incoerenze sussistono.

Incoerenze soppresse. Si può vedere una di queste incoerenze (e forse la maggiore) in uno stesso versetto della profezia di Isaia, il v. 2 del cap. 61, laddove il profeta annuncia e promette “un anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta del nostro Dio”. È una profezia importante perché è quella che Gesù legge agli ebrei nella sinagoga di Nazaret, per dire che quella profezia si realizzava quel giorno davanti a loro. Ma Gesù non fa finta che l’incoerenza non ci sia, annunciando due cose contraddittorie, come noi ancora facciamo, per esempio nelle letture che proclamiamo nella veglia pasquale, dove appare un Dio incoerente, che uccide i bambini egiziani e passa salvando gli ebrei. Gesù vede l’incoerenza di quella profezia, non cerca di risolverla col gioco delle interpretazioni o delle allegorie, ma semplicemente la sopprime. Egli interrompe la lettura di Isaia a metà versetto, riconsegnando il rotolo all’inserviente, e dunque annunciando la misericordia e negando la vendetta. È molto interessante che dopo una conferenza in cui io avevo citato questo comportamento di Gesù, il rabbino di Firenze, che era presente, avvicinatosi, mi ha chiesto: “secondo lei Gesù, così facendo nella sinagoga di Nazaret, l’ha fatto come cristiano o come ebreo?”. Naturalmente Gesù era ebreo, “un ebreo di Galilea”, come ci ha insegnato Giuseppe Barbaglio. E con questa domanda il rabbino voleva dire che anche gli ebrei sono d’accordo, e che dunque come ha fatto Gesù la Bibbia si deve leggere purificandola delle incoerenze di Dio che vi sono “depositate”.

Malicidio . La Chiesa di don Tonino Bello, di Minervini, la Chiesa in cui anche noi abbiamo vissuto è una Chiesa che non si era separata dalla violenza. Aveva teorizzato la guerra giusta, aveva fatto le Crociate; san Bernardo, che pure era un mistico, aveva spiegato che uccidere un infedele non è un omicidio, ma un malicidio. Certo, gli “infedeli” non erano stati da meno, come dimostrano gli 800 martiri di Otranto, trucidati tutti insieme per non aver voluto passare all’Islam. In ogni caso la Chiesa aveva acceso i roghi per gli eretici e per le streghe, la pena di morte era vigente perfino nello Stato pontificio; a Roma, in piazza del Popolo, si faceva con “mazzola e squarto”; poi passava la “Ven. Arciconfraternita di Gesù, Maria e Giuseppe dell’anime più bisognose del Purgatorio” a fare la questua per l’Anima del condannato, senza però fermarsi “in tempo della Giustizia nella Piazza del Patibolo”, come diceva la convocazione dei Fratelli questuanti, di cui ho una copia in casa mia; essa assicurava che per tal Opera Pia essi avrebbero acquistato “merito grande appresso Dio”. E quella cultura rimase nella Chiesa, ben oltre la fine dello Stato pontificio: quando nel 1960 andai a dirigere “l’Avvenire d’Italia”, un regista francese, Autant Lara, fece un bellissimo film contro la pena di morte e in favore dell’obiezione di coscienza, “Tu ne tueras point” (1961); il film fu censurato, ma “l’Avvenire d’Italia” ne fece una critica molto favorevole e il vescovo di Vicenza protestò duramente col cardinale Lercaro, arcivescovo di Bologna, tutore del giornale. Fu quella la prima grave crisi del quotidiano cattolico, che fu chiuso poi dopo il Concilio. In questo contesto don Tonino e Minervini sono stati nonviolenti, uno come vescovo, l’altro come politico. Ed era una scelta difficile, a caro prezzo, e spesso umanamente perdente.

III – IL MONDO È PIÙ O MENO VIOLENTO DI IERI?

Più pericolosa se inconsapevole. Ora la domanda è: rispetto alla situazione che hanno vissuto, i testimoni di allora come la vedrebbero oggi? C’è oggi più o meno violenza? È la domanda che si è posta papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno, scrivendo: “Non è facile sapere se il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri né se i moderni mezzi di comunicazione ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa”. Io proverei a rispondere a questa difficile domanda. Come ieri, la violenza sembra organica al mondo. Si direbbe che il mondo non sappia fare altro, e anzi che la violenza sia diventata maggiore. La bomba gettata da Trump sull’Afghanistan è maggiore di tutte le altre bombe, di poco inferiore all’atomica; l’«Armada» navale mandata contro la Corea del Nord è di una forza senza pari; la violenza dei terroristi dello Stato che si dice islamico è maggiore, spesso più efferata della violenza finora usata da altri terroristi o giustizieri. Però c’è qualche segno di una caduta di livello, di una perdita di credibilità, di una diminuita potenza e sovranità della violenza. Una violenza che grida, che fa molto chiasso, che dà di matto, è meno efficace di una violenza che agisce, che è esercitata con fredda razionalità. E la gente se ne inquieta di più, perché capisce che quanto più è inconsapevole, tanto più è pericolosa.

