Brianzecum

giugno 29, 2017

HA TANTO AMATO IL MONDO

GUARDARE LONTANO PIANTANDO ALBERI E CUCCIOLI D’UOMO

di don Angelo Casati, omelia del 25 giugno 2017 (terza domenica dopo pentecoste); fonte: http://www.sullasoglia.it/pagine/meditatio.htm

Così com’è. Ancora una volta una sosta a queste parole, ancora una volta un indugio. Non finire di sostare, di indugiare alle parole. Le parole sono a conclusione – ma io oserei dire, sono a prolungamento all’infinito – del dialogo nella notte tra Gesù e Nicodemo. Chissà quante volte abbiamo letto le parole, ed ecco ancora una volta ci fermiamo. incantati e sorpresi, oserei dire, commossi dalla bellezza: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Il suo unico. Per il mondo. Ha amato il mondo. E quando diciamo “mondo” guardiamoci bene dalle astrazioni, come se mondo fosse una parola pallida e vaga. No, ha amato e ama il mondo così com’è, così come lo conosciamo, fatto da noi, il mondo con le sue bellezze, ma anche con le sue disumanità, con le sue oasi di serenità ma anche con le sue aspre conflittualità, con le sue sincerità ma anche con le sue contraddizioni, con creature – e siamo noi – capaci del meglio, ma anche capaci del peggio, con bellezze della natura mozzafiato ma anche con squarci e ferite della natura drammatiche. E io lo amo? Il mondo? Così com’è?

In attesa dell’acqua. Un amore, quello di Dio, per il mondo, che viene – lasciatemi dire – da lontano. Lo pensavo rileggendo la pagina della creazione che oggi abbiamo ascoltato: appartiene al secondo racconto della creazione, un racconto – e lo abbiamo intravisto – fatto di immagini, di colori, nello stile di una poesia antica, con sconfinamenti nel mito, ma non per questo privo di significati, di svelamenti, di suggestioni. Ed ecco, nel racconto, la terra. Nella sua quasi totalità arida, nessun cespuglio, nessuna erba. Quasi in attesa dell’acqua e dell’uomo. E poi la meraviglia di una polla d’acqua che fuoriesce dalla terra. E nel racconto – perdonate l’impertinenza – sembra quasi che di acqua abbia bisogno anche Dio, per plasmare l’uomo con polvere dal suolo. Ed ecco Dio pianta un giardino per l’uomo. Che bello – mi dicevo – pensare a Dio come a uno che pianta giardini. Pianta giardini e pianta alberi.

Guarda avanti. Ebbene, se vuoi dire il futuro, pianta un albero. O genera un cucciolo d’uomo. Mi ritornano, alla mente e al cuore, alcune parole luminose di Danilo Dolci, sociologo, educatore, poeta morto sul finire del secolo scorso. Scriveva:

Chi guarda avanti dieci anni pianta alberi,

chi guarda avanti cento anni pianta uomini,

e chi guarda avanti solo dieci minuti pianta grane”.

Forse è anche per questo che in certe occasioni sembra di assistere a una società – talvolta a una chiesa – contagiate e anche intristite da piantagrane. Perché? Perché guardiamo avanti solo dieci minuti.

Coltivare e custodire. Ritornando al testo delle Genesi potremmo dire che Dio spalanca il futuro piantando alberi e piantando l’uomo. Gli sta a cuore il giardino, simbolo di crescite e di bellezza. Ma vorrei far notare che il giardino non è già bell’e fatto, non è un dato concluso: anche la creazione non è un atto concluso, è un atto in divenire. Il racconto vuole mettere in evidenza il ruolo di noi umani. E’ scritto: “Il Signore Dio, prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse”. Amare il mondo, amare la terra, come fa Dio, significa fare nostri questi due verbi, che suonano come una consegna. La consegna per il giardino: “… perché lo coltivasse e lo custodisse”. Coltivare e custodire. Nella lettera enciclica “Laudato si’”, sulla cura della casa comune, Papa Francesco riprende i due verbi del nostro testo e scrive: “Mentre «coltivare» significa arare o lavorare un terreno, «custodire» vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura. Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di tutelarla e garantire la continuità della sua fertilità per le generazioni future. In definitiva, «del Signore è la terra» (Sal 24,1), a Lui appartiene «la terra e quanto essa contiene» (Dt 10,14). Perciò Dio nega ogni pretesa di proprietà assoluta: «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» “(Lv 25,23) (n.67). Penso alle generazioni future, e vado sognando donne e uomini che piantino, guardando avanti cento anni!

Atteggiamento dispotico. C’è un divieto nel giardino: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare”. Potremmo dire: guardati da un atteggiamento dispotico, dall’atteggiamento di chi ha la pretesa di essere il metro di tutto. E’ un divieto a salvaguardia del giardino: più diventiamo dispotici, più siamo di quelli che sanno tutto e possono tutto… e più diventiamo la rovina del giardino, della terra e dell’umanità. La terra, il mondo non sono da asservire o da sfruttare o da scartare, sono da amare. Dio, mandandoci il suo Figlio, ci ha raccontato l’amore per il mondo, per la terra. Gesù, non per giudicare il mondo, è venuto! Ma “perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.

La luce. Con lui, dice Giovanni, “la luce è venuta nel mondo”. La luce – capite –. Importante la luce! Potremmo dire che rimanendo nella sua luce, camminando nella via che lui ci ha aperto, facciamo la fortuna del giardino, della terra e dell’umanità. Perché lui ci ha insegnato non solo ad amare, ma come amare, come amare la terra e l’umanità. Quando noi ci neghiamo alla luce, alla luce che filtra dalla sua parola e dalla nostra coscienza, ci condanniamo con le nostre stesse mani, condanniamo noi stessi e il giardino. E come se volessimo costringere erba, cespugli, fiori e piante nel buio di una stanza senza finestre. Dove non filtra luce ci si intristisce: intristisce il giardino, intristiamo noi. Oggi ci è stato raccontato l’amore di Dio per il mondo, per la terra, per l’umanità. Possa la vita, la nostra vita, raccontare il nostro amore, la nostra cura, la nostra custodia. Per questo mondo, per questa nostra terra, per questa nostra umanità.

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aprile 19, 2014

LA VIA CRUCIS DEL MONDO

L’UMANITÀ, PER SOPRAVVIVERE, DEVE SUPERARE L’ANTROPOCENTRISMO E L’UTILITARISMO CHE NE DISCENDE, ISPIRANDOSI ALLA LEZIONE DI S. FRANCESCO

di Vito Mancuso, La Repubblica di venerdì 18 aprile 2014 pag.31

Povertà di massa. La nostra civiltà è malata, è in corso una via crucis del pianeta davanti ai nostri occhi distratti. L’aria delle nostre città, i nostri mari inquinati, l’acqua, le foreste, sono vittime di un’ideologia rapace e utilitaristica che considera la natura solo come un’inanimata risorsa da sfruttare e che alimenta la fiorente industria della fiction per la finzione necessaria a sedare le coscienze. I rifiuti prodotti dagli oltre 7 miliardi di esseri umani sono ormai superiori alle possibilità di smaltimento, e per alcuni di essi come le scorie nucleari lo smaltimento è praticamente impossibile. Che cosa avverrà quando nel 2025 la popolazione sarà di 8,1 miliardi? E quando nel 2050 giungerà a 9,6 miliardi? Una nuova guerra mondiale? Una serie permanente di inarrestabili conflitti locali? Barbara Spinelli l’altro giorno ricordava Hans Jonas e la sua nuova formulazione dell’imperativo etico in senso ecologico. In un’intervista del 1992 a Der Spiegel Jonas segnalava il pericolo del “tragico fallimento della cultura superiore, la sua caduta in una nuova primitivizzazione”, intendendo con ciò “la povertà di massa, la morte di massa, l’uccisione di massa”. Da allora sono passati oltre vent’anni e questo declino verso la primitivizzazione e la massificazione è proseguito: lo vediamo nei costumi, nel gusto estetico, nella politica, nel linguaggio dove tutto diventa più grossolano e più violento. E più irrazionale.

Malattia mentale. Ai nostri giorni un terzo del cibo prodotto viene buttato via, sono 1,3 miliardi di tonnellate di cibo su scala annuale che finiscono tra i rifiuti, con l’uso scriteriato di acqua, energia e vita animale e vegetale che tutto questo comporta. E ciò a fronte del fatto che ogni giorno muoiono per fame 24.000 esseri umani, 8 milioni e mezzo all’anno. Basta questo per evidenziare la pericolosa malattia mentale di cui soffre la nostra società? Nutriamo la nostra anima con le manifestazioni di massa dell’effimero (sport di massa, musica di massa, cinema di massa…) pagandone i protagonisti con cifre esorbitanti, mentre miliardi di esseri umani vivono con meno di due dollari al giorno. Proprio nell’epoca del trionfo della scienza assistiamo a un tracollo della razionalità nel governo del mondo, con la conseguenza che a trionfare non è veramente la scienza, la quale è sempre ricerca e dubbio, ma è piuttosto la tecnica che ammannisce certezze e cattura le menti. Anche la modalità con cui nelle nostre società si conquista il consenso e si accede al potere è sempre più all’insegna dell’irrazionalità, perché vince chi sa suscitare emozioni forti mentre chi pratica l’onestà dell’analisi è inevitabilmente destinato alla sconfitta: se penso ai leader politici di quand’ero ragazzo (Moro, Zaccagnini, Berlinguer) vedo che per loro non vi sarebbe oggi nessuna chance.

Quando Francesco d’Assisi compose il suo testo più bello, il Cantico delle creature, la pagina più antica della letteratura italiana, era quasi cieco per una malattia agli occhi e soffriva per una serie di altri mali che da lì a un anno l’avrebbero condotto alla morte. Ciò non gli impedì di cantare la luce di frate sole e di frate focu e di celebrare le altre realtà naturali. Penso che guardando alla sua vita sia possibile capire le due principali malattie di cui soffriamo oggi: 1) una filosofia di vita opposta a quella di Francesco e analoga a quella del ricco mercante suo padre, cioè all’insegna dell’accumulo e del consumo, a cui si viene indotti fin da piccoli dalla potenza della pubblicità e dall’industria dell’intrattenimento che le gira attorno; 2) una filosofia della natura opposta a quella del Cantico delle creature che considera la materia come inerte e la vita come lotta, e da cui discende un atteggiamento predatorio verso il pianeta e il conseguente inquinamento. Dal canto suo la religione tradizionale dell’Occidente non è stata in grado di fronteggiare questi due mali, anzi vi ha persino contribuito a causa del suo antropocentrismo, per cui anche il cristianesimo si deve rinnovare, anzi direi convertire.

Armonia relazionale. L’umanità, se vuole sopravvivere, deve cambiare la mentalità che guida le sue politiche economiche e che orienta il suo atteggiamento verso la natura. L’unica possibilità di una svolta è nella presa di coscienza che la Terra è un organismo che deve la sua origine e la sua esistenza alla logica dell’armonia relazionale. Il passaggio da una civiltà basata sulla lotta a una civiltà basata sulla cooperazione può avvenire solo se si comprende che è la stessa logica dell’evoluzione naturale a basarsi sulla cooperazione e si educano i nostri ragazzi in questa prospettiva. Occorre quindi superare la cupa filosofia della vita trasmessa dal darwinismo e comprendere che a guidare l’evoluzione non è soltanto la lotta ma prima ancora il rapporto di complementarietà e di armonia, visto che non esiste vita se non in relazione, non esiste bios se non come symbios, come simbiosi.

Dalla crisi ecologica ed etico-spirituale non si uscirà se non si risaneranno le idee che l’hanno prodotta. Occorre che l’urgenza ecologica trasformi la nostra visione della biologia e ci faccia prendere coscienza del legame che unisce tutte le cose, dell’interconnessione di ogni ente con il tutto, di ciò che la fisica chiama entanglement e che costituisce il paradigma ontologico più avanzato. Tutto ciò è traducibile in filosofia dicendo che la prima categoria dell’essere non è la sostanza ma è la relazione, all’insegna di una relazionalità globale che supera l’antropocentrismo e l’utilitarismo che ne discende. Da Francesco d’Assisi malato e alla vigilia della morte nacque uno dei testi più sublimi della spiritualità di tutti i tempi. Dalla nostra civiltà, malata e così cieca da non riconoscere la sua malattia, può emergere ancora la possibilità di una svolta per non precipitare nell’abisso sempre più vicino? Penso che nessuno lo sappia ed è per questo che le tenebre del venerdì santo avvolgono le nostre esistenze e il nostro futuro, senza sapere se ci sarà data la luce di pasqua. Ma credere di sì è un dovere morale, oltre all’unica concreta possibilità che la svolta possa prodursi davvero.

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gennaio 26, 2014

VIOLENZA: QUEL GIUSTO EQUILIBRIO TRA CUORE E MENTE

ALLARGAMENTO DELL’ETICA: OGNI ESSERE VIVENTE NON DEVE ESSERE SOLO STRUMENTO

di VITO MANCUSO, La Repubblica 21 gennaio 2014, pag. 45

Vegetarianesimo. Caterina Simonsen, studentessa di veterinaria all’Università di Bologna da tempo seriamente malata, qualche giorno fa su Facebook ha scritto così a favore della sperimentazione animale in ambito medico: «Ho 25 anni grazie alla vera ricerca, che include la sperimentazione animale, senza la ricerca sarei morta a 9 anni». Ha aggiunto di studiare veterinaria «per salvare gli animali», di essere vegetariana, e nel suo profilo mostra una foto che la ritrae mentre bacia il suo criceto di nome Illy. Nel giro di qualche ora ha ricevuto centinaia di messaggi offensivi, tra cui una trentina di questo tipo: «Era meglio se morivi a 9 anni brutta imbecille, io sperimenterei su persone come te»; oppure: «Se per darti un anno di vita sono morti anche solo 3 topi, per me potevi morire pure a 2 anni». Penso sia lecito chiedersi dove siamo finiti e che ne sia ormai della solidarietà umana. Come Caterina Simonsen, anch’io ho scelto di non mangiare più carne, è una scelta che mi fa sentire solidale con la vita, che reputo sacra in ogni sua manifestazione, umana e animale. Anzi, penso che la vita sia sacra già a livello vegetale e che di per sé non si dovrebbero mangiare neppure le patate e le cipolle che sono tuberi e possono generare vita, e infatti i monaci giainisti non le mangiano cibandosi solo di frutti. Ma non basta, occorrerebbe chiedersi se un albero voglia darci i suoi frutti, che non ha certo prodotto per noi, e se raccoglierli non implichi una forma di violenza, per lo meno di quella legata al furto.

Violenza inevitabile. Non a caso Gandhi scriveva che «il consumo dei vegetali implica violenza», aggiungendo però subito dopo: «Ma trovo che non posso rinunciarvi». Da qui il profeta della non-violenza concludeva che «la violenza è una necessità connaturata alla vita corporea». La nostra vita, in altri termini, per esistere si deve nutrire di altra vita che deve necessariamente sopprimere. Per questo nessuno è innocente e nessuno è in grado di stabilire con certezza dove si debba attestare il rispetto per la vita.Tale conclusione sull’alimentazione vale anche per la cura medica: anche qui c’è un’inevitabile dose di violenza, come mostra già il nostro sistema immunitario del tutto simile a un esercito di professionisti senza scrupoli. Si potrebbe obiettare che i batteri eliminati dai globuli bianchi e le cavie su cui viene condotta la sperimentazione nei laboratori non sono la stessa cosa perché i primi sono aggressori e gli altri no, ma io penso che anche i batteri che entrano nel nostro corpo siano innocenti perché fanno solo il loro mestiere senza nessuna intenzione di aggredirci. In realtà la violenza è intrinseca in ogni sistema di difesa: se vuole continuare a vivere, nessun vivente può uscire indenne dalla catena di violenza di cui è impastata la vita, e per questo nessuno ha il diritto di tirare la prima pietra condannando chi mangia carne o chi sostiene la ricerca mediante sperimentazione animale.

Superiorità dell’uomo. Tuttavia dalla catena di violenza di cui è intrisa la vita alcuni esseri umani desiderano emanciparsi, e questo è un nobile ideale che a mio avviso va sostenuto. Nessun altro essere vivente può concepire tale emancipazione, solamente l’uomo lo può, mostrando in questo di essere ben al di là della vita animale. Sto dicendo che gli animalisti, con il loro sostenere un comportamento del tutto privo di violenza verso gli animali e con il loro volere per gli animali gli stessi diritti dell’uomo, mettono in atto un comportamento che li distanzia al massimo dal mondo animale. Nessun animale carnivoro infatti cesserà mai di mangiare carne, nessun animale erbivoro deciderà mai di astenersi dai bulbi e dai tuberi, nessuna specie animale estenderà mai alle altre specie i diritti di supremazia che la natura lungo la sequenza della selezione naturale le ha concesso. A parte quella umana, nessuna specie cesserà mai di seguire l’istinto sotto cui è nata. L’uomo al contrario ha imparato a poco a poco a estendere gli ideali di giustizia a tutti gli esseri umani, compresi quelli dalla pelle diversa, e oggi alcune avanguardie stanno lottando per allargare tali ideali ad altri esseri viventi. Tutto ciò, esattamente al contrario del naturalismo professato da alcuni animalisti, mostra in modo lampante lo iato esistente tra Homo sapiens e gli altri viventi. Se gli esseri umani lottano per estendere agli animali gli stessi diritti dell’uomo non è quindi perché non c’è differenza tra vita umana e vita animale, ma esattamente al contrario perché tra le due vi è una differenza qualitativamente infinita.

Fini, mai solo mezzi. Ponendosi in tale prospettiva di estensione degli ideali di non-violenza anche al mondo animale, Gandhi scriveva: «Aborrisco la vivisezione con tutta la mia anima. Detesto l’imperdonabile macello di vita innocente nel nome della scienza e della cosiddetta umanità, e considero del tutto prive di valore le scoperte scientifiche macchiate di sangue innocente». Per questo, al di là delle ignobili offese a Caterina Sirnonsen che meritano solo l’oblio, io ritengo che nella campagna animalista contro la sperimentazione sugli animali vi sia qualcosa di importante. Si tratta dell’appello a estendere a tutti i viventi l’imperativo categorico della vita etica, formulato da Kant alla fine del Settecento solo in prospettiva antropocentrica: «Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai solo come mezzo». Oggi si tratta di giungere a trattare «sempre come fine e mai solo come mezzo» non solo l’umanità, ma, per quanto è possibile, tutto ciò che vive: gli animali, le piante, i mari, le montagne, il pianeta, il cosmo… tutto dovrebbe essere visto in una prospettiva non utilitaristica ma vorrei dire contemplativa, in cui si contempla la natura delle cose rispettandole per quello che sono e cessando di calcolare solo l’utile che ne viene a noi, per una filosofia ecologica di cui il nostro tempo e il nostro spazio hanno urgente bisogno. Attenzione però alla saggezza del grande filosofo: dicendo «mai solo come mezzo», Kant ricordava che un elemento di strumentalità è sempre connaturato al vivere, nel senso che ognuno di noi in alcune circostanze è anche un mezzo per la vita degli altri. Ciò dovrebbe portarci a quel saggio equilibrio del cuore e della mente che mette al riparo da ogni radicalismo fanatico e che porta ad appoggiare la liceità etica della sperimentazione animale laddove davvero non vi sia altra possibilità per sconfiggere le malattie degli uomini e degli stessi animali.

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febbraio 11, 2012

SALVIAMOCI CON IL PIANETA TERRA

VERSO RIO + 20       APPELLO DI ALEX ZANOTELLI

E’ incredibile notare quanto in questo paese, si parli di banche, borsa, finanza e quanto poco di ambiente. Il governo Monti è tutto proteso sulla crescita dimenticando che il Pianeta Terra non ci sopporta più. E’ inconcepibile il silenzio che ha circondato la Conferenza sull’Ambiente di Durban (Sudafrica) tenutasi lo scorso dicembre. Silenzio prima, durante e dopo quell’importante vertice. “Gli abitanti di questo Pianeta – ha detto giustamente a Durban il noto politologo Noam Chomsky – sono affetti da un qualche tipo di follia letale.”

Sembra quasi che il problema del surriscaldamento che è stato al centro delle trattative a Durban, non lo si vuole affrontare in pubblico dibattito. E’ un tabù! Eppure è il problema più grave che ci attanaglia tutti: il Pianeta Terra non ce la fa più con Homo sapiens. Giustamente il teologo australiano Paul Collins ha scritto nel suo recente libro Judgment Day: “Ritengo che la generazione che va dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi sarà tra le generazioni più maledetta della storia umana: mai prima di oggi esseri umani hanno talmente degradato e danneggiato il Pianeta Terra.”

Eppure questa gravissima crisi ecologica sembra quasi che non ci tocchi, non ci interroghi, non ci preoccupi. Dopo la Conferenza dell’Onu di Rio del 1992 (il Vertice della Terra) che aveva suscitato così tante speranze, l’umanità non ha fatto altro che ignorare o sottovalutare il dramma ecologico. Abbiamo perfino lasciato decadere, quest’anno, il Trattato di Kyoto. La comunità scientifica mondiale, che si esprime tramite l’IPCC, ha continuato ad ammonire tutti che la situazione va peggiorando. Tutti i tentativi fatti per arrivare ad un accordo sia a Copenhagen (2009), come a Cancun (2010) e a Durban (2011) sono falliti. “Questa conferenza di Durban – ha scritto Giuseppe De Marzo, presente al vertice – finisce senza accordi vincolanti e una volta scaduto Kyoto niente potrà sostituirlo, stando così le cose. Dovremo aspettare il 2015 o addirittura il 2020.”

Ma non abbiamo dieci anni a disposizione per salvarci! La comunità scientifica ritiene che la temperatura potrebbe salire di 3-4°C entro la fine del secolo. Per evitare tale disastro dobbiamo tagliare l’80% delle emissioni di gas serra entro il 2050. Purtroppo i governi sono oggi prigionieri dei potentati economico-finanziari, come dei potentati agro-industriali che traggono enormi profitti da questo sistema. La finanza poi, che è il vero governo mondiale, vuole guadagnare anche sulla crisi ecologica con la cosiddetta green economy, l’economia verde. E’ la finanziarizzazione anche della crisi ecologica.

“Che dobbiamo fare?” è la domanda che ci viene spesso rivolta.

Dobbiamo prima di tutto rimettere in discussione il nostro modello di sviluppo e il nostro stile di vita che costituiscono la causa fondamentale del disastro ecologico. Secondo, dobbiamo informare più che possiamo utilizzando tutti i mezzi perché la gente prenda coscienza della gravità della crisi ecologica. Mi appello anche ai sacerdoti perché nelle chiese parlino di tutto questo: è un problema etico morale e teologico. Terzo, dobbiamo impegnarci a tutti i livelli: a livello personale e familiare con uno stile di vita più sobrio, riducendo la dipendenza dal petrolio e potenziando il solare, e a livello locale (Comuni) con il reciclaggio totale dei rifiuti opponendoci all’inceneritore. A livello nazionale con un bilancio energetico (mai fatto in Italia!) che riduca del 30% le emissioni di gas serra entro il 2020. E a livello mondiale con la costituzione di un Fondo per aiutare i paesi impoveriti a far fronte ai cambiamenti climatici (sarà l’Africa a pagarne di più le conseguenze!). Questo lo potremo ottenere tassando le transazioni finanziarie dello 0,05% (la cosiddetta Tobin tax). Sempre a livello planetario con il riconoscimento non solo dei diritti dell’uomo ma anche dei diritti della Madre Terra come ha fatto l’Ecuador.

E’ questa la maniera migliore per prepararci alla grande conferenza che l’Onu ha indetto a Rio de Janeiro dal 18 al 23 giugno prossimo.

Con RIGAS (Rete Italiana per la Giustizia Ambientale e Sociale) chiediamo ai rappresentanti di tutte le associazioni, comitati, reti, comunità cristiane che operano in difesa dell’ambiente di ritrovarsi a Roma il 17 febbraio alle ore 15 al Teatro Valle.

Uniamoci per assicurare che Rio + 20 diventi una grande mobilitazione popolare in grado di fronteggiare la grave crisi ecologica. La speranza viene dal basso, dalla cittadinanza attiva. Come ce l’abbiamo fatta per l’acqua, dobbiamo farcela per salvare il Pianeta.

Diamoci da fare perché vinca la vita di tutti gli esseri umani insieme con il Pianeta Terra. E’ un unico impegno: salvare la Vita!

Alex Zanotelli                                                                                                                                                Napoli, 9/2/2012

giugno 17, 2011

FUKUSHIMA 11 MARZO – PUNTO DI SVOLTA?

Filed under: 5) salvaguardia del creato — brianzecum @ 9:10 pm

ORIGINE E VICENDE DEL NUCLEARE GIAPPONESE

di JOHAN GALTUNG

Abbiamo avuto l’11 settembre; adesso abbiamo anche l’11 marzo, 2011 (ora giapponese 14.46), il disastro triplo maremoto-tsunami-radiazioni.  Ground zero era un oceano zero, e il paese che ha dato al mondo la parola “tsunami” fu colpito da uno alto fino a 41 metri. E c’è stata Fukushima Dai-ichi, una delle 54 centrali elettronucleari del Giappone, con le sue sei unità; sulla spiaggia, a offrirsi alla furia primordiale dello tsunami. Un terribile disastro di proporzioni storiche che faceva appello alla solidarietà locale, nazionale e globale, giunta copiosa da ovunque, dal mondo al suo meglio. Perfino 260 carcerati di una prigione giapponese raccolsero 3 milioni di yen per aiutare le vittime; un caso fra milioni.

La gestione del disastro  è in corso e lo rimarrà per mesi, anni a venire, in Giappone, ma in modo frammentato, per parti selezionate della crisi. Il danno da radiazioni è e sarà sottovalutato per i lavoratori – di ceto molto basso, in quell’area depressa – colpiti, morenti, morti – ma ne sentiremo parlare poco, e mancheranno pure le compensazioni. Magari riferiranno del livello di radiazioni esterno, della pelle, ma non quello fisico interno, relativo ai danni da ingestione. Le élite dello Stato-Capitale-Intelligentsia che identificano quasi il mantra “sicuro-pulito-economico” con il “nucleare” difficilmente cambieranno il proprio discorso. Evidentemente né sicuro né pulito; e in quanto all’economico?

Vediamo un po’ in dettaglio.  Shukan Kinyobi, (La Settimana al Venerdì) – non un cocco dell’élite di Stato-Capitale-Intelligentsia – riferisce che l’energia nucleare aggiunge un 28-29% superfluo all’offerta energetica potenziale data l’effettiva richiesta del Giappone. Che può essere soddisfatta dalle centrali a carbone-petrolio e idroelettriche, senza contare le fonti rinnovabili (moltissime case utilizzano l’energia solare); la curva della domanda – addirittura in appiattimento negli ultimi anni – sta ben dentro tale tipo d’offerta. Eppure le hanno costruite, a partire dal 1964, e molte sulla spiaggia. Stupidi? No, peggio: probabilmente per un’analisi razionale costi-benefici e la relativa accettazione di alti rischi a bassa probabilità, contro grossi benefici ad alta probabilità.

Quali erano questi benefici  in un paese noto per l’ “allergia nucleare” dopo Hiroshima-Nagasaki, e ora preda di una Fukushima anche peggiore di Hiroshima?  Hiroshima faceva parte di uno scenario di guerra – superfluo data la capitolazione de facto del Giappone – dove si può incolpare l’altro versante e il Giappone diventa vittima, sviando l’attenzione ogni 6 agosto dal Giappone carnefice, particolarmente in Corea-Cina. Ma Fukushima con le sue conseguenze è per lo più opera dei giapponesi. Cominciò con il discorso di Eisenhower del 1953 sugli Atomi per la Pace, e il massiccio programma omonimo varato nel 1955. La “conversione” del Giappone al nuclearismo nel 1964 creò una valanga di critiche, alcune delle quali molto ben informate, che mettevano in guardia sui rischi. Allora, quali furono i benefici, per il Giappone, e/o per gli USA?

Un beneficio è sociale: a causa della segretezza che circonda il nuclearismo e il pericolo che possa cadere nelle mani sbagliate, non solo esso si basa su una stretta cooperazione di Stato-Capitale-Intelligentsia, ma innalza tale triangolo ferreo a trinità analoga a Corona-Signori-Clero innanzi ai cittadini, legittimando la loro esenzione dal controllo democratico in quanto latori del potere ultimo.  Il che è particolarmente adatto alle élite giapponesi data la loro storia recente.

Un beneficio è la “cooperazione economica USA-Giappone – virgolettata perché i vantaggi non sono equivalenti ai rischi – con General Electric-Westinghouse tra i principali costruttori dei reattori (come per quattro dei sei alla Fukushima Dai-ichi). Dopo il disastro di Three Mile Island nel 1979 tali aziende persero il mercato USA, ma Fukushima fu costruita nel periodo 1974-78. General Electric si offre di ricostruire Fukushima.

Un beneficio può essere la “cooperazione militare”: l’eventuale “Programma di armi segrete nell’ambito della centrale di Fukushima?” secondo Yoichi Shimatsu di New America Media (http://tinyurl.com/3c9tw7z).  L’unità # 3 funzionava a base di plutonio, “il materiale per le testate nucleari più piccole e più facili da mandare a destinazione”, e l’unità # 4 era forse usata per arricchire l’uranio. “Nel 2009, l’International Atomic Energy Agency (IAEA) emise un timido ammonimento sulla spinta accentuata del Giappone a una bomba nucleare – e prontamente non ne fece nulla”. Al vice-ministro per gli affari esteri del ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (METI), professor Hideichi Okada, è stato chiesto al convegno di St. Gallen il 13 maggio u.s. se avrebbe preso in considerazione di invitare la IAEA per un’ispezione al sito al fine di sgombrare il Giappone da ogni sospetto del genere, ma non c’è stata risposta.

E un beneficio è certamente la “cooperazione politica”. L’Asahi Shimbun riferiva il 21.04.11 che dopo l’11 marzo il governo USA ha richiesto lo stazionamento di un loro funzionario nell’ufficio del primo ministro, che alla fine ha accettato. Questo ovviamente per la gestione della crisi, e più specificamente per la gestione della comunicazione, dati tutti i temi critici di cui sopra. Il che sa di occupazione de facto del Giappone. Una fonte superflua d’energia fatta passare mediante i “Sussidi in Giappone per zittire i nemici nucleari” – Int’l Herald Tribune 31.05.11, “Lo stato atomico”, Der Spiegel #21/2011 – sotto nubi di radioattività e di densi sospetti serve come campanello d’allarme a quello del riscaldamento globale.  Dalla Germania viene non solo un NO all’energia nucleare, da terminare nel 2022 – con un ripensamento della Cina, probabilmente anche del n° 1 USA, il n° 2 Francia e il n° 3 Giappone negli impianti nucleari – ma un SI’ all’Energia Verde, con la Cina come n° 1, la Germania n° 2 e gli USA n° 3 nei relativi investimenti, ma il Giappone solo all’11° posto.

Ma un più profondo campanello d’allarme  si sentirà sempre più nella vibrante società civile giapponese, che gradualmente comporterà un mutamento nelle relazioni USA-Giappone. La penetrazione economico-militare-politica, e l’umiliazione non passeranno inosservate. Il corpo politico giapponese potrà anche essere lento a percepire le forze autonome oltre il controllo di Tokyo – del primo ministro, del METI e della TEPCO, l’azienda energetica. Ma ci arriverà; quando qualcuno supererà la polarizzazione guidando il Giappone sia verso una comunità est-asiatica, sia mantenendo buone relazioni con gli USA mentre il Sistema di Sicurezza USA-Giappone sta gradualmente diventando marginale.

06.06.11 – TRANSCEND Media Service

Titolo originale: Fukushima 3/11 – A Turning Point?http://www.transcend.org/tms/2011/06/fukushima-311-a-turning-point/   (Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis)

Fonte: http://serenoregis.org/2011/06/fukushima-11-marzo-%E2%80%93-punto-di-svolta-johan-galtung/

giugno 11, 2011

SE L’APOCALISSE NUCLEARE FA PAURA ANCHE AL PAPA

MOBILITAZIONE DEL MONDO CATTOLICO CONTRO IL NUCLEARE E PER LA RISCOPERTA DELLA NATURA

di  GIANCARLO ZIZOLA   La Repubblica, 10 giugno 2011, pagg. 1 e 35

Spiritualismo conservatore.  È revisionista sulla tecnologia prometeica della modernità, vorrebbe modi di vita e visioni politiche ancorate al primato dello spirito, per liberarci dalla dittatura tecnologica e guidare i popoli “verso l’armonia umana e la saggezza”. Ma è proprio dal cuore del suo spiritualismo conservatore che Papa Ratzinger recupera le risorse critiche per reclamare dalla politica più rispetto per il “patrimonio della creazione” e raccomandare che “si sostenga la ricerca e lo sfruttamento di energie pulite che sono senza pericolo per l’uomo”. Sono state le catastrofi, tra cui quella di Fukushima, a indurre il Papa a questo appello. “Esse ci interrogano” ha detto. E propone: “Si verifica la necessità di rivedere totalmente il nostro approccio alla natura”. Doveva essere un’udienza di routine per le credenziali di alcuni nuovi ambasciatori. Inaspettatamente è divenuta l’occasione per una riflessione del Papa sulle catastrofi che nell’ultimo semestre hanno segnato “la natura, la tecnica e i popoli”.

Sono i temi  che incrociano da anni le ansietà intellettuali di questo pontefice. E il linguaggio diplomatico del testo filtrato in segreteria di stato è cambiato. La gravitazione teologica porterebbe normalmente la parola del Papa a volare alto, come quando ha parlato con gli astronauti in diretta cosmica. Ma ci sono occasioni in cui anch’egli si ricorda che la preghiera deve tenere i piedi per terra. Una terra in pericolo. È interessante notare che il monito di Ratzinger evita gli approcci apocalittici di una certa cultura di destra che spiegava lo tsunami in Giappone come “un castigo di Dio”. Il Papa preferisce chiamare la comunità internazionale alla corresponsabilità nella “governance” del pianeta. Senza entrare nei risvolti tecnici, egli incoraggia l’esigenza planetaria di proteggere l’ambiente dall’inquinamento, dal declino della biodiversità e dagli effetti climatici legati all’effetto serra.

Soprattutto emerge la sua opzione per le energie pulite,  alle quali riconosce la prerogativa di non mettere in pericolo l’integrità della natura e la sopravvivenza dell’uomo sul pianeta. Le catastrofi, secondo Benedetto XVI, devono diventare strumenti di discernimento e di nuova progettualità politica, di una revisione radicale del modello di sviluppo e di nuovi stili di vita. Già nel messaggio per la Giornata della Pace del 2010 dedicato alle questioni critiche ambientali, Ratzinger aveva individuato il nodo delle risorse energetiche e auspicato un accordo internazionale su “strategie condivise e sostenibili per soddisfare i bisogni di energia della presente generazione e di quelle future”. In questa prospettiva il messaggio aveva fatto appello alle società sviluppate per “favorire comportamenti improntati alla sobrietà, diminuendo il proprio fabbisogno di energia e migliorando le condizioni del suo utilizzo”. Ma insieme aveva incoraggiato la ricerca e la applicazione di energie di minore impatto ambientale e la redistribuzione planetaria delle risorse energetiche “in modo che anche i Paesi che ne sono privi possano accedervi”, E’ anche notevole che la sua lettura dei “segni dei tempi” di questo semestre non si sia fatta condizionare, nella sua urgenza universale, dalla vigilia referendaria in Italia.

Del resto, il mondo cattolico  italiano ha moltiplicato le preoccupazioni ecologiche papali in una galassia di segnali popolari concordi, come raramente si era verificato, – dalla Cei ai settimanali diocesani, dall’Azione Cattolica a Pax Christi, dai gesuiti ai comboniani, sull’adesione ai “sì” dei referendum di domenica. A mettere severamente in discussione la questione delle opzioni nucleari è stata “Etudes”, la rivista dei gesuiti francesi. In un editoriale la rivista rovescia gli stereotipi sulla sicurezza delle centrali nucleari e critica il piano governativo francese del 1974, varato “senza alcuna discussione preliminare, in una atmosfera di segreto senza che nemmeno i parlamentari abbiano potuto votare il progetto”. Con Fukushima ancora una volta, in 25 anni, l’evento dato per “altamente improbabile” è successo, così che la probabilità di una volta su un milione “ha degli effetti assolutamente catastrofici”. “Bisogna misurare gli effetti di ciò che è altamente improbabile, dice Etudes. La nostra umanità può prendere dei rischi simili? A quali condizioni?”.

Anche per Benedetto XVI  è su una scelta politica che planano i dubbi apocalittici che Fukushima ha fatto riemergere. L’opzione nucleare non ha carattere inevitabile, e tocca alla politica farla uscire dall’ineluttabile, se vuol essere al servizio del bene comune. Vi è un ritorno ai valori della Terra che può procurarle la salvezza, pensa il Papa. Vi è una paura altruistica, che si basa sulla questione posta da Hans Jonas: cosa capiterà all’umanità futura se non ci prendiamo cura di lei? E’ chiaro che la critica di Ratzinger all’eccesso tecnologico scommette sulla conversione moderna a una tecnologia buona, equamente condivisa, anche perché un ritorno indietro a una arcadia idilliaca ove vivere in armonia con la natura, in totale rottura con la tecnica moderna, non sarebbe verosimile. E persino il bunker antiatomico scavato nella roccia sotto l’oasi dei giardini vaticani sarebbe superfluo.

La partita è politica,  e in politica si gioca anche il rapporto con la Creazione. Per questo la svolta ecologica nella Chiesa non è solo teologica, reclama scelte e culture politiche di cambiamento. In effetti è il ceto politico degli Stati l’interlocutore dell’intervento del Papa. “Una riflessione seria – dice Ratzinger – deve essere condotta e delle soluzioni precise e fattibili vanno proposte. L’insieme dei governanti deve impegnarsi a proteggere la natura e aiutarla ad assolvere al suo ruolo essenziale per la sopravvivenza dell’umanità”. Il quadro istituzionale pertinente per lo sviluppo di queste proposte è indicato dal Papa nelle Nazioni Unite, anche per ovviare al rischio che tale riflessione venga “oscurata – ha detto – da interessi politici ed economici ciecamente partigiani, al fine di privilegiare la solidarietà sull’interesse particolare”.

giugno 4, 2011

REFERENDUM: VOTIAMO PER SALVARE LA NOSTRA SANTA ACQUA

VIGILARE SU QUESTO BENE COMUNE CHE SARÀ SEMPRE PIÙ IMPORTANTE

di ALEX ZANOTELLI

02-06-2011

“Pesa più un litro di acqua che un litro di petrolio”: così recita una strana pubblicità sulla stampa italiana. Una strana pubblicità che dimostra come le banche abbiano ben capito che l’acqua rappresenta il futuro. Oggi l’acqua è il cuore di tutto. Dell’economia come della politica. Per questo motivo cittadine e cittadini devono vigilare attentamente su questo bene comune. È il mio appello a votare il referendum per rimuovere la legge del governo e promuovere una legge di iniziativa popolare dal titolo: “Principi per la tutela, il governo, la gestione pubblica delle acque e disposizione della ripubblicizzazione del servizio idrico”, legge fondamentale che costringerà il Parlamento a dichiarare l’acqua bene pubblico.

Perché proprio in questo momento la lotta per l’acqua? Perché senza acqua non si può vivere, senza petrolio sì: l’essere umano è vissuto per quarantamila anni senza petrolio e tra trenta-quarant’anni forse ne potrà fare a meno. Solo il 3% di tutta l’acqua del mondo è potabile. Di questa percentuale, il 2% dell’acqua è racchiusa nei ghiacciai, quindi in serio pericolo di fronte al surriscaldamento della terra. Di questo stesso 3%, il 2,70% è usato per l’agricoltura industriale governata dai ricchi del mondo mentre 1 miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua. Secondo l’ONU diverranno 3 miliardi in trent’anni.

Per accaparrarsi la percentuale residua corrono le multinazionali consapevoli che l’effetto serra sarà devastante. Le prime 8 multinazionali sono europee e stanno premendo sul Parlamento Europeo, sulla Commissione Europea perché l’acqua diventi merce. Faranno la stessa cosa nei confronti del WTO perché venga inclusa nella lista dei servizi.

L’acqua appartiene a tutti e  a nessuno può essere concesso di appropriarsene per farne illecito profitto. Pertanto si chiede che rimanga gestita esclusivamente dai Comuni, che hanno da sempre il dovere di garantire la distribuzione per tutti al costo più basso possibile”: così affermava in una bella lettera il vescovo di Messina, che univa la propria voce a quella di monsignor Nogaro, vescovo di Caserta e a tante cittadine e cittadini ora in movimento per difendere la nostra Santa Acqua.

Una lotta importante e necessaria che prosegua il percorso di democrazia dal basso, lotta che ha condotto il popolo della pace a vittorie e, talvolta, a sconfitte. Anche laddove governa il centrosinistra non è affatto scontato far passare l’idea e le scelte conseguenti dell’acqua come bene comune: la Regione Toscana ha venduto la propria acqua all’azienda municipalizzata di Roma; in Emilia Romagna il 49% dell’acqua è stato ceduto a multinazionali e gestito dai privati. Dopo una lunga lotta, a Napoli invece siamo riusciti a far ritirare la delibera di 136 Comuni limitrofi nei quali ora l’acqua è pubblica; a Ragusa, gli studenti hanno fatto sì che il Presidente della provincia sospendesse la gara d’appalto. Sono vittorie piccole, ma significative. Quella dell’acqua, pertanto, è una questione cruciale che riguarda tutti.

Di qui la proposta a tutte le associazioni, alle reti della cooperazione internazionale, ai sindacati, alle organizzazioni di base, alle chiese: pur conservando ciascuno la propria agenda ricca di impegni e di obiettivi preziosi, scelgano tutte il tema del referendum sull’acqua come momento comune di mobilitazione. Concentriamo le nostre forze su un obiettivo, concreto, vitale, e politicamente perseguibile. D’altra parte per l’acqua si fanno le guerre (e sempre di più sarà così anche in futuro); sull’acqua si specula con ingiustizie macroscopiche; sempre più la preservazione dell’acqua diventa l’unità di misura della civiltà dei popoli. Che la società civile – una volta tanto unita – possa chiedere e ottenere che sia preservata e garantita la vita nostra e delle generazioni future.

Fonte: http://domani.arcoiris.tv/referendum-alex-zanotelli-votiamo-per-salvare-la-nostra-santa-acqua/

maggio 26, 2011

MESSAGGIO FINALE KINGSTON

GLORIA A DIO E PACE SULLA TERRA

MESSAGGIO FINALE DELLA CONVOCAZIONE ECUMENICA INTERNAZIONALE PER LA PACE

“A Dio chiedo di usare verso di voi la sua gloriosa e immensa potenza, e di farvi diventare spiritualmente forti con la forza del suo Spirito; di far abitare Cristo nei vostri cuori, per mezzo della fede. A Dio chiedo che siate radicati e stabilmente fondati nell’amore” (Efes. 3, 16-17).

Comprendiamo che la pace e la costruzione della pace sono parte indispensabile della nostra fede comune. La pace è indissolubilmente legata all’amore, alla giustizia e alla libertà che Dio ha accordato a tutti gli esseri umani attraverso Cristo e l’opera dello Spirito Santo come dono e vocazione. Essa costituisce un modello di vita che riflette la partecipazione umana all’amore di Dio per il mondo. La natura dinamica della pace come dono e vocazione non nega l’esistenza delle tensioni che sono un elemento intrinseco delle relazioni umane, ma può attenuarne la forza distruttiva apportandovi giustizia e riconciliazione.

Dio benedice i/le costruttori di pace. Le Chiese membro del Consiglio Ecumenico delle Chiese (WCC) e altri cristiani sono uniti, come mai prima, nella ricerca dei mezzi con cui affrontare la violenza e rifiutare la guerra a favore della “Pace Giusta” – ossia dell’instaurazione della pace con giustizia attraverso una risposta comune alla chiamata di Dio. La Pace Giusta ci invita a unirci in un cammino comune e ad impegnarci a costruire una cultura di pace.

Noi, circa mille partecipanti da più di cento nazioni, convocati dal WCC, abbiamo condiviso l’esperienza della Convocazione Ecumenica Internazionale per la Pace (IEPC), incontro di chiese cristiane e di credenti di altre religioni impegnati a costruire Pace nella comunità, Pace con la Terra, Pace nel mercato e Pace tra i popoli. Ci siamo riuniti nel campus dell’University of the West Indies a Kingston, Giamaica, dal 17 al 25 maggio 2011. Siamo profondamente grati a chi ci ha ospitato in Giamaica e nell’intera regione caraibica offrendoci generosamente una ricca ed ampia opportunità per fare comunità tra noi e la crescita nella grazia di Dio. Per il fatto stesso che ci siamo riuniti nel luogo di un’antica piantagione di canna da zucchero, si è imposto il ricordo dell’ingiustizia e della violenza della schiavitù, del colonialismo e di altre forme di schiavitù che ancora oggi affliggono il mondo. Sapevamo bene delle sfide dure della violenza in questo contesto ma pure del coraggioso impegno delle chiese nell’affrontare tali sfide.

Abbiamo portato in Giamaica le preoccupazioni delle nostre chiese e delle nostre aree geografiche. Qui abbiamo parlato l’un/a l’altro/a. Ora abbiamo una parola da condividere con le chiese e con il mondo.

Ci siamo incontrati attraverso lo studio biblico, l’arricchimento spirituale della preghiera comune, la creatività artistica, le visite a realtà di chiese locali e di servizio sociale, assemblee plenarie, seminari, workshop, eventi culturali, relazioni, decisioni impegnative, conversazioni profondamente commoventi con persone che hanno fatto esperienza di violenza, ingiustizia e di guerra. Abbiamo celebrato la conclusione del Decennio ecumenico per il superamento della violenza (2001-2010). Il nostro impegno ci spinge a dire che superare la violenza è possibile. Il Decennio per il superamento della violenza ha dato vita a numerosi esempi di cristiani che hanno fatto la differenza.

Mentre eravamo riuniti in Giamaica eravamo appassionatamente consapevoli degli eventi del mondo attorno a noi. I racconti dalle nostre chiese ci hanno ricordato le responsabilità locali, pastorali e sociali verso le persone che devono quotidianamente affrontare i temi che abbiamo discusso. Le conseguenze del terremoto e dello tsunami in Giappone hanno suscitato urgenti interrogativi sull’energia nucleare e le minacce che incombono sulla natura e sull’umanità. Le istituzioni governative e finanziarie sono confrontate alla necessità di prendere la propria responsabilità per il fallimento delle loro politiche e per il conseguente devastante impatto sulle persone vulnerabili.

Noi osserviamo con inquietudine e compassione la lotta dei popoli per la libertà, la giustizia e i diritti umani in molti paesi arabi e in altri contesti nei quali persone coraggiose lottano, senza che nel mondo si dia loro sufficiente attenzione. Il nostro amore per i popoli di Israele e Palestina ci convince che il prolungarsi dell’occupazione li danneggia entrambi. Rinnoviamo la nostra solidarietà con i popoli di paesi divisi come la penisola coreana e Cipro, e con i popoli che aspirano alla pace e alla fine della sofferenza in nazioni come la Colombia, l’Iraq, l’Afganistan e la regione dei Grandi Laghi in Africa.

Siamo consapevoli che i cristiani sono stati spesso complici di sistemi di violenza, ingiustizia, militarismo, razzismo, separazioni di casta, intolleranza e discriminazione. Chiediamo a Dio di perdonare i nostri peccati e di trasformarci in agenti di giustizia e promotori di Pace Giusta. Chiediamo ai governi e ad altre entità di smettere di usare la religione come pretesto per giustificare la violenza.

Con partner di altre fedi abbiamo riconosciuto che la pace è un valore fondamentale in tutte le religioni, e che la promessa della pace si estende a tutti e tutte senza distinzione di tradizione e di appartenenze. Intensificando il dialogo interreligioso cerchiamo una base comune con tutte le religioni del mondo.

Ci unisce un desiderio comune: che la guerra diventi illegale. Lottando per la pace sulla Terra ci confrontiamo con i nostri contesti e storie diversi. Constatiamo che differenti chiese e religioni portano differenti prospettive sul cammino che conduce verso la pace. Tra noi alcuni prendono come punto di partenza la conversione e l’etica personale, l’accoglienza della pace di Dio nel proprio cuore come fondamento per costruire pace nella famiglia, nella comunità, nell’economia, come pure su tutta la Terra e nel mondo delle nazioni. Alcuni sottolineano la necessità di concentrarsi prima di tutto sul mutuo sostegno e sulla correzione reciproca nel corpo di Cristo se si vuole che la pace sia realizzata. Altri incoraggiano le chiese ad impegnarsi nei vasti movimenti sociali e nella testimonianza pubblica. Ogni approccio ha il suo valore: non si escludono l’uno con l’altro. Di fatto si collegano inseparabilmente l’uno all’altro. Anche nelle nostre diversità possiamo parlare con una sola voce.

Pace nella comunità

 Le chiese apprendono tutta la complessità della Pace Giusta nella misura in cui noi veniamo a conoscere l’interrelazione che esiste tra le molteplici ingiustizie e oppressioni che sono simultaneamente all’opera nella vita di molti/e. Membri di una famiglia o comunità possono essere oppressi e allo stesso tempo oppressori di altri/e. Le chiese devono aiutare a individuare le scelte quotidiane che possono porre fine agli abusi e promuovere i diritti umani, la giustizia di genere, la giustizia climatica, la giustizia economica, l’unità e la pace. Le chiese devono continuare a combattere razzismo e separazioni di casta come realtà disumanizzanti nel mondo odierno. Allo stesso modo, bisogna chiaramente chiamare peccato la violenza contro le donne e i bambini e le bambine. Sforzi coscienti sono richiesti per la piena integrazione delle persone diversamente abili. I temi della sessualità dividono le chiese, e per questo chiediamo al WCC di creare spazi accoglienti nei quali affrontare i temi controversi della sessualità umana. Le chiese giocano un ruolo a vari livelli nel promuovere e difendere il diritto all’obiezione di coscienza, nel garantire asilo a coloro che si oppongono e resistono al militarismo e ai conflitti armati. Le chiese devono alzare la loro voce comune per proteggere dall’intolleranza religiosa le nostre sorelle e fratelli cristiani e tutti/e coloro che sono vittime di discriminazione e di persecuzione per motivi di intolleranza religiosa. L’educazione alla pace deve essere posta al centro di ogni curriculum nelle scuole, nei seminari e nelle università. Noi riconosciamo la capacità dei/delle giovani nel costruire la pace e ci rivolgiamo alle chiese perché sviluppino e rafforzino reti di “ministri” di Pace Giusta. La chiesa è chiamata ad alzare in pubblico la sua voce riguardo a questi problemi, dicendo la verità al di fuori delle mura dei propri santuari.

Pace con la Terra

 

La crisi ambientale nel profondo è una crisi etica e spirituale dell’umanità. Ben consapevoli del danno che l’attività umana ha fatto alla Terra, riaffermiamo il nostro impegno per la salvaguardia del creato e per uno stile di vita quotidiana conseguente. La nostra preoccupazione per la Terra e quella per l’umanità vanno insieme inseparabilmente. Le risorse naturali e i beni comuni, come l’acqua, devono essere condivisi in modo giusto e sostenibile. Ci uniamo alla società civile di tutto il mondo per far pressione sui governi affinché diano basi radicalmente diverse a tutte le attività economiche per raggiungere l’obiettivo di un’economia ecologicamente sostenibile. Bisogna ridurre urgentemente l’uso estensivo dei combustibili fossili e le emissioni di CO2 ad un livello che mantenga limitato il cambiamento climatico. Quando si negoziano le quote di emissione di CO2 e i costi di adeguamento bisogna considerare il debito ecologico dei paesi industrializzati responsabili del cambiamento climatico. La catastrofe nucleare di Fukushima ha dimostrato ancora una volta che non bisogna più fare affidamento sul nucleare come fonte di energia. Noi rifiutiamo strategie quali un aumento della produzione dei biocarburanti che colpiscono i poveri creando concorrenza alla produzione alimentare.

Pace nel mercato

 

L’economia globale offre spesso esempi di violenza strutturale che fa vittime non tanto attraverso l’uso diretto delle armi o della violenza fisica quanto attraverso l’accettazione passiva di una diffusa povertà, di disparità contrattuali e di disuguaglianze tra le classi e le nazioni. In contrasto con la sregolata crescita economica che il sistema neoliberale promuove, la Bibbia indica la visione di una vita in abbondanza per tutti e tutte. Le chiese devono imparare ad appoggiare in modo più efficace la piena realizzazione dei diritti economici, sociali e culturali come fondamento per “economie di vita”.

È uno scandalo che si spendano enormi somme di denaro per i bilanci militari e per il sostegno militare degli alleati e nel commercio delle armi mentre c’è urgente bisogno di questo denaro per sradicare la povertà nel mondo e mettere a disposizione i fondi per un ri-orientamento ecologicamente e socialmente responsabile dell’economia mondiale. Sollecitiamo tutti i governi ad agire immediatamente per re-indirizzare le risorse finanziarie in programmi che sviluppino la vita piuttosto che la morte. Incoraggiamo le chiese affinché adottino strategie comuni in favore di trasformazioni economiche. Le chiese devono affrontare più concretamente le concentrazioni irresponsabili di potere e di ricchezza così come la piaga della corruzione. Passi verso economie giuste e sostenibili includono regole più efficaci per i mercati finanziari, l’introduzione di tasse per le transazioni finanziarie e giusti rapporti commerciali.

Pace fra i popoli

 

La storia, specialmente attraverso la testimonianza delle chiese storicamente pacifiste, ci ricorda che la violenza è contraria al volere di Dio e non può mai risolvere i conflitti. E’ per questa ragione che superiamo la dottrina della guerra giusta andando verso un impegno per la Pace Giusta. E ciò comporta abbandonare i concetti esclusivisti della sicurezza nazionale e passare a una sicurezza per tutti e tutte. E ciò comprende una responsabilità quotidiana per prevenire e quindi evitare la violenza alla sua radice. Molti aspetti pratici del concetto di Pace Giusta richiedono discussione, discernimento ed elaborazione. Continuiamo a dibattere su come le persone innocenti possano essere protette dall’ingiustizia, dalla guerra e dalla violenza; sul concetto della “responsabilità di proteggere “ e sul suo possibile abuso. Richiediamo con urgenza che il WCC e gli organismi collegati chiarifichino ulteriormente le loro posizioni riguardo a questa politica.

Noi sosteniamo il totale disarmo nucleare. Sosteniamo anche il controllo della proliferazione delle armi leggere.

Se solo osassimo, come chiese siamo nella posizione di indicare la nonviolenza ai potenti. Infatti siamo seguaci di uno che è venuto come un bambino indifeso, è morto sulla croce, ci ha detto di deporre le nostre spade, ci ha insegnato ad amare i nostri nemici ed è risuscitato dalla morte.

Nel nostro cammino verso la Pace Giusta c’è urgente bisogno di una nuova agenda internazionale poiché siamo di fronte all’immensità dei pericoli che ci circondano.

Chiediamo all’intero movimento ecumenico e in particolare a coloro che stanno preparando l’Assemblea del WCC del 2013 a Busan, in Corea, sul tema “Dio della Vita, guidaci alla Giustizia e alla Pace”, di fare della Pace Giusta in tutte le sue dimensioni la priorità chiave. Risorse come “An Ecumenical Call to Just Peace” e il “Just Peace Companion” possono sostenere il cammino verso Busan.

Siano rese grazie e lodi a te, Divina Trinità.

Gloria a te e pace al tuo popolo sulla Terra.

Dio della vita, guidaci alla giustizia e alla pace. Amen.

[Trad. it. a cura delle/dei partecipanti italiane/i, che ringraziamo]

ottobre 27, 2010

DALLA COMPETIZIONE ALLA COOPERAZIONE*

ANNUNCIARE LA BELLEZZA DELLA VITA

Cooperazione e creatività. Certe attenzioni morbose dell’opinione pubblica per fatti sanguinosi di cronaca nera possono confermare che nella nostra cultura si stanno diffondendo tendenze necrofile. Probabilmente questa è anche la conseguenza di una mentalità dalle radici lontane, che non ha apprezzato, come merita, la bellezza della vita. La modernità ha privilegiato le scienze fisiche – quelle che consentono la manipolazione rapida della realtà – rispetto alle discipline biologiche ed umanistiche – le quali invece richiedono piuttosto l’adeguamento ai ritmi naturali, aprendo alla “saggezza” insita nella natura e nella vita. Così è prevalsa una visione del mondo meccanicistica, piuttosto che vitale, un’idea di natura come ingegnere piuttosto che madre. L’idea ancestrale di natura come madre comporta, a differenza dei modelli meccanici, quell’essenziale auto-creatività, che hanno i semi delle piante, oltre che il mondo animale, fino all’uomo e la donna. Per le coppie, evidentemente, è necessario un comportamento cooperativo, e il frutto creativo è la generazione dei figli. È questa creatività che consente di affermare che, in certo senso, la vita vince la morte, a differenza dei meccanismi. La creatività conseguente al comportamento cooperativo può essere verificata in molti altri campi: lavoro, studio, arte, ricerca…

 

Terra vivente. Solo da pochi decenni, con l’ipotesi Gaia di Livelock, si è avanzata l’idea che l’uomo non sia un vivente isolato ma parte integrante di un organismo vivente più grande. La natura è stata vista come un ecosistema complesso, e per questo capace anche di autoregolarsi. In effetti la vita sulla terra deriva dal combinarsi di una serie incredibile di circostanze favorevoli. Tra i pianeti vicini, Venere sarebbe troppo calda, Marte troppo freddo. L’atmosfera terrestre è tenuta costantemente con una percentuale di ossigeno prossima al 21%. Un po’ di più e si scatenerebbero incendi in tutto il pianeta, anche nei prati umidi. Un po’ meno e noi, assieme a tutte le creature che respirano, moriremmo; sotto il 15% nulla brucerebbe, non esisterebbe quindi il quarto elemento della tradizione ancestrale: il fuoco. L’ossigeno, come quasi tutti i gas dell’atmosfera è prodotto (nella strabiliante quantità di quattro miliardi di tonnellate l’anno) dagli esseri viventi (vegetali). Analogamente sono viventi gli organismi che trasformano i sali nitrati in azoto e lo pompano nell’aria. E si potrebbero portare molti altri esempi di come la natura vivente mantenga i giusti equilibri chimici e fisici che consentono il miracolo della vita.

 

Col darwinismo,  alla semplificazione meccanicista si è aggiunta l’idea della competizione naturale che porta alla sopravvivenza del più adatto – e al soccombere dei più deboli. Anche questa idea affascinò le classi emergenti nel nascente capitalismo – che già erano state influenzate dall’homo homini lupus di precedenti pensatori. Si potevano così avallare la sperequazione tra le classi sociali, il colonialismo, l’imperialismo, le guerre… Ma la trasposizione alla società umana dei processi selettivi che avvengono in natura, è del tutto arbitraria. Anche tra gli uomini, come tra gli altri viventi, sono di gran lunga più rilevanti i processi di simbiosi, o di mutua dipendenza cooperativa (capisce meglio questo termine chi ha figli) rispetto a quelli competitivi. Oltre a favorire la creatività, come sopra accennato, migliorano la qualità della vita – legata assai più alle relazioni con gli altri che non alle ricchezze accumulate o al potere conquistato. Anche questo è un insegnamento che dovremmo saper trarre dall’osservazione della natura. L’esaltazione liberista della competizione economica ha certamente un fondamento valido. Ma perché si assiste a una continua concentrazione economica e finanziaria? Non sarà perché è ancor più auspicabile il modello cooperativo?

 

La bellezza della vita,  in definitiva – con le sue qualità predominanti di simbiosi e cooperazione creativa – se permane nelle espressioni artistiche e letterarie, è stata totalmente cancellata in molte manifestazioni umane di importanza crescente, come l’economia e la tecnica. Forse è questo il motivo principale delle tendenze necrofile sopra notate. Se la vita non attrae, resta solo… la morte. Forse il compito principale dei genitori e degli educatori è quello di saper comunicare i valori che rendono la vita attraente e meritevole di essere vissuta. Dando motivi per desiderare il futuro. Contro i (dis)valori che quotidianamente ci vengono propinati dai media e dai poteri dominanti: arrivismo, competizione, consumismo, apparenza, ansia, fretta… In una parola avere anziché essere.

*da una conferenza di Giuliana Martirani a Erba il 22-10-2010. Bibliografia: Martirani, La danza della pace, dalla competizione alla cooperazione, Paoline, Milano 2004.

per riflettere:

-l’idea ancestrale di natura-madre;

-si erano diffuse visioni meccanicistiche della natura;

-dimenticando l’auto-creatività della vita;

-con l’ipotesi Gaia l’uomo è visto come parte integrante di un organismo vivente più grande;

-la vita sulla terra deriva da una serie incredibile di circostanze favorevoli;

-grazie all’opera di organismi viventi;

-il capitalismo ha esaltato l’idea darwiniana di competizione naturale;

-che porta alla sopravvivenza dei più adatti;

-con estensioni arbitrarie al campo sociale per avallare guerre e colonialismo;

-in natura sono molto più rilevanti i processi di simbiosi rispetto a quelli competitivi;

-economia e tecnica hanno dimenticato la bellezza della vita;

-genitori ed educatori devono comunicarla;

-dando motivi per desiderare il futuro.


marzo 4, 2009

ESISTE ANCORA LA NATURA?*

UTILITÀ E AMBIGUITÀ DI UN’ANTICA IDEA

La crescita delle informazioni, delle conoscenze, del pensiero, in breve, della cultura e del progresso, spinge molti a ritenere ormai inesistente, o comunque inutile, il richiamo alla natura. L’idea di natura è infatti assai complesso e mutevole, così da dar adito a interpretazioni divergenti, ambigue, contraddittorie. Anche in ambiti assai qualificati e autorevoli, come la Pontificia accademia delle scienze, si è ben lungi dal registrare in proposito convergenze di pareri.[1] Tuttavia, sia in diversi rami delle discipline scientifiche e umanistiche, sia nella pratica quotidiana di ciascuno di noi, l’idea di natura sembra assai feconda, utile per progredire. Si tratta, evidentemente, di definire limiti e ambiti di applicazione. Possiamo cominciare con alcuni esempi concreti.

In economia il ricorso alla natura fu attuato nei secoli 18° e 19° dai primi economisti, detti classici, proprio allo scopo di dare una veste scientifica a quella che in precedenza era considerata una branca della filosofia o della morale: i rapporti dell’uomo con le cose e i bisogni. La riflessione sistematica su questi temi, che risale all’età antica, dava largo spazio alla volontà dell’uomo e non pensava che questa potesse essere intaccata da un ordine economico naturale sovrastante. Oggi, anche se la prevalenza degli economisti si ispira ancora all’ordine naturale dei classici, pur con significative varianti (corrente neo classica), non mancano agguerrite correnti neo volontaristiche, secondo le quali si riconosce la capacità della volontà umana di realizzare un ordine economico razionale non previsto né imposto dalla natura, pur non nascondendo “certe resistenze naturali che limitano l’arbitrio umano.”[2]

Ed ecco alcuni temi portati avanti dagli economisti classici. Parlarono ad es. di salario di sussistenza, al di sotto del quale i salariati morirebbero di fame, come livello normale o naturale in un’economia di mercato. Se infatti le remunerazioni degli operai salissero al di sopra di quel livello, essi avrebbero avuto più figli e, nel lungo periodo, sarebbe aumentata l’offerta di salariati, spingendo in basso il loro prezzo, cioè il salario. Analogamente i classici hanno indicato nel costo di produzione il livello “naturale” del prezzo dei beni prodotti. A differenza della rozzezza e inumanità della precedente idea di salario di sussistenza, sarebbe bene riscoprire e rivalutare quest’ultima idea della tendenziale uguaglianza tra prezzo e costo di produzione. Oggi infatti molti prodotti tecnologici, avendo un alto contenuto immateriale, si prestano a speculazioni e scambi ineguali col mondo povero, se si prescinde dal costo di produzione, come vorrebbero le teorie neo classiche. Un ultimo esempio può essere tratto dall’idea neo classica di saggio di disoccupazione naturale, quella che consentirebbe di evitare l’inflazione. Poiché ci sono le possibilità tecnico economiche di eliminare completamente la disoccupazione, poiché questa è un danno gravissimo a livello umano, prima ancora che economico, va respinta radicalmente questa idea di disoccupazione naturale: accettarla significherebbe porre l’uomo al servizio dell’economia, anziché viceversa. In ogni caso va sottolineato che non si può applicare l’idea obbligante di natura alle istituzioni umane (lo sono, ad es. mercato e capitalismo), dato che in esse la volontà dell’uomo è prevalente; al contrario deve essere impegno di tutti lo sforzo per migliorare qualità, umanità ed efficacia delle istituzioni stesse.

In svariati campi anche di interesse quotidiano è stata applicata l’idea di natura, talvolta proficuamente, talaltra meno. Sull’idea di famiglia, ad es. gli antropologi hanno trovato una varietà di modelli che rende arduo ritenere “naturale” il modello prevalente da noi, costituito da un uomo, una donna e i loro figli. In certi popoli tribali ad es. scompare il padre naturale e le sue funzioni verso i figli sono sostituite dal fratello della madre o altre figure. Da noi in questo campo abbiamo assistito nella pratica degli ultimi decenni al passaggio dalla sottolineatura dell’istituzione matrimoniale come vincolo esterno civile o religioso, alla sottolineatura di quella che può essere considerata la natura del matrimonio: l’amore tra i coniugi. Si tratta di partire dalle persone anziché dalle istituzioni. In questo caso oggi forse andrebbe rivalutato anche il valore della istituzione perché la dialettica natura-istituzione è di solito feconda e consente progressi reali. Al di fuori della famiglia si potrebbero ricordare i progressi resi possibili dall’idea che esistono diritti naturali dell’uomo (dichiarazioni universali, diritto costituzionale..), oppure, in tutt’altro settore, l’alterazione degli equilibri climatici planetari conseguenti al mancato rispetto della natura morfologica del pianeta, che ha impiegato miliardi di anni per sottrarre dall’atmosfera quei gas serra che oggi noi vi rigettiamo spensieratamente, nel giro di pochi decenni, bruciando i fossili.

Nel campo della salute può essere portato un ultimo importante esempio della fecondità del tema della natura. Un enorme vantaggio si potrebbe ottenere se, anziché curare le singole malattie una volta manifestatesi, si riuscisse a potenziare le difese immunologiche “naturali” nei confronti delle diverse aggressioni esterne, di cui ogni organismo è dotato fin dall’origine. Questo potenziamento, del resto, è già implicito nello stesso concetto di salute elaborato dall’OMS, come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale” e non semplice assenza di patologie. Si può ritenere che le medicine usuali non operino nel senso del potenziamento delle difese generiche naturali, ma spesso le deprimano: così che, dopo la guarigione grazie ad es. agli antibiotici, si cade in altre malattie. Se è vero che, sul piano fisico, il potenziamento delle difese passa principalmente dalla flora batterica (detta eubiotica) che alberga nell’organismo, in particolare nell’intestino, è ovvio che il fattore principale della salute vada ricercato in ciò che più influenza la flora intestinale stessa, cioè la quantità e qualità dell’alimentazione. Senza dimenticare peraltro il fondamentale fattore psichico, nonché – ciò che riassume tutto – la qualità della vita. A tal fine può servire non solo l’osservazione della natura (ad es. l’approfondimento della anatomia comparata tra uomini e animali in relazione al cibo, la non naturalità di molte sostanze che il mondo moderno ci propina), ma anche la saggezza delle diverse tradizioni alimentari, createsi nel corso dei secoli, quando le conoscenze scientifiche erano assai meno progredite di oggi e la conservazione della salute era spesso questione di vita o di morte.

In definitiva questi fugaci esempi mostrano quanto spesso l’osservazione della natura non vada disgiunta da saggezza, tradizione, buon senso. Questi costituiscono l’altra polarità da cui il progresso e il pensiero teorico non devono prescindere se vogliono essere efficaci e favorevoli all’uomo. Se oggi costatiamo macroscopiche incongruenze nello sviluppo economico e scientifico, come quelle sopra accennate (squilibri economici, effetto serra, diffusione delle malattie del benessere nel mondo ricco, della fame altrove..) è forse proprio perché è stata dimenticata quella polarità da parte della scienza, ma anche dei nostri comportamenti quotidiani – guidati dalla pubblicità più che dalla saggezza e dall’osservazione della natura. Siamo abbagliati dal progresso e trascuriamo la crescita umana, dalla scienza anziché dalla saggezza. Il progresso è diventato forse la più potente delle ideologie nascoste – se non addirittura un’idolatria – e va compensato con la polarità di natura e tradizione.

*Da un incontro familiare con la partecipazione di economisti (Pasinetti, Brenna, Frey, Reati), don Alberto Sacco, imprenditori (Gavazzi), giuristi (Bellavite) il 30-8-08 in casa De Carlini.


[1] Changing concepts of nature at the turn of the millennium. Plenary Session, 26-29 October 1998, Vatican   City, 2000, pp. 340.
[2] A. Fanfani, Storia delle dottrine economiche, in: Dizionario di economia politica, Ed. di Comunità, Milano 1956, pag. 1623.

Per riflettere:

-ambiguità dell’idea di natura anche campo filosofico e scientifico;

-in economia potrebbe essere utilmente recuperata nella teoria del valore;

-ma non per avallare il liberismo o la disoccupazione;

-in antropologia non esiste un modello univoco di famiglia;

-la dialettica natura-istituzione è feconda;

-il riconoscimento dei diritti naturali dell’uomo sono un grosso progresso dell’umanità;

-nel campo della salute riscoprire la natura potrebbe apportare vantaggi impensabili;

-saggezza delle tradizioni alimentari;

-natura e tradizione per vincere le ideologie nascoste.



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