Brianzecum

luglio 12, 2017

L’EUROPA? L’HA UNITA PIÙ LUTERO DI MERKEL

LA SCELTA DI LUTERO PER L’INCERTEZZA PUÒ RIVELARSI OGGI UN PUNTO DI CONTATTO ANZICHÉ DI DIVISIONE

Intervista allo storico Schilling di Alberto Melloni, La Repubblica 17 giugno 2017, pag. 53

Il Lutero della storia. Nell’ultimo centenario della morte di Martin Lutero (1546), una settantina di anni fa, né Horst Kasner, pastore luterano della DDR, né Rosa Vassallo, pia piemontese cattolica emigrata in Argentina, avrebbero mai immaginato che per il giubileo delle tesi – affisse sul portale della cattedrale di Wittenberg il 31 ottobre 1517 – con cui iniziò la Riforma protestante, la figlia del pastore – la cancelliera della Germania unita Angela Merkel – e il nipote di nonna Rosa – papa Francesco – si sarebbero incontrati come accade oggi per parlare di politica e di pace in un mondo che sembra avere reso la fede di Lutero non più un punto di divisione, ma un punto di contatto. Opera dello Spirito che ha svelenito la violenza confessionale? Prova della banalità di una società percorsa da un devastante analfabetismo religioso? Per capirlo bisogna ritornare al Lutero della storia. Una delle cose che farà la European Academy of Religion: una piattaforma di ricerca fra Europa, Mediterraneo Medio Oriente e Russia che si riunisce a Bologna da domani al 22 giugno per la “conferenza zero”. Ci saranno 500 istituzioni aderenti, 1000 studiosi di 46 Paesi, 140 panel, 600 papers, 15 lezioni: e fra queste l’intervento di Heinz Schilling, il grande storico tedesco, autore di una monumentale biografia di Lutero (uscita in Italia da Claudiana, a cura di Roberto Tresoldi), in cui ha riversato decenni di studi. «Lo storico deve prendere decisamente posizione e resistere alle tentazioni e alle pretese della politica e soprattutto delle Chiese, che dichiarano: “Non vogliamo avere nulla a che fare con la storia” – dice Schilling –. Il dovere dello storico è mostrare cosa Lutero e tutti gli altri protagonisti del tempo fecero in un mondo estraneo, che non è il nostro. E chiedersi quali sono quegli elementi che hanno influenzato la vita degli europei nel corso degli ultimi 500 anni, non solo dalla prospettiva della Riforma protestante, ma anche da quella delle altre Chiese, soprattutto della cattolica».

Il “suo” Lutero viene liberato dalla caricatura del monaco modernizzatore lanciato contro un papato medievale. «La campagna per le indulgenze, a mio parere, fu uno strumento moderno nelle mani del papato per raccogliere denaro per un fine importantissimo come la costruzione della più grande Chiesa della cristianità. Il Papa fu il primo tra gli uomini di Stato e i principi dell’età moderna a sviluppare qualcosa come uno Stato sovrano. Addirittura la politica militare della Chiesa – si pensi a quella di papa Giulio II – era la migliore del tempo. Insomma, il papato non era – come hanno affermato i protestanti guardando Roma con gli occhi di Lutero – ai margini del processo di modernizzazione. Era all’avanguardia come la Spagna. Tutto questo, però, per Lutero non contava».

Cosa contava per Lutero? «Il suo interesse era profondamente religioso: per lui Roma tradiva la fede proprio perché si stava incamminando verso la modernità. Lutero non era interessato agli sviluppi della sua epoca. Era alla ricerca di un Dio misericordioso. La sua domanda non poteva essere nel cuore del papato e della curia di allora, che lo affrontarono con la bolla di scomunica. Lutero si trovò davanti a un dilemma. Si domandò: “Torno alla sicurezza della vita monastica, sapendo di raggiungere la salvezza eterna, oppure affronto il Papa e mostro ai miei contemporanei che la strada della Chiesa romana porta alla rovina, rischiando così la mia vita?”. Alla fine decise di affrontare Roma e il Papa in persona, insultandolo e chiamandolo Anticristo».

Perché quella scelta oggi può ancora risultare interessante? «Quello che stupisce le persone, almeno in Germania, è scoprire che le cose che oggi ci preoccupano sono già accadute 500 anni fa, quando gli uomini facevano esperienza di un’insicurezza religiosa e intellettuale, quando si svilupparono dei conflitti tra potenze mondiali di allora come gli Ottomani e gli Asburgo. E quando si scatenarono guerre in territori dove si combatte anche oggi come la Siria e l’Iraq, dove furono prese delle decisioni che cambiarono il corso della storia del califfato, che passò dalla predominanza araba a quella ottomana. Grazie a Lutero e alla Riforma, ma anche a causa dell’incertezza di oggi, è diventato chiaro come sia importante studiare e prendere in considerazione un ampio periodo storico per comprendere gli sviluppi del presente. In Germania si era finito per non insegnare più la storia precedente al XX secolo: è un errore pericoloso».

Cosa dovrebbero fare le Chiese? «Dobbiamo stare attenti a non perdere interesse per le differenze storiche e teologiche. Non ci si può limitare a dire: “In fondo siamo tutti cristiani e prima o poi torneremo uniti”. Questo punto di vista è pericoloso perché rischia di far perdere la sostanza delle singole culture confessionali che alla fine non riconoscono più il nocciolo della loro fede. Certo, non ci si può non rallegrare – e questo vale naturalmente anche per papa Francesco – che si ascolti e accetti l’altro in amicizia».