Demenza e alienazone. Pertanto io credo che la violenza oggi mostri più apertamente la sua alienazione, la sua inevitabile demenza, la sua estraneità a un progetto che sia umano. Perciò per quanto possa apparire ancora organica al mondo e allo spirito del mondo, essa sembra abitare nell’organismo del mondo più come un delirio che come una decisione, più come un’anomalia che come una regola, più come un oggetto di rigetto che come un destino. Perciò a me pare che da un lato oggi la violenza sia più pericolosa, perché i diversi focolai della guerra mondiale a pezzi già da tre anni diagnosticata dal papa potrebbero fondersi in un unico grande incendio, ma dall’altro la violenza sia più debole, meno connaturale al mondo, meno utile agli stessi progetti di dominio, più stigmatizzata dall’opinione pubblica, se non altro per l’effetto di potenti anticorpi suscitati nel consorzio umano dalle violenze perpetrate fin qui. Anzi ho la forte percezione che la nonviolenza abbia gettato i suoi semi nel mondo e abbia operato nel cuore del Novecento più di quanto non sia stato fin qui riconosciuto. Mi sembra infatti che la generazione dei don Tonino, dei Minervini, di don Milani, di Gandhi, di La Pira, di Hammarskjöld, di papa Giovanni, dei movimenti per la pace non sia passata invano.

IV – LA NONVIOLENZA ALL’OPERA

Vogliamo ricordare qualche esempio di questa non violenza all’opera? Pensiamo alla fine dei blocchi. Che cosa è stata se non il frutto della nonviolenza penetrata nella cultura del Novecento la fine incruenta dei blocchi ad opera della parte considerata più violenta di essi, ossia del comunismo fattosi Stato in Unione Sovietica? Si dirà che ciò è avvenuto perché il comunismo si è riconosciuto più debole, è stato sconfitto. Ma se fosse stato solo sconfitto la sua sarebbe stata solo una capitolazione, una resa, e a vincere sarebbero stati solo le armi e i dollari. Invece così non è stato. Invece era avvenuto qualcosa nel pensiero, tanto è vero che con Gorbaciov si è parlato di un “nuovo pensiero politico”; ed era avvenuto un dialogo tra i punti più alti delle due culture: basti ricordare i colloqui lapiriani di Firenze, e i colloqui della Paulus Gesellschaft, con l’apporto della stessa Santa Sede, sulle due antropologie, la cristiana e la marxista. E nell’incredulità dei più il comunismo, magari da noi ribattezzato come eurocomunismo, era diventato pacifico. La fine dei blocchi venne pertanto grazie all’azione riformatrice di Gorbaciov, venne con la dichiarazione di Nuova Delhi del 1987, in cui Gorbaciov e Rajiv Gandhi proposero, inascoltati dall’Occidente, di costruire “un mondo senza armi nucleari e non violento”, venne infine con l’ordine di Mosca ai comunisti tedeschi pressati dai berlinesi: aprite il muro, fateli passare. Furono smentiti così quelli che consideravano il comunismo il male assoluto, e in base a questa idea si comportavano in tutte le loro scelte umane e politiche; i veri sconfitti sono stati loro, anche se hanno vinto, e con la loro povera cultura hanno interpretato la fine del comunismo semplicemente come la resa del nemico. Ricordo quando il ministro degli esteri di allora, il socialista De Michelis, venne tutto giulivo alla Camera a dire: sapete, la guerra fredda è finita e noi l’abbiamo vinta. Invece quegli eventi avevano dimostrato che la violenza non era organica al mondo, che la nonviolenza era possibile.

Poi di questo si è fatto pessimo uso, perché la cultura dei vincitori ha determinato il nuovo assetto del mondo, creando un mondo peggiore di prima. Essi hanno fatto del denaro il sovrano del mondo, hanno ripreso l’uso della guerra, hanno fatto guerre di ogni tipo per deporre e uccidere despoti sgraditi, come Saddam Hussein, Milosevic e Gheddafi, per far tornare l’Iraq all’età della pietra, come graziosamente si espresse la signora Thatcher, guerre per il Kuwait e per il Kosovo, contro i talebani e contro il terrorismo. Eppure si diceva che quelle guerre si facevano controvoglia, o per ragioni umanitarie, perché era d’obbligo il linguaggio politicamente corretto, che è un linguaggio in cui la violenza è ufficialmente stigmatizzata, anche se copre quella effettivamente inflitta.

Meno prestigio alla violenza. Ma ci sono altri sintomi di crisi delle ragioni della violenza. Il più vistoso è che si è creata una sorprendete asimmetria di fronte al dilagare della violenza intitolata all’estremismo islamista, del cosiddetto Stato islamico. Poteva esserci una guerra di religione e non c’è stata. E non c’è stata perché per farla bisogna essere in due. L’Occidente la farebbe volentieri, come l’ha sempre fatta anche se mascherata in molteplici modi, ma questa volta non la può fare. Il cristianesimo non ci sta. La violenza di Trump è più scatenata di quella di altri presidenti americani, ma è senza un retroterra ed è incurante della logica, non è fondata su una pretesa etica, non ha alibi religiosi, è sprovvista di una motivazione razionale. È una violenza che in un certo senso precede il cogito cartesiano, è violenza e basta. È più pericolosa, ma sempre più come estranea al mondo normale. Perfino la flotta, se Trump le dice di andare verso la Corea, non gli dà retta, se ne va verso l’Australia. La violenza perde prestigio, si mostra sempre più come la malattia, non come la soluzione.

V – LA CHIESA HA ADOTTATO LA NONVIOLENZA

Naturalmente queste sono valutazioni che si possono discutere. Però di sicuro è successa una cosa imprevista, una cosa straordinaria. La Chiesa cattolica ha adottato la nonviolenza. Essa non le è più estranea, non è una cosa “altra” rispetto al Dio che essa annunzia. Per contro la violenza è bandita anche come giustizia di ultima istanza, ed è proprio la nonviolenza che oggi appare organica alla Chiesa, ed organica alla figura di Dio quale oggi è mostrata e predicata dalla Chiesa. Si dirà che questa è una novità comparsa con papa Francesco, e finirà con lui. Ma non c’è papa senza Chiesa, e la cosa non è cominciata con lui, è cominciata con Gesù. È lui che ha mostrato un Dio in cui non c’è violenza, ed è stato lui che ha dato luogo a una Chiesa dotata di uno spirito di pace e non di afflizione (Ger. 29, 11), opposto allo spirito del mondo. Tuttavia non c’è dubbio che la drammatica attualizzazione di questo messaggio evangelico si deve al magistero pastorale di papa Francesco.

Il più alto precedente di questa opzione di non violenza nella recente vita ecclesiale è la “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, e la sua ricezione nel Concilio Vaticano II. Però quello più che un precedente è stato un inizio. Francesco, il Concilio e papa Giovanni fanno infatti tutt’uno, non sono diversi eventi lontani uno dall’altro, ma un unico evento; basti ricordare che l’anno della misericordia è stato indetto da Francesco per l’8 dicembre 2015, nello stesso giorno, dopo 50 anni, in cui era finito il Concilio, quasi a riprenderlo e continuarlo. La novità sta nel fatto che Francesco ha ripreso l’“aggiornamento” pastorale avviato dal Concilio, ma vi ha aggiunto un decisivo “aggiornamento” teologico. Come aveva detto Karl Rahner del Concilio, non cambia solo l’annunciatore, cambia l’annuncio.

VI – COME È CAMBIATO L’ANNUNCIO

1) Prima di tutto è cambiata la presentazione del volto di Dio. Nella percezione umana, fin dai tempi più antichi, come ha documentato Rudolf Otto nella sua ricerca su “Il sacro”, il volto di Dio è stato nello stesso tempo terribilis et fascinans, affascinante e terribile, quello di un re “tremendae maiestatis”, come canta il “Dies irae”. Quello presentato oggi dalla Chiesa di papa Francesco è invece un “misericordiae vultus”, un volto di misericordia, come dicono le prime parole della bolla di indizione del Giubileo straordinario. Di chi è questo volto? Questo volto è il volto del Padre; esso si rende visibile in Gesù ma è il volto della misericordia del Padre. A noi, nella nostra tradizione di fede, è familiare la misericordia del Signore Gesù, il Vangelo non fa che raccontarla; papa Francesco l’ha ricapitolata nel suo messaggio per il 1 gennaio scorso sulla nonviolenza, ricordando che Gesù ha insegnato ad amare i nemici, a porgere l’altra guancia, ha impedito che venisse lapidata l’adultera, ha fatto rimettere a Pietro la spada nel fodero, nell’orto degli ulivi, e ha tracciata “la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce”.

Anche il Padre sulla croce. Eravamo meno abituati invece all’idea della misericordia del Padre, troppo spesso sovrastata dall’idea della giustizia e della punizione, né eravamo abituati a pensare che sulla croce fosse salito il Padre, non solo il Figlio. Ma nella predicazione di papa Francesco in Dio non c’è che misericordia, Dio perdona sempre, è sempre primo nell’amore; né in lui c’è ombra di violenza, e c’è il dolore di Dio. Egli per amore dell’uomo si fa scacciare dal mondo e sale sulla croce col Figlio. Ad Auschwitz quando, secondo il racconto di Elia Wiesel, degli ebrei riconobbero in tre ragazzi impiccati Dio stesso che pendeva dalla forca, non potevano riconoscervi Cristo, il Figlio, perché erano ebrei, ma vi riconobbero il Dio stesso della creazione, dell’alleanza. Dunque è lui sulla forca, e lui è crocefisso col Figlio. C’è un documento del 2013 della Commissione Teologica Internazionale sul monoteismo e la violenza, in cui si riconosce e si afferma la radicale separazione del cristianesimo da ogni visione che implichi una violenza di Dio; e in ciò si vede l’inizio di un tempo nuovo. Ebbene in questo documento si dice che la supposta violenza di Dio è stata definitivamente smentita e rovesciata sulla croce. Non ci può essere una violenza di Dio se il Dio è quello che è salito sulla croce. Infatti sulla croce non è salito un uomo qualunque, dicono i teologi del Papa citando il secondo concilio di Costantinopoli, ma “Unus de Trinitate passus est“. Uno della Trinità stava li sulla croce, non era solo l’uomo Gesù, era il Dio della Trinità che stava sulla croce.

2) Allo stesso modo è cambiata la comprensione del rapporto tra misericordia e giustizia di Dio. «Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge» dice papa Francesco nella “Misericordiae vultus” E si appella all’autorità di san Tommaso che dice: « È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza ». È per questo, commenta il papa, «che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: “O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono”. Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso».

Giustificazione per fede. Il cambiamento consiste nel comprendere che in Dio giustizia e misericordia sono la stessa cosa. Esse sono in dialettica, in contrasto, se viene riferito a Dio un concetto antropomorfico di giustizia, la giustizia come retribuzione, come il pareggio di una pesata eguale, come l’ “unicuique suum” che sta scritto perfino sotto la testata dell’«Osservatore Romano». Ma la giustizia di Dio non è affatto questa, non è la vendetta, non è rendere male per male, la giustizia di Dio è il rendere giusti, è la giustificazione per fede, come dice Paolo, è la grazia.

3) Questa più matura percezione della misericordia e della giustizia di Dio ha fatto cadere la concezione vendicativa e punitiva della dottrina del peccato originale e delle sue conseguenze nel sacrificio che il Padre avrebbe preteso dal Figlio. Questa concezione, come ha detto lo stesso Benedetto XVI, papa emerito, in un’intervista all’ “Osservatore Romano” “è diventata oggi per noi certo incomprensibile”. mentre la dottrina di Sant’Anselmo, che l’ha diffusa in tutta la Chiesa “non è solo incomprensibile oggi – ha detto Ratzinger – ma, a partire dalla teologia trinitaria, è in sé del tutto errata“.

Dolore del Padre. Nell’attuale coscienza ecclesiale il peccato originale non è alzare la mano verso il frutto dell’albero della conoscenza, come se ciò fosse alzare la mano contro Dio, ma è alzare la mano contro il fratello. Nel mausoleo di Yad Vashem a Gerusalemme, papa Francesco ha evocato come il vero peccatore originario non Adamo ma Caino, ed è a lui che ha immaginato si rivolgessero le parole di dolore di Dio nel giardino: “Dove sei, uomo? Dove sei finito? In questo luogo, memoriale della Shoah, sentiamo risuonare questa domanda di Dio: ‘Adamo, dove sei?’. In questa domanda ha detto il papa – c’è tutto il dolore del Padre che ha perso il figlio. Il Padre conosceva il rischio della libertà; sapeva che il figlio avrebbe potuto perdersi ma forse nemmeno il Padre poteva immaginare una tale caduta, un tale abisso! Quel grido: ‘Dove sei?’, qui, di fronte alla tragedia incommensurabile dell’Olocausto, risuona come una voce che si perde in un abisso senza fondo…” Così il papa a Gerusalemme. Per completare questa cognizione della misericordia del Padre, peraltro, bisogna ricordare che Dio non ha distrutto Caino, ma ha posto un sigillo sulla sua fronte, una specie di salvacondotto divino, dicendo: “Nessuno uccida Caino”.

Valore antropologico. Per questo abbiamo detto che una guerra religiosa oggi non si può fare. Perché in Dio non c’è violenza, “il Dio della guerra non esiste”, come ha detto il papa commentando il vangelo a Santa Marta, e il cristianesimo prende definitivo congedo dal Dio violento. Infatti, come dice il documento già citato dei teologi del papa riuniti nella commissione internazionale, il Dio violento, foriero delle guerre di religione, è il frutto di un fraintendimento della fede, e l’eccitazione alla violenza in nome di Dio è “la massima corruzione della religione”. Perciò il papa ha detto al terzo incontro mondiale dei movimenti popolari e poi ha ribadito con forza nel messaggio per la giornata della pace del 1 gennaio scorso: “Nessuna religione è terrorista, la violenza è una profanazione del nome di Dio. Non stanchiamoci mai di ripeterlo. “Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa, non la guerra!” Nello stesso messaggio il papa ha fondato la nonviolenza sulla dignità immensa della persona, che deriva dall’essere immagine e somiglianza di Dio; dunque la scelta nonviolenta non è solo una scelta ideologica o politica, il suo valore è antropologico, entra nella definizione dell’uomo. Essa però non ha solo un valore teorico, anzi con essa, secondo il papa, si sono raggiunti risultati impressionanti, ed ha citato Gandhi, il suo omologo musulmano Ghaffar Khan, il nonviolento del Pakistan, Leymah Gobwee e le altre donne liberiane nonviolente che hanno lottato per la pace in Liberia, Martin Luther King, i cristiani che hanno contribuito al superamento dei due blocchi in Europa.

VII – SPES CONTRA SPEM

A questo punto possiamo dire che alla domanda iniziale, se oggi il mondo sia più o meno violento di ieri, si può dare una risposta in positivo e piena di speranza; però una spes contra spem, se ogni momento siamo richiamati allo spettacolo della violenza. In effetti c’è ancora un grande cammino da fare. E perché possa essere fatto occorre una revisione critica del passato, un pentimento dei peccati, degli errori e delle violenze del passato, portando avanti quel processo di purificazione della memoria che il papa Giovanni Paolo II aveva messo al centro dell’Anno santo del 2000. Secondo la Bolla di indizione di quel Giubileo, la purificazione della memoria doveva consistere nel processo volto a liberare la coscienza personale e collettiva da tutte le forme di risentimento o di violenza, che l’eredità di colpe del passato poteva avervi lasciato, mediante una rinnovata valutazione storica e teologica degli eventi in esse implicati che conducesse ad un reale cammino di riconciliazione. E’ evidente che questo riguardava non solo le persone ma le Chiese.

Concezione di Dio. Oggi siamo andati più avanti. Infatti abbiamo capito che questa purificazione della memoria non basta, anzi nemmeno si può fare, se non passa attraverso una purificazione della concezione che abbiamo avuto di Dio. D’altra parte che cosa c’è nella memoria dell’umanità di più diffuso e di più profondo che la memoria di Dio? Come Dio è stato recepito e percepito, così è stata l’umanità e sono state le Chiese. La storia della violenza è stata indissociabile dalla storia di Dio nella storia. Perciò la purificazione della memoria è prima di tutto la purificazione della percezione e immagine di Dio. Ciò diventa veramente oggi, come dice il documento romano dei teologi del papa, “inseparabile dal futuro del cristianesimo” e offre alle culture secolari e alle religioni del mondo la reale opportunità per “un ripensamento dell’idea di religione”; e così potrà fiorire la pace sulle terre. Papa Francesco ha aperto il cantiere; e questo diventa ora il compito decisivo non solo delle religioni e delle Chiese, ma il compito di questa e delle prossime generazioni.

Raniero La Valle

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