Brianzecum

febbraio 7, 2018

IL PIANETA DELLE ARMI

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MAI COSÌ TANTE DALLA GUERRA FREDDA. UNA SPESA CRESCIUTA DI OLTRE L’OTTO PER CENTO IN 5 ANNI: LA VENDITA DEGLI STRUMENTI BELLICI CONOSCE UN’ALTRA PERICOLOSA STAGIONE

di GianPaolo Cadalanu La Repubblica – 07 marzo 2017

Un pianeta armato fino ai denti, come non succedeva dai tempi della Guerra fredda: il riarmo globale non ha soltanto il volto di Donald Trump o l’espressione glaciale di Vladimir Putin, ha lo sguardo allucinato di tanti nuovi nazionalisti, a partire da quelli dei Paesi asiatici, che si avviano a diventare il mercato più florido per il commercio di strumenti di morte. Negli ultimi cinque anni l’aumento di spesa in sistemi d’arma “pesanti” è stato vertiginoso: i dati del Sipri, l’istituto svedese che ne registra l’andamento, parlano di una crescita dell’8,4 per cento, livello che non si raggiungeva dal 1990, quando ancora il mondo era diviso in blocchi contrapposti, prima dello scioglimento dell’Urss. E l’aumento è più significativo perché la spesa globale resta stabile. Questo vuol dire che la quota destinata agli armamenti cresce rispetto alle spese di gestione: personale, addestramento, eccetera. Nei fatti, è un segnale inquietante.

Gli acquirenti più scatenati sono India, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Cina e Algeria, che da soli hanno comprato il 34 per cento di tutte le armi vendute. Asia e Oceania hanno rastrellato il 43 per cento, in Medio Oriente è finito il 29 per cento degli armamenti, l’Europa ne ha comprato l’11, America e Africa son rimaste a livelli più bassi. L’Italia è al 25esimo posto, con acquisti da Usa, Germania, Israele. È ovvio che gli acquisti internazionali non corrispondono agli investimenti: chi ha un apparato industriale immenso, come gli Stati Uniti, alimenta la macchina bellica senza necessità di affacciarsi sul mercato mondiale. In testa alla classifica delle vendite ci sono Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Germania, che hanno realizzato il 74 per cento del totale, con Usa e Russia che da soli raggiungono il 56 per cento. Negli ultimi cinque anni la Germania ha registrato una frenata (oltre un terzo di vendite in meno), mentre la Francia vede una leggera flessione (meno 5,6 per cento). Gli altri vanno a gonfie vele, con fatturati in crescita. L’Italia è all’ottavo posto, con il 2,7 per cento (nel quinquennio precedente era del 2,4).

Logica dei blocchi. L’esame dei dati aggregati, con acquirenti e venditori assieme, dimostra che la vecchia logica dei blocchi ha lasciato tracce. Se Washington vende soprattutto ad Arabia, Emirati e Turchia, Mosca conta sugli acquisti di India, Vietnam e Cina. Pechino ha un mercato soprattutto asiatico, mentre per Parigi il denaro non ha odore: i primi tre clienti sono Egitto, Cina ed Emirati. Trasversale anche il mercato dell’Italia, che ha venduto soprattutto a Turchia, Algeria e Angola. Nel 2015 la spesa globale in armamenti ha raggiunto 1676 miliardi di dollari, con un lieve aumento rispetto all’anno precedente. La cifra equivale al 2,3 per cento del Prodotto interno lordo mondiale. Usa, Cina, Arabia Saudita, Russia e Gran Bretagna sono i Paesi che hanno investito di più. Gli Stati Uniti hanno ridotto leggermente la spesa, che resta però la più elevata del pianeta, pari a 596 miliardi di dollari. È il 36 per cento della spesa totale, e cioè è superiore secondo le stime del Sipri agli investimenti sommati dei dieci Paesi che seguono nella classifica. Fra le tendenze generali, la maggior spesa di Asia, Medio Oriente ed Europa dell’Est, e il calo degli investimenti nei Paesi con un’economia dipendente dal petrolio, legato al crollo dei prezzi del greggio.

Quasi 6 mld. Secondo l’Osservatorio Milex sulle spese militari, il nostro Paese per il 2015 ha stanziato 22 miliardi di euro, che comprendono anche le uscite per il personale (stipendi e pensioni) e una quota di quelle per l’Arma dei carabinieri. L’Italia si attesta sull’1,18 del Pil (dati della Difesa, per Milex la quota è dell’1,4). Ma le cifre più significative, secondo l’Osservatorio, sono quelle dedicate ai sistemi d’arma: fra Difesa e ministero per lo Sviluppo economico, nel 2016 sono stati investiti in armamenti circa 5133 milioni di euro. Nel 2017 dovrebbero essere 5639: l’aumento di spesa in armamenti è di oltre mezzo miliardo.

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gennaio 25, 2018

TESTI DI RANIERO LA VALLE indice

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 3:36 pm

L’amore come risposta alla crisi  La Valle

I piromani  La Valle

Verso un mondo meno violento?  La Valle

L’irresistibile attrazione del vecchio  La Valle

Libia, galleggia il cavalier Travicello La Valle

La vendetta afgana La Valle

Speculazione edilizie e finanziarie  La Valle

REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016

ARTICOLI DI RANIERO LA VALLE

Indice con parole-chiave

Con Trump e la politica in pezzi teniamo ferma la garanzia della Costituzione  dubbio consentito,principio di precauzione,lutto opacizzato dalla guerra,fame angoscia fuga,esiti non voluti,apprendisti stregoni,basta un no

I valori supremi della Costituzione traditi dalla riforma  sovranità ai mercati,fiducia distrutta,premierato mascherato,centralismo statale,uno solo dichiara guerra,Senato dei popoli

Titolo 5° non costituzionale  globalizzazione e guerra,incompatibile col mercato,antipolitica,incostituzionalità sostanziale,ripristino della guerra,valori supremi

La vittoria come fine della politica e la società divisa tra vincitori e sconfitti   contrapposizione,vittoria al centro,divisione tra vincitori e vinti,nuova morale politica,vittoria rimanda al potere,vincere per dividere,governare per unire,vittoriocrazia

Lo stato sia tutto, le regioni niente e uno solo decida la guerra   riconciliazione nella giustizia,guerra mondiale a pezzi,guerra per procura,guerra tra grandi potenze,autonomia ripudiata,stato unico legislatore,senato sterilizzato,guerra per interessi,modello di difesa,momento delicato,capitalismo in armi

Spegnere la politica e non opporsi al potere   rinforzare la politica,età della misericordia,potere centralizzato,tormento sociale,si può cambiare,nostra responsabilità,ridurre i politici,guardare ai giovani,servizio civile,senato dei popoli

Superamento della democrazia parlamentare   cercare la verità,verità e potere,guerre per bugia,bicameralismo paritario,camera alta rovesciata,continuità del regno,sabotaggio delle autonomie,roulette russa del paese,senato depotenziato,processo di restaurazione,sovranità ai mercati,Islam come nemico

La verità del referendum   capitalismo aggressivo,schiavitù del mercato globale,verità nascoste,limitazione del potere,3 indizi di un giallo,guerra come delitto fondatore,Islam e sud come nemici,guerra istituzionalizzata

Cattolici-e-costituzione/   argomenti pietosi,parlamento unanime,utile seconda lettura,uccidere senza odio,libertà religiosa,fine della cristianità,laicità dello stato,forza sovversiva,pluralismo e proporzionalità

L’AMORE COME RISPOSTA ALLA CRISI

MENTRE LA GUERRA È STATA SEMPRE AL CENTRO DEL SISTEMA POLITICO, MAI L’AMORE È STATO ASSUNTO COME PRINCIPIO DELLA SFERA PUBBLICA E DELLA VITA COLLETTIVA. OGGI CIÒ È INVECE LA NOVITÀ CHE PUÒ ACCADERE

Relazione tenuta da Raniero La Valle su invito di “Ore undici” all’incontro svoltosi a Roma il 6 gennaio sul tema “L’amore crea”. fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2018/01/lamore-come-risposta-alla-crisi.html

L’amore come problema politico. Ringrazio “ore 11” dell’invito e del tema che mi avete proposto. In effetti questa è la tesi della mia vita: l’amore come risposta alla crisi. Ed è proprio “la tesi”: non è un’ipotesi, nel senso pragmatico in cui i cattolici liberali dell’800 parlavano di tesi ed ipotesi per stemperare un po’ la rigidità della tesi intransigente. L’amore come risposta alla crisi non è per me un’ipotesi, è la tesi della mia vita. Ma se l’amore è la tesi, se è la risposta alla sfida stessa della vita, allora deve essere una cosa molto seria, non può essere solo una cosa romantica, un’espressione di buoni sentimenti; deve essere qualcosa che ha a che fare con la struttura dell’esistenza e dell’essere. Ora, che ciò possa essere vero per la vita personale, per la storia singolare di ciascuno, molti sono disposti a riconoscerlo, soprattutto in ambito cristiano: l’amore è sì difficile, doloroso, ma nella vita personale si può vivere d’amore, si possono dare risposte d’amore. Questo fa parte di una diffusa convinzione cristiana. Ma che l’amore possa essere la struttura della vita pubblica, la risposta ai problemi della vita collettiva, il criterio della storia, questo non è creduto da nessuno. Anzi, al contrario, il criterio del politico, cioè della vita organizzata degli uomini e delle donne insieme, è stato identificato in Occidente nel rapporto tra amico e nemico; e questo non solo nella dottrina, ma nella pratica della gestione politica, nella definizione del compito stesso della politica: nel nuovo Modello di difesa italiano, ad esempio, varato dal governo nel 1991, dopo la rimozione del muro di Berlino, dal momento che non c’era più il comunismo come nemico, si programmò che il nuovo nemico fosse l’Islam, prefigurando un rapporto tra Islam e Occidente sul modello del conflitto tra Israele e il mondo ebraico da una parte, e il mondo arabo e palestinese dall’altra. E al posto della difesa sulla soglia di Gorizia, si istituì la cosiddetta “difesa avanzata”, fuori confine; e se oggi torniamo in Africa con l’esercito per fermare i profughi, è perché allora si adottò quel modello.