A cosa dovrebbe portare allora questo giubileo della Riforma protestante? «Dovrebbe spingere a rafforzare l’amicizia e l’accettazione reciproca da un lato. E dall’altro provocare anche l’elaborazione in prospettiva storica di quello che è stato il nostro sviluppo teologico. Dobbiamo essere finalmente consapevoli di quanto si sia diversificata la cultura religiosa europea, nella consapevolezza che siamo tutti parte di una famiglia che segue riti differenti senza combattersi l’un l’altro». Già senza combattersi.

giugno 29, 2017

IL MAGNIFICAT DI LUTERO

AVEVA EVIDENZIATO CHE IL VANTO DI MARIA NON ERA SULLE PROPRIE QUALITÀ MA SULLO SGUARDO DIVINO PIENO DI GRAZIA

di Piero Stefani http://pierostefani.myblog.it/2017/06/24/620-il-magnificat-di-lutero-25-06-2017/

Nel particolare si riflette il tutto. Sentenza antica e sempre vera. È così anche per chi scrive, nelle sue frasi, o meglio in alcune di esse, si concentra in poche parole la sua visione che altrove si dispiega per molte decine o forse centinaia di pagine. Ciò avviene per il Commento al Magnificat scritto nel periodo in cui il pensiero del Riformatore spicca i primi, irreversibili voli. Il testo risale infatti all’inizio della fase cruciale per l’avvio della Chiesa luterana, 1520-1521.

«Siccome Egli suole considerare nei luoghi profondi quanto vi è di meschino, ho tradotto la parola humilitatem con “bassezza” o “cosa meschina”, perché questo è il pensiero di Maria: Dio ha riguardato me ancella povera, disprezzata, meschina, mentre avrebbe ben trovato regine ricche nobili, potenti, figliuole di principi. (…) Ella non si vanta né della sua verginità, né della sua umiltà, ma soltanto dello sguardo divino pieno di grazia. Perciò l’accento non viene posto sulla parole humilitatem, ma sulla parola respexit. Infatti non va lodata la sua bassezza, ma lo sguardo di Dio. (…) Maria confessa che la prima opera di Dio in lei è lo sguardo divino che si è posato su di lei, ed è anche l’opera maggiore dalla quale tutte le altre dipendono e dalla quale tutte scaturiscono. (…) Là è tutta la forza di Dio e tutto il suo braccio, perché dove la forza se ne va subentra la forza di Dio se vi è fede che attende. Quando poi l’afflizione è finita appare manifesto quale forza fosse nascosta sotto l’infermità. Ecco così senza forza era Cristo in croce e appunto allora compì l’azione massima vincendo il peccato, la morte, il mondo, l’inferno, il diavolo, ogni male».

Qui c’è il cuore della Riforma luterana che ha contribuito in maniera irreversibile al modo di vivere la fede e l’evangelo, ponendo al centro il primato della misericordia divina come uno sguardo che si volge in basso verso le creature e come uno svuotamento che vince là dove tutto umanamente appare chiuso nel cerchio della sconfitta.

giugno 10, 2017

SANTUARI E RELIGIOSITÀ POPOLARE

IN OCCASIONE DEL CINQUECENTENARIO DI LUTERO È AUSPICABILE RIFLETTERE SUGLI SFORZI COMUNI DI SRADICARE IL SOTTOFONDO PAGANO-RURALE

di Piero Stefani*

Un esempio tra i tanti. Edmondo Lupieri descrive in un suo libro (Giovanni e Gesù. Storia di un antagonismo, Carocci, Roma 2013) una serie di operazioni legate a una religiosità popolare ricca di componenti sincretiche. Nello specifico essa si è sviluppata presso la tribù indio dei Chamula, popolazione che ha il proprio centro a San Juan nel Chiapas messicano. In un capitolo intitolato «Il dio dell’acqua e il dio del mais» Lupieri mette in luce la superiorità riservata da quelle parti al Battista, identificato con il dio dell’acqua (battesimo), su Gesù identificato con il dio del mais: senza la pioggia tutto muore. Nel testo inoltre si fa opportunamente notare che quella che siamo soliti chiamare «religiosità popolare» e interpretiamo come una riverniciatura cristiana di un sottofondo pagano precolombiano è stata per secoli, con le varianti del caso, la normale espressione della fede all’interno della Chiesa cattolica. Comune era, per esempio, la convinzione (ben attestata anche in Centro America) della vendicatività di un personaggio santo o divino e della conseguente necessità di ingraziarselo.

Caccia alle streghe come antidolatria. L’anno in cui si celebra il cinquecentenario di Lutero potrebbe essere un’occasione propizia per riflettere sull’apporto concorde di Riforma e Controriforma nell’operazione di sradicare dal cristianesimo, spesso con metodi brutali e inaccettabili, il sottofondo pagano-rurale. La caccia alle streghe fu l’esempio più noto, drammatico e accomunante di questo modo di agire. Il ragionamento sottostante a quel tipo di aberrazioni non fu in sé stesso aberrante. Lo si potrebbe trascrivere in questi termini: se si accetta che il cristianesimo si incarni in culture precedenti occorre non mettere troppi paletti, quindi, se si vogliono porre delle limitazioni, bisogna lottare contro una serie di mentalità radicate tra la gente comune. L’esempio di questa linea di condotta deriva dalla Bibbia stessa, basta leggerla per comprendere come in essa la lotta contro la cultura politeistico-sessuata cananea incuneatasi all’interno del popolo ebraico fu componