Brianzecum

giugno 10, 2017

SANTUARI E RELIGIOSITÀ POPOLARE

IN OCCASIONE DEL CINQUECENTENARIO DI LUTERO È AUSPICABILE RIFLETTERE SUGLI SFORZI COMUNI DI SRADICARE IL SOTTOFONDO PAGANO-RURALE

di Piero Stefani*

Un esempio tra i tanti. Edmondo Lupieri descrive in un suo libro (Giovanni e Gesù. Storia di un antagonismo, Carocci, Roma 2013) una serie di operazioni legate a una religiosità popolare ricca di componenti sincretiche. Nello specifico essa si è sviluppata presso la tribù indio dei Chamula, popolazione che ha il proprio centro a San Juan nel Chiapas messicano. In un capitolo intitolato «Il dio dell’acqua e il dio del mais» Lupieri mette in luce la superiorità riservata da quelle parti al Battista, identificato con il dio dell’acqua (battesimo), su Gesù identificato con il dio del mais: senza la pioggia tutto muore. Nel testo inoltre si fa opportunamente notare che quella che siamo soliti chiamare «religiosità popolare» e interpretiamo come una riverniciatura cristiana di un sottofondo pagano precolombiano è stata per secoli, con le varianti del caso, la normale espressione della fede all’interno della Chiesa cattolica. Comune era, per esempio, la convinzione (ben attestata anche in Centro America) della vendicatività di un personaggio santo o divino e della conseguente necessità di ingraziarselo.

Caccia alle streghe come antidolatria. L’anno in cui si celebra il cinquecentenario di Lutero potrebbe essere un’occasione propizia per riflettere sull’apporto concorde di Riforma e Controriforma nell’operazione di sradicare dal cristianesimo, spesso con metodi brutali e inaccettabili, il sottofondo pagano-rurale. La caccia alle streghe fu l’esempio più noto, drammatico e accomunante di questo modo di agire. Il ragionamento sottostante a quel tipo di aberrazioni non fu in sé stesso aberrante. Lo si potrebbe trascrivere in questi termini: se si accetta che il cristianesimo si incarni in culture precedenti occorre non mettere troppi paletti, quindi, se si vogliono porre delle limitazioni, bisogna lottare contro una serie di mentalità radicate tra la gente comune. L’esempio di questa linea di condotta deriva dalla Bibbia stessa, basta leggerla per comprendere come in essa la lotta contro la cultura politeistico-sessuata cananea incuneatasi all’interno del popolo ebraico fu componente costitutiva per non dire esasperata. Dal canto loro decisamente antidolatriche sono pure le pagine neotestamentarie dedicate a descrivere la diffusione del kerygma evangelico in ambito greco-romano; a tal proposito basti pensare all’orrore che invase gli animi di Paolo e Barnaba quando si accorsero che la loro azione era stata inculturata in termini politeistici (cfr. Atti 14,8-18). In conclusione, una coerente legittimazione della religiosità popolare porta con sé la critica di molte linee guida bibliche e viceversa. I rischi del biblicismo fondamentalista sono sotto gli occhi di tutti, ma di per sé ciò non equivale ad affermare che l’altra sponda sia priva di pericoli.

Documento programmatico. Anno dopo anno l’Evangelii gaudium conferma quanto si era compreso subito: quell’esortazione apostolica è il vero documento programmatico dell’intero pontificato di papa Francesco. In essa vi sono alcuni paragrafi (122-126) intitolati «La forza evangelizzatrice della pietà popolare». A quanto si dice, all’argomento sarà dedicata anche una prossima enciclica. A questo stesso sfondo si rifà una delle non molte modifiche concrete attuate da papa Francesco nell’organizzazione della curia. Si tratta di una decisione passata in larga misura inosservata. Ci riferiamo alla lettera apostolica Sanctuarium in Ecclesia promulgata l’11 febbraio di quest’anno. Essa investe il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione del compito di trattare le questioni relativa ai santuari (competenza fino ad allora affidata alla giurisdizione della Congregazione del clero). La motivazione di fondo del cambiamento è la seguente: i santuari «sono luoghi di evangelizzazione, dove dal primo annuncio fino alla celebrazione dei sacri misteri si rende manifesta la potente azione con cui opera la misericordia di Dio nella vita delle persone». D’ora in avanti spetterà al Pontificio consiglio studiare e attuare provvedimenti che favoriscano «il ruolo evangelizzatore dei santuari e la coltivazione in essi della religiosità popolare».

Ambiguità. Il documento non prospetta nessun distinguo quasi che ogni santuario equivalesse a un altro, non compie alcun cenno alle ambiguità spirituali e religiose presenti in più luoghi, ancor meno allude alle attività economico-commerciali che inquinano la vita di tanti santuari e dei loro dintorni. Al giorno d’oggi la sommossa degli argentieri di Efeso, preoccupati che la predicazione paolina compromettesse il loro commercio dei tempietti di Artemide (cfr. At 19.23-40), non avrebbe più, da molte parti, ragion d’essere: l’oggettistica religiosa prospera quasi ovunque. Il testo non rivela alcun sospetto della caduta postsecolare della contrapposizione tra secolare e religioso che contraddistingue il turismo legato a tanti santuari (basti pensare all’odierna popolarità del «camino de Santiago»).

Critica al tramonto? Di fronte a queste misure sembra che si sia obbligati a concludere che la nuova evangelizzazione si riveste di panni a un tempo antichi e postsecolari. L’atteggiamento critico proprio della moderna cultura occidentale ha imboccato da tempo il viale del tramonto. La notte che le sta davanti ha tutta l’aria di essere lunga.

*Il pensiero della settimana, n. 618; fonte: http://pierostefani.myblog.it/2017/06/10/618-santuari-e-religiosita-popolare-10-06-2017/

giugno 27, 2016

I FRUTTI BUONI DEL CONCILIO

NONOSTANTE LE DIFFICOLTÀ SI È IMPOSTA LA NATURA SINODALE DELLA CHIESA E LA VALIDITÀ DI QUANTO IL CARD. MARTINI AUSPICAVA PER IL CATTOLICESIMO

di Alberto Melloni, La Repubblica 26 giugno 2016, pag.24

Il “Concilio grande e santo”  delle chiese dell’ortodossia si è chiuso ieri a Kolymbari. In otto giorni di lavori ha vissuto tutte le esperienze tipiche della storia dei concili: i dubbi e le accelerazioni, le sorprese e i compromessi, i conflitti, ma anche le crisi e l’impasse che fra giovedì e venerdì l’hanno portato ad un passo dal fallimento. Non è stata infatti l’assenza o la posizione delle quattro chiese che hanno dato forfait all’ultimo (fra esse Mosca) a mettere a rischio il concilio. Ma l’impuntatura di una frangia zelante della chiesa greca che chiedeva di non chiamare “chiesa” le altre chiese, inclusa la chiesa cattolica. Per qualche lunga ora è sembrato che il concilio fosse condannato o a soccombere a questa pretesa o a certificare il proprio fallimento. In un caso e nell’altro il concilio avrebbe fatto un enorme regalo alla chiesa Russa, che ha sempre riconosciuto l’ecclesialità del cattolicesimo e si sarebbe trovata in vantaggio nel dialogo con Roma.

Enciclica.  In aula è intervenuto lo stesso metropolita John Zizioulas, per ricordare che dal XI al XX secolo, pur nel più aspro dissenso, l’ortodossia non aveva mai negato a Roma il titolo di chiesa. E nella notte fra venerdì e sabato è arrivata la soluzione fissata nell’enciclica conciliare, che riassume tutti i documenti. Essa riconosce le «denominazioni storiche» delle «chiese e confessioni cristiane», definite nelle versioni ufficiali in inglese, francese e russo “non-ortodosse” (e in greco “eterodosse”) e impegna l’intera ortodossia al dialogo. Cosa che non era scontata. Una versione breve della enciclica sarà letta in forma abbreviata durante la liturgia di chiusura, che è il luogo di promulgazione delle decisioni conciliari. Poi il testo sarà affidato alle chiese presenti e assenti per la sua ricezione. Il concilio dunque si chiude con un bilancio a tre colonne: il bilancio dei testi, il bilancio dell’aula e il bilancio dell’evento.

Natura sinodale della chiesa.  I testi, pur corretti e dibattuti, sono rimasti quello che erano alla fine della Sinassi: testi di compromesso, talora deludenti, anche se impastati di teologia patristica. Pochi paragrafi — come quello della enciclica finale che indica nei rifugiati un segno escatologico richiamando il giudizio finale descritto dal vangelo di Matteo o quello sulla natura sinodale della chiesa — hanno un timbro teologico capace di parlare a tutti. Però non ci sono state forzature di segno conservatore come quelle che si potevano temere all’inizio. Non è molto. L’esperienza d’aula ha dato un bilancio più positivo. Anche i metropoliti ortodossi, come tutti i vescovi, avevano bisogno di tempo per imparare ad ascoltarsi, a battibeccare, ad ironizzare, a comprendersi. Otto giorni, iniziati da oltre due ore di liturgia, hanno dimostrato che questo processo di reciproca conoscenza, di fraternità reale è possibile, fruttuoso, anche se in poco tempo non può far molto: è stato però sufficiente a disarticolare i luoghi comuni. Non è poco.

Successo.  Il concilio come tale, infine, è stato un successo. Un successo di John Zizioulas, l’anziano teologo che lo iniziò a chiedere grosso modo quando il card. Martini ne chiedeva uno per la chiesa cattolica, e che a differenza dell’arcivescovo di Milano ha trovato ascolto. Un successo di Emmanuel Adamakis, che ha gestito il negoziato sul testo dell’enciclica. E soprattutto un successo del patriarca ecumenico Bartholomeos che ha dimostrato che la funzione primaziale di Costantinopoli può esercitarsi nel dar voce a tutti, nel consesso di tutte le chiese cristiane — il patriarca le ha evocate e chiamate così con vistosa insistenza nel discorso finale. Il concilio che si chiude apre dunque nuove sfide: la prima delle quali riguarda le assenze. La mancanza di alcune chiese non ha impedito o viziato il concilio: ma l’assenza ora non deve incancrenire. La spiritualità, la teologia, la preghiera della chiesa russa sono essenziali a tutto il cristianesimo: e come non può esserci una ortodossia a dispetto della Russia, così non può esserci una Russia estranea e indifferente al destino della ortodossia. Lo stesso vale per la Bulgaria, la Georgia e Antiochia. La via del concilio, ancora una volta, dimostra di essere quella che può dare comunione dove sembra impossibile.

giugno 17, 2016

IL CONCILIO PANORTODOSSO E IL SALE DELLA CHIESA

Filed under: 1) ecumenismo, Uncategorized — brianzecum @ 3:35 pm

IMPORTANZA FONDAMENTALE POLITICA ED ECUMENICA: SE LA SINODALITÀ DOVESSE FALLIRE LA CHIESA NON SAREBBE PIÙ SALE DEL MONDO

di Alberto Melloni  la Repubblica 16-6-2016 pag 35

Vigilia di attesa.  Siamo alla vigilia della domenica in cui i cristiani ortodossi festeggiano la Pentecoste. Festa che anche in Occidente dovrebbe essere preceduta da una “messa di mezzanotte”, come quella di Natale e di Pasqua, ma che pochissime comunità celebrano, convinte dalla propria tiepidezza che vegliare in attesa dello Spirito sia semplicemente improponibile. Questa Pentecoste è la data d’inizio del concilio panortodosso. Il primo dopo 12 secoli, preparato dal 1961, quando un papa, san Giovanni del Concilio, sognava che il suo Vaticano II sarebbe stata una nuova Pentecoste, come fu. A più riprese, e ancora in gennaio a Chambesy, la “Sinassi dei Patriarchi” — l’organo che aduna i capi delle quattordici chiese della ortodossia — aveva confermato la data e trasferito la sede del concilio da Costantinopoli a Creta, per evitare che la crisi fra Putin ed Erdogan impedisse la venuta dei russi. Sempre la Sinassi aveva deciso di sottoporre al concilio cinque documenti, ora disponibili sul sito del concilio: quattro firmati da tutti i patriarchi; l’ultimo, sul matrimonio, con un voto contro.

Crisi drammatica.  Eppure nonostante quella firma solenne, s’è aperta una crisi drammatica fra le chiese ortodosse su se/come/cosa sottoporre al concilio di Creta. Tre chiese su quattordici (Bulgaria, Antiochia, Georgia) hanno chiesto negli ultimi giorni di rinviare il concilio e ridiscutere i documenti preparatori. Una questione tipica di tutte le vigilie conciliari, in tutte le chiese: chi ha temuto che un concilio breve (16-26 giugno) si sarebbe limitato ad approvare senza modifiche quei cinque testi ha chiesto tempo, per garantirsi che nelle pieghe dei documenti emergessero i segni di un antagonismo “antioccidentale” che alcuni ambienti giudicano irrinunciabile. La Serbia ha ridiscusso la cosa, ma s’è schierata per il concilio. Invece lunedì scorso, il sinodo della chiesa russa ha deciso che, in assenza di tre chiese, nemmeno la Russia sarebbe andata a Creta. Non una adesione tout court al “rinvio”, ma una posizione più sfumata: non esclude del tutto ripensamenti dell’ultimo minuto (nel 1962 Mosca mandò i propri osservatori al Vaticano II sul filo di lana) e mediazioni tipiche della fisiologia istituzionale dei concili, ma apre una crisi. Il rischio del fallimento del concilio, dunque, è reale.

Politica e teologia.  Ma non ha origini politiche e conseguenze teologiche: se mai viceversa. Il concilio — il padre di tutti i parlamenti — ha infatti una sua fisionomia politica. Ma ciò che decide di ogni concilio (e spesso dei parlamenti) è il modo in cui viene vissuto: un concilio che sappia pensarsi come evento di grazia, nel quale lo Spirito riunisce ciò che è diviso, suscita proprio per questo controspinte divisive, a cui si risponde teologicamente. Con la crisi di Creta la globalizzazione c’entra poco, la modernità niente: la questione è lo svelarsi di un deficit di fede, di cui la mondana svogliatezza di tutte le chiese — chiesa cattolica inclusa — nel pregare per il concilio è stata la riprova. Questo deficit potrebbe portare ad un fallimento: e questo avrebbe conseguenze politiche. Le più gravi riguardano la Russia. Andrebbe perduto l’investimento fatto dal patriarca Kyril e da Putin sui rapporti con Roma, giacché il papa non può scegliersi i propri interlocutori: e Matteo Renzi, che sarà al Cremlino fra poche ore e che era sindaco quando la Russia prestò un’icona di Andrei Rublev all’Italia per celebrare l’edizione del concilio ecumenico Niceno II, potrebbe spendersi perché Putin consigli gli assenti ad imbarcarsi in ritardo per Creta. Per la Russia è in gioco anche altro. L’antica speranza dell’Ucraina di vedersi riconosciuta la “autocefalia” — cioè la costituzione in una chiesa autonoma nazionale rispetto al territorio canonico di Mosca — sarebbe oggettivamente incoraggiata dal frantumarsi della unità conciliare ottenuta nella Sinassi e getterebbe benzina sul fuoco della guerra che si combatte oltre lo Dnepr, che è anche una guerra di religione fra cristiani.

Unità.  Le altre chiese che al momento sono attestate sul fronte del rinvio-boicottaggio della convocazione conciliare, che pure avevano sottoscritto, non rischiano poco: assecondare o farsi assecondare da Mosca le grava di responsabilità che eccedono di molto il peso dei paesi con cui si identificano, anche in sede europea. Certo, l’Europa politica non s’è nemmeno accorta che per la prima volta un concilio veniva convocato sul suo territorio: ma una “Lady Pesc” come Federica Mogherini e il suo capo di gabinetto Stefano Manservisi, che è stato ambasciatore in Turchia, dovrebbero sapere quanto pesano l’ortodossia e i patriarcati nel quadrante balcanico, anatolico, medio-orientale e interno. Il fiasco del concilio rafforzerebbe infatti le pulsioni nazional-autoritarie dei paesi “cattolici” dell’ex impero asburgico, aiuterebbe certamente Erdogan, e forse perfino lo Stato Islamico, che non è certo intimidito dalle intermittenti lamentele sulla persecuzione dei cristiani, ma solo dal rischio che la comunione fra cristiani dia un buon esempio all’islam sul modo di superare le guerre di religione fra musulmani da cui Is trae forza.

Sinodalità.  Il fallimento del concilio, tuttavia, avrebbe risvolti seri anche a Roma. Papa Francesco ha posto la sinodalità e l’unità come centro della riforma della chiesa e del papato, nella logica tutta bergogliana della rivoluzione “a norme invariate” e a tempi indefiniti. Se il concilio panortodosso fallisse, sarebbe una vittoria per i molti nemici e per i finti sostenitori della sinodalità che è al cuore della ecclesiologia riformatrice e dell’ecumenismo di Francesco. Così il filo della matassa torna nelle mani di Bartholomeos, il patriarca ecumenico, arrivato a Creta ieri sera con il senso grave e la serenità di chi sa di essere — è non è la prima volta — davanti ad un momento supremo, a un “kairòs”. Bartholomeos, ha già fatto sapere che il concilio “inizierà” oggi con la celebrazione della Pentecoste nella cattedrale di Heraklion, ha dalla sua un principio canonico intangibile che richiama il famoso “quod omnes tangit ab omnibus approbari debet” della chiesa latina. Quel che è deciso dalla Sinassi infatti non può essere cambiato senza una decisione della Sinassi, convocata per la mattina di domani a Kolymbari. Paradossalmente, dunque, la richiesta di rinvio rende ancor più necessario il concilio.

L’inchiostro della paura.  Il concilio infatti potrebbe decidere conciliarmente, come procedere: se attendere gli assenti, con un gesto tipico di tutta la tradizione conciliare; se sospendere i lavori per qualche settimana o mese; se riconoscere, come fecero i vescovi cattolici al Vaticano II, che il materiale preparato a Chambesy va riformulato, perché quello scritto con l’inchiostro della paura appare ad alcuni troppo scuro e ad altri troppo chiaro. Ma il concilio potrebbe anche prendere atto del fallimento del suo carattere panortodosso. E riconsegnare ciascuno dei patriarcati ad una solitudine mondana, che li renderà meno liberi, meno in comunione e dunque, per definizione, meno cristiani. La decisione sul concilio insomma riguarderà tutti i cristiani e tutto il mondo. Nel mondo dove di globale c’è solo la divisione, le chiese possono assecondare lo spirito scismatico. Oppure lasciare che l’elica venga fatta soffiare in senso opposto dal Soffio che i discepoli sentono solo nel cuore del Silenzio più impalpabile. Quello che parlò a Elia sull’Oreb, quello che decide se le chiese nel mondo sono sale o sale insapore.

giugno 14, 2016

ABELE E CAINO

Filed under: 6) lettura ecumenica di testi biblici, Uncategorized — brianzecum @ 12:57 pm
L’ORIGINE DELLA VIOLENZA VA CERCATA NELLA PERDITA DEL NOSTRO ESSERE SOSTITUITO DALL’AVERE
di don Giorgio De Capitani*

Pastori e agricoltori. Con il racconto dell’uccisione di Abele, l’autore sacro ha voluto dare subito una prova delle conseguenze disastrose del cosiddetto peccato originale. La morte è entrata nel mondo nel modo più tragico: con un fratricidio. Infatti, Abele e Caino vengono presentati come figli diretti di Adamo ed Eva, anche se ciò appare del tutto impossibile, viste le numerose incongruenze del racconto stesso. Ne elenco due: appare chiaro che, al tempo dei fatti, ci sia già la presenza di altre persone, oltre Abele e Caino; inoltre, la società sembra già evoluta, con una evidente contrapposizione tra il mondo agricolo e il mondo pastorizio. Ed è proprio su questa contrapposizione che il racconto dell’omicidio-fratricidio prende forma: il mondo agricolo viene rappresentato dal buon Abele, mentre il mondo pastorizio viene rappresentato dal cattivo Caino. Appare chiaro l’intento dell’autore sacro: prendere le difese dell’agricoltura, che rientrerebbe nel piano di Dio di coltivare la terra, dalla prepotenza della pastorizia, che invece distruggerebbe i frutti della terra.

Mito e fatto reale. Tuttavia, l’uccisione di Abele fa parte del mito dei racconti delle origini dell’umanità. Col peccato dei progenitori, Adamo e Eva, si è rotto in modo radicale il rapporto tra l’uomo e Dio, che inevitabilmente ha portato anche alla rottura dei rapporti umani e sociali. È chiaro che nel racconto di Caino che uccide il fratello Abele va anche colto un significato tutto suo, indipendentemente dall’essere anche visto come una simbologia della contrapposizione tra l’agricoltura e la pastorizia. Se il racconto del peccato di Adamo e Eva è solo un mito, senza nulla di storico, il delitto di Caino è un fatto reale, nel senso che l’autore sacro ha preso uno dei tanti omicidi consumati dalla cattiveria umana e lo ha reso come un paradigma, un esempio tipico della violenza che c’è nel mondo. Fa notare don Raffaello Ciccone: «Il primo richiamo alla morte, nel mondo, non avviene per malattia o per debolezza della carne, ma per l’esplosione della violenza che fa dimenticare ogni valore, ogni solidarietà ed ogni legame profondo».

Origine del male. Queste considerazioni di don Ciccone mi servono per approfondire il problema del male, cercandone l’origine da cui scaturisce: un’origine che non va fatta risalire a un peccato lontano dei nostri mitici progenitori, ma a qualcosa che proviene più da vicino: dal nostro interno. Le parole di Dio a Caino: «il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai» vanno interpretate al di là della parola “porta”, che sembra dare l’idea di qualcosa di esteriore, come se, appena usciamo di casa, c’è subito pronto il maligno a tentarci al male. Di qualche porta si tratta? La porta, in realtà, è dentro di noi: una porta che separa il fondo dell’anima dall’anima stessa. Con il fondo dell’anima i mistici intendono la parte più interiore, ovvero lo spirito, mentre l’anima rappresenta le facoltà umane (intelligenza, volontà, potere, ecc.) che possono condizionare la libertà dello spirito.

Dove sei? Dio, rivolgendosi ad Adamo che si era nascosto dopo la sua ribellione, dice: «Dove sei?”. Adamo sta per uomo, per ogni essere umano. Come a dire: Uomo, dove sei sparito? Che cosa è rimasto della tua umanità? “Dove sei?”. In realtà, noi non sappiamo “chi siamo”. Quanti di noi possono dire: “Io sono”? Siamo valutati dall’avere, e valutiamo tutto e tutti col criterio dell’avere. Si divide il mondo tra ricchi e poveri in base alle cose che si posseggono o non si posseggono; eppure, tutti potrebbero essere ricchi, se entrassero dentro di sé, riprendessero la propria umanità. L’essere è di tutti, appartiene a ciascuno, non esisteremmo senza l’essere: non dipendiamo perciò necessariamente dai beni materiali, dalle ingiustizie sociali che possono toglierci l’avere ma non l’essere. Qui, nel nostro essere, avviene tutto all’opposto di ciò che succede fuori di noi, dove più cose si hanno, più si pensa di essere ricchi, mentre, al nostro interno, meno abbiamo e più siamo ricchi.

Dov’è tuo fratello? Ma c’è una seconda domanda: la troviamo nel racconto di oggi. Dio chiede a Caino: “Dov’è tuo fratello?”. Quando si perde il proprio essere, prevale, come dicono i mistici, l’istinto di appropriazione, di quell’io che fa perdere il primato dello spirito, sostituendolo con il primato dell’avere. Ogni invidia diventa lecita, così la gelosia, così l’orgoglio, così la prepotenza, e si arriva ad ogni forma di violenza, perfino a eliminare fisicamente l’altro, visto solo come nemico, come colui che mi porta via qualcosa, che è di impedimento al mio possesso. “Dov’è tuo fratello?”. Quando si viene meno alla propria umanità, che ha origine e sede nel proprio essere interiore, allora l’universo si frantuma nel molteplice smisurato di io imbarbariti. Si perdono l’equilibrio, l’armonia, la bellezza, quella unitarietà del Divino che sa ricomporre i singoli nella fratellanza universale. La mistica orientale induista parla di “advaita”, termine che significa: “non-dualità”. L’uno è il bene, il due, ovvero il molteplice, è il male. Tutto è uno, tanto da identificare il divino con l’umano. Noi e il divino siamo una cosa sola. Certo, è una concezione di Dio e del mondo inaccettabile per noi occidentali e inaccettabile perfino per la Chiesa cattolica, che l’accusa di panteismo. A me piace moltissimo anche solo il pensare che il bene è il Tutto che si fa Uno e che, di conseguenza, il male è la molteplicità che divide l’Uno frantumando il Tutto. Noi occidentali siamo maledettamente portati a dividere, moltiplicare, separare, creare steccati. Questo è il mio, questo è il tuo. Ma il mio, con i suoi diritti, privati di ogni dovere, si espande annullando i diritti degli altri, e gli altri a loro volta, questo è la cosa grave, si difendono avanzando diritti e diritti, senza doveri. E il cerchio è veramente chiuso. “Dov’è tuo fratello?”. Che senso dà la società di oggi alla parola “fratello”, quando una politica malsana di partiti malsani non fa che restringere il concetto di fratellanza, secondo criteri di sangue, di razza, di patria, che perpetuano il delitto, omicidio-fratricidio, di Caino?

*omelia del 12 giugno 2016: Quarta dopo Pentecoste (Gen 4,1-16; Eb 11,1-6; Mt 5,21-24). Fonte: http://www.dongiorgio.it/12/06/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-quarta-dopo-pentecoste/

maggio 23, 2016

TRINITÀ UN MISTERO CHE CI ARRICCHISCE

DAL SUPERAMENTO DEL RIGIDO MONOTEISMO EBRAICO ALLA COMPRENSIONE DELLA NOSTRA CONTINUA GENERAZIONE DIVINA

di don Giorgio De Capitani*

Padre padrone. Se c’è un Mistero in netto contrasto con la concezione ebraica della unicità assoluta di Jahvè, questo è il Mistero trinitario cristiano. Per conservare e difendere il rigido monoteismo ebraico si arrivò al punto di dichiarare lo sterminio totale (in ebraico, “cherem”) di popolazioni pagane, compresi bambini e donne; di proibire i matrimoni misti tra ebrei e donne straniere; di vietare luoghi di culto al di fuori dell’unico Tempio di Gerusalemme; di costruirsi immagini di Jahvè. Da notare, infine, che l’attesa del messia che ha attraversato la millenaria storia ebraica non ha mai riguardato la sua natura divina, ma l’apparizione di un personaggio straordinario che avrebbe liberato politicamente il popolo ebraico dalla schiavitù straniera. Il monoteismo ebraico riguardava, dunque, la sudditanza di un popolo ad un unico Dio, padre padrone assoluto, a cui sembrava fosse più facile rendere il popolo eletto un docile strumento dei suoi voleri, soprattutto in funzione di un messaggio da estendere su tutta la terra. Questo era il compito o la funzione del popolo ebraico: essere uno strumento, e solo uno strumento di Jahvè o, meglio, della religione ebraica che sfruttava l’immagine di un certo dio (idolo), a proprio uso e consumo. Il fatto che fosse un unico Dio rendeva ancora più facile lo scopo della religione, che non aveva a che fare con più divinità. Un Dio che si avvaleva del suo potere di essere l’unico creatore dell’universo. Dunque, tra Jahvè e il suo popolo, tra Jahvè e il mondo c’era lo stesso rapporto che c’è tra un vasaio e il suo prodotto: un legame che rimaneva sempre esteriore, di superiorità, pur mantenendo talora una specie di legame affettivo. Sì, Dio amava il suo popolo, che rimaneva però un oggetto, e non un soggetto della predilezione divina.

Un Dio monolitico, dunque, tutto d’un pezzo, per garantire una religione monolitica, ma che in realtà fece sempre fatica a sfuggire alla tentazione di subire il fascino delle popolazioni straniere, lasciandosi così contaminare nella purezza del Dio dell’Alleanza. Ma ecco la domanda per me cruciale: a che cosa è servita tutta quella millenaria pazienza di Jahvè, se, giunto il Messia, il popolo non lo ha accolto, anzi lo ha messo su una croce, in nome di quel Dio che Cristo aveva contestato, rivelando un volto divino all’opposto del volto di Jahvè ebraico? È una domanda che manda in crisi tutto l’Antico Testamento e anche quella Chiesa che continua a innestare la straordinaria Novità evangelica nella storia religiosa del popolo ebraico. Arriviamo al dunque, ovvero alla Festa di oggi. Parlare del Mistero della SS. Trinità non è facile per nessuno, neppure lo è stato per i più grandi Dottori della Chiesa, da Sant’Agostino in poi, ma, nello stesso tempo, nessuno può negare che ci troviamo di fronte a qualcosa di sconvolgente, che non riguarda solo la stessa realtà di Dio, ma anche il nostro essere più profondo. Questo si scopre, proprio alla luce della Trinità, nel suo segreto di essere umano-divino. In altre parole, diciamo che la rivelazione di Cristo non ha tolto solo qualche velo sul Mistero divino, ma ha tolto ogni velo sul nostro essere umano, nel profondo dell’anima.

Movimento e vita. Non è qui la sede per tentare di spiegare, benché sommariamente, il Mistero divino, filosoficamente o teologicamente. Comunque, è suggestivo quanto scrive Sant’Agostino nel suo De Trinitate: usa tre termini, “Amans”, “Amatus” e “Amor”. “Amans”: ovvero il Padre, colui che ama; “Amatus”: ovvero il Figlio, colui che è amato; “Amor”, ovvero lo Spirito santo, colui che unisce l’amante e l’amato. I Mistici, senza usare termini strettamente filosofici o teologici, parlano di movimento e di vita. Dio, in breve, non è un’entità astratta, da incasellare in un dogma, non è qualcosa di già fisso dall’eternità. È movimento, e perciò è vita. Ai Mistici non interessava tanto Dio in se stesso, ma nel suo rapporto con il nostro essere interiore. Anche il nostro essere è movimento e vita, ma non nel senso che viene dato dalla società, quando non fa che esteriorizzare l’essere, rendendolo quasi un oggetto, svuotato della sua carica divina. Sia la società consumistica come anche la scienza che si interessa di psiche, rimangono sempre all’esterno di quella interiorità che ha un solo nome: realtà spirituale, dove lo spirito è qualcosa di più profondo della stessa psiche, che viene invece analizzata dalla scienza come se fosse il centro dell’essere umano.

Noi “siamo”. Ci hanno sempre insegnato che solo Dio “è”. Quando Cristo si definiva “Io sono” gli ebrei si scandalizzavano, e cercavano di lapidarlo, perché si prendeva la stessa prerogativa divina. Ma non ci hanno mai detto che anche “noi siamo”, perché siamo esseri divini, nel fondo dell’anima. E la religione ci ha sempre preso come qualcosa da soggiogare ad un idolo, che in quanto idolo rimane sempre all’esterno di noi, come realtà da adorare. Nel fondo dell’anima, c’è quel Divino nella sua triplice realtà di amante, di amato e di amore. Noi “siamo” perennemente amanti, amati, uniti nell’amore, o nello spirito.

Generazione divina”. Non voglio, anche qui, entrare nel difficile, anche perché complicare le cose è l’esatto opposto del nostro essere che è, per sua natura, semplice. E, più siamo semplici, più scopriamo la presenza del Divino, che è la semplicità in persona. Casomai, è la religione che si è costruito un dio complesso. Nel nostro essere possiamo cogliere la “generazione perenne di Dio”, che consiste nel generare, da parte di Dio, la sua realtà spirituale, che agisce rinnovando il nostro essere interiore. Non basta dire che siamo figli di Dio: siamo in realtà generati in continuazione proprio perché Dio è movimento e vita. In parole più semplici: più sgombriamo il nostro essere da ogni forma di egoismo o di attaccamento, più permettiamo alla Divinità di rigenerarsi in continuazione. A rigenerarsi è il Mistero divino, come spirito, senza perciò quelle modalità o quelle strutture che la religione impone, soffocando così la libertà dello Spirito ad agire. Sì, è una questione di lotta tra l’esterno di una religione che impone un proprio dio e il nostro essere interiore che si distacca da ogni struttura religiosa, per dare più spazio allo Spirito. Mi direte che avete ben altro a cui pensare. Certo, è difficile far capire all’uomo moderno la realtà del mondo interiore, o dell’essere nella sua realtà vitale; eppure, la società sarebbe totalmente altra da quella che è. Perché non far capire, insistendo, che più “siamo”, “meglio” viviamo?

*dall’omelia del 22 maggio 2016: SS. TRINITÀ (Gen 18,1-10a; 1Cor 12,2-6; Gv 14,21-26). Fonte: http://www.dongiorgio.it/22/05/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-ss-trinita/

aprile 18, 2016

L’AMORE CHE RENDE TUTTI AMICI

PROFEZIA, MARTIRIO, AMORE SONO PER TUTTI GLI UMANI, AL DI LÀ DI SESSO, RELIGIONE O ALTRO

di don Giorgio De Capitani*

Profezia al femminile. L’apostolo Paolo, al termine del suo terzo faticoso viaggio apostolico, durato circa due anni, giunge a Tiro, porto della costa fenicia. Già qui alcuni cristiani, dotati del carisma profetico, sconsigliano Paolo di andare a Gerusalemme. Da Tiro il viaggio prosegue alla volta di Cesarea, dove gli apostoli trovano alloggio per vari giorni presso il diacono Filippo (uno dei sette consacrati diaconi dagli apostoli, per prendersi cura delle vedove e dei poveri). Filippo aveva quattro figlie nubili, con il dono della profezia. Fermiamoci per un attimo su questa notizia particolarmente interessante: fa intravedere una grande apertura delle prime comunità cristiane, in cui lo Spirito agiva in tutta libertà, senza distinzione tra maschi e femmine. Distinzione, invece, che man mano, lungo la storia della Chiesa, assumerà sempre più marcature a dir poco umilianti e repressive nei riguardi del mondo femminile, anche se per fortuna non mancheranno casi eccezionali di donne illuminate e illuminanti, capaci di contestare la stessa gerarchia. La Chiesa, tuttavia, fece sempre sentire il peso del suo potere maschilista soggiogando ogni alito di profezia, anche se non riuscirà mai a estirparne il seme.

Senza mediazioni. La profezia non è una questione di genere, ovvero riservata alle donne o riservata agli uomini. È qualcosa di essenzialmente interiore: l’essere non è né maschio né femmina. Ed è proprio l’essere che la struttura della Chiesa teme, perché non ha etichette, non è soggetto ad alcuna schematizzazione, non è né religioso né laico. L’essere è il regno dello Spirito, e perciò della profezia che non ha bisogno di alcuna mediazione, neppure della mediazione della religione. Ecco perché, quando la Chiesa pensò a strutturarsi, a crearsi un suo potere, nonostante andasse contro il pensiero originario del Fondatore, fece di tutto per governare la profezia, assoggettandola in funzione della sua struttura. E, quando non ci riusciva, scomunicava i profeti, li metteva al rogo, bruciava i loro scritti. Già la parola “profezia” che cosa significa? Parlare in nome di qualcuno, ovvero, nel nostro caso, parlare in nome di Dio. Ma… di quale Dio? Anche qui, i mistici preferivano parlare di Divinità e non di Dio, perché Dio è il nome dato dalla religione a un idolo da essa stessa costruito. La Divinità, invece, è una realtà misteriosa, che sfugge ad ogni potere. La Divinità è di tutti ed è di nessuno. È lo Spirito che, come ha detto Gesù, nessuno sa da dove provenga e dove vada. È come il vento. Nello stesso brano si parla di un altro profeta, Àgapo, il quale imitando i gesti simbolici dei profeti antichi per predire il futuro con segni particolari, prende la cintura di Paolo e si lega mani e piedi, dicendo: «Allo stesso modo Paolo sarà legato dai giudei a Gerusalemme e poi consegnato nelle mani dei pagani». Come era già successo a Tiro, anche i cristiani di Cesarea e gli stessi compagni di Paolo lo scongiurano, questa volta tra gemiti e singhiozzi, di non proseguire verso Gerusalemme. Ma l’Apostolo, pur vivamente commosso, non si lascia convincere.

Importanza della conoscenza. Questa determinazione di Paolo a compiere la volontà di Dio, sfidando anche la morte, la troviamo nel secondo brano della Messa. Siamo probabilmente intorno al 61-63 d.C. L’Apostolo è prigioniero a Roma, in attesa di giudizio, che potrebbe essere di condanna a morte. Dalla prigione scrive una lettera ai cristiani di Filippi (città della Macedonia, oggi Grecia settentrionale), di cui fa parte il brano di oggi. In questo scritto troviamo un Paolo fiducioso, preoccupato non tanto per le accuse che gli sono state rivolte, ma di sostenere la fede e la testimonianza delle comunità da lui precedentemente fondate. Interessanti i consigli che dà, le raccomandazioni, tra cui troviamo anche elementi della filosofia greca che sa proporre la figura del saggio. Paolo suggerisce l’importanza della conoscenza (“la vostra carità cresca sempre più in conoscenza”), suggerisce inoltre l’atteggiamento di attenzione all’altro con sentimenti di discrezione (“in pieno discernimento”), infine suggerisce l’apprezzamento per le cose migliori (“perché possiamo distinguere ciò che è meglio”). Al termine del brano, troviamo l’orgoglio di Paolo di essere prigioniero in nome di Cristo. Un orgoglio non fine a se stesso, ma come testimonianza per i fratelli nel Signore, che devono sempre essere pronti ad annunciare in libertà la Parola.

Sintesi dei comandamenti. Qui mi aggancio al Vangelo. Non ho il tempo per soffermarmi sul contesto in cui si trova il brano: dico solo che fa parte dei cosiddetti “Discorsi di addio”, che gli esegeti distinguono in due. Gesù li avrebbe pronunciati durante l’Ultima Cena, appena Giuda se ne era andato per la sua strada. Sono discorsi fatti a modo di conversazione e di lunghi monologhi: concetti e raccomandazioni si rincorrono, coinvolgendo passato, presente e futuro; ai nostri occhi si sovrappongono la realtà di Cristo e il cammino della Chiesa. Il brano di oggi fa parte del secondo Discorso di addio. Siamo all’inizio. Dopo l’allegoria della vite e dei tralci, Gesù parla di amore come di unico comandamento, sintesi di tutti gli altri comandamenti, che perciò trovano la loro ragion d’essere nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo, tanto uniti da essere inscindibili.

Amici di tutti gli uomini. Gesù parla di amici, da non intendere come una categoria ristretta come se appartenessero ad una setta. L’amore non sopporta schemi, strutture ecclesiastiche o movimenti chiusi, dove l’amico è solo chi vi appartiene. L’amore rende tutti amici, anche i nostri nemici, perché gli orizzonti di Dio sono vasti quanto la sua paternità universale. L’amore non è solo qualcosa di emotivo o di sentimentale, ma impegna tutta la vita, partendo dal proprio essere, dove l’amore ha origine, trova le sue vere motivazioni. Potrebbe essere riduttivo parlare di amore spirituale, ma non lo è se per amore spirituale s’intende l’amore che nasce dallo Spirito per poi incarnarsi nella realtà umana. Se tutti siamo amici, perché siamo figli dello stesso Padre celeste, allora l’amore si allarga al mondo intero, allora non c’è amore cristiano o amore laico, amore degli atei o amore dei credenti. Chi lotta per un ideale umano, costui testimonia l’amore autentico, indipendentemente se crede o non crede in un dio. Dio è presente nell’amore come testimonianza di vita, come offerta della propria vita fino al sangue. I martiri sono martiri, e basta, senza aggiungere etichette. L’amore autentico parte dal proprio essere, che è sì a immagine di Dio, ma di un Dio che non appartiene di per sé ad alcuna religione.

* dall’omelia del 17 aprile 2016: quarta domenica di Pasqua (At 21,8b-14; Fil 1,8-14; Gv 15,9-17) Fonte: http://www.dongiorgio.it/17/04/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-quarta-di-pasqua/

gennaio 2, 2016

PACE COME COMPLETEZZA

Filed under: Uncategorized — brianzecum @ 8:33 am

È DONO DI DIO MA RICHIEDE IL NOSTRO SFORZO DI RICOMPOSIZIONE, SVUOTAMENTO, ESSENZIALITÀ

di don Giorgio De Capitani*

Il rito ebraico della circoncisione è stato applicato anche a Gesù: più ebreo di così si muore. Talora parliamo di Gesù come se fosse un uomo senza razza e senza religione. In realtà, è nato ebreo, anche se solo per parte di madre, ed è stato inserito nella religione ebraica. Poi, da adulto, farà le sue scelte. Farà prevalere il suo sangue divino. Dal primo brano della Messa mi soffermo su un verbo, benedire, e una parola, pace.

Bene-dire richiama subito un particolare rito religioso, quando il ministro, con un po’ di acqua santa, chiede un favore divino per una persona o per un oggetto. Ma che significa in realtà “benedire”? Non è difficile cogliere che si tratta di due termini, bene + dire, che hanno ciascuno una loro importanza. Il bene è tutto un mondo che racchiude una vasta gamma di valori fondamentali, sia materiali che spirituali. Il “bonum” (che non ha niente a che fare con il bonus di carattere fiscale dei nostri giorni) è un termine di genere neutro, perciò indeterminato, fuori di ogni classificazione maschile o femminile, che presso gli antichi richiamava il mondo del Divino, quel mondo che è fuori di noi ed è dentro di noi. Quindi, in altre parole, “bonum” ci richiama il mondo meraviglioso di Dio e, nello stesso tempo, il meglio del nostro essere. Che significa, allora, benedire o dire bene? Che senso dare al verbo “dire”? È evidente che dire richiama parola. E allora che legame c’è tra il bene e la parola? Qui non posso non ricordare qualche nozione che mi hanno insegnato sul significato del termine “parola” presso gli ebrei. Ho preso da internet questa spiegazione, che mi pare molto chiara.

Parola che crea. «Il termine ebraico “dabar” è difficile da tradurre con un solo vocabolo italiano. Verrebbe da dire “parola”, ma noi con questo termine intendiamo riferirci alla parola detta o alla parola scritta, ad un semplice suono o ad un segno tracciato sulla pagina o digitato al computer. “Dabar”, invece, significa anche «fatto», «avvenimento» e «cosa» oltre che «parola». In effetti, il “dabar” è la parola di Dio che, detta e pronunciata, crea, produce un effetto. Il “dabar” di Dio è l’atto creatore che esce dal silenzio primordiale e dal nulla crea il tutto. Nel racconto della creazione che troviamo all’inizio del libro della Genesi, Dio parla (notate: per ben dieci volte troviamo l’espressione “Dio disse”) e dalla sua parola esce il mondo: la sua parola è efficacemente un fatto, un avvenimento, una cosa. Ma questo “dabar” di Dio non sta soltanto all’inizio, ma accompagna continuamente la creazione lungo tutto il suo corso. Soprattutto accompagna il popolo di Dio, ogni uomo nella sua vita. Potremmo allora tradurre “dabar” anche con “provvidenza”, perché questa parola descrive bene l’azione amorevole con cui Dio continua a seguire con la sua forza vivificante e salvifica le sue creature. Questo ricco significato del termine “dabar” ispira anche Giovanni: quando nel prologo del suo vangelo deve parlare di Gesù, il Figlio di Dio, lo presenta come la Parola che prende una carne umana. Gesù è davvero nella sua pienezza il “Dabar” di Dio, non solo una parola intellettuale e cervellotica, ma una parola fatta carne, concreta, vivente, una parola divenuta evento e avvenimento dentro la storia, una parola la cui azione è riconoscibile ed efficace. Il “dabar” della creazione, dunque, trova il suo compimento in Gesù, che è il vero e perfetto “Dabar” di Dio, la sua Parola che, facendosi carne, attua una sorta di seconda creazione dell’umanità».

Pace. Anche qui, “pace” (“shalom”) presso gli ebrei aveva un senso molto più ampio di ciò che noi intendiamo per pace. Tra le varie interpretazioni della parola “shalom”, indicate dagli studiosi, trovo interessante la radice “totalità”, “completezza”. Che cos’è allora “shalom”, pace? Sì, è un dono divino, ma che comporta da parte nostra lo sforzo di “rifare” l’unità, mettendo insieme ciò che è stato diviso in particolari, per ricomporre la totalità. La guerra non è solo violenza che uccide gli innocenti, ma è anche e soprattutto la divisione degli esseri umani tra di loro, separare gli uni dagli altri solo perché hanno differenze razziali o culturali o religiose. Anch’io talora prendo una parola nel suo significato negativo, ad esempio la parola “religione” che deriva da “religio”, come se fosse un legame delle coscienze ad una struttura religiosa. Ma “religione” potrebbe anche essere intesa come: legare nel loro insieme gli esseri umani, dispersi dal male, ricreando l’armonia iniziale e universale.

Meditare. Qui mi collego subito al brano del Vangelo, dove Luca scrive che Maria, madre di Gesù, “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Don Angelo Casati commenta: «Il verbo greco, tradotto con meditare, indica “mettere insieme”». Ecco, Maria «tentava di mettere insieme nel suo cuore ciò che era distante, tanto distante. Era il tentativo di mettere insieme i tasselli». Ma ci vuole tempo e pazienza. È un lavoro lungo. Come lavorare per la pace. Ma il problema siamo noi, che vediamo le cose dalla parte sbagliata, come chi vede «l’arazzo dal suo rovescio, un ingorgo di fili». Ecco perché pace, prima che azione, è contemplazione, ovvero quella visione mistica d’insieme che coglie l’armonia del cosmo nel suo essere più profondo, che lega misteriosamente ma realmente ogni essere umano come componente di un Tutto.

Svuotare se stessi. Ma per cogliere l’armonia profonda, già potenzialmente in ogni essere umano, occorre anche fare un’operazione particolare, che i mistici chiamano di svuotamento, di spogliazione, di distacco, di eliminazione. San Paolo, nel brano di oggi, scrive che Gesù Cristo «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo». È difficile far capire all’uomo moderno che il vero male che mette a rischio la pace nasce dal nostro di dentro: è la volontà di appropriazione che non ci abbandona mai da quando siamo nati, è il desiderio del possesso ad ogni costo, è quel voler soddisfare l’egoismo, che i mistici chiamano egoità: tutto ciò distingue, divide e separa, rendendo il Tutto milioni di frammenti, facendo esattamente il contrario di ciò che è la pace, totalità e completezza. Solo l’essenzialità ci aiuta all’unità di fondo, che ci permette di vedere l’Universo come Casa comune.

*dall’omelia del 1 gennaio 2016: ottava del Natale nella Circoncisione del Signore. (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21). Fonte: http://www.dongiorgio.it/01/01/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-ottava-del-natale-nella-circoncisione-del-signore/

dicembre 11, 2015

DOCUMENTO CONCLUSIVO

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Council 50 Dichiarazione

verso una chiesa ispirata dal Vangelo

per un mondo di pace, giustizia e solidarietà

un patto dei discepoli di Gesù

Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti I semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami. Matteo 13, 31-32

Noi, discepoli di Gesù, fedeli cattolici membri del popolo di Dio, riuniti a Roma in occasione del 50esimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II,

consapevoli delle molte sfide poste dal nostro mondo in cambiamento,

attenti ai “segni dei tempi”,

considerando la situazione attuale della nostra Chiesa e le sue difficoltà nell’affrontare queste sfide,

coscienti che ogni comportamento dei cristiani e della nostra Chiesa contrario al messaggio evangelico allontana il mondo dallo Spirito di Gesù e gli impedisce di riconoscere la forza del Vangelo,

riconoscendo le nostre debolezze e mancanze, ma confidando nella forza che ci dà la fede in Gesù

e desiderando rispondere agli appelli di papa Francesco, che sta rafforzando i processi di consultazione nella Chiesa,

dopo aver pregato lo Spirito Santo,

seguendo Gesù e facendo memoria dello spirito del Vaticano II e del Patto delle Catacombe,

ci impegniamo

a lavorare per proseguire il rinnovamento della nostra Chiesa, affinché sia testimone dello Spirito di Gesù e della forza del Vangelo e accolga le sfide del nostro tempo;

a contribuire a riorientare il nostro mondo, dando voce ai poveri e a agli emarginati, affinché possa diventare un mondo di pace, giustizia e solidarietà, un mondo che rispetta il pianeta come nostra casa comune, che permette ad ogni persona di fiorire nella sua unicità e approfondire il valore accordato alla sua umanità.

1.1 PACE E GUERRA

consapevoli

dell’attuale proliferazione di guerre e atti di violenza;

del deteriorarsi delle relazioni internazionali e dei segnali di una nuova guerra fredda;

della corsa al riarmo, specialmente nucleare;

dei conflitti nati dai fondamentalismi religiosi e in particolare dei conflitti nel Medio Oriente;

incoraggiati

da una crescente coscienza dell’uguaglianza, la solidarietà e l’interconnessione di tutti gli esseri umani;

ci impegniamo

a condannare inequivocabilmente ogni azione di guerra;

a promuovere la nonviolenza attiva, globalmente e localmente, nelle nostre società;

a insistere affinché la chiesa cattolica ratifichi e promuova le convenzioni internazionali sui diritti umani (Dichiarazione Universale, Convenzione Europea, ecc.).

1.2 GIUSTIZIA SOCIALE ED ECONOMICA

consapevoli

della crescente disuguaglianza globale, della concentrazione della ricchezza nelle mani di gruppi sempre più ristretti di persone;

delle pratiche e dei sistemi economici, globali e locali, come il capitalismo neoliberista, che indifferenti ai valori etici e ai diritti umani impoveriscono grandi masse di persone e degradano e distruggono l’ambiente e il pianeta;

delle posizioni, pratiche e atteggiamenti contrari al Vangelo presenti in molte strutture ecclesiali, che ignorano i diritti umani e lo spirito di povertà insegnato da Gesù;

incoraggiati

dalla nuova direzione che papa Francesco sta dando alla Chiesa;

ci impegniamo

ad operare attivamente per affrontare i problemi socio-economici alla luce del Vangelo non solo con l’azione individuale e caritativa, ma cercando di analizzare, capire e trasformare le strutture e i sistemi oppressivi e ingiusti;

a promuovere il “nuovo modello di sviluppo” menzionato esplicitamente da papa Francesco nella Laudato Sii, nel senso di un genuino ed integrale sviluppo umano interconnesso con la pace e con la giustizia ecologica;

a operare con tutte le altre Chiese cristiane e con tutte le altre religioni per promuovere localmente e globalmente una pace fondata sulla giustizia;

a lavorare per la trasformazione della nostra Chiesa in una chiesa povera, per i poveri e dei poveri.

1.3 AMBIENTE E SOSTENIBILITA’

consapevoli

della necessità urgente di costruire una società capace di sostenibilità ambientale globale;

della sensibilità ancora insufficiente circa le cause sociali ed economiche della crisi ambientale;

della frammentarietà delle iniziative educative e culturali su questi problemi;

incoraggiati

dalla crescente consapevolezza circa la crisi ambientale tra i popoli della Terra

da una nuova sensibilità dei cristiani sul prendersi cura della nostra “casa comune”;

ci impegniamo

a praticare uno stile di vita sobrio, semplice e responsabile;

a contribuire spiritualmente, eticamente e concretamente alla costruzione di una società che rispetta e salvaguarda il creato;

a partecipare a progetti e organizzazioni che promuovono la sostenibilità ambientale e sociale.

1.4 GENERE, SESSUALITA’ E FAMIGLIA

consapevoli

della domanda di uguaglianza tra uomini e donne e dei progressi fatti in questo senso, pur nel prevalere ancora del domino patriarcale sulle donne in molte società e in molte forme;

della necessità di riconoscere i diritti delle persone LGBTQI sia nella società che nella Chiesa;

dell’emarginazione, che contraddice il messaggio di amore del Vangelo, delle persone divorziate e risposate nella Chiesa;

della diversità delle strutture familiari (poligamia, famiglie monoparentali, famiglie estese…) nelle diverse culture del mondo, mentre il modello normativo della Chiesa concepisce la famiglia solo come una coppia composta da un uomo e una donna sposati per tutta la vita e con figli;

incoraggiati

dal crescente attivismo a sostegno delle persone emarginate nella società e nella Chiesa;

dalla crescente visibilità e accettazione sociale delle persone LGBTQI e dalla rete interculturale mondiale che hanno sviluppato;

dal lavoro di teologi progressisti e attivisti dei diritti umani;

ci impegniamo

a far conoscere le esperienze di coloro le cui voci sono state spesso inascoltate, specialmente dalla Chiesa: le voci delle donne, delle persone LGBTQI, delle persone divorziate e risposate;

a condividere queste esperienze con i membri della nostra Chiesa, affinché queste persone emarginate e rifiutate trovino empatia e comprensione;

a lavorare per la decriminalizzazione dell’omosessualità in tutti gli stati e per l’abolizione di ogni forma di discriminazione legale e sociale;

a fare pressione affinché I cambiamenti nella società si riflettano in cambiamenti nelle legislazioni circa il genere, la sessualità, le strutture matrimoniali e familiari, per renderle più inclusive di tutto il popolo di Dio.

2.1 MINISTERI E UGUAGLIANZA DI GENERE

consapevoli

che ogni persona, indipendentemente dal genere, è immagine di Dio, e che tutti i membri battezzati della Chiesa dovrebbero avere voce nel suo governo;

incoraggiati

dai crescenti appelli per un ministero rinnovato delle donne al servizio della nostra Chiesa e dei bisogni del popolo di Dio;

ci impegniamo

a sviluppare la visione di una costituzione della Chiesa basata sui diritti umani e su valori democratici come partecipazione dal basso alle decisioni, separazione dei poteri, procedure appropriate;

a lavorare per un rinnovamento dei ministeri, basato sull’insegnamento del Vangelo che tutti i doni e le vocazioni ci sono dati dallo Spirito, e che le donne sono ugualmente chiamate alla partecipazione piena a tutti i ministeri;

a chiedere per adesso almeno che le donne siano riammesse al diaconato.

2.2 COMUNITA’ ECCLESIALI DI BASE

consapevoli

dei processi di secolarizzazione nel mondo moderno;

dell’appello rivolto da papa Francesco a tutti i fedeli affinché si impegnino nella missione evangelica della Chiesa;

del bisogno di sostituire il modello di chiesa, attualmente organizzata come una piramide gerarchica;

incoraggiati

dal numero crescente di laici impegnati in tutto il mondo nella costruzione di una chiesa più orizzontale e inclusiva;

dalle crescenti relazioni di dialogo e amicizia tra cristiani delle altre confessioni e con le altre religioni;

ci impegniamo

a costruire una chiesa che riconosce le comunità ecclesiali di base come modello fondamentale dell’essere chiesa;

a mettere al centro delle nostre comunità l’azione per la giustizia, la pace e l’integrità del creato;

a chiedere pubblicamente perdono come chiesa a tutti coloro che chiedono di essere riconosciuti come membri del popolo di Dio ma sono emarginati, esclusi e feriti dalle nostre dottrine e pratiche;

a lavorare attivamente per il dialogo, l’azione concreta e l’amicizia con le altre confessioni cristiane e con le altre religioni.

2.3 DIALOGO NELLA CHIESA E CON IL MONDO

consapevoli

del crescente pluralismo e diversità in molte società contemporanee, spesso accompagnato da reciproca ignoranza e ostilità tra le diverse religioni e componenti della società;

incoraggiati

dalle risorse spirituali e dalle qualità umane delle persone di religioni o persuasioni diverse;

ci impegniamo

a riconoscere e proclamare l’uguale dignità di ogni essere umano;

a sviluppare sistemi educativi che accolgono e valorizzano la diversità e la pluralità;

a promuovere lo svilupparsi di una teologia aperta e accessibile;

a iniziare e sviluppare una struttura istituzionale per il dialogo all’interno della Chiesa tra i laici e il clero, a livello diocesano, nazionale e continentale e del Vaticano;

a promuovere e creare spazi dove persone di diverse religioni, sistemi di pensiero e visioni del mondo possano incontrarsi e lavorare insieme.

2.4 CHIESA DEI POVERI

consapevoli

delle relazioni spesso strette e collaborative della Chiesa con i ricchi e potenti della società globale, attraverso membri della gerarchia, congregazioni religiose e laici influenti nella società, nella politica e nell’economia;

incoraggiati

dalla domanda crescente, fra i popoli di tutto il mondo, di una vita con dignità e di una società più giusta;

dalla “speciale attenzione pastorale” per i popoli indigeni, i rifugiati, i dislocati, i migranti e le loro famiglie, le donne e le bambine, i giovani, così come per l’ecologia;

ci impegniamo

nella chiesa, a promuovere attivamente l’appello di papa Francesco ad essere una chiesa povera per I poveri;

a ricordare e a tenere vive iniziative e movimenti per il cambiamento e il rinnovamento della Chiesa, come il Concilio Vaticano II, il patto delle Catacombe, la teologia della liberazione e la teologia femminista, per una memoria che libera dall’idea che tutto deve rimanere come è sempre stato e che niente può cambiare;

a fare alleanze con tutte le persone di buona volontà, con i movimenti popolari sociali e politici, nella lotta per la liberazione di tutta l’umanità e per un sistema globale più giusto.

Un’altra chiesa per un altro mondo è possibile!

Tornati nei nostri paesi, faremo conoscere questi nostri impegni alle nostre comunità, associazioni, parrocchie; chiederemo che ci sostengano con le loro preghiere e che si uniscano a noi nell’attuazione di questi impegni.

Roma, 22 novembre 2015

Council 50’ was initiated by the European Network Church on the Move (EN-RE) and the International Movement We Are Church (IMWAC) and benefits from the contributions, participation and support of members of the following networks and associations: American Catholic Council, Amerindia, Asociación de Teólogos Juan XXIII, Australian Coalition for Church Renewal, Católicas pelo Direito de Decidir, Center for Asia Peace and Solidarity (CAPS), Comunita’ Cristiane di Base Italiane/Italian Grassroot Communities, Coordination of European Base Communities, Corpus, Ecumenical Association Third World Theologian (EATWOT), European Forum of LGBT Christian Groups, Federacion latinoamericana para la renovacion de los ministerios, International federation for a renewed Catholic Ministry, Institute for Theology and Politics, Kairós/Nós Também Somos Igreja – Brasil, Marienburgvereniging, Movimiento Fé y Politica, Brasil, Pax Romana, Réseau des Anciens Jecistes d’Afrique, Rede brasileira de grupos catolicos LGBT, Redes Cristianas, Servicio de Articulación de las Comunidades Eclesiales de Base de América Latina, Vision of Faithful People, Netherlands, We Are All Church, South Africa, The Wijngaards Institute for Catholic Research, Women’s Ordination, Worldwide (WOW) & World Forum Theology and Liberation.

FONTE: http://www.noisiamochiesa.org/?p=4559

novembre 26, 2015

LA DIFFERENZA TRA MANGIARE E STARE A TAVOLA

NON LA MODERNA IDOLATRIA DEL CORPO, MA L’UMANISSIMO AMORE DELLA TAVOLA, SIMBOLO DI ACCOGLIENZA E CONDIVISIONE

di Massimo Recalcati  La Repubblica 24 nov 2015, pag.45

Nuovo idolo. Il nostro tempo è il tempo, come scriveva Piero Camporesi, di una nuova “religione del corpo”. L’attenzione salutista estrema per il proprio corpo sembra, infatti, bilanciare il culto dell’abbondanza alimentare, sino al limite dello spreco, che caratterizza l’Occidente. Il Dio di questa nuova religione è l’immagine e l’efficienza prestazionale del corpo-magro, disciplinato nel suo appetito, obbligato a diete perpetue, ridotto alla compattezza minerale di una fascio di nervi e ossa. È questo uno degli idoli più spettrali che incombe sulla tavola dell’Occidente. Lo constatano gli antropologi da tempo: si mangia sempre più velocemente e sempre più soli. Il luogo simbolico della tavola e il suo rituale vengono disertati e offesi. Il nostro tempo è il tempo del tramonto del Convivio dove la parola si alternava all’atto del condividere il cibo. L’affermazione del corpo in forma, del corpo-fitness, sempre in gara, del corpo-anoressico, ma anche di quello, altrettanto diffuso, del corpo-bulimico preso nell’abbuffata compulsiva e vorace, nella divorazione illimitata, del consumo senza sapore, hanno reso il tempo collettivo della commensalità inutile e ingombrante. Meglio mangiare soli, meglio mangiare senza l’Altro.

Umanità e accoglienza. Contro questa cifra disperata del nostro tempo si muove, con la consueta forza e sapienza biblica, l’ultimo libro di Enzo Bianchi, Priore di Bose, che ci conduce ad esplorare uno dei gesti più alti e, insieme, più semplici dell’insegnamento di Gesù Cristo: quello di Spezzare il pane, che è anche il titolo del suo nuovo libro edito da Einaudi*. Diversamente dalla nuova “religione del corpo” che ha sostituito al Dio della parola, l’idolo del corpo-magro o quello del corpo-ingozzato, il priore di Bose ci mostra in tutte le sue pieghe l’amore umanissimo di Gesù verso la tavola. Spezzare il pane è, infatti, l’atto che istituisce la tavola come luogo dell’Altro. Nel gesto di offrire il pane a chi è a tavola con noi, l’atto del mangiare trascende immediatamente la semplice necessità di nutrirsi, il piano del puro bisogno animale, per acquisire il significato evangelico dell’accoglienza dello straniero, del povero, dell’abbandonato. La radice ultima di tutta la predicazione di Enzo Bianchi, dei suoi studi biblici e del suo lavoro di scrittura, è sempre la stessa: ritornare all’umanità di Cristo, al Verbo che si fa carne. In questo senso egli ci dice che Dio non è solo “luce” o “logos”, ma è anche “vino” e “pane”, perché il pane, essendo un dono di Dio, e il primo “volto del Signore”.

Il banchetto non è allora il luogo del vizio o del peccato perché il suo compito è quello di “cantare il sapore del mondo”. Il cristianesimo di Bianchi è immanentista, avverso a ogni forma astratta di spiritualismo, radicalmente anti-platonico, profondamente umanista sebbene mai antropocentrico. Egli detesta la riduzione della religione ad una ritualità vuota e inutilmente sacrificale. La sua passione cristiana è animata da un desiderio che sa caricare eroticamente sia il mondo che le relazioni tra gli esseri umani.

La terra è di tutti. È lo sguardo del monaco che sa cogliere tutta la potenza dell’enigma dell’incarnazione dove l’infinito non può essere colto dall’astrazione teologica, né dalla pura teoresi speculativa, ma solo attraverso il corpo dell’evento del mondo. Per questo il suo primo ammonimento è quello di non dimenticare la terra, di non ridurla a mera risorsa da sfruttare, di non annientarla. Perché è la terra, ci dice, il primo vero nome dell’Altro a cui l’umano è esposto. La violenza accade originariamente nel voler sostituire la necessità di abitare la terra — come “ospiti” e “pellegrini” — con l’impeto di chi pretende di ergersi a suo padrone incontrastato. Per questo la terra, come il pane, è di tutti. «Il termine adam — spiega Bianchi — non dovremmo renderlo con “uomo”, ma con “terrestre”. La terra non è solo polvere, roccia, sabbia — come si pensa — ma è un organismo vivente, che dobbiamo rispettare, amare, contemplare e, soprattutto, sentire solidale con noi». Si tratta — ricordando l’amore di Gesù per la tavola che scatenava l’ironia sferzante dei suoi nemici che lo consideravano un “mangione e un beone” — di «sviluppare il Vangelo della terra», di dare parola ad «un nuovo ethos della terra». Per questa ragione Gesù poteva dichiarare — come ricorda l’evangelista Marco citato da Bianchi — «puri tutti gli alimenti ». Se il miracolo di Dio è il miracolo del mondo, è il miracolo dell’evento del mondo, nulla è impuro. L’impuro, infatti, non è mai ciò che entra nel corpo dell’uomo, ma solo ciò che esce dal suo cuore. Anche in questo senso l’ascesi di Socrate che accompagna il suo ultimo gesto estremo (avvelenarsi bevendo la cicuta per invocare il rispetto della Legge della polis) ci appare così diversa dalla passione di Cristo.

Condivisione e ospitalità. Quest’ultimo, prima di incamminarsi verso la solitudine straziante del Gestemani e del calvario della croce, sceglie la via della condivisione con i suoi discepoli; sceglie la via dell’ultima cena, dello stare assieme a chi lo ha amato. Non sceglie la via del gesto solitario, ma decide di offrire a chi è con lui il vino e il pane del proprio corpo che la memoria dovrà riuscire a conservare nei tempi a venire. In questo senso lo sguardo cristiano di Bianchi non è mai semplicemente nostalgico, perché la lezione di Gesù è innanzitutto quella di sostenere una promessa che non si rivolge al passato ma investe l’orizzonte stesso della nostra vita. La promessa del Regno parte sempre da qui, da ove noi siamo, altrimenti non avrebbe alcun senso. Ricostruire l’ospitalità della tavola, ricostruire la tavola dell’Altro, è una prospettiva per un futuro capace di fare posto all’umanizzazione della vita. «Solo se c’è condivisione, ci possono essere banchetto e festa; solo se la tavola non è chiusa ma aperta a chi bussa, allo straniero, al pellegrino, al povero, è una tavola veramente umana». Per chi ha avuto la fortuna di frequentare almeno una volta il Monastero di Bose sa che la cura e l’attenzione per il dettaglio dei monaci che ci vivono non è vano estetismo, ma risponde ad una posta in gioco etica radicale: aprire le porte allo straniero è aprire le porte a Gesù, al Verbo che si è fatto carne.

*Il libro: Spezzare il pane, di Enzo Bianchi (Einaudi pagg. 110 euro 17)

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aprile 27, 2015

LASCIARSI AFFASCINARE DAL MISTERO

OGGI LA GENTE SEMBRA INSOFFERENTE ALLA PAROLA DI DIO, MA IN REALTÀ CERCA UNA PAROLA MISTICA, NON INGESSATA, SOPRA LE RELIGIONI

di don Giorgio De Capitani*

Dies domini”, come inizio di ogni settimana. Il primo brano della Messa riporta un episodio degli “Atti degli Apostoli”, che ha due protagonisti: l’apostolo Paolo e un ragazzo di nome Èutico. Un episodio diciamo anche curioso, oltre che tragico, con un finale però pasquale. È ambientato in un giorno particolare: il primo della settimana. Sarà poi chiamato dies domini (da qui “domenica”), giorno del Signore, espressione che troviamo per la prima volta nel libro dell’Apocalisse (1,10). Cristo è risorto all’alba del giorno successivo al sabato, e per i cristiani diventerà il giorno che darà inizio alla settimana. Le cose poi cambieranno. Noi diciamo che il primo giorno è il lunedì, e che la domenica chiude la settimana. Ma non la pensavano così i primi cristiani. Far partire la settimana dal lunedì non è un particolare di secondaria importanza. Vuol dire tutto partire dalla domenica, origine di una nuova epoca, di un tempo nuovo. Noi aspettiamo con ansia la domenica per riposare e per evadere dal solito ritmo feriale. Non dico che sia sbagliato riposarci, o vivere finalmente un giorno di libertà, dopo giorni di condizionamenti vari. Però mi chiedo che cosa in realtà rappresenti per noi la domenica: come la fine di una settimana oppure come l’inizio?

Fractio panis”, condivisione al di là di ogni frammentazione. Nel brano c’è un’altra espressione interessante: «ci eravamo riuniti a spezzare il pane». Ormai tutti dovremmo sapere che per i primi cristiani ciò che oggi diciamo Eucaristia o Messa era chiamato fractio panis: lo spezzare il pane. Secondo me, è un’espressione che andrebbe ripresa almeno nel suo significato originario. Anche Eucaristia è un termine che ha un suo senso: significa infatti ringraziamento o lode. Invece la parola messa presa in sé non vuole dire niente: infatti, fa parte di una espressione di congedo dell’assemblea. Ite, missa est: andate pure, l’assemblea è sciolta; oppure, secondo altri studiosi, significherebbe: andate pure, l’eucaristia (soggetto sottinteso) è stata inviata (missa est) agli ammalati, ai carcerati ecc. Lo “spezzare il pane” fa pensare a tante cose: al dono, alla compartecipazione sotto ogni punto di vista, anche sociale, anche materiale, anche politico oltre che spirituale. La “fractio panis”, purtroppo, si è ridotta ad un solo aspetto, quello della comunione, quando cioè andiamo a ricevere l’ostia consacrata. E qui pensate alle polemiche attualissime: comunione sì comunione no ai conviventi, ai divorziati risposati, ecc. E ci siamo dimenticati del valore del Mistero d’amore di Cristo, nel suo insieme. Come si può dire: partecipare alla Messa sì, comunione no. Forse qualcosa non funziona.

Tutti siamo parte del Mistero d’amore di Dio. Tutti indistintamente. Cristo sulla croce era tra due ladroni. E a uno di loro ha promesso il paradiso, senza però negarlo all’altro. Commenta don Primo Mazzolari: «“Ricordati di me”, ti dice il buon ladrone: e Tu gli dai il paradiso: il tuo, grazie a una goccia di umana pietà. All’altro, che bestemmia ancora perché non sa, gli doni il tuo capo reclinato, perché incontrando il tuo volto trasfigurato dalla morte, gli salga un pensiero d’amore». Queste belle parole di don Mazzolari mi aiutano a riflettere. La “fractio panis” trova il suo compimento sulla Croce, dove si annulla ogni frammento perché ogni frammento di Umanità viene raccolto nel cuore di Cristo. Cristo sulla Croce allarga le braccia per contenere ogni nostra divisione. Stiamo attenti: la “fractio panis” non è una divisione, ma è la molteplicità che si fa unità nell’infinito mistero di Dio. La Chiesa, al contrario, giudica e divide. Cristo raccoglie le nostre divisioni, e le unisce nell’oceano divino.

La parola di Dio e l’omelia. C’è infine un altro aspetto interessante nell’episodio del primo brano. San Paolo si dilunga a parlare, e non si accorge che qualcuno si è addormentato. “Prolungò il discorso fino a mezzanotte”. Capisco lo zelo dell’Apostolo. C’era bisogno di comunicare la parola di Dio a gente che, per diversi motivi, o perché ex ebrei o perché ex pagani, sentiva una grande sete di un messaggio nuovo. E La Novità evangelica era tale da contagiare chi la comunicava e chi l’ascoltava. Certo, leggendo ora gli scritti di San Paolo ci chiediamo come quelli del suo tempo lo potessero comprendere. Probabilmente noi moderni siamo diventati così superficiali, anche stressati dalla fretta, da non sopportare il fascino di un Mistero che richiede ben altro che due o tre parole di convenienza, magari improvvisate al momento. Come mai oggi la gente sembra insofferente alla Parola di Dio? Ma è proprio così, oppure a noi preti fa comodo pensarla così, senza neppure tentare di allargare gli interessi dei credenti, oltre ai soliti discorsi moralistici o dogmatici?

La gente ha sete di una parola “mistica”. Dalla mia esperienza posso dire che c’è ancora tanta gente che sente il bisogno di una Parola diversa, che vuole sentir parlare di Dio fuori dagli schemi prefabbricati di una Chiesa ingessata. Se oggi c’è un fuggi fuggi dalle chiese è perché si è stanchi di una religione diventata vecchia e logora, senza più alcun mordente, incapace di annunciare la Novità rivoluzionaria del Vangelo più autentico. E (lo ripeto fino alla noia), il Vangelo non è la storia di un Cristo puramente storico: il Cristo dei Vangeli è già il Cristo mistico o il Cristo della fede. Ecco perché non basta raccontare qualche fatterello, o qualche parabola o qualche miracolo per dissetare la sete dell’essere umano. Le nostre comunità cristiane vanno alimentate con il Mistero di un Dio che, se si è incarnato, non lo ha fatto semplicemente per dirci di persona qualcosa di bello o per fare qualche gesto straordinario. L’incarnazione del Figlio di Dio ha oltrepassato le coordinate geografiche e temporali: la risurrezione ha dato all’incarnazione la sua vera dimensione divina. In breve: Dio, nel Figlio incarnato, si è reso ancor più presente nella Storia umana, coinvolgendo il nostro essere interiore. Ecco che cosa significa Mistica. Vedete. Quando la mente umana si allarga oltre i confini dei sensi, quando la fede si accosta al Mistero divino, quando il Cristianesimo non si ferma agli aspetti biografici di Cristo, quando finalmente partiamo dalla Risurrezione per comprendere ciò che hanno scritto gli evangelisti, allora ci sembrano più comprensibili anche certi discorsi che ha fatto Gesù. Soprattutto Giovanni, l’evangelista teologo, l’evangelista mistico, lo gusteremo di più.

Il Dio della religione e la Divinità dei mistici. Pensate alle poche righe del Vangelo di oggi. Si parla di pecore, di vita eterna, di una grande mano: quella di Cristo unitamente a quella del Padre. Gesù dice: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Essere nella mano di Cristo e del Padre è un’espressione molto chiara a indicare che anche noi siamo una cosa sola con Dio, tanto che nessuno potrà strapparci da questa mano. Ed è proprio questo essere una cosa sola con Dio che fa di ciascuno di noi, di ogni elemento del creato, la sua ragion d’essere. Noi siamo divini per la nostra stessa natura. Ma questa divinità interiore, che è il nostro essere, entra in contrasto con i vari volti della religione. I mistici alla parola “Dio” preferiscono la parola Divinità. Ogni religione si è fatto un proprio volto di Dio, e ha tradito la Divinità che è in noi. Dire Dio è dire qualcosa di ben specificato, di determinato, di schematico, ed è il Dio di ogni religione. Dire Divinità è dire nulla di esplicito di Dio, per il fatto che Dio è l’indicibile, il Misterioso, l’insondabile, ma nello stesso tempo dire Divinità apre orizzonti sconfinati. La Divinità è il Mistero affascinante, è il Proibito che si fa cercare, desiderare, amare. Il Dio della religione è il Dio dei sensi, dei documenti scritti, delle parole dotte, degli slogan ad effetto, delle apparizioni, mentre la Divinità dei mistici è reale, che senti senza sentirla, che ami senza provare sentimenti, che hai dentro di te senza che te ne accorga. Il Dio della Chiesa è il Dio dogmatico, rigido, senza futuro, mentre la Divinità della fede mistica è il nostro essere che respira, al di là di ogni credenza religiosa.

*Omelia del 26 aprile 2015: Quarta di Pasqua (At 20,7-12; 1Tm 4,12-16; Gv 10,27-30). Fonte: http://www.dongiorgio.it/26/04/2015/14030/

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