Cambiare il corso della storia. Anche le leggi elettorali seccamente bipolari e maggioritarie incorporano, magari inconsciamente, il criterio della politica intesa come una competizione tra amico e nemico: tutto il ceto sociale amico da una parte, tutto il ceto nemico dall’altra. L’amore come criterio del politico è dunque una proposta del tutto estranea all’Occidente; una fantasia di quelle che a sentirle avanzare ti dicono: di questo ci parlerai un’altra volta, come i greci nell’areopago di Atene. E se il cristianesimo ha come suo precetto più alto l’amore dei nemici, il cattolico Carl Schmitt, che è stato il grande teorico di questa idea della politica, dice che esso si riferisce al nemico privato, l’inimicus, che si dovrebbe amare, ma non al nemico pubblico, l’hostis; questo si può non amare, si può odiare, si può annientare. Dunque, che l’amore possa essere una risposta alla crisi pubblica, politica, è un problema molto serio. Dovendo venire a parlare con voi di questo, ho ricercato un mio discorso di qualche decennio fa, di quando facevo politica in Parlamento, che era intitolato “L’amore come problema politico”, forse arieggiando il titolo del libro di Peterson, “Il monoteismo come problema politico”. Ma purtroppo non l’ho trovato. Invece ho trovato un altro discorso del 1989, attinente al nostro tema, che feci a Spello in una celebrazione del primo anniversario della morte di Carlo Carretto, promossa dal Comune. Ho poi ripreso quel ricordo di Carretto nel libro “Prima che l’amore finisca”, pubblicato nel 2003. La tesi di quel libro, uscito dopo le Torri Gemelle, era che la devastazione prodotta dalla vecchia politica, che con la guerra del Golfo si era riappropriata dello strumento della guerra, stava portando il mondo alla rovina; però restava una speranza che veniva dal fatto che molto amore era stato sparso sulla terra, come dimostravano le straordinarie figure del 900 che erano rievocate nel libro, tra cui c’era appunto Carlo Carretto, oltre a Balducci, Turoldo, padre Benedetto Calati, Ivan Illich, papa Giovanni e così via. Però, e questo era il messaggio del libro, bisognava cambiare le cose prima che l’amore finisse – perché anche l’amore può finire o entrare in regime di scarsità -; prima che finisse bisognava cambiare il corso della storia, bisognava prendere un’altra strada prima che fosse troppo tardi, per impedire che la storia stessa giungesse alla fine.

L’amore è finito”. Quel libro fu venduto più degli altri, sicché quando poi, qualche anno fa, chiesi all’editore se ne aveva ancora delle copie, mi rispose Cristina Palomba, che conoscevo bene perché era stata lei che ne aveva curato l’edizione, scrivendomi lapidariamente: “L’amore è finito”. Mi parve, nella sua intenzione, che la notizia non riguardasse solo il magazzino. Fuor di metafora, era proprio l’amore che sembrava finito: la crisi mondiale si era andata aggravando sempre più, la politica italiana era a pezzi, la Chiesa, 50 anni dopo il Concilio, sembrava in stato di glaciazione, il terrorismo imperversava, la guerra perpetua inaugurata da Bush continuava, Palestina e Medio Oriente stavano sui carboni ardenti pronti ad esplodere, ed era cominciato il grande esodo di profughi, perseguitati, affamati in cerca di un posto migliore per vivere, barconi interi di migranti naufragavano nel Mediterraneo, senza che nessuno se ne desse cura. È in quel momento preciso che arriva papa Francesco.

Variante di papa Francesco. E la prima cosa che fa, dice che Dio è misericordia. La seconda cosa che fa, va a Lampedusa. La terza cosa che fa, ferma la guerra già pronta contro la Siria. La quarta cosa che fa va a Cagliari a dire ai lavoratori di non rassegnarsi, ma di continuare a lottare per il lavoro, che quella è la loro dignità. Ai poveri, ma anche ai ricchi, dice che questa economia uccide, e che bisogna cambiarla. E infine dichiara che il Dio della guerra non esiste, e perciò mai più, mai più alcuna guerra potrà essere intesa o potrà essere chiamata guerra di religione. L’evento di papa Francesco e della sua Chiesa ha pertanto rimesso in gioco l’amore, appena in tempo prima che l’opera di demolizione si compisse. Ha messo l’amore come argine, come freno, come porta tagliafuoco allo scatenarsi della crisi che potrebbe giungere a cancellare il diritto e la stessa vita umana sulla terra. Per questo abbiamo parlato, in un appello, di un katécon, di una resistenza che trattenga le attuali spinte al genocidio, e abbiamo ripreso in mano la parola di Gesù alla Samaritana, richiamata ora da papa Francesco: “Ma viene un tempo ed è questo”. Di ciò ha parlato l’assemblea di Chiesa di tutti Chiesa dei poveri che si è tenuta a Roma il 2 dicembre scorso. Ma resta la domanda: davvero il tempo può essere questo? Ossia davvero può verificarsi che all’amore sia attribuita un’efficacia politica e pubblica, davvero esso può giungere ad esercitare un’egemonia, in senso gramsciano, davvero può prendere su di sé il ruolo che un famoso frammento di Eraclito attribuiva alla guerra? Aveva detto Eraclito, all’inizio della nostra cultura, che la guerra, il pólemos, è “il padre e principio di tutte le cose, di tutte re, gli uni disvelando come dei (o forse come idoli), gli altri come uomini”. Può essere assunto invece l’amore come padre e principio di tutte le cose, di tutte re, cioè reggitore – invece della guerra, invece della bomba, invece della violenza – della vita pubblica degli uomini e dei popoli? Se questo davvero accadesse sarebbe un rovesciamento, una cosa inaudita; eppure voi lo avete messo a tema nel cuore del vostro convegno, segno che lo ritenete possibile. Ma allora bisogna chiedersi come questa cosa mai vista sia possibile, e come proprio oggi diventi possibile. Certo poteva accadere, da quando è stata annunziata la pienezza dei tempi, ma di fatto non è accaduta.

Dunque, perché può accadere? Prima di tutto bisogna dire che in ogni caso si tratterebbe non di un colpo di fulmine, ma di un processo, che certo viene da lontano, ma di cui credo che significative avvisaglie vadano cercate nel Novecento. Per questo sono andato a rivedere le carte di quel tempo, e ho trovato quel discorso su Carlo Carretto di cui vi dicevo, in cui mi pare che ci sia una pista per cercare una risposta. Certo si potrebbero seguire altre piste e interrogare altre figure, ma intanto questa può essere utile per indirizzare la nostra ricerca. Che cosa aveva fatto Carlo Carretto? Aveva lasciato alle sue spalle “i giorni dell’onnipotenza”, i Baschi Verdi, l’Azione Cattolica che allora era cantata come “un esercito all’altar”, aveva abbandonato i sogni di riconquista cristiana di Gedda e di Pio XII, ed era andato nel deserto del Sahara. Perché era andato nel deserto? Questa era la domanda. Non c’era andato per offrire la sua vita a Dio, perché quella gliela aveva offerta anche prima, negli anni ruggenti. Non c’era andato per salire dall’azione alla contemplazione, perché nella vita cristiana non c’è dualismo e non c’è superiorità dell’una via sull’altra; anzi, come dice Gregorio Magno, non si può restare a lungo nella contemplazione, essa non può essere uno stato di vita, ma ben presto dalla contemplazione, dall’estasi, si deve tornare all’azione, dove però essa non si perde, ma resta come “il ricordo della soavità di Dio”. Dunque non per questo, non per contemplare era andato nel deserto; invece c’era andato, dicevo, per porre con radicalità la questione di Dio, e più precisamente la questione: “quale Dio”. Ora, se dopo tutto quello che aveva fatto egli sentì il bisogno di aprire la questione di Dio, vuol dire che nonostante tutto il suo impegno apostolico quel Dio non l’aveva veramente trovato. Ma questo problema, a quel punto del ‘900, non era solo di Carretto, era il problema della modernità, e della stessa Chiesa.

Dal Dio della guerra al Dio del servizio. La modernità si era costruita non sull’ateismo, che verrà dopo, ma adottando la finzione che Dio non ci fosse, si era costruita cioè su una espulsione cristiana di Dio, per costituirsi come società politica e non religiosa, laica e non clericale. Senonché il Dio espulso era in realtà una cattiva copia di Dio. Era il Dio della guerra tra gli stessi principi cristiani, il Dio che rendeva l’uno all’altro nemico, il Dio che veniva dall’alto, il Dio della trascendenza e del potere, il Dio che fondava il trono dei potenti e sequestrava nei cieli il tesoro dei deboli, il Dio della cui trascendenza Bonhoeffer dirà che fosse “un pezzo di mondo prolungato”. Questo è il Dio che arriva a Carretto alla metà del Novecento, e a tanti cristiani come lui. E così era la Chiesa, come Carretto la descriverà più tardi in una lettera a papa Woytjla, “una Chiesa arroccata in una fortezza da difendere, come un esercito perennemente lanciato in crociata, come un partito che doveva diventare più forte e schiacciare il nemico. Nemici, nemici, sempre nemici. Ecco il mio apostolato di quel tempo”. E a un certo punto egli avverte che il Dio professato nella sua fede non è pari al Dio cui si rivolge la sua speranza. Ci deve essere un equivoco, forse un errore. E va nel deserto che è il luogo privilegiato per spogliarsi delle false immagini di Dio, dei suoi rivestimenti fuorvianti, delle false certezze ricevute. “Mi trovai nel deserto – scriverà più tardi al fratello e alle sorelle – a svuotarmi delle mie sicurezze e a liberarmi degli idoli”. E lì trova un Dio diverso da quello che aveva conosciuto. È il Dio di una trascendenza che viene dal basso, che ti si fa incontro nel fratello, nel prossimo, nell’altro, è il Dio della condizione umana più indigente e più umile. È il Dio dei minori, dei fratelli piccoli e minori, come il Dio laico di san Francesco che non a caso fratel Carlo andrà a cercare a Spello, dall’altra parte del Subasio. È il Dio non del potere ma del servizio. Non dell’onnipotenza ma della discrezione, della soavità, della silenziosa compagnia con l’uomo. Il Dio che non tiene niente per sé, nemmeno la sua divinità, la scambia con l’uomo, e così rende possibile l’amore. Tutto questo si poteva dire in quella riflessione del 1989. Del resto c’era stata tutta una teologia nel 900 che aveva lavorato a restituire una più autentica figura di Dio, per non parlare del Concilio. Però Dio continuava ad essere predicato al vecchio modo nella grande Chiesa, e il mondo continuava ad essere conformato al vecchio modello, e l’amore continuava a non poter essere la risposta alla crisi; e a prendere il sopravvento fu invece la secolarizzazione.

Perduta dignità dell’uomo. Un anno dopo tornai a Spello, per riprendere il discorso. Come vedete non vi sto dando una teoria, vi sto facendo una narrazione. Quel discorso doveva in effetti avere uno sviluppo, perché è chiaro che la domanda su Dio non può stare da sola, e alla domanda su Dio immediatamente deve seguire la domanda sull’uomo. Esse sono in rapporto di necessità: perché quale è la risposta su Dio, tale, almeno per noi cristiani, è la risposta sull’uomo. Per noi e per la nostra salvezza, diciamo nel Credo, è disceso dal cielo. Fuori di questo rapporto, anche la religione è vanità. La teologia non è nulla se non c’è un’antropologia che le corrisponda. Si può fare un’antropologia senza teologia, il mondo la fa. Ma non si può fare una teologia che non si occupi dell’uomo. In effetti, il modo in cui l’uomo è stato pensato in Occidente dipende dal modo in cui Dio è stato pensato in Occidente. Se Dio è il Dio dei filosofi, il Dio della trascendenza e dell’assoluto, il Dio che dall’alto domina la storia, il Dio nel quale c’è violenza, c’è il nemico, il Dio buono con i buoni e cattivo con i cattivi, il Dio la cui giustizia è la proiezione della giustizia umana, retributiva e punitiva, allora l’uomo sarà secondo questa immagine, secondo questa somiglianza, e la storia sarà fatta in questo modo. In effetti le vecchie antropologie, come erano giunte al Novecento, avevano fallito, sia sul versante laico che su quello religioso. Sul versante laico l’antropologia che aveva dominato e determinato la storia dell’Occidente era un’antropologia costruita a partire non dagli ultimi, ma dai primi. Era un’antropologia signorile, che lasciava fuori i servi, da lei stessa creati, era un’antropologia dell’uomo creatore, dell’uomo padrone della natura; dell’uomo magari peccatore, ma senza limiti alle sue conquiste, capace di appropriarsi di tutto, di produrre tutto, di dominare tutto, e sempre pronto a rapinare l’assoluto. Era un’antropologia dell’identità, non dell’alterità, tutta concentrata sull’io, e incapace del riconoscimento dell’altro, della comunione e dell’immedesimazione con l’altro. E perciò un’antropologia avara nell’amore.

Dio è tutto, l’uomo niente. Certo i poveri c’erano, magari destinatari di sussidi e di assistenza sociale, ma non erano veramente cittadini, non erano sovrani. E quando questa antropologia ha voluto proclamare l’eguaglianza di tutti gli uomini, senza distinzioni, certo ha potuto farlo, assumendo però come soggetto e tipo di tale eguaglianza un uomo astratto, molto somigliante all’uomo bianco, alfabetizzato, produttivo, benestante dell’Occidente, scontando, nell’apparente eguaglianza delle regole, un’ineguaglianza di fatto sempre più penalizzante e pauperizzante, sia nelle società ricche che, soprattutto, nella grande periferia del mondo. Senonché l’altra antropologia, quella della Chiesa, l’antropologia della natura corrotta, decaduta e peccatrice, non aveva prodotto frutti molto migliori; essa non era riuscita a superare l’antropologia signorile; anche per essa l’uomo è signore, però è un signore decaduto, che non domina neanche se stesso; angelo o fiera, per usare una terminologia rinascimentale, egli non è in grado da solo di determinarsi verso il bene, ciò può avvenire solo per grazia, solo perché portato per mano da Dio. Ha pesato come un macigno la pregiudiziale antipelagiana piantata da Agostino nella teologia nascente della Chiesa. Essa ha estremizzato questa eteronomia e insufficienza umana, ha esacerbato questo ridurre a nulla l’opera dell’uomo, sequestrata dall’iniziativa divina, ha convalidato l’ascesi spiritualistica per cui Dio è tutto e l’uomo è niente. Ma per un uomo siffatto il rischio è la paralisi. Perché mentre i tesori dell’uomo sono dispersi nei cieli, come Italo Mancini diceva citando il giovane Hegel, mentre l’uomo da solo non può fare niente, Dio è lassù, inafferrabile e misterioso, e per lui un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno; ma allora come si fa a gestire l’operazione umana, come si fa a governare la storia?

La Chiesa invece di Dio. Ed ecco che la Chiesa offre il rimedio che è peggiore del male; si fa essa stessa sostituta e vicaria di Dio, offrendo così un Dio anche troppo visibile e quotidiano; e così viene meno il dualismo tra la Chiesa e Dio, essa ne assume i poteri, si innalza sui tre regni, ne prende in mano le chiavi, assume insomma non solo la rappresentanza ma, come è stato detto, la rappresentazione di Dio sulla terra. Essa agisce per lui e in nome di lui, ed è antipelagiana sì, ma mettendosi al posto di Dio lo è al modo per cui la Chiesa è tutto e l’uomo è niente. Forse le tinte che uso sono forti, e certo la Chiesa è stata anche molte altre cose, né lo Spirito l’ha abbandonata. Ma ci deve pure essere una ragione per cui una moltitudine di uomini e di donne hanno perduto la fede e l’amore non ha potuto governare la terra. Come l’Angelus Novus di Walter Benjamin questo amore si è trovato con le ali impigliate nella tempesta, sospinto verso un futuro a cui dava le spalle, mentre guardava il mare di macerie che nella storia lasciava dietro di sé. Dunque se da questo veniamo, ripeto la domanda: come è possibile ora fare dell’amore la risposta alla crisi? Come pensare che l’amore non sia travolto dalla tempesta e sia invece lui a governarla? La mia risposta è che è oggi possibile perché è avvenuto qualcosa, una novità si è prodotta nella Chiesa. Non dico solo la novità di papa Bergoglio, ma la novità che unisce il Concilio a papa Francesco, i quali non sono due eventi della storia della salvezza, ma sono un unico, indivisibile evento. Non è qui il momento per evocare tutte le cose, le parole e i segni con cui si sta svolgendo il magistero di papa Francesco, e attraverso cui questa novità irrompe in tutta la Chiesa. Dico solo che nel ministero di papa Francesco è come se la percezione di Dio, dell’uomo e della Chiesa fosse passata attraverso un processo di spoliazione e di rivestimento, fosse passata cioè alla prova e al vaglio del deserto.

Nuovo annuncio di Dio e riscoperta dell’uomo. Dopo tale passaggio Dio continua certo ad avere i suoi cento bei nomi che gli riconoscono i musulmani o gli innumerevoli nomi con cui lo invoca il salmista e ogni altro orante dopo di lui, ma il nome che riassume tutti gli altri nomi e con cui la Chiesa oggi lo annuncia è il nome che racconta la misericordia di Dio. Amore è il nome proprio di Dio, unico come l’unigenito, e nessun altro nome gli può essere attribuito, né di giudice né di re, che non sia inteso come compatibile e coerente con questo; e questo è il nome che non può essere pronunciato invano, secondo il primitivo comandamento, perché l’amore nominato invano è un amore tradito. Quanto all’uomo egli è naturalmente sempre riconosciuto nella sua condizione creaturale di indigenza, finitezza e povertà, ma non è mortificato come se fosse un fuscello nelle mani di Dio né come una coscienza appaltata alla Chiesa; la sua dignità è la dignità di colui di cui porta l’immagine, e il Vangelo oggi annunciato gliela riconosce anche se non ha fede, gli riconosce la dignità della sua opera, il lavoro, e gli riconosce la libertà della sua decisione etica, che non sta fuori di lui, ma dentro di lui, sta nella coscienza in cui il Concilio ha visto lo scrigno di Dio, e se la Chiesa l’invade papa Francesco la chiama un’ingerenza.


La riforma della Chiesa. E quanto alla Chiesa visibile essa non si presenta più come il tutto di Dio sulla terra, non più come il fine di tutto, non più come il luogo, anche materiale, di cui si diceva che fosse l’unico in cui si potesse trovare salvezza, al punto da essere paragonata, come fece s. Ambrogio, alla casa di Raab, la prostituta che aveva tradito il suo popolo e l’aveva consegnato allo sterminio; la Chiesa si presenta invece come un ospedale da campo, essa è cioè uno strumento, un segno di risanamento di riconciliazione e di pace in mezzo alla battaglia, e non è solo il Samaritano che cura il ferito, ma è essa stessa ferita, incidentata, anch’essa ha bisogno che le sue piaghe siano curate e lenite. Ma non è una ONG, è la serva di Dio, figlia del suo figlio. Si tratta di una rivoluzione copernicana per l’ecclesiologia romana, per questo il cardinale Muller la contesta.

Nella continuità della tradizione. Ma come può papa Francesco far questo, come può fare della riforma del papato la riforma della Chiesa e dello stesso suo annuncio? Lo fa mettendosi nella tradizione, e in perfetta continuità con essa, senza lasciar cadere nulla, nemmeno delle forme meno raffinate della devozione popolare. Ma anche questo lo fa attraverso un processo di spoliazione, di deserto, come si è spogliato della mozzetta rossa imperiale fin dal primo apparire al balcone di san Pietro. In primo luogo si è spogliato di quella sacralizzazione del papato che aveva reso inemendabili gli errori della Chiesa e dello stesso magistero pontificio, inemendabilità degli errori che era culminata nella dottrina dell’infallibilità, ma che era all’opera già prima a presidio di tutte le dottrine, i catechismi, i Sillabi e perfino i comportamenti di una Chiesa tutta identificata col clero. E in secondo luogo papa Francesco ha preso in mano il Vangelo, e ha preso sul serio la previsione fatta da Gesù a Pietro quando gli ha detto: ora non capisci, ma dopo capirai; e perciò Francesco cerca di capire e di far capire quello che prima non si era capito, anche delle Scritture, anche del Vangelo, anche da parte dei dottori e degli esegeti. Cioè ha tirato giù la rivelazione di Dio dagli archivi, e l’ha fatta diventare una realtà contemporanea, quotidiana, che avviene nell’oggi. Erano 1500 anni che non succedeva, da quando Gregorio Magno aveva detto che i divina eloquia, la Scrittura, cresce con chi la legge. E voglio dare un esempio per mostrare come questa novità del messaggio portata da Francesco sia sostenuta da un grande rigore teologico, da ortodossia e afflato pastorale e perfino da una difesa apologetica della fede.

