Brianzecum

gennaio 28, 2019

TORNARE A ESSERE POPOLARI

SETTE PAROLE PER IL 2019

di Antonio Spadaro,  La Civiltà Cattolica, quaderno 4045, pagg.42-44, Anno 2019, Volume I, 5 gennaio 2019

In questo tempo di cambiamenti e conflitti che ci sfidano, non possiamo correre il rischio di seguire ciò che leggiamo nel Gattopardo: «Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare». Bisogna reagire. Una reazione alla quale possiamo dar forma considerando sette parole.

Paura. Instillare la paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico: si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti. Questa retorica evoca forze potenti, ma forse non ancora emerse dal profondo della società e dell’opinione pubblica. La riflessione politica sarà irrilevante se non entra in contatto con le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista. Ai leader religiosi coreani Francesco ha chiesto di usare «parole che si differenziano dalla narrativa della paura» e compiere «gesti che si oppongono alla retorica dell’odio». E di recente ha pure affermato: «Servono leader con una nuova mentalità. Non sono leader di pace quei politici che non sanno dialogare e confrontarsi: […] occorre umiltà, non arroganza».

Ordine. I rapporti tra Europa, Stati Uniti, Russia e Cina sono in ebollizione… alla ricerca di un nuovo ordine mondiale che attualmente pare solo un gran disordine. Più che mai il disordine reclama anche una solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un «nuovo ordine mediterraneo».

Migrazioni. I flussi migratori siano una delle priorità dell’Unione Europea dei prossimi anni, perché le migrazioni oggi rischiano di essere il grimaldello per far saltare l’Europa. Non sfuggono a nessuno le conseguenze del rimescolamento delle identità tradizionali e lo spaesamento che esso provoca. Bisogna affrontarlo con discernimento. Occorre non tradire mai i valori di fondo dell’umanità, ma metterli in pratica tenendo conto della situazione in cui si opera. Concretamente: è necessario lavorare all’integrazione.

Popolo. Per i populismi che sperimentiamo oggi, la forza di una democrazia dipende dall’esistenza di un popolo relativamente omogeneo con un’identità precisa e riconoscibile fondata sulla coesione etnica. Ma attenzione, perché quando la comunità etnica si pone al di sopra della persona, secondo Jacques Maritain, non vi è più alcun baluardo al totalitarismo politico. Le tradizioni antiliberali costituiscono ponti ideologici per le attuali alleanze tra cristianesimo e forme aggressive di populismo. Il rischio oggi per la Chiesa è altissimo: l’appartenere senza credere. E questo trasformerebbe la religione in ideologia: sarebbe la morte della fede. Ma non possiamo ridurre la questione del popolo a «populismo». La questione del popolo è una cosa molto seria. Scriveva il cardinale Bergoglio nell’anno 2010: «Non serve un progetto di pochi e per pochi, di una minoranza illuminata o di testimoni, che si appropria di un senso collettivo. Si tratta di un accordo sul vivere insieme. È la volontà espressa di voler essere popolo-nazione nel contemporaneo». Queste parole scritte dall’allora primate d’Argentina dopo le elezioni del 4 marzo 2010 suonano come l’ammonimento più urgente anche per l’oggi. Non basta più formare i giardini delle élite e discutere al caldo dei «caminetti» degli illuminati. Non bastano più le accolte di anime belle… Facciamo discorsi ragionevoli e illuminati, ma la gente è altrove. E il grande rischio è quello di immaginare il «popolo» in forma di «massa anonima». La verità è che molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. Ecco perché la questione centrale oggi è quella della democrazia.

Democrazia. Emerge anche in Europa l’ossimoro di democrazie che possono morire per mani di leader eletti democraticamente. Sembra ormai insostenibile il divario tra il carattere globale dell’economia, della comunicazione e, ancor più, della finanza e la dimensione solamente locale della democrazia, che rischia di divenire quasi solo una gestione amministrativa. Si è incrinata la fiducia nei sistemi democratico-liberali. Si ha perfino simpatia per una certa improvvisazione democratica che dà almeno il senso di appartenenza. La democrazia rappresentativa parlamentare è destinata dunque a estinguersi? Assolutamente no, ma la domanda di una «democrazia immediata», della quale si immagina che la rete possa essere luogo di azione e strumento, sembra averla messa in difficoltà. Qui c’è un problema, però anche una sfida da accogliere. Non possiamo far finta che la rete non esista e dobbiamo prendere atto che il consenso si forma anche nell’ambiente digitale. Il disagio si esprime soprattutto lì. Come fare a vivere la rete come forma di partecipazione democratica senza cadere in scorciatoie demagogiche?

Partecipazione. Scriveva il Papa, sempre in quel testo del 2010, che occorre «recuperare l’effettività dell’essere cittadini». Occorre trasformarsi «da abitante a cittadino». Questo è, in fondo, anche il vero problema dell’Europa: ha abitanti europei che ancora non si sentono cittadini europei.Il «divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia» è stato uno dei temi forti del discorso di papa Francesco al terzo Incontro mondiale dei movimenti popolari del 2016. Il Papa li definiva «una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica», che non è la forma del «partito politico» e che è capace di esprimere «attaccamento al territorio, alla realtà quotidiana, al quartiere, al locale, all’organizzazione del lavoro comunitario». Senza partecipazione la democrazia si atrofizza, diventa una formalità, perché lascia fuori il popolo nella costruzione del suo destino.

Lavoro. Pensiamo ai nostri giovani. I neet (not in education, employment or training) sono circa il 20% dei giovani italiani. 2/3 degli studenti di oggi faranno, da adulti, lavori che al momento neanche esistono. Oggi siamo colpiti da un nuovo malessere: la disoccupazione tecnologica, causata dal fatto che scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro a una velocità superiore di quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare lavoro. Sembra esserci una differenza antropologica ormai tra l’uomo di Davos e il forgotten man, tra una élite di creativi innovatori e una massa di esecutori non qualificati. Servono quelle «tre T» delle quali parla Francesco, non come slogan: Tierra Techo Trabajo. Terra, casa e lavoro sono le cose fondamentali che danno dignità a una vita umana, rendono possibile la famiglia e permettono lo sviluppo umano integrale. Per reagire, dunque, occorre prima di tutto riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire la relazione naturale con il popolo. Questa la parola: riconnettersi. Insomma, bisogna tornare a essere «popolari».

Annunci

gennaio 25, 2019

LA SCELTA

TRA UNA SOCIETÀ DI EGUALI O UNA SOCIETÀ DI AMMESSI E SCARTATI
di Raniero La Valle, Newsletter n. 132 del 22 gennaio 2019 fonte:
https://mail.google.com/mail/u/0/?tab=wm&pli=1#inbox/FMfcgxwBVMhRFLQrcrxSZglbxcjHTMxH


DECISIONE ANTROPOLOGICA. Un convegno a Milano promosso dall’associazione “Laudato Sì”, di Mario Agostinelli e don Virginio Colmegna, ha trattato il tema della salvezza della Terra, in sintonia con le istanze dell’enciclica di papa Francesco. Il pericolo in effetti c’è ed è imminente: un riscaldamento di due gradi della temperatura globale non potrebbe essere sopportato dall’ecosistema. Nel colloquio sono confluite molte esperienze e lotte e proposte, e il suo esito è stato confortante, perché sono state chiare le diagnosi, e sono stati indicati gli strumenti e i rimedi per salvare dall’olocausto ecologico la terra e tutti quelli che vivono in essa. Il contributo portato al dibattito da “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” è stato di dire che però questo sarà possibile, a condizione che prima facciamo un’altra cosa, che è di fondare un’unica società umana. Ci vorrà la politica, il diritto, l’economia, ma prima ancora ciò dovrà essere oggetto di una grande decisione antropologica. Non è affatto scontato infatti che l’umanità sia una, e che gli uomini e le donne siano eguali tra loro. Per molti secoli questa verità è stata negata e si è invece teorizzata una diseguaglianza per natura tra gli esseri umani; la storia della diseguaglianza è una storia dolorosissima di signori e servi, schiavi e liberi, popoli eletti e scartati, donne appropriate e negate, razze e caste, predazioni e genocidi. Si dovette arrivare al Novecento perché l’unità umana e l’eguaglianza delle persone e delle nazioni grandi e piccole (come dice lo Statuto dell’ONU), fossero alfine riconosciute dalla cultura e proclamate nelle grandi Carte dei diritti e delle libertà fondamentali, anche se poi non attuate. Esse però sono oggi di nuovo negate in via di principio, ripudiate dalla politica e frantumate dal sistema economico; e il genocidio del popolo dei migranti è oggi perpetrato da tutti noi. Questo vuol dire che occorre tornare ai nastri di partenza, dobbiamo decidere di nuovo ciò che vogliamo essere, se una società di eguali o una società di ammessi e scartati.


RIFIUTARE L’OPPRESSIONE. È una decisione dirimente, come molte altre del passato. È come la scelta di fronte a cui si trovò il popolo ebreo che era emigrato in Egitto. Lì si trattava di decidere quale visione dell’Egitto adottare, tra le due che ne presenta allo stesso tempo la Bibbia: l’Egitto come terra di schiavitù sotto il Faraone, o l’Egitto come terra dell’abbondanza, che sfama i figli d’Israele durante la carestia, e poi accoglie “nella parte migliore del paese” lo stesso Giacobbe, i suoi figli e i suoi discendenti. La scelta del popolo ebreo fu di rifiutare l’Egitto del Faraone, di rinunciare alla falsa sicurezza della stabilità, alla permanenza in una identità oppressa, e di mettere invece in gioco se stesso, di uscire dall’Egitto, di andare incontro a popoli nuovi e ad abitare terre nuove e promesse, e fu la scelta dell’esodo, della traversata del deserto, della liberazione.


RESTAURAZIONE. Un’altra scelta cruciale fu quando il popolo ebreo, reduce dall’esilio a Babilonia, si trovò a decidere se doveva cominciare una nuova vita di libertà e di incontro con gli altri, oppure se doveva restaurare le condizioni che lo avevano portato alla rovina, se doveva tornare alla teocrazia del tempio, alla servitù della legge, alla purità etnica. Lì la scelta, con Esdra e Neemia, fu quella della restaurazione, del ripristino della legge, della costruzione del secondo tempio, della chiusura identitaria fino all’obbligo del ripudio delle mogli straniere; fu in qualche modo l’argine messo alla profezia e la nascita del sionismo. L’insegnamento per noi oggi è che dopo la caduta, dopo il suicidio della politica, dopo l’esilio della democrazia che abbiamo patito in questi anni, dopo l’irruzione dei populismi, non si può semplicemente tornare al passato, rappezzare i vecchi partiti, tornare alle cipolle d’Egitto o della Banca mondiale, occorre fare una cosa nuova, mettere del vino nuovo in otri nuovi.


VENDETTA O MISERICORDIA. L’altra scelta dirimente fu storicamente quella di Gesù e del suo principale apostolo Paolo: la scelta tra il Dio della vendetta e il Dio della misericordia, il passaggio da un solo popolo alla comunione con tutti i popoli, l’obiezione alla legge dei precetti e delle esclusioni e il passaggio alla libertà dello Spirito e alla gratuità del perdono e dell’accoglienza. Un’altra scelta cruciale fu compiuta alla fine dell’Impero, quando a Roma il Senato bruciava e il popolo era in lutto; ma il papa Gregorio Magno invece di intonare i lamenti della disfatta, intonò il canto della liberazione perché nuovi popoli si erano affacciati alla storia, i Barbari parlavano la “lingua dei santi”, gli Angli erano evangelizzati e nasceva l’Europa inclusiva di san Benedetto, antidoto all’Europa costantiniana e carolingia che sarebbe poi sfociata nella visione teocratica di Gregorio VII, da cui siamo da poco usciti.

IMPERI E GENOCIDI. Una scelta devastante fu poi quella compiuta dalla cultura europea quando decise che gli Indios non erano uomini, che i neri si potevano trarre come schiavi e che gli operai, come dirà Locke all’inizio della rivoluzione industriale, non erano in grado di ragionare meglio degli indigeni, e cominciò così l’età degli Imperi e dei genocidi, fino a Hitler. Ma ci sono anche le grandi scelte, i salti di qualità compiuti dalle rivoluzioni moderne, quella americana, francese, sovietica, quella del costituzionalismo postbellico e c’è la scelta del Concilio Vaticano II quando la Chiesa decise che si dovesse annunciare Dio in modo nuovo, per giungere fino alla rivoluzione di papa Francesco.


OPPORSI ALLA FRANTUMAZIONE. Oggi siamo a una scelta di questo tipo, ma questa volta ne va della integrità o della frantumazione del mondo. Ideologie politiche, dottrine economiche, culture giuridiche, religioni, messianismi e letture apocalittiche sono tutte chiamate a consulto per decidere che cosa fare del mondo. E anzitutto c’è il dovere di resistere all’anomia, all’offensiva del potere senza legge che si fa legge a se stesso, e questa è una resistenza messianica, come quella invocata dall’apostolo Paolo come “forza frenante” o “katécon” da opporre alla distruzione. Ma poi la scelta primaria da fare è quella dell’unità umana, dell’umanità unita come soggetto politico e autore della storia, la scelta di una vera globalizzazione, non del denaro e dei traffici, ma degli uomini e delle donne di spirito e di carne, porti aperti e mura abbattute, non marce verso frontiere serrate o barconi doloranti di migranti e di naufraghi non più salvati per il divieto dei governi, ma navi, treni ed aerei di linea e percorsi di accoglienza e integrazione al servizio di quel diritto primordiale e universale che è il diritto di migrare, il diritto di piantare le tende per realizzare se stessi e il proprio destino in qualunque lembo di quest’unica terra, casa comune di tutti.

dicembre 25, 2018

NON ABBIAMO BISOGNO

DI UN NUOVO PARTITO CATTOLICO, MA DI UNA UMANITÀ CHE SI UNISCA CONTRO IL PERICOLO INCOMBENTE DEL PRECIPIZIO ECOLOGICO

fonte: https://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/non-abbiamo-bisogno/# Newsletter n. 127 del 19 dicembre 2018 (di Raniero La Valle)

RIMOZIONE. Non abbiamo bisogno di un partito cattolico. Noi abbiamo bisogno di un’umanità convertita. Non: “già” convertita, bensì capace di convertirsi e che, coi suoi tempi, si converta. Perché la scure è già posta alla radice dell’albero. Non ce lo dicono i profeti di sventura che annunciano eventi sempre infausti. Essi hanno torto, grandissimo torto, la vita e la storia sono piene di felicissimi eventi, per questo ci teniamo, le vorremmo salvare, tutte e due, la nostra e quella di tutti. Ma lo dicono gli scienziati, che rischiamo la fine, lo stanno dicendo da decenni, da quando nessuno ancora ci credeva e pubblicarono, su incarico del Club di Roma, un rapporto intitolato “I limiti dello sviluppo”. Adesso tutti lo sanno, l’idea di un precipizio incontrollato è entrata nel senso comune, benché oscuramente e benché, per non morirne, sia in gran parte rimossa; ma non oscuramente e senza sconti se ne è fatto eco il papa in una lettera insolitamente indirizzata a tutti gli abitanti del pianeta. E lo sanno anche coloro che sono considerati i governanti delle nazioni e i capi che le opprimono; e se non fanno niente per fermare la scure non è perché non sia vero, tant’è che fanno summit su summit per discuterne, ma perché a provvedervi non ci vedono un tornaconto e vogliono sfruttare l’albero finché sta in piedi.

RITORNO FALLITO. Non abbiamo bisogno di un partito cattolico e abbiamo bisogno invece di un ritorno della politica, di un ritorno alla politica. Lo ha detto anche il cardinale Bassetti, da una Chiesa italiana che da tempo era in sonno, e ora forse si sveglia. Non che qualcuno non ci pensi e non ci provi. Hanno provato a rifare la Democrazia Cristiana, hanno ottenuto dal giudice la pronuncia che la DC non era mai stata sciolta, che giuridicamente ne potevano disporre quelli che vi erano iscritti nel 1992, ne hanno recuperato il simbolo completo di scudo crociato e perfino la storica sede di piazza del Gesù, hanno convocato un congresso e ristampato le tessere. Ma non c’è niente da fare, lasciate che i morti seppelliscano i morti. Il principale promotore, Gianni Fontana, si è accorto che tra questi fantasmi prevalevano quelli che ne volevano fare la componente cristiana della destra, per contrastare i “populismi” (loro, gli ex “popolari”), e si è autosospeso dalla carica, ha dichiarato il fallimento.

MANCA L’EGEMONIA. Avvertiti da questa sconfitta, altri esponenti, preti e laici, tuttora ci provano, vogliono fare un partito che si chiama “Insieme”: insieme agli altri cattolici, “democratici” però. Essi pensano a una “convergenza cristiana” numero 3 (dopo la prima, che fu l’Opera dei Congressi del patto Gentiloni, dopo la seconda, che fu il Partito Popolare intransigente e la Democrazia Cristiana interclassista, questa sarebbe la terza, che dovrebbe rimediare ai guasti della seconda Repubblica, mettersi sotto il manto azzurro della Vergine Maria, restaurare la dottrina sociale cristiana e il diritto naturale e, se non oggi, vincere domani). Ma la dottrina sociale cristiana mai fu al governo, se in essa si include non solo il blando interclassismo di Leone XIII, ma la feroce critica al capitalismo finanziario che ai tempi del fascismo fece Pio XI nella “Quadragesimo Anno”. Si capisce però che ci provino. Hanno provato i comunisti a rifare il partito comunista e, mai superando la linea del loro orizzonte, hanno fallito e falliscono. Ci provano a fare una ex DC, una Democrazia cristiana emerita, e falliscono. Provano a fare un nuovo partito “a forte ispirazione cristiana, un partito di centro protagonista della rinascita italiana ma nella discontinuità dal triste ed opaco passato ventennio”, e falliscono perché la DC, comunque rivangata non ha e non può più avere quella cosa che imparò dai comunisti ed esercitò per quarant’anni nella vita politica italiana: l’egemonia. La quale vuol dire anzitutto accorgersi degli altri, mediare con le culture e le ragioni degli altri.

CREDERE IN UN MONDO POSSIBILE. Ma soprattutto non può darsi un partito cattolico, residuo della vecchia Cristianità, perché prima che l’albero caschi occorre affrontare problemi sconosciuti ad altre età, riguardo a cui un partito cattolico non ha alcun precedente, alcuna esperienza, alcun know how nei vecchi magazzini. Se i problemi di oggi, come instancabilmente avverte papa Francesco, sono i popoli frantumati, la guerra mondiale nascosta, artificialmente tenuta in piedi dalla produzione e dal commercio delle armi, se i problemi sono la società dell’esclusione, l’economia che uccide, la globalizzazione dell’indifferenza, l’ideologia dello scarto di esuberi, disoccupati, anziani, profughi, migranti, la persistente disparità tra uomo e donna e quella tra cittadino e straniero, allora ci vuole ben altro che un partito cattolico. Ci vogliono soggetti politici nuovi, non identitari, non separati, non confessionali, internazionalisti e a vocazione universale, però credenti che un mondo è possibile. Non solo che un altro mondo è possibile, ma che questo mondo è possibile, lo si può raddrizzare.

TAGLIANDO DEL MILLENNIO. Se tutta la predicazione di papa Francesco andasse a finire nell’imbuto di un partito a ispirazione cristiana, sarebbe il suo punto di caduta più arretrato. Invano egli avrebbe parlato ai movimenti popolari esortandoli a lottare contro l’ingiustizia, per la terra la casa e il lavoro, invano avrebbe chiesto di attivare processi, non occupare spazi, invano avrebbe invitato a preferire l’unità al conflitto, il tutto alla parte, invano avrebbe esortato a stare attaccati alla realtà, non al mito, invano avrebbe chiesto conto all’Europa non delle sue radici ma del servizio da rendere nell’incontro con altri popoli e culture, invano avrebbe detto amate lo straniero, aprite le porte e i porti ai naufraghi e ai migranti, salvate la Siria, ossia ogni terra a cominciare dalla più povera e violentata. Che è poi quello che abbiamo chiamato “fare il tagliando” al nuovo millennio appena iniziato, su cui si intratterrà la prossima assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”.

METTERSI IN CAMMINO. Questo vuol dire che l’umanità si converta. Dal più piccolo al più grande, ognuno mettendo fuori le sue risorse, le sue cassette degli attrezzi, ognuno facendo, con gli altri, la politica del mondo. Non per ricavarne un potere. La politica non è solo il potere o fatta mediante il potere. Possono esservi partiti della società, non dello Stato, che anche se maggioritari non esercitino il potere, che decidano temporanee o permanenti astensioni dal potere, per meglio ispirare e vigilare e guidare il cambiamento. Possono esservi strumenti di nuova invenzione o, come dice il cardinale Bassetti, scuole, luoghi di confronto che nascano dal basso, come ad esempio una rete di associazioni civiche in cui scambiare “buone pratiche” e valorizzare i talenti inutilizzati; insomma, assicura Bassetti rievocando precedenti infelici tentativi, nessuna “Todi 3 o 4 all’orizzonte né tanto meno il progetto di un partito di cattolici sponsorizzato dalla CEI”. E dove andrebbe, se no, la laicità? La strada è un’altra: partire dall’agenda delle cose da fare, e vedere poi con chi si possono fare e come farle. Non sappiamo dunque che cosa potrà esserci, nessuno lo sa quando veramente in terra ignota ci si mette in cammino, seguendo una stella. Ma occorre mettersi in cammino.



dicembre 17, 2018

FUORI GLI IDOLI DAL NOSTRO ESSERE

IL PROCESSO DI ESTERIORIZZAZIONE CHE HA RIGUARDATO ANCHE LA CHIESA, MOLTIPLICA GLI IDOLI AL POSTO DELL’UNICO VERO MAESTRO INTERIORE

di don Giorgio De Capitani, omelia del 16 dicembre 2018: quinta di Avvento; (Is 30,18-26b; 2Cor 4,1-6; Gv 3,23-32a); fonte: http://www.dongiorgio.it/16/12/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-quinta-di-avvento/

AVVICINAMENTO A UNA DATA O A UN MISTERO? Ci stiamo avvicinando a passi spediti verso il Natale, inteso come celebrazione annuale di una data, precisamente il 25 dicembre, che dovrebbe ricordare la nascita in carne umana del Figlio di Dio, a Betlemme. In realtà, sappiamo che si tratta di una celebrazione convenzionale (non conosciamo né il giorno, né il mese e neppure l’anno della nascita di Gesù) e si tratta di una celebrazione liturgica, composta per lo più di riti da celebrare nella loro esteriorità più solenne. Ridurre tutto un Mistero divino (in effetti di Mistero si tratta) a un solo giorno è una cosa per lo meno semplicistica, visto che in quel giorno, il 25 dicembre, lo spazio dedicato al Mistero è forse di un’ora, e nulla di più. L’Avvento, più che avvicinamento progressivo ad una data, dovrebbe essere una riscoperta che si rinnova di anno in anno di quella Rinascita interiore che, tra l’altro, avviene ogni giorno dell’anno, appena il credente prenda coscienza della realtà del mondo del suo spirito.

LO SPIRITO DI DIO, IL “MAESTRO INTERIORE”. Il primo brano della Messa offre alcuni spunti di riflessione in chiave mistica. Facciamo anzitutto una premessa esegetica. Negli scritti del profeta Isaia sono frequenti i passaggi dall’invettiva, dalla paura, dal giudizio alla speranza e alla salvezza offerta dal Signore al suo popolo, purché questi ritorni ad aver fiducia nel suo Dio. Interessante come Isaia chiami Dio: “maestro”. Gli studiosi fanno notare che solamente nel versetto 20 capitolo 30 (fa parte del brano di oggi) troviamo la definizione di Dio come “maestro”, anche se in altri passi del suo libro il profeta usa il verbo “ammaestrare” per descrivere l’agire di Dio. In ogni caso, secondo gli esegeti ci sarebbe un collegamento tra la parola ebraica “moreh” (che significa “maestro”) e la parola “torah”, che significa “legge”. Il profeta Geremia è più esplicito quando scrive che la “legge” (“torah”) di Dio viene scritta dentro il cuore degli uomini. Quando ero chierico (più di sessanta anni fa), mi parlavano spesso dello Spirito santo come di un maestro interiore. Poi, tutto si è esteriorizzato, e i maestri sono diventati qualcosa di esteriore al nostro essere interiore. Sì, sentiamo parlare di una Chiesa come una maestra che ci insegna, ma la Chiesa senza lo Spirito santo sarebbe nulla: il nostro vero maestro è lo Spirito santo che parla all’interno del nostro essere, ovvero nel nostro spirito.

DIO ASPETTA PER FARCI GRAZIA. Tornando al brano di oggi, troviamo all’inizio queste parole: «Il Signore aspetta con fiducia per farci grazia, per questo sorge per avere pietà di voi… beati coloro che sperano in lui». Al di là di ogni riferimento alla situazione storica del popolo ebraico, vorrei dire una parola che riguarda la nostra situazione diciamo spirituale: è questo che conta, se veramente la Parola di Dio parla sempre, e non solo ai tempi in cui è stata scritta. Che significa allora che il Signore “aspetta”? Da quanto tempo “aspetta”? Forse da secoli, forse da millenni, se ci riferiamo alla storia umana. Anche oggi ”aspetta”. In altre parole, l’Avvento, che è tempo di attesa, non riguarda tanto una nuova venuta di Cristo nel nostro essere interiore, quanto invece che ci risvegliamo per incontrare il Signore che è sempre pronto a donarci la sua grazia. Non siamo noi ad aspettare la venuta di Dio: è Dio che aspetta che noi lo incontriamo. Come ci aspetta? Con la sua grazia. Ed è qui il vero punto da capire. Sì, possiamo anche intendere grazia nel senso di perdono: Dio attende che ci pentiamo. Ma c’è molto di più. Non è tanto un perdono che riceviamo da Dio (e così tutto sarebbe risolto!), quanto invece la sua grazia, ovvero il suo stesso mondo divino.

IDOLI, APPARENZA ESTERIORE. Ma la grazia di dio, ovvero la stessa realtà divina, come viene comunicata nel nostro spirito? Ecco le parole di Isaia: «Considererai cose immonde le tue immagini ricoperte d’argento; i tuoi idoli rivestiti d’oro getterai via come un oggetto immondo. “Fuori!”, tu dirai loro». Anche qui, diamo una interpretazione mistica. La Parola di Dio, se non entra nel nostro essere, è sterile, buttata al vento della esteriorità. “Fuori”, urla il profeta agli idoli. Sì, fuori dal nostro essere. Lasciamoli in balìa del nulla. Gli idoli sono un nulla, dal momento che sono solo immagini (idolo vuol dire immagine), sono solo apparenze di cose che passano, di sensi legati al corpo che passa. Dio non è un idolo, ovvero una immagine delle nostre congetture, dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni, dei nostri progetti. Anche il dio della religione è l’immagine di una struttura, a sua volta immagine di un potere che, a differenza di quello politico, pretende di dominare sulle coscienze e sulla realtà dello spirito.

IL NOSTRO ESSERE INTERIORE non è nemmeno una immagine di Dio, tanto meno di un dio idolo. Il nostro essere interiore è proteso verso l’Infinito, che è l’Immenso Dio, Sommo Bene, da cui emana come una necessità di sovrabbondanza ogni realtà di bene. Sì, Dio necessariamente, in quanto Sommo Sovrabbondante Bene, si effonde fuori di Sé. “Fuori!”, allora, dal nostro essere più profondo ogni immagine riduttiva del Divino. E succede che non solo gli idoli riducono ad apparenze il mondo del Divino, ma credono di sostituirLo, con una tale supponenza e con una tale oscena blasfemia da frantumare l’Unità divina in tanti oggetti da adorare, oggetti che riducono a oggetto ogni cosa che toccano.

“LUI DEVE CRESCERE; IO, INVECE, DIMINUIRE”. Non c’è più tempo per riflettere sulle parole di Giovanni Battista: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire”. Solo una brevissima riflessione. Purtroppo, è successo nella Chiesa che tutto è cresciuto, nella sua struttura, nei suoi organismi, apparati, ritualismi, ecc. e Cristo è diventato non solo un nano, ma è quasi scomparso nella nullità delle nostre esteriorità religiose. Lui, Cristo, deve crescere; io, santo o non santo che sia, devo diminuire. Cristo nasce e cresce in me, e non fuori di me. Fuori di me, cresce il mio io.

dicembre 12, 2018

L’ITALIA NON C’È

Filed under: educazione — Tag:, , , — brianzecum @ 8:26 am

QUELLO CHE HA SAPUTO FARE LA VECCHIA CASTA A CONFRONTO CON L’ATTUALE INSUSSISTENZA
(di Raniero La Valle) Newsletter n. 125 dell’11 dicembre 2018 notizieda@chiesadituttichiesadeipoveri.it https://mail.google.com/mail/u/0/?tab=wm&pli=1#inbox/FMfcgxvzMBmqpbDWwtkhLMnCbsBZHHXx

MERITI DELLA CASTA. Quando la famigerata “casta” dei politici governava il Paese, l’Italia uscita a pezzi dalla guerra era completamente in mano alla NATO e agli Stati Uniti e vigilata dagli alleati europei più di quanto non lo sia oggi nell’Unione Europea. Eppure l’Italia grazie a uomini come De Gasperi, Mattei, Moro, Fanfani e perfino Andreotti, riuscì a fare una politica estera con alti margini di indipendenza e a modificare gli equilibri politici nel Mediterraneo; Mattei ruppe il monopolio delle “Sette Sorelle” petrolifere che si mangiavano tutti i profitti del petrolio arabo, restituì l’indipendenza all’Iran dello Scià e aprì la stagione del risveglio dei popoli arabi; Fanfani e La Pira (e Lercaro a Bologna) misero in crisi l’omertà nei confronti della guerra americana nel Vietnam e concorsero a liberare la coscienza dei giovani che approdarono al ’68 “antimperialista” e al pacifismo; Moro negoziò con i palestinesi l’immunità dell’Italia dalle operazioni violente irredentiste e terroriste della resistenza palestinese mentre l’Italia, restando in perfetta lealtà con Israele, riconosceva di fatto lo Stato di Palestina e gli faceva aprire un’ambasciata a Roma; Craxi affrontò gli americani a Sigonella in nome della sovranità italiana e del diritto internazionale; Andreotti fece una politica mediterranea di pace giungendo a proporre al collega francese, su sollecitazione di un Convegno internazionale svoltosi a Montecitorio, un ingresso simultaneo di Israele e della Palestina nell’Unione Europea, cosa che avrebbe posto termine a quel disperato e mai più risolto conflitto; e con Berlinguer l’intera cultura politica italiana concepì una conciliazione degli opposti che, con l’eurocomunismo e “il caso italiano”, avrebbe potuto aprire una stagione del tutto nuova nei rapporti mondiali alla caduta del muro di Berlino. Naturalmente l’Italia pagò dei costi, e se ne pagano ancora: le basi militari americane da nord a sud del Paese, i missili nucleari in Sicilia, Gladio, la scellerata partecipazione alla guerra del Golfo e poi a quella jugoslava, e ci fu chi pagò con la vita, Mattei, Moro, vittime sacrificali, e anche Berlinguer percosso (“ictus”) dalla sua passione morale e politica.

IRREALTÀ. Adesso, proprio quando si pretende che sia “prima l’Italia”, l’Italia non c’è. Non c’è tra i firmatari del Trattato dell’ONU per la interdizione delle armi nucleari, non c’è più con l’operazione “Mare nostrum” e ormai neppure con le ONG per salvare i naufraghi nel Mediterraneo, non si è ricordata il 10 dicembre del settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, non c’era a Marrakech quel giorno per la firma del patto mondiale contro la rottamazione e il bruciore della Terra, né si è ricordata dei genocidi in corso, quello dei Rohingya laggiù e dei migranti qui sulle vie di fuga dalla Libia e dagli altri inferni provocati da noi. Né si dica che ciò è a causa del populismo che governa l’Italia. Non è il populismo, che è il modo spregiativo per dire “popolo”, ma l’irrealtà che oggi governa l’Italia e la rappresenta sui media, il popolo non vuole affatto la guerra nucleare né la distruzione della Terra, né lo straripamento delle acque, né i naufraghi ributtati in mare o nelle loro prigioni, né i genocidi comunque camuffati. Ma se il verbo rimesso in auge e veicolato nella cultura comune è di nuovo quello dei ghetti e del razzismo, è facile che dal popolo sgusci qualche mentecatto che svelle le “pietre d’inciampo” incastonate contro l’antisemitismo nelle strade di Roma. Intanto Amnesty International pubblica il suo rapporto 2017-2018 in cui si documentano tutte le violazioni dei diritti umani di cui la Repubblica italiana già nel 2017, governando Gentiloni, si era resa colpevole. La speranza è pertanto che l’Italia ritorni.

(more…)

novembre 4, 2018

ESCLUSIONE E INCLUSIONE

LO “SCANDALO” DEL VANGELO INCLUSIVISTA, CHE SI OPPONE AL NOSTRO RAZZISMO LATENTE E MENTALITÀ ESCLUSIVISTA
di don Giorgio De Capitani, omelia del 4 novembre 2018: seconda dopo la Dedicazione (Is 56,3-7; Ef 2,11-22; Lc 14,1a.15-24). Fonte: http://www.dongiorgio.it/04/11/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-seconda-dopo-la-dedicazione/

CONCEZIONI PERFEZIONISTE. Vorrei partire da una parola che troviamo nel secondo brano della Messa di oggi, quando l’apostolo Paolo parla dei pagani “esclusi dalla cittadinanza d’Israele”. Dunque, esclusione; da qui il suo contrario, “inclusione”. Ecco, mi sembra che questi due termini, esclusione e inclusione, siano il tema dominante dei tre brani proposti dalla Liturgia della Parola, e rappresentino le problematiche delle società e delle religioni, di sempre: di ieri e anche di oggi. Proviamo a riflettere seriamente, con onestà intellettuale. Chiediamoci, anzitutto: non è forse vero che l’esclusione e l’inclusione abbiano da sempre rappresentato, per il cittadino sia e il credente, un problema e un dramma per la loro salvezza? Quando parlo di salvezza, parlo di libertà, di giustizia, e, all’opposto, di emarginazione e di repressione. Ognuno di noi ha provato nella sua esistenza, sulla sua pelle e nell’anima, qualche momento di sofferenza per essere stato escluso in qualcosa di essenziale, subendo ingiustizie e sentendosi privato di una certa libertà d’azione. Ma, al di là dei fatti personali, che in ogni caso non si possono dimenticare, nei tre brani si parla soprattutto di realtà ben più vaste: esclusione di categorie di persone, di razze, di culture; si parla addirittura di popoli, per non parlare di continenti. La storia ci insegna che anche le civiltà più progredite del passato erano fondate su concezioni “perfezioniste”, e perciò esclusiviste, del genere umano, inteso anche nella sua realtà fisica e psichica, per cui chi non rientrava in un certo ordine di “perfezione” (stabilita da quale potere e in nome di chi?) era, anche per legge, escluso dal convivere sociale e religioso. Appena sento i termini “perfezionismo”, “ordine”, “disciplina”, “adeguamento” alla struttura, “integrazione” nel senso di “omologazione”, beh, mi sento morire dentro. La società viene ancora oggi vista come una grande macchina, dove ogni pezzo, ogni elemento, sia fisico che mentale, un oggetto o l’essere umano, deve funzionare secondo i ritmi imposti dalla produttività, che viene chiamata “progresso”. Per ciò, ogni pezzo difettoso, ogni rallentamento, ogni inghippo viene scartato, eliminato, anche distrutto.

GESÙ APRE AGLI ESCLUSI. Basterebbe pensare a ciò che ancora ai tempi di Cristo succedeva a proposito dei lebbrosi, di quanti avevano un handicap fisico e psichico (ciechi, sordi, zoppi, ecc.), dei bambini che nascevano con qualche deformazione fisica. Senza arrivare a pensare ai difetti fisici e psichici, come erano considerati i bambini in quanto bambini e le donne in quanto donne? Sappiamo l’atteggiamento di inclusione di Gesù nei riguardi dei lebbrosi, dei ciechi, dei sordi, degli zoppi, dei bambini e delle donne. D’altronde, già il profeta Isaia aveva predetto un Messia che avrebbe aperto gli occhi ai ciechi e schiuso gli orecchi ai sordi, avrebbe fatto saltare come un cervo gli zoppi. Ed è alle parole di Isaia che Gesù si riferisce quando il Battista, che era in carcere, invia alcuni discepoli chiedendo a Gesù se fosse lui il Messia, ed egli risponde: «Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,2,5). Attenzione: ora arriva il bello. Gesù conclude dicendo: «E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Dunque, lo scandalo starebbe nel fatto che Gesù avrebbe aperto le porte agli esclusi, condannando perciò l’esclusione. Non è questo lo scandalo di oggi di tanti, troppi credenti che non accettano l’inclusione di coloro che vorrebbero un mondo aperto all’Umanità? Da notare che questi credenti vengono a Messa come se niente fosse, magari si nutrono di Cristo, come se Cristo avesse detto: all’inferno gli esclusi, gli ultimi, i poveri, i derelitti! Forse qualcosa non va, e non va perché abbiamo fatto della nostra mentalità esclusivista e del vangelo inclusivista una tale commistura da neppure renderci conto di quanto siamo fuori strada. Forse è inutile insistere, dal momento che viviamo in un momento storico particolarmente confuso e disordinato, per cui a prevalere e a dettare leggi è una mentalità borghesemente individualista per non dire egoista, che frantuma ogni diritto umano, ogni possibilità di un futuro migliore. E tutto in funzione di un falso benessere che include i soliti privilegiati ed esclude i soliti disgraziati.

IDEOLOGIA RAZZISTA. Qualcuno anni fa parlava di razza pura, oggi si parla ancora della supremazia o della difesa della razza bianca, dimostrando così di essere figli o nipotini di Hitler, la cui tracotanza lo ha portato alla rovina. Come tutti sappiamo. E non solo lui è caduto pancia a terra, anche il nostro Benito Mussolini. Sì, è sempre questione di un falso e deleterio concetto di razza, ovvero di una ideologia razzista che esclude altre razze, ritenute imperfette, scadenti, inferiori. Ma come si può sostenere che esistano altre razze, se è vero che esiste solo la razza umana? Tutti apparteniamo alla stessa Umanità. Ma che democrazia è mai quella fondata sulla esclusione di esseri umani, che non credo siano nati, nel disegno divino, da razze diverse in gara per escludersi a vicenda? Gesù Cristo è venuto per dirci che tutti gli esseri sono uguali, proprio perché nell’essere interiore di ciascuno è presente lo stesso Dio, padre di tutti. Non ci sono figli minori e figli maggiori, o figli di un dio maggiore e figli di un dio minore.

SPIRITI LIBERI. Infine (solo un brevissimo accenno), l’esclusione e l’inclusione rappresentano un vero problema, quando si tratta della libertà dello spirito interiore. E qui, il potere politico e il potere religioso hanno sempre costituito una violenza escludente. L’esclusione sembra anzitutto la condanna a morte degli spiriti liberi. Eppure, proprio gli spiriti liberi avrebbero potuto, se considerati e valutati, dare allo Stato e alla Chiesa un futuro diverso. E se siamo qui, oggi, costretti a vivere in una sociale “bestiale”, è perché sono stati esclusi gli spiriti liberi, la loro fede nel mondo interiore. Ancora oggi fanno paura. E il mondo non potrà migliorare escludendo il mondo “migliore”.

agosto 26, 2018

NON CAVALCARE LE PAURE

IL VANGELO INSEGNA A NON STRUMENTALIZZARE LA PAURA E A PERSEGUIRE LA LIBERTÀ DEI RESISTENTI

di Angelo Casati, omelia del 26 agosto 2018

MARTIRIO. Questa domenica è in vista della memoria di un martirio, quello di San Giovanni Battista che ricorrerà tra pochi giorni. L’ombra del martirio è drammaticamente evocata anche dalla lunga lettura tratta dal libro dei Maccabei, dove le parole di Gesù: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima” sembrano anticipate, nel tempo, dall’esempio di questa madre, madre di sette figli, che – dopo che di figli gliene hanno uccisi a motivo della fede sei – esorta l’ultimo a non rinnegare la fede dei padri. E l’ultimo, il più giovane, resiste al sovrano, con la sua fede limpida ma anche con la fierezza di chi non tace davanti all’oppressore. Io – ve lo confesso – leggevo il racconto e mi sentivo piccolo. Dentro di me riaffiorava a ondate una domanda. Mi chiedevo: “Ma io, in un’occasione simile, sarei stato capace di questo, capace di tanto? Oggi ne sarei capace?”. Ho molti dubbi. E poi – perdonate la connessione dei pensieri – il numero sette, sette figli, mi chiamava alla memoria un papà, anche lui sette figli – sette gliene avevano ammazzati nei giorni della resistenza – il papà Cervi. Alla fine riprese l’aratro e ritornò ai campi. “A raccolto distrutto, / uno nuovo se ne prepari” disse.

NON ABBIATE PAURA. Ritorno ai figli, alla madre, al padre, per farvi notare che queste parole di Gesù, “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”, parole, che, a un primo impatto, potrebbero quasi sembrare una sfida improponibile agli umani, sono diventate storia, storie limpide di uomini e donne lungo i tempi, uomini e donne in cui la paura non ha vinto. Raccogliamo le loro parole come un testamento, quasi un lascito, a dire a noi, oggi, che alla disumanità – perché di disumanità si tratta! – risposta non è il silenzio, non è la pavidità, non è l’acquiescenza, è la voce, è il coraggio, è la ribellione. Ricordo alcune delle parole che raccolse padre David Maria Turoldo, evocando la testimonianza di condannati a morte della resistenza. Così le annotava e senti bussare la commozione al leggerle:

Un altro che diceva: “mi hanno
messo in catene
ma il mio cuore è libero
di sperare di credere:
se domani muoio
slegatemi i piedi…”;

E un altro: “muoio
giovane, molto
giovane,
ma non mi uccideranno,
mi faranno vivere
per sempre”;

E un altro: “tutti voi a casa
Inginocchiatevi all’alba”,
e un altro: “ ricordatemi
con una parola sommessa
e senza rancore”;
e un altro:” alle sei
avremo la messa
poi la comunione,
poi la partenza”…

L’UOMO VALE. Perdonate se oggi mi sto fermando su queste parole di Gesù: “Non abbiate paura…”. Perché sono parole che, come abbiamo visto, hanno creato nel tempo donne e uomini liberi. Che hanno sfidato persecutori e morte. Con una certezza indubitabile in molti di loro. Quella che risuonava nelle parole di Gesù che racconta di un Dio per il quale tu conti, comunque tu conti: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!”. Dunque tu vali, proprio tu. Tu vali, per Dio. E non devi essere chissà chi per contare per Dio! Gesù prende ad esempio gli ultimi degli uccelli, quelli che si vendono per un soldo. Puoi essere fragile come un vaso di creta, ma in te opera la potenza di Dio. Pensate alla sfida custodita in queste parole di Paolo che oggi abbiamo ascoltato: “Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi”. E dunque “non abbiate paura”: continuo su queste parole e su queste parole vorrei finire.

NOVITÀ DI GESÙ. Gesù sta preparando i discepoli alla loro missione, e dopo aver parlato della mitezza e della sobrietà che li dovranno contraddistinguere nel mondo, non tiene nascoste loro difficoltà e opposizioni che potranno trovare lungo il cammino. Non vuole nascondere i giorni in cui il loro cuore sarà sorpreso da paura. E’ umano che sia così. E’ umano che a volte, anche oggi, ci prenda paura. Ma dove sta la novità di Gesù, del suo messaggio, del vangelo? La novità del rabbi di Nazaret è che Gesù non cavalca le paure, libera il cuore dalle paure.

LIBERTÀ DEI RESISTENTI. Ai suoi tempi, ma non solo ai suoi, autorità politiche e religiose, cavalcando la paura, tenevano assoggettato il popolo: legavano a sé, al potere la gente. Non sempre indugiamo a pensare come paura e schiavitù siano in stretta connessione e come una paura abilmente astutamente orchestrata faccia il successo e la fortuna di chi vuole strumentalizzare, a se stesso e ai propri fini, una società. Il vangelo è percorso dall’inizio alla fine – e dovremmo chiederci perché – da questo insistente richiamo: ”non temete… non abbiate paura”. Perché il vangelo è per la libertà, la libertà dei resistenti. Non sei dunque donna o uomo del vangelo se cavalchi la paura. Lo sei se liberi dalla paura. E’ la vittoria della fede sulle paure che ci rende liberi e resistenti. Non schiavi, ma donne e uomini del futuro. Ci slega i piedi. “Se domani muoio, slegatemi i piedi”.

agosto 13, 2018

LIBERTÀ UTOPICA FUORI DALL’INTERIORITÀ

LA GRAZIA CHE GUIDA LA STORIA E SI FA GIOCO DEI POTENTI
di don Giorgio De Capitani, Omelia del 12 agosto 2018, letture: Ger 25,1-13; Rm 11,25-32; Mt 10,5b-15. Fonte: http://www.dongiorgio.it/12/08/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-dodicesima-dopo-pentecoste/

LA LEGGE DEL KARMA, O DELLE CAUSE E DEGLI EFFETTI. Queste prime riflessioni mi sono nate leggendo il primo brano della Messa (Ger 25,1-13). C’è una parola, che talora sentiamo nominare, ed è “karma”: deriva dalla radice del verbo sanscrito Kr che significa: fare, produrre, agire, dunque azione, spinta dalla volontà, in relazione al principio di causa ed effetto. Dire karma e dire legge causa-effetto sono la stessa cosa. In sintesi: ogni evento è l’effetto di una causa che l’ha prodotto, e a sua volta un evento è causa di altri effetti, e così via. Sarebbe davvero interessante approfondire questa legge che fa parte della storia umana. La storia umana è un intreccio di cause ed effetti, per cui possiamo parlare di “inter-dipendenza”: nulla esiste in modo indipendente, ossia tutto ciò che esiste si relaziona con ciò che c’è intorno. Ne deriva che nel momento in cui noi compiamo un’azione, facciamo una scelta, o pronunciamo una parola, tutto ciò non finisce nell’istante, ma il nostro “fare” è come un eco che si propaga nella valle, ha un seguito, un effetto domino.

INTERDIPENDENZA. Dunque: non c’è nulla che viene fatto e finisce nell’azione stessa, ma ogni azione va a relazionarsi con altri effetti, e tutto ciò avviene su diversi livelli, inclusi i pensieri. Un’unica parola ha un’influenza incredibile sul mondo esterno. Faccio un esempio: io dico una cosa, questa cosa viene ascoltata da una persona e andrà ad influenzare un’azione successiva della stessa persona e quest’azione, a sua volta, scatenerà molteplici altre azioni. Questa è inter-dipendenza. Dico di più. Anche il non fare è comunque un fare; non facendo qualcosa stiamo comunque facendo qualcosa. Ad esempio, il non prendere una decisione è come prendere una decisione, è una scelta che facciamo, un’azione appunto. Quindi è bene sottolineare che noi non siamo mai liberi dalle azioni, agiamo costantemente, con i pensieri, con le parole e con il fare. Tutto ciò ci porta ad una prima comprensione di cosa sia il karma, in quanto tutte queste nostre azioni non finiscono in loro stesse, e quello che accade è che noi siamo i responsabili delle nostre azioni. Siamo noi i responsabili delle nostre azioni, o, se preferite, siamo noi che causiamo i nostri risultati, buoni o cattivi che siano.

GLI INTERVENTI DIRETTI DI DIO. Leggendo la Bibbia, e anche il primo brano della Messa, si ha l’impressione che Dio agisca direttamente sulla storia umana, anche con interventi eccezionali. È vero che gli esegeti ci avvertono che è un modo di dire semitico (ma allargherei il discorso anche alle altre religioni) per cui non è che sia Dio a intervenire direttamente, ma quella legge della storia per cui, come dicevo all’inizio, ogni evento ha le sue cause e i suoi effetti. Far intervenire direttamente Dio, come fa la Bibbia, dietro la giustificazione dell’Alleanza da far rispettare è una concezione religiosa o teologica della storia, che può avere le sue ragioni profonde. Se è vero che la storia è un insieme interdipendente di cause ed effetti, il credente va oltre: al di là di tutto, egli vede una presenza divina, che può assumere anche il nome di giustizia, secondo cui c’è una legge superiore che, nonostante tutto, guida la storia. Possiamo anche dare un nome particolare a questa presenza divina, ed è grazia. Già il nome rimanda a un mondo di gratuità, perciò di non necessità, come può essere la legge delle cause e degli effetti. Ecco, la grazia può interrompere la catena meccanica o, meglio, attenzione!, è la grazia che condiziona la catena meccanica delle cause e degli effetti.

IRONIA. Sarebbe anche interessante rilevare l’aspetto ironico presente negli scritti dei profeti. Come se Dio si prendesse gioco degli intrighi dei potenti. E che dire dell’ironia presente nel quarto vangelo? Giovanni non presenta mai Gesù vittima degli eventi, ma come il vero regista, anche nei momenti più drammatici: le vittime sono gli autori del male, e vengono ironizzati. Questi sono i veri sconfitti. Proprio quando si sentono all’apice del successo, cadono sfracellati al suolo. E qui si pone una domanda cruciale:

SIAMO VERAMENTE LIBERI? In altre parole, da soli ce la facciamo a uscire dalla legge inesorabile, meccanica, di necessità, dell’intreccio cause ed effetti, senza perciò la grazia divina? Partiamo da una constatazione di carattere storico: i periodi di schiavitù di un popolo sono più numerosi dei periodi di libertà, e i periodi di libertà sono per lo più apparenti. Libertà e schiavitù sono da intendere non solo dal punto di vista politico. La vera schiavitù è quella del tipo spirituale, quella cioè che riguarda il nostro mondo interiore. Dico di più. Non c’è nessuno, e perciò nessun essere umano che conosca in realtà l’esperienza di un’autentica e radicale libertà. Anche i cosiddetti “spiriti liberi” sono rari, per non dire rarissimi, per non dire irreali.

LA LIBERTÀ È PURA UTOPIA: non facciamo che sperimentare ogni istante l’amarezza della schiavitù, che è quell’insieme dei vari complessi condizionamenti, che provengono da qualsiasi parte, in quanto credenti e non credenti. E qui dobbiamo dire una cosa: la Bibbia sembra presentare un Dio che castiga, come se la punizione fosse la strada migliore per condurre un popolo verso la libertà. La libertà proviene dal nostro essere interiore, ed è qui, nella nostra interiorità, che si gioca la nostra esistenza, e il futuro dell’umanità. Ed è qui che possiamo trovare la fonte della libertà, che è lo Spirito divino o grazia. A parte il mondo politico che ha della libertà una concezione miope e grottesca, anche la religione fa della libertà una questione morale, comportamentale, dimenticando che il vero Dio che parla nello Spirito l’abbiamo dentro di noi, ed è nel nostro essere interiore che si svolge la lotta tra il bene e il male. Non si pretende che la politica faccia il salto di qualità, dall’esteriorità all’interiorità, ma non si può accettare l’alienazione di una religione che non fa che parlare di morale comportamentale, dimenticando in toto o quasi l’interiorità dell’essere umano. Come alieni, ovvero come esseri umani alle prese con la nostra carnalità, saremo sempre vittime della schiavitù di ogni tipo: in tal modo, sarebbe assurdo comprendere che cosa sia l’essenza o il valore della libertà.

luglio 31, 2018

NON SI PUÒ ESSERE CRISTIANI E NAZIONALISTI

LO AFFERMA IL CARDINALE MARX, INDICANDO LA CROCE COME SIMBOLO DI PARI DIGNITÀ E IL POPULISMO COME UNA CONSEGUENZA DIABOLICA DEL VEDERE L’ALTRO COME NEMICO
di Iacopo Scaramuzzi in “La Stampa Vatican Insider” del 20 luglio 2018

EUROPA PER UN MONDO MIGLIORE. «Non si può essere al tempo stesso nazionalisti e cattolici». Lo afferma il cardinale Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca, in una intervista al giornale tedesco Die Zeit nella quale parla di migranti, del futuro dell’Europa, del populismo e del diavolo. «Come cristiani, siamo sia patrioti sia cittadini del mondo», afferma l’arcivescovo di Monaco di Baviera. «È vero, in politica la tendenza attuale è per il nazionale, l’autoaffermazione. Ma questo è un modo di guardare le cose che non è il nostro: mantenere la prosperità che si suppone sia minacciata da fuori. L’Europa non deve diventare una fortezza, questa è sempre stata la nostra convinzione. La penso come Jean Monnet: l’Europa dovrebbe essere un contributo per un mondo migliore. Creativo, aperto e curioso». Per il cardinale Marx, «da troppo tempo non ci rendiamo conto che siamo un paese di immigrazione.

SCREMARE GLI IMMIGRATI? Abbiamo bisogno di un dibattito ampio su una legge sull’immigrazione. Ma non sarebbe equo se volessimo semplicemente “scremare” gli immigrati per accogliere solo ingegneri e specialisti informatici da altri Paesi. Le questioni della politica di sviluppo, della partecipazione e delle pari opportunità devono essere strettamente collegate al tema dell’immigrazione». Per il cardinale Marx l’attuale grande coalizione al governo in Germania (i cristianodemocratici insieme ai socialdemocratici) sarebbe in grado di sostenere un tale compito, ma nell’intervista il porporato non evita di affrontare il tema dei rapporti non facili con la Csu, partito cristianodemocratico della Baviera fratello della Cdu di Angela Merkel. Se il ministro presidente bavarese Markus Soeder ha parlato di «turismo del diritto d’asilo», per il porporato l’espressione «suona come se si trattasse di persone in vacanza. Molti rischiano la vita, molti muoiono per strada».

MANCANZA DI EMPATIA. E Marx non ha apprezzato neppure l’annuncio del ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, di espellere 69 migranti nel giorno del suo 69esimo compleanno: «Evidenziare una simile connessione è fortemente inappropriata ed ha giustamente indignato molte persone», afferma il cardinale, che sottolinea come «respingere chi non ha diritto d’asilo può essere necessario, ma anche per loro abbiamo una responsabilità, che inizia con il linguaggio. Parliamo di persone che hanno la nostra stessa dignità. Nel dibattito complessivo noto una mancanza di empatia. Se ne parla come se fossero solo numeri o una diffusa minaccia anonima». Quanto alla recente polemica con il Governo bavarese sull’esposizione del crocifisso, «io – chiarisce Marx – sono a favore del crocifisso nei luoghi pubblici. Ho criticato la motivazione addotta e il modo utilizzato.

CROCE: PARI DIGNITÀ. La croce non è un simbolo di demarcazione che può essere usato con finalità tattiche o messe in scena politiche. Sarebbe stato meglio parlare prima con tutti i gruppi della società, compresi gli atei o i rappresentanti di altre religioni, in modo che comprendessero il senso del crocifisso e che è un segno che può unire e riconoscere la dignità di tutti gli esseri umani». Il cardinale non ritiene però che la Csu sia andata a destra mentre la Chiesa va a sinistra: «Non adotterei lo schema di destra e sinistra. Ma dagli anni ’60 e ’70 la Chiesa cattolica pensa in modo più globale. La consapevolezza della Chiesa in Germania è da allora sostanzialmente determinata dalla nostra responsabilità nei confronti del mondo, anche come conseguenza del nostro impegno sociale in molti Paesi. Il sistema capillare della Chiesa cattolica raggiunge in profondità le ferite del mondo, in particolare attraverso i nostri ordini religiosi e le nostre associazioni caritatevoli».

PAURA E POPULISMO. In Germania e nel resto d’Europa, però, si afferma il populismo. Perché questa sensibilità politica rappresenta una tentazione così forte? «Il nemico della natura umana – risponde Marx – è il diavolo, afferma Sant’Ignazio di Loyola, perché ci fa vedere l’altro come il nemico. Questo è anche l’effetto del populismo. Prima cerca di spaventarci, poi arrivano la sfiducia, l’invidia, l’inimicizia e l’odio e, infine, è possibile che arrivino anche la violenza e la guerra». E invece «l’essere umano è per natura solidale e pronto ad aiutare gli altri. Ma quando è vulnerabile, la paura offusca i suoi sensi. Non a caso la Bibbia dice “non abbiate paura!”. Questo è un messaggio che si può adottare anche in politica»

luglio 24, 2018

MIGRANTI: DALLA PAURA ALL’ACCOGLIENZA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 8:56 pm

LA POSIZIONE DEI VESCOVI ITALIANI
migranteNeraOcchiOpenArmsCUT-1146x745-664x373

Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci.
Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace.
Come Pastori della Chiesa non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto.
Animati dal Vangelo di Gesù Cristo continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare.
Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata.

La Presidenza
della Conferenza Episcopale Italiana

Roma, 19 luglio 2018

Older Posts »

Blog su WordPress.com.