Il definitivo congedo dalla violenza di Dio. L’esempio è il definitivo congedo dal Dio violento e l’affermazione, contro ogni fraintendimento e smentita, della non violenza di Dio. È il messaggio di Francesco; ma esso ha dietro di sé un documento di altissimo valore teologico curato e firmato dal cardinale Muller, proprio quello che oggi sembra il più severo censore del papa. Vi si trova una formale presa di distanza da tante pagine della Scrittura, difficili a sopportarsi, che parlano di un Dio guerresco e violento, vendicatore e duce di un solo popolo. Si tratta di un documento della Commissione Teologica Internazionale intitolato “Il monoteismo cristiano contro la violenza”, pubblicato a Roma nel 2014, nei primi mesi del pontificato di Francesco, ma frutto di una lunga elaborazione precedente. È un documento che nasce con una intenzione apologetica, perché si trattava di difendere il monoteismo cristiano contro l’accusa che professando un Dio unico fosse causa di violenza. Esso ammetteva però che questa falsa immagine di Dio era veicolata da molte pagine della Scrittura, che erano tuttavia il prodotto di un fraintendimento umano. La ragione teologica profonda per cui questa rappresentazione di Dio andava congedata era che essa è in contrasto con il dogma fondamentale del cristianesimo, quello del rapporto trinitario tra il Padre, il Figlio e lo Spirito, che non può essere altro e non può esprimersi altrimenti che come amore. Al “kairos dell’irreversibile congedo del cristianesimo dalle ambiguità della violenza religiosa” bisognava riconoscere, secondo il documento vaticano, “il tratto di svolta epocale che esso è obiettivamente in grado di istituire nell’odierno universo globalizzato”; un trapasso d’epoca che comportava un cambiamento non solo del cristianesimo, ma dell’idea stessa di religione, e perciò di ogni religione. E dunque, giunti a questo crinale del processo, se cambia l’idea di Dio, della religione, della Chiesa, cambia anche l’uomo e la sua condizione; può nascere l’uomo inedito intravisto da padre Balducci, può cambiare lo stare insieme degli uomini e delle donne nella casa comune sulla terra, e l’amore può diventare la risposta alla crisi. Non so se sono riuscito a svolgere in modo persuasivo il tema che mi avete affidato; in ogni caso ho cercato di rendere ragione della speranza che è in me.
Raniero La Valle

gennaio 7, 2018

IN CAMMINO VERSO LA LUCE

I MAGI SONO ATTIVI MENTRE ERODE, SACERDOTI, SCRIBI E ALTRI POTERI SONO IMMOBILI

di don Giorgio De Capitani*

Epifania ovvero manifestazione o rivelazione. La parola “epifania” deriva dal greco e significa “manifestazione” o “rivelazione”. Ed ecco subito la domanda: l’episodio dei magi riportato da Matteo (l’unico tra i quattro evangelisti a narrarcelo) che cosa intende rivelarci? Sappiamo che i Vangeli non sono narrazioni del tipo cronachistico o giornalistico, ovvero dei resoconti di ciò che Gesù ha detto o ha fatto, ma “rivelano” delle verità, perciò da scoprire al di là della cronaca. E talora, vedi ad esempio le parabole, le verità sono rivelate attraverso racconti fantasiosi. Rivelare, attenzione alle parole, non significa mettere un nuovo velo, ma il verbo deriva dal latino “re-velare”, ovvero togliere il velo. Nel caso dei magi, il primo velo da togliere è l’involucro storico di un racconto, con cui l’evangelista Matteo ha voluto simbolicamente rivelare una realtà divina, che perciò va colta in tutta la simbologia del mito. Perciò, Matteo ha rivelato con una bella fiaba verità eterne, che però sembrano tuttora nascoste sotto l’involucro esteriore di un racconto. Questo è sempre stato letto e riletto in modo letterale, perciò dando un nome storico o geografico o fisico a elementi del racconto, che, essendo una fiaba, vanno invece interpretati in senso allegorico.

Simbologia. Perciò: l’oriente o Gerusalemme non sono da intendere in senso geografico; la stella non va intesa in senso fisico come un corpo celeste; Erode e i dottori della legge non vanno intesi in senso storico; i magi non sono personaggi da identificare come saggi o astronomi, ecc. Tutto va visto in senso simbolico. La parola “simbologia” indica quel mettere insieme dei pezzi o degli elementi che ci permettono di trovare l’armonia di un disegno o di un progetto. Perciò, in ogni racconto simbolico non bisogna soffermarsi su un solo aspetto. Quindi, la cosa importante da cogliere in ogni racconto allegorico o simbolico è l’insieme dei particolari, e i particolari servono per cogliere l’unitarietà del racconto. Nel racconto di Matteo non dobbiamo soffermarci sui magi, o sulla stella, o su Erode e tantomeno sui doni offerti dai magi. I doni sono l’aspetto meno importante del racconto.

Qual è allora il cuore del racconto di Matteo? Tutto porta a quel Bimbo straordinario, che è Gesù di Nazaret. Dovremmo già aver parlato, nei giorni scorsi, della nascita di questo Bimbo straordinario, soffermandoci a chiarire la realtà di una Nascita, che non è da intendere solo in senso puramente storico, ma di qualcosa che rivive nella realtà del nostro essere interiore. Il Natale è la nostra nascita e rinascita nella realtà dello spirito. Non torno a ripetere cose già dette, ma mi preme ora evidenziare il fatto che siamo in cammino verso quel Bimbo, che non è più il Gesù di Nazaret, ma il Cristo della fede. Cammino indica movimento, tendere verso, significa dunque ricerca.

Verbi di movimento. Cito volentieri e spesso un prete milanese, don Angelo Casati, perché anzitutto lo stimo, e poi perché dice cose sagge senza tenere gli occhi bendati, e infine perché mi sento con lui in sintonia su tante cose. Ebbene, don Angelo scrive, a proposito del racconto dei magi: «Entriamo ancora una volta nel fascino di questo racconto che Matteo inventò, con colori e immagini stupende. E nessuno gridi al falso storico, perché Matteo ci passa qualcosa di più di una cronaca di alcuni magi. Ci passa la cronaca di una moltitudine sterminata, e a moltitudine si aggiunge moltitudine, di donne e di uomini. Cronaca dunque reale. Cronache dell’anima». Dopo aver dimostrato che non è un racconto idillico, don Angelo scrive: «Questa è la storia – sbendiamoci gli occhi! – questa è la storia in cui si colloca il cammino dei magi, il cammino degli uomini e delle donne di tutti i tempi, il cammino della ricerca, dei pellegrini dell’Assoluto». Dunque, è un racconto dove il cammino ha un’estrema importanza. I magi sono sempre in cammino, anche quando, dopo aver adorato il Bimbo straordinario, tornano nei loro paesi.

Cammino significa movimento, non essere mai fermi, statici, passivi. Si cammina, sempre: anche quando si è stanchi fisicamente, o si è avanti negli anni. Lo spirito non conosce soste, non conosce età, non conosce traguardi raggiunti. Pensiamo al primo brano della Messa. Provate a contare i verbi di cammino o di movimento: “cammineranno i popoli… tutti costoro i sono radunati, vengono a te… vengono da lontano… verranno a te i beni dei popoli… tutti verranno da Saba». Notate nel racconto di Matteo il contrasto tra il cammino dei magi, desiderosi di trovare il Bimbo straordinario, e la immobilità di Erode, dei sommi sacerdoti, degli scribi, della città di Gerusalemme. Per Erode, i sommi sacerdoti, gli scribi e la città tutto è scontato: c’è scritto! Ecco il potere che ha paura del nuovo! C’è scritto! Chiuso il discorso. È un dogma! Chiuso il discorso.

L’immagine della luce. Scrive ancora don Angelo Casati: «L’immagine della luce è legata al movimento e non alla fissità. Paradossalmente dico, perché succede invece che si leghi l’immagine della luce, o se volete, della verità, alla fissità, alla codificazione: fanno le riunioni, consultano i libri, danno risposte, tutto da fermo, e non arrivano a quel bambino che è una verità viva, che cresce, non una verità rinsecchita, morta». E anche qui pensiamo al primo brano: quanti riferimenti alla luce! «Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te… Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te… Allora guarderai e sarai raggiante». Dunque, non si possono scindere il cammino dalla luce. Se la luce è movimento, noi non possiamo stare fermi. Don Angelo Casati, dopo aver denunciato i falsi equilibri del potere, scrive ancora: «Quale contrasto con gli uomini che hanno il coraggio degli occhi aperti, il coraggio dei pensieri aperti, il coraggio delle parole aperte: “Al vedere la stella provarono una grande gioia” E a noi? Da che parte stiamo?»

*omelia del 6 gennaio 2018: Epifania del Signore (Is 60, 1-6; Tt 2,11-3,2; Mt 2,1-12). Fonte: http://www.dongiorgio.it/06/01/2018/omelie-20918-di-don-giorgio-epifania-del-signore/

gennaio 3, 2018

LA PACE CHE VIENE DAL PROFONDO

RIMUOVENDO ETERNO E GRAZIA SI PERDE LA CAPACITÀ DI COGLIERE IL NESSO TRA COSE DIVERSE, CIOÈ DI MEDITARE

di don Giorgio De Capitani*

Vuoto. Dopo una bella o buona scorpacciata di buonismi sentimentaloidi, eccone subito un’altra, apparentemente diversa, ma in continuità sul piano della pelle. Resterà sempre difficile spiegare il repentino passaggio dalla scorpacciata di buonismi natalizi alla scorpacciata di folli frenesie di fine anno. Difficile da spiegare, se poi le vittime sono i credenti o le comunità cristiane. Pensate: nel Mistero natalizio il tempo si riempie di grazia divina, e con l’ultimo dell’anno si vuole quasi ammazzare un tempo di grazia, cadendo nel vuoto di un altro anno, che non sembra promettere quella novità di grazia che tutti vorremmo. Mancano le premesse di un’apertura di spirito interiore, indispensabile per accogliere la novità della grazia. Il Figlio di Dio, o il Logos come scrive Giovanni nel Prologo, entra nel tempo per riempirlo di grazia, e in una notte (in quel secondo di tempo che va dalla fine di un anno all’inizio dell’anno entrante) si pensa di compiere un rito di scongiuro, antico ma sempre moderno, talmente sterile da far naufragare ogni speranza nel vuoto del nulla.

Tempo ed eternità. Sarebbe interessante, ma non credo che sia la Messa giusta e il giorno giusto, soffermarsi sul rapporto tra tempo ed eternità. Ma una cosa la devo dire: purtroppo ancora oggi abbiamo una concezione materiale o esteriore del tempo, quasi un contenitore dove succede di tutto alla rinfusa, dove mettiamo di nostro ogni prodotto di cose che si consumano e muoiono. Il tempo è un contenitore chiuso alla novità, e la Novità è l’Infinito di Dio che dà valore al tempo. Eppure, nella Bibbia si parla di pienezza dei tempi (ovvero i tempi si compiono con l’arrivo di qualcosa di grande che appartiene al mondo del Divino) o, più specificatamente, si parla di un’Ora, quella di Dio, che è l’Ora dello Spirito santo che santifica il tempo con la sua presenza. Non dimentichiamo le parole di Gesù alla Samaritana: «Viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». Ecco come si santifica o si eternizza il tempo: adorare Dio in spirito e verità. Mi chiedo come l’uomo moderno viva il suo tempo: come un contenitore di cose da consumare per farsi poi consumare dal tempo, oppure come un tempo di grazia, da vivere nella libertà dello Spirito santo?

L’eterno nel presente. Ieri sera ho ascoltato il discorso di fine anno di Sergio Mattarella. Il solito discorso a fior di pelle! Mai una parola sull’essere umano nella sua realtà interiore. Ma soprattutto non mi è piaciuta la frase: «Non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l’avvenire, così deformando il rapporto con la realtà». Caro Presidente, se il presente non si fa eterno, tutto si fa una betoniera che stritola ogni essere umano. No! Non ci siamo! È l’eterno nel presente che dà valore al passato e al futuro. Altrimenti, il grosso animale, ovvero il sociale, che sembra l’ossessione del messaggio di una Chiesa che ha perso la testa uscendo fuori della realtà dello Spirito, divorerà anime e corpi.

Giornata della pace. Oggi è il primo dell’anno. La Chiesa, con Paolo VI, dal 1968, dedica il primo dell’anno alla pace. Sono passati cinquant’anni, sono stati scritti cinquanta messaggi da parte del papa, sono state fatte magari migliaia di marce per la pace. E tutto questo a che cosa è servito? Un tempo, si dava la colpa al potere, alle dittature, alle voglie espansionistiche di nazioni potenti, che creavano squilibri, ingiustizie, schiavitù dei più poveri che venivano sfruttati ai fini del benessere dei più ricchi. Sì, oggi c’è forse maggiore democrazia, maggiore coscienza di valori quali libertà e giustizia, si sono conquistati più diritti, ecc. Ma le cose non funzionano. Perché? A parte le planetarie ingiustizie del passato che pesano ancora, anche sulla società di oggi: il sangue vuole sangue, e c’è la vendetta dei poveri repressi. Ma c’è di più che non funziona, ed è il falso concetto di giustizia fondato sulla conquista dei diritti a discapito dei doveri. E questo si chiama egoismo. Ecco dove sta la cosa che oggi non funziona: uno squilibrio tra diritti e doveri. I veri doveri fanno parte del nostro essere: non sono quelli imposti dalla società o dalla chiesa, che sono obblighi più o meno istituzionali. I doveri dell’essere fanno parte di tutti, poveri e ricchi. Anche i poveri vanno educati al senso del dovere, perché, altrimenti, quando arriveranno a un certo benessere, diventeranno egoisti anche loro, contribuendo a creare una società squilibrata e ingiusta. Non dobbiamo accontentarci di dire: Oggi tocca a me star bene! Ne ho patite di ingiustizie! Il problema è un altro: come star bene tutti insieme. Ma che significa star bene?

Meditare. E qui tiro in ballo il terzo brano di oggi, ovvero le parole di Luca, quando scrive: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore»”. L’italiano “meditare” traduce il verbo greco συμβάλλειν, che significa “mettere insieme”. Notate: la parola “simbolo” deriva proprio dal verbo greco “sun-ballo”. Col simbolo riesco a mettere insieme più pezzi per trovare il senso più profondo di una cosa. Meditare, dunque, significa trovare l’unitarietà di qualcosa che con i nostri occhi superficiali vediamo come spezzettata, divisa, composta di più cose magari inconciliabili tra loro. Maria, dunque, ha meditato su ciò che era successo in quei giorni, per trovare il senso profondo, quello di Dio. Non si era limitata a notare il succedersi degli avvenimenti, ma ha cercato il loro nesso profondo. La differenza tra superficialità/esteriorità e interiorità sta proprio qui: si è superficiali quando si è fuori del nostro essere, e allora vediamo e giudichiamo gli avvenimenti staccati tra loro, senza afferrarne un nesso. Se invece rientriamo dentro di noi, nello spirito riusciamo a cogliere l’unitarietà di un disegno. Lo Spirito divino ci aiuta a cogliere un disegno che, se rimaniamo fuori, resterà sempre incomprensibile. Vedete quanto sia importante ritornare nel nostro essere, se vogliamo ricomporre la frammentazione delle cose, di ciò che succede nel mondo. Anche questo significa volere la pace, che è armonia da cogliere nello spirito interiore.

*omelia del 1 gennaio 2018: ottava del Natale nella circoncisione del Signore (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21). Fonte: http://www.dongiorgio.it/01/01/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-messa-primo-dellanno-2018/

dicembre 11, 2017

IL SOVRANO SPIRITUALE CHE PORTA LA GIUSTIZIA

LA FIGURA IDEALE DEL MESSIA E LA PROMESSA DI UNA PROSPETTIVA PARADISIACA
di don Giorgio De Capitani*
Immagini da spiegare. Il primo brano è una delle pagine più celebri di Isaia, anzi di tutto l’Antico Testamento. Va però letta e interpretata al di là di una visuale puramente politica. Secondo gli studiosi, si tratterebbe del canto di intronizzazione del nuovo re Ezechia, un sovrano giusto in cui il profeta riporrà le sue speranze. Ma, nei secoli successivi, questo carme è stato riletto in vista di un altro sovrano, quello ideale, ovvero del Messia. Anche i cristiani lo leggeranno, ancora oggi, per esaltare la figura di Gesù Cristo. Ecco perché la Liturgia ce lo presenta in questa domenica di Avvento. Ci sono delle immagini che vanno spiegate. Anzitutto, c’è un tronco, quello di Jesse, il padre di Davide; e c’è un germoglio, che spunta dal tronco o, è la medesima immagine, un virgulto che germoglia dalle sue radici. Ed ecco il significato: dal tronco inaridito dalle infedeltà della dinastia davidica spunta un germoglio, segno gratuito e inatteso di vita e rappresentazione di un re, dono del Signore. Il germoglio diventa così l’immagine o il simbolo a indicare il Messia. Addirittura negli scritti del profeta Zaccaria “germoglio” diventa uno dei nomi del Messia. Questo ci aiuta a fare una prima riflessione.
Germoglio. Se il Messia è il Germoglio, allora anche oggi, e lo sarà sempre, lo dobbiamo considerare come un segno permanente di gratuità e di sorpresa, soprattutto se la società, sia civile che religiosa, si presenta come un tronco inaridito. In altre parole, Cristo non potrà mai identificarsi con una struttura, ovvero non cresce e si sviluppa col crescere e lo svilupparsi della pianta, magari ricca di rami rigogliosi, che si chiami chiesa o si chiami società civile. Cristo è il Germoglio, e tale resterà sempre. Dobbiamo perciò tenere gli occhi bene aperti, per cogliere i segni del Germoglio, ovvero di ogni risveglio del Divino. Ma è in noi, e non nelle strutture nelle loro più svariate ramificazioni, che avviene il Risveglio, perché è nel nostro essere più profondo che il Divino affonda le sue radici. Questa osservazione ci porta a capire ciò che dice l’autore sacro, parlando dello spirito che si poserà sul Germoglio. Isaia infatti scrive: «Su di lui (cioè sul germoglio) si poserà lo spirito del Signore». Fermiamoci. Il termine ebraico “ruah” indica sia il “vento” che lo “spirito”. Non dimentichiamo le prime parole della Genesi: «lo spirito (letteralmente il soffio) di Dio aleggiava sulle acque». E non dimentichiamo le parole di Gesù a Nicodemo: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Isaia ripete per quattro volte la parola “spirito”, a indicare sia i quattro venti dei punti cardinali, sia soprattutto, essendo il quattro un numero perfetto, una totalità di effusione della grazia divina sull’eletto.
Doni dello Spirito. E qui entrano in scena i cosiddetti doni dello Spirito. In realtà, lo spirito di Dio si articola in tre coppie di doni: sapienza e intelligenza (o discernimento), consiglio e fortezza, conoscenza e timore del Signore. Nella traduzione latina la prima parte del versetto 3 (“Si compiacerà del timore del Signore”) viene legata al versetto 2 (con la descrizione appena vista dei sei doni), e per evitare di ripetere la parola “timore” si è introdotta la parola “pietà”. Da qui deriva il tradizionale elenco dei sette doni dello Spirito santo, fatto proprio anche dalla Chiesa cattolica. Nell’intendimento di Isaia, dei sei doni dello Spirito, quattro riguardano le funzioni di un giusto sovrano: sapienza e intelletto (o discernimento) sono essenziali per il governo, mentre il consiglio e la fortezza riguardano la capacità di decidere e progettare per il benessere del popolo. Conoscenza e timore del Signore si riferiscono all’atteggiamento di fede in Dio. Non dimentichiamo che la monarchia ebraica era teocrazia: capo supremo era il Signore. Ecco, con questi doni dello spirito il re o monarca che viene intronizzato, cioè mentre assume ufficialmente il proprio potere, potrà amministrare in pienezza e vigore la giustizia. Possiamo allora dire che la giustizia è la somma dei doni dello Spirito santo. Diciamo meglio: la giustizia proviene dalla sapienza e dal discernimento, dal consiglio e dalla fortezza, dalla conoscenza e dal timore del Signore. Ecco il sovrano “giusto”.
Orizzonte paradisiaco. Dicevo, all’inizio, che le parole di Isaia non vanno intese solo in una visuale diciamo politica. Certamente, come dicono gli studiosi, il profeta pensava al suo sovrano Ezechia. Ma il profeta, pur non sapendolo, aveva tratteggiato le caratteristiche del sovrano ideale, ovvero il futuro Messia. Lo spirito divino si poserà in pienezza su Gesù Cristo, il Giusto. A parte il fatto che Gesù è stato concepito nel grembo di Maria per opera dello Spirito santo, lo Spirito santo all’inizio della vita pubblica scenderà ancora su di lui (ricordiamo la scena mistica, dopo il battesimo presso il fiume Giordano), proprio per marcare in senso spirituale tutto l’agire del Messia. E l’opera di Cristo non sarà rivolta a compiere miracoli, o a conquistare le folle, ma ad annunciare una parola di conversione, che non avviene senza l’azione dello Spirito. Il Messia, dunque, agisce in nome dello Spirito, attraverso i doni dello Spirito, e prepara l’effusione dello Spirito. Solo nello Spirito di Cristo si realizza il regno del bene o della pace. Isaia, sempre nel primo brano, delinea l’orizzonte paradisiaco del regno giusto, ricorrendo a immagini animali e ispirandosi al racconto dell’Eden, e lo fa mettendo in scena le coppie antitetiche degli animali ostili tra loro, i selvatici e i domestici. Non possiamo non vedere quella ricomposizione delle antitesi, bene e male, che solo lo Spirito divino potrà compiere. Forse la strada è ancora lunga. Ma non è impossibile.
*omelia del 10 dicembre 2017, Quinta domenica di avvento (Is 11,1-10; Eb 7,14-17.22.25; Gv 1,19-27a.15c.27b-28) fonte: http://www.dongiorgio.it/10/12/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-quinta-di-avvento/

novembre 27, 2017

QUELLA GIUSTIZIA CHE DÀ ORIGINE AD AMORE LIBERTÀ VERITÀ

PRINCIPIO DI ARMONIA CHE MANCA AGLI UOMINI MA CHE POSSIAMO RISVEGLIARE NEL NOSTRO ESSERE INTERIORE

di don Giorgio De Capitani*

Fare silenzio.  I tre brani della Messa sembrano fuori contesto. Forse avremmo preferito una scelta più appropriata al tempo liturgico dell’attesa del Salvatore. Ma facciamo uno sforzo, e cerchiamo di cogliere almeno qualche parola, che ci aiuti a riflettere in vista del Mistero natalizio. Questo, diciamolo ancora una volta, meriterebbe una concentrazione anche mentale più di quanto noi cristiani facciamo, sommersi come siamo, anche perché ci fa comodo, in una massa di banalità, oramai diventate una prassi doverosa, per non dire necessaria: la prassi di una vigilia che si prolunga in uno spasmodico consumo di companatico, dimenticando il vero pane sostanzioso, quello che nutre il nostro spirito interiore. Mi soffermo sul primo brano. Se leggiamo tutto il capitolo 51 del libro scritto dal Secondo Isaia, e l’inizio del 52, troviamo ripetuti i verbi all’imperativo: “ascoltatemi” e “risvegliati” oppure “ridestati”. Per ascoltare bisogna fare silenzio, altrimenti se parliamo non possiamo ascoltare chi ci parla, e succede, come avviene nei dibattiti politici, che le parole si sovrappongano, con  il caos che ne segue. Se poi a parlare è Dio, allora il silenzio deve essere ancor profondo e interiore: possiamo anche non dire parole con la nostra lingua, ma se siamo distratti nei nostri pensieri o nel nostro cuore, allora non c’è ascolto.

Ecco il senso del verbo “risvegliarsi” o ”ridestarsi”. Se dentro di noi facciamo silenzio e lasciamo parlare lo Spirito interiore, si ridesta in noi quel Sé che è il fondo della nostra anima. “Risvegliatevi!”. Quanto mi piace questo verbo! Avevano ragione i grandi filosofi greci, i mistici indù e i mistici cristiani medievali a dire che dentro di noi c’è un Sé addormentato, magari in coma, da risvegliare. Tutti nasciamo con un sé addormentato: il nostro compito è di risvegliarlo. Ma se noi lasciamo allo Spirito la possibilità di parlare, il Sé divino si risveglia. Più noi parliamo o lasciamo parlare chi non ha diritto di parlare con il linguaggio dello Spirito, il nostro sé, ovvero il nostro essere più interiore, rimane in coma. E allora ecco una società di alienati, di fuori testa: fuori di quel Sè che è il nostro vero essere. Detto questo, ci è più facile ora cogliere il significato della parola “giustizia”.

Giustizia, diritto o legge. Non solo nella società, dove la parola “giustizia” come l’insieme di diritti da conquistare ha forse superato la parola amore, ma anche nella Bibbia la parola “giustizia” ricorre frequentemente, anche sotto forma di diritto o di legge. I primi cinque libri dell’Antico Testamento, che formano il Pentateuco, sono chiamati dagli ebrei la Torah, ovvero la Legge. Pensate anche ai Salmi, dove la legge è quasi un ritornello. Del resto, la parola “testamento”, che significa patto o alleanza, richiama la legge. Ed ecco la domanda: che rapporto c’è tra la giustizia e la legge o il diritto? Nel campo sociale, c’è un rapporto così stretto che non si può parlare di giustizia senza il diritto o la legge. Purtroppo, ripeto purtroppo, nel campo religioso si è commesso l’errore di interpretare il nostro rapporto con Dio, facendo prevalere la legge, cadendo in quel fariseismo che non è mai morto. Per cui: tra il singolo e Dio c’è di mezzo la legge religiosa, che manipola a suo piacere sia il singolo che l’immagine stessa di Dio. Secondo gli studiosi, nella Bibbia la “giustizia” è associata al volere di Dio e spesso indica la sua volontà.

Volere di Dio. Può essere sinonimo di legge, intesa nel senso di rivelazione. Sempre secondo la Bibbia, “volere” o “seguire” la giustizia indica l’impegno a realizzarla; “conoscere” la giustizia implica la dedizione di tutta la persona nel vivere la volontà divina. Per questo equivale, come dice il profeta Geremia, ad “avere la legge nel cuore”. Che dire? Tante belle parole, ma sulle parole si può equivocare, e cadere sempre nel difetto del fariseismo. Se legge è rivelazione del volere di Dio, bisogna sapere qual è la volontà di Dio, che non va fatta coincidere con il volere umano, e nemmeno della religione o della Chiesa. Sta qui il punto: qual è il volere di Dio? E poi: che significa volere? Dio è il volere del Bene assoluto, e quindi del nostro bene come ricerca del Bene assoluto. La giustizia di Dio allora è Dio stesso come Bene assoluto. Giustizia umana è tendere alla giustizia di Dio come Bene assoluto. Sganciata dal Bene assoluto, la giustizia cade nell’egoismo più spietato o nella schiavitù più feroce.

Il nostro essere interiore. Ci tengo a parlare di giustizia, perché ritengo che sia la parola da scoprire nella sua essenza: una scoperta che precede quella dell’amore, della libertà e della verità. Se ben riflettiamo, i nostri concetti di amore, di libertà e di verità sono riduttivi o addirittura falsi, perché ci manca il vero concetto di giustizia, intesa come quell’armonia che dà ad ogni cosa il suo vero posto. Se in Dio tutto è giustizia o armonia, tra di noi e in noi non è così. Tutto è squilibrato, per quel senso di falsa giustizia che fa prevalere i nostri diritti sugli altri. In tal caso come possiamo parlare di amore, di libertà e di verità? Quando diciamo che Dio è giusto, quando parliamo dei giusti di Dio, non possiamo non ribaltare i nostri concetti di giustizia, di diritto e di legge. Poco fa ho citato Geremia. Il profeta spiega cos’è la nuova alleanza che Dio vuole concludere con il popolo d’Israele: «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò nel loro cuore». Dunque, la legge di Dio è nel nostro essere interiore. Da qui, dal nostro essere interiore, ha origine la vera giustizia, e dalla giustizia hanno origine l’amore, la libertà e la verità.

*Omelia del 26-11-2017 Terza domenica di Avvento (Is 51,1-6; 2Cor 2,14-16a; Gv 5,33-39); fonte: http://www.dongiorgio.it/26/11/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-terza-di-avvento/

settembre 27, 2017

LETTERA APERTA SUL DISARMO NUCLEARE

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 5:06 am

   A     Sua Em. Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI

e p.c. Ecc. Vescovi membri del Consiglio Episcopale Permanente

Roma

Caro fratello Presidente dei Vescovi italiani,

siamo come costretti a rivolgerci a Lei, e a tutti i suoi confratelli Vescovi, per parlare di una questione che interpella nel profondo la nostra coscienza cristiana.

I fatti, in sintesi, sono questi. Sull’umanità tutta, dopo Hiroshima e Nagasaki, incombe il rischio della catastrofe nucleare. Esso non si sta riducendo ma il perdurare di questa situazione gravissima ha creato, progressivamente nel corso dei decenni, assuefazione, passività, e, quasi, dimenticanza. Sembra la meno importante delle questioni presenti all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni.

Tuttavia, pur non divenendo movimenti di massa, combattive iniziative di contrasto sono continuate in tutto il mondo negli anni, soprattutto da parte di organizzazioni pacifiste e della società civile. Ad esse si sono uniti molti Stati, quelli senza armi nucleari, per pretendere quello che il buonsenso e la ragionevolezza chiedono, cioè la cancellazione dalla storia dell’umanità di questo incubo oscuro e troppo esorcizzato. Ma l’attuale direzione di marcia è invece un’altra. La progressiva riduzione e successiva eliminazione delle armi nucleari, pur prevista dall’art.6 del Trattato di non Proliferazione del 1968, non è quasi mai iniziata. Al contrario, dopo una ben modesta riduzione negli anni ’90, assistiamo ora a una modernizzazione di queste armi che aumenta la loro potenza nel contesto di un aggravamento continuo delle tensioni di ogni tipo nelle relazioni internazionali.

Ma ora c’è un fatto nuovo, diretta conseguenza della tenacia di chi vuole opporsi alla minaccia della possibile catastrofe. Dopo che il Parlamento europeo aveva votato a grande maggioranza un forte auspicio per l’apertura di trattative, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 23 dicembre del 2016 ha convocato una Conferenza internazionale che si è conclusa il 7 luglio 2017 con l’adozione di un “Trattato sul divieto delle armi nucleari”, giuridicamente vincolante, che entrerà in vigore dopo la ratifica di almeno 50 Stati. Esso prevede anche “trattative su misure efficaci per la cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare”. Si dice inoltre che è proibita la “minaccia d’uso” delle armi atomiche, raccogliendo così molte delle istanze della società civile internazionale. Viene in tal modo bocciata la logica della deterrenza, cioè l’equilibrio del terrore che non impedisce per niente la guerra nucleare per errore, incidente, sabotaggio o per decisione criminale di chi può disporre delle armi. Gli Stati che hanno votato l’adozione del Trattato sono 122; gli Stati nucleari non hanno partecipato alla Conferenza, così come i loro alleati, tra cui il nostro. L’Italia dopo aver condiviso in dicembre all’ONU la proposta della Conferenza, ha poi fatto marcia indietro in modo oscuro, ritirando il proprio voto, senza dare spiegazioni di qualche minima credibilità.

La logica e il potere delle strutture militari fanno ogni resistenza a questo Trattato. Sul fronte opposto si è levata l’alta voce di papa Francesco che ha scritto una lunga e impegnativa lettera alla Presidente della Conferenza Elayne Whyte Gòmez dicendo, tra l’altro: “Questa Conferenza intende negoziare un Trattato ispirato da argomenti etici e morali. Si tratta di un esercizio di speranza e mi auguro che possa rappresentare anche un passo decisivo nel cammino verso un mondo senza armi nucleari. Sebbene questo sia un obiettivo di lungo periodo estremamente complesso, non è al di fuori della nostra portata”. Il Vaticano ha immediatamente firmato il Trattato il 20 settembre, giorno di inizio della raccolta delle adesioni. E il 26, giornata mondiale dell’ONU per il disarmo nucleare, papa Francesco ha diffuso il seguente tweet: “Impegniamoci per un mondo senza armi nucleari, applicando il Trattato di non proliferazione per abolire questi strumenti di morte.”

Nel nostro paese, mentre ogni organizzazione pacifista è impegnata, i mass-media hanno censurato l’informazione (salvo rare eccezioni, tra queste l’Avvenire) e il Parlamento ne ha discusso, con inaccettabile ritardo, alla fine di luglio in sbrigative sedute di basso livello, senza che il governo motivasse veramente la sua posizione. Di fatto la presenza di armi nucleari sul nostro paese (ad Aviano e a Ghedi) e la logica degli schieramenti militari internazionali paralizzano ogni riflessione fondata sull’interesse vero del nostro paese e dell’intera comunità internazionale.

A partire dalla nostra fede, noi ci sentiamo coinvolti in una questione che attiene al senso stesso della nostra civiltà. Che fare? Abbiamo pensato che le nostre parrocchie, le nostre associazioni, i nostro movimenti debbano diventare più consapevoli e poi mobilitarsi perché il nostro paese non sia più assente. Si tratta di una mobilitazione che può essere condivisa da tutti nel nostro mondo cattolico, può contribuire molto a creare una nuova generale consapevolezza dell’opinione pubblica, coinvolgendo credenti e non credenti e superando gli schieramenti politici. L’obiettivo concreto e immediato è quello di ottenere che la nostra Repubblica, quella dell’art.11 della Costituzione, partecipi a questo tentativo sulla strada della pace, anzitutto aderendo al Trattato e diventando anche, in tal modo, punto di riferimento per altri paesi in una condizione analoga alla nostra di oggi.

Caro Mons. Bassetti, da Lei e dai vescovi speriamo e attendiamo un contributo decisivo per un vero movimento d’opinione nel senso che abbiamo proposto. Lo chiede la nostra coscienza che si ispira all’Evangelo.

Un fraterno abbraccio nella pace del Signore

Milano, 26 settembre 2017, giornata ONU per il disarmo nucleare

              ADESIONI

  1. Francesco Cesarini-Milano
  2. Luigi Pasinetti-Milano
  3. Vittorio Possenti-Milano
  4. Vittorio Bellavite-Milano
  5. Giorgio Nebbia-Roma
  6. Enrico Peyretti-Torino
  7. Luigi Frey –Milano
  8. Giuseppe Goisis-Venezia
  9. Bruno Musso-Torino
  10. Claudio Ciancio-Torino
  11. Antonio Brenna-Milano
  12. Paola Zerbini-Milano
  13. Piero Giorgi-Gargnano
  14. Sandro Bellavite- Milano
  15. p. Alex Zanotelli-Napoli
  16. Rita Rosati-Bruxelles
  17. Silvia e Gianluigi Prestini-Lesmo (Monza)
  18. Tommaso Eccher-Milano
  19. Valerio Onida-Milano
  20. Vivina Rossi-Milano
  21. Carmelo Vigna-Milano
  22. Dora Marucco-Torino
  23. don Carlo Prezzolini-Siena
  24. Vincenzo Meale-Roma
  25. Fabrizio Truini-Roma
  26. Raniero La  Valle-Roma
  27. don Alberto Sacco-Milano
  28. Segreteria Cipax-Roma
  29. Tonino Drago- Calci (Pisa)
  30. Teresa Ciccolini- Milano
  31. don Giovanni Cereti-Roma
  32. Stefano Corradino-Roma
  33. Domenico Todisco
  34. Alessandro Santoro-prete della comunità delle Piagge
  35. Angela Balossi Restelli-Milano
  36. Albino Bizzotto-Padova
  37. Lisa Clark-Firenze
  38. Vittorio Agnoletto-Milano
  39. Fabrizio Valletti sj
  40. Luigi Sandri-Roma
  41. Giovanni Sarubbi, direttore de Il dialogo-Monteforte Irpino
  42. Giancarla Codrignani-Bologna
  43. Ivio Nicola Marongiu-Lanciano Chieti
  44. Sandro Nardelli-Trento
  45. Valentino Bobbio-Roma
  46. Eugenio Lenardon-Trieste
  47. Nives Ceppa Degrassi
  48. Amalia Navoni-Milano
  49. Pasquale De Sole
  50. Rocco Altieri-Torino
  51. Centro Gandhi-Torino
  52. Dario Santin
  53. Rosario Grillo
  54. Adriano Candioli-Roma
  55. Sergio Paronetto-Verona
  56. Luigi Tribioli – Ferentino
  57. Luigi Mosca-Parigi
  58. Riccardo Bottoni-Milano
  59. sr. Annarosa Crippa-Cordoba (Argentina)
  60. Egidio Citterio-Lecco
  61. don Mario Proserpio.Lecco
  62. Vittorio Pallotti-Bologna
  63. Corrado Maffia, Presidente scuola di pace-Napoli
  64. don Fredo Olivero, comunità san Rocco-Torino (oltre cento firme raccolte in chiesa)
  65. Iolanda Ghibaudi
  66. Carolina Gobetti
  67. Carlo Beraldo
  68. Giuseppe Totaro-Pistoia
  69. Luisa Lagravinese
  70. Mariapia Porta
  71. Linda Carbone
  72. Santino Di Dio
  73. Pierantonio Montecucco-Voghera
  74. Fiorella Ferrarini
  75. Enrico Giordano
  76. Beatrice Badini
  77. Gianmarco Paris
  78. Lino Allegri
  79. Vito Capano
  80. Piera Rella
  81. Alberto Miryam Garau
  82. Rosario Grillo
  83. Dario Santin
  84. Gaia Vitali-Piacenza
  85. Ugo Bologna-Torino
  86. Adriana Gatti-Piacenza
  87. Francesca Molinari-Piacenza
  88. Giulia Barbieri
  89. Chiara Basile Zoffoli-Merate (Lc)
  90. Domenico Basile-Merate (Lc)
  91. Ornella Bonetti-Milano
  92. Gabriella Solaro-Milano
  93. Pierluigi Mastalli-Lecco
  94. Luigi Erba –Paullo (Mi)
  95. Mira Bozzini-Milano
  96. Romeo Tirani-Milano
  97. Federico Zanda-Milano
  98. Lidia Vaccari-Milano
  99. Giso Colombo-Milano
  100. Giulia Uberto-Milano
  101. Angelo Cifatte-Genova
  102. Bruno Bellerate-Rocca di Papa
  103. Giuseppe Turani-Lecco
  104. Ausilia Riggi-Grugliasco (To)
  105. Rita Giroeeti-Milano
  106. Alberto Battistelli-Roma
  107. Fabio Cozzo-Padova
  108. Ornella Marcato-Padova
  109. Antonio Greco-Brindisi
  110. Gigi Massini
  111. Joelle Cerfoglia-Ladispoli (Roma)
  112. Fiammetta Acquarone
  113. Silvana Ratti-Lissone (Mb)
  114. Federico Zanda-Milano
  115. Francesco Brescia-Napoli
  116. David Gabrielli-Roma
  117. Pier Paolo Poggio-Brescia
  118. Alessio di Florio-Chieti
  119. Cecilia Bonatti-Milano
  120. Pito Maisano – (Lo)
  121. Bruna Bocchini Camaiani-Fiesole (Fi)
  122. Emilio Vanoni-Varese
  123. Nicoletta De Carlini-Milano
  124. Silvia De Carlini-Lecco
  125. Adriana Beltrame-Lecco
  126. Luigi De Carlini-Lecco
  127. Andrea Cesarini-Milano
  128. Alessandro Manfridi-Roma
  129. Maria Pia Spalla-Roma
  130. Adriano Candioli-Roma
  131. Enrico De Capitani- Varese
  132. Enrico Frattini –Milano
  133. Alessandro Gozzo-Venezia
  134. Agide Gelatti-Brescia
  135. Rosangela Zumerle-Brescia
  136. Giangabriele Vertova-Bergamo
  137. Silvio Bagattin –Mantova
  138. Vincenzo Grimaldi-Roma
  139. Ivano Caminada-Bergamo
  140. Luigi Consonni-Pioltello (Mi)
  141. Cesare Trebeschi-Brescia
  142. Giacomantonio Graziani-Milano
  143. don Pasquale Aceto-Crotone
  144. Rivoltini Rino-Milano
  145. Adele Folcia-Milano
  146. Catello  Terminiello-Genova
  147. Giulio e Maria De la Pierre –Ivrea
  148. Ennio Raimondi-Crema
  149. Giampaolo Spettoli- Bologna
  150. Rosalia Venuto- Monza
  151. Enrico Virtuani-Monza
  152. Marianna Manzullo
  153. Marta Galbiati- Monza
  154. Maria Cristina Giorcelli-Roma
  155. Clementina Mazzucco-Torino
  156. Gabriella Bentivoglio- Macerata
  157. Roberta Trucco-Genova
  158. Manlio Schiavo
  159. Mariapia Porta
  160. Linda Carbone
  161. Tiziana Bacchi
  162. Anna Maria Tamburri-Macerata
  163. Sergio Serafini – Alessandria
  164. Anna Serafini – Alessandria
  165. Fernanda Pajoro – Alessandria
  166. Silvia e Franco Acerboni-Milano
  167. don Franco Barbero-Pinerolo
  168. Fiorentina Charrier-Pinerolo
  169. Ada Penna-Visone (Al)
  170. Vittoria Scotto di Vettimo-Milano
  171. Arnaldo Pinelli-Milano
  172. Matilde Marchesi-Milano
  173.  Paolo Bertagnolli-Bolzano
  174. Patrizia Piangiarelli-Macerata
  175. Giuseppe Luigi Bruzzone

 

Per adesioni, informazioni e contatti:

Luigi De Carlini   email <luigidecarlini@gmail.com>

tel. 0399669925 cell. 3701208959, Nava, 23886 Colle Brianza (Lecco)

sito: https://brianzecum.wordpress.com

Andrea Cesarini   email <andreacesarini@virgilio.it>

cell. 3272292756, Piazza S.Agostino 9 20123 Milano

agosto 19, 2017

LA VERITÀ DEL VANGELO

UNA CHIESA DIALOGICA E PLURALISTA CHE DÀ PRIORITÀ ALL’UNIONE SULLA DISTINZIONE

dalla lectio biblica di Piero Stefani del 3 agosto 2017 a Torre Pellice con la Comunità di via Sambuco, su: Gal 2,1-13

La tradizione dei padri. Paolo inizia la lettera ai Galati richiamando alcuni aspetti autobiografici relativi alla sua chiamata-vocazione e alla “rivelazione” del Vangelo, da lui ricevuta direttamente da Dio. Dell’accanimento con cui perseguitava gli ebrei credenti in Gesù Cristo egli non dimostra alcun pentimento. La sua chiamata è priva di una componente penitenziale. Paolo perseguitava i credenti perché zelante nel custodire la tradizione dei padri. Ciò avveniva non perché “si è sempre fatto così” ma perché si afferma che la verità trovi il proprio fondamento nel passato, è nei suoi riguardi che si manifesta la nostra fedeltà. Ma quando Dio si compiacque di rivelargli il Figlio suo, ordinandogli di annunciarlo alle genti, Paolo partì subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza alcuna mediazione, senza andare a Gerusalemme da quelli che erano apostoli prima di lui. Al principio della tradizione subentra il principio della rivelazione.

Ancora per rivelazione 14 anni dopo Paolo andò a Gerusalemme dagli apostoli, senza esservi convocato, lo fa per mostrare la verità del suo vangelo, al fine di non aver corso invano: cosa vuol dire? Cercava certezze, consensi? Proprio il contrario: egli avrebbe corso invano se quelle autorità non avessero sottoscritto e accettato il suo vangelo. E paradossalmente il vangelo che porta con sé è una persona: Tito, un greco, non ebreo né circonciso, ma credente. L’importanza decisiva di Tito deriva dal fatto che smentiva la critica a Paolo da parte di alcuni “falsi fratelli” per aver introdotto direttamente i gentili nella fede in Gesù Cristo senza prima farli transitare nel giudaismo, con la pratica della circoncisione e l’osservanza della legge mosaica: “…a causa di falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l’intenzione di renderci schiavi. Non abbiamo ceduto alle imposizioni di costoro neppure per un momento, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda in voi” (vv.4 e 5).

L’apostolo delle genti. Paolo, a Gerusalemme espone dapprima il vangelo privatamente alle persone più autorevoli, che sono tre, elencate in questo ordine: Giacomo (fratello del Signore e non appartenente ai Dodici), Cefa (Pietro) e Giovanni: c’è quindi un pluralismo nella chiesa primitiva, non una monarchia. Questi tre si dichiararono perfettamente d’accordo col vangelo proclamato da Paolo (diedero la destra in segno di comunione) e fu riconfermato il patto secondo il quale a Paolo (e a Barnaba, il terzo suo accompagnatore) era affidato il vangelo per i gentili, mentre a Pietro quello per gli ebrei circoncisi. Da ultimo “ci pregarono di ricordarci dei poveri, ciò che mi sono preoccupato di fare” (v.10). Il tema dei poveri e della relativa colletta, può essere commentato con un passo della successiva lettera ai Romani (15,25-27), dove Paolo parla dello scopo profondo di questa preoccupazione per i poveri di Gerusalemme. I credenti provenienti dai pagani hanno un debito nei confronti di quelli provenienti da Israele (eredi di Abramo secondo la promessa) avendo partecipato ai beni spirituali di questi ultimi. E la colletta può essere un riconoscimento di questo debito.

Comunione. Paolo (al v.11) ricorda come si era opposto a viso aperto a Pietro, quando quest’ultimo visitò la comunità di Antiochia. Cefa, cedendo alle pressioni di coloro che provenivano dalla parte di Giacomo, operò una divisione tra i credenti provenienti rispettivamente dall’ebraismo e dai gentili, non sedendosi a tavola assieme a questi ultimi. Così altri giudei “lo imitarono nella simulazione, al punto che persino Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia” (v.13). Ipocrisia che porta alla divisione. Come dirà poco oltre, noi tutti, ebrei e gentili, siamo salvati per la fede. La giustificazione per fede è il grande fattore che accomuna gli uni e gli altri. Però i gentili non devono giudaizzare, cioè imitare i giudei; non si deve più parlare di teologia della sostituzione (secondo la quale la chiesa sostituisce Israele). Al gentile è precluso far proprio quanto è specificatamente ebraico. Invece il giudeo credente, ricco dell’eredità di Abramo, può spogliarsi di una parte della sua ricchezza per far prevalere la comunione sulla distinzione (in ciò si trova il senso profondo legato alla condivisione della mensa).


scorcio dal Vallone di Massello sull’itinerario della “glorieuse rentrée” dei valdesi da Ginevra nel 1689

agosto 12, 2017

LA PAROLA DELLA CROCE

PRIORITÀ DELL’ANNUNCIO, STOLTEZZA SAPIENTE

dalla lectio biblica di Piero Stefani del 3 agosto 2017 a Torre Pellice con la Comunità di via Sambuco, su: 1 Cor 1,17-2,5

Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare”: queste parole, con cui inizia il brano, si riferiscono alla parte precedente in cui Paolo ringrazia Dio di aver battezzato solo pochissime persone nella comunità di Corinto. Sembra strano dichiararsi contento di non aver battezzato, ma il motivo è ben preciso: in quella comunità il battesimo è diventato fonte di divisione. Sono sorti diversi gruppi identificati da un leader: Paolo, Apollo, Cefa, qualcuno dichiara persino di essere di Cristo come se questa non fosse una caratteristica comune a tutti i credenti. Rispetto al battesimo Paolo annuncia una priorità: Cristo mi ha mandato non a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo. L’annuncio infatti è più radicale del battesimo, è esso infatti a suscitare la fede. Il battesimo conferma la fede, l’annuncio invece la fa sorgere. L’annuncio è originario, fondante. Lutero diceva che la Parola è la sostanza della Chiesa. L’annuncio dal canto suo può essere definito la sostanza della fede.

Sconcertante notizia. Annunciare non con sapienza di parola, perché non sia resa vana la croce di Cristo. L’espressione è molto, molto forte, specie se, guardandola dall’altro verso, ci chiediamo: perché la sapienza di parola rende vana la croce di Cristo? Espressione sconcertante: non si limita ad affermare che la sapienza di parola travisa o non è in sintonia con la croce, si sostiene che essa addirittura rende vana la croce di Cristo. Qui non c’è contrapposizione tra croce e sapienza, ma tra sapienza di parola e la parola della croce. Perché? Perché la parola della croce è l’evangelo e l’evangelo è buona notizia. Potremmo anche accantonare l’aggettivo buona e soffermarci sul termine notizia. La notizia è qualcosa che ti giunge e, se essa non giunge, non sai che un fatto è avvenuto.

La parola di sapienza procede in altro modo. Che oggi sia sorto il sole non è una notizia, è una costatazione. La parola di sapienza dice perché o come è sorto il sole: individua cause o leggi per comprendere perché il cosmo sia cosmo, cioè un insieme ordinato di fenomeni. Dice che bisogna ricercare quello che è da sempre e per sempre iscritto nell’ordine delle cose e la ricerca porta a una scoperta, non una notizia. Dobbiamo decifrarla quanto c’è già, la notizia invece occorre ascoltarla. Nella lettera ai Romani, Paolo afferma che la fede nasce dall’ascolto. Ciò ha anche un’altra conseguenza, per certi versi inquietante: se l’evangelo è notizia, vuol dire che il corso del mondo non è modificato dall’evangelo. Non abbiamo la parola di sapienza per dire: le cose dopo sono diverse. Non abbiamo la prova inscritta nella realtà per sostenere che, dopo Gesù, le cose sono cambiate: se non ci giunge la notizia non lo sappiamo. La morte è stata vinta, ma continuiamo a morire. Il peccato è stato perdonato, ma non ci accorgiamo neanche di essere peccatori se non ce lo si dice. Tutto continua come prima.

Stoltezza della predicazione. Il Vangelo è notizia, per questo è una realtà stolta agli occhi della sapienza, perché comunica quanto è avvenuto, che non è da sempre inscritto nell’ordine delle cose. Abbiamo sentito tante volte: il cristianesimo non è una realtà astratta, è un evento, una persona ecc. Ma il mondo non è cambiato; è soltanto la fede a dirci che il mondo è mutato, una fede che si basa sulla notizia. Dio ha dimostrata stolta la sapienza del mondo: il mondo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio. Poiché il mondo non lo ha conosciuto, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. L’annuncio suscita la fede nei credenti, e i credenti sono stolti, non sapienti, se per sapienza si intende questa volontà di ritrovare Dio nell’ordine delle cose che c’è già.

Potenza della parola. Nel disegno sapiente di Dio l’efficacia della croce è stata consegnata alla debolezza della predicazione, cioè a qualcosa che è qui, ora (o fu allora), in un tempo e spazio determinati. Nella storia delle chiese questo fatto ha provocato tante conseguenza, in un senso e nell’altro: ha prodotto la volontà di annunciare, di gridare ai quattro angoli della terra la verità del vangelo e ha prodotto il fatto che quella parola tanto spesso non è stata conforme alla debolezza della croce, ma ha voluto essere parola di potenza. Certo c’è la potenza nella parola, (la dynamis) ma questa è il paradosso: essa si manifesta nella debolezza e invece nello slancio dell’annuncio troppo spesso si è voluto caricare la parola anche della sapienza, nel senso improprio di affidarsi alla teologia, a un discorso su Dio strettamente legato a formulazioni culturali specifiche; così facendo non si è fatto affidamento alla nuda potenza della predicazione, cioè dell’annuncio.

Salva la parola della croce. Sta scritto infatti: “distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti” (Is 29,14). Questa citazione in Paolo non ha un ruolo di fondamento. Conviene affermare che una lettura cristologica della Bibbia ebraica è componente propria del cristianesimo, ciò però non vale per l’annuncio. La citazione biblica equivale a sostenere che quanto noi stiamo attuando è parte di una sapienza di Dio che ci precede; là ci sono delle tracce di questa confutazione della sapienza dei sapienti e degli intelligenti, ma non è questa lettera che diventa parola salvifica. A salvare è la parola della croce, cioè l’annuncio.

In definitiva penetrare a fondo nella fede è la via sicura verso l’unità dei credenti. L’apparente stoltezza umana sta nel dare una notizia che convince e opera solo nell’ambito nella fede. I giudei chiedevano segni, domandano cioè che la potenza di Dio sia riconoscibile nella storia; invece la parola della croce è debolezza. I greci cercavano la sapienza; noi invece annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per le genti, anche se gli uni e gli altri si trovano nelle condizioni di giungere alla fede in Gesù Cristo. La stoltezza della predicazione disarticola l’ordine del mondo senza che questo sia disarticolato in modo verificabile (la morte ormai vinta continua a dilagare nel mondo). La chiamata alla fede è legata alla parola della croce ancor più che alla croce stessa. Solo l’annuncio (kerygma) ci comunica che l’azione salvifica della croce diviene, nella fede, salvifica in noi. Dio ha scelto di salvare il mondo attraverso la stoltezza della predicazione.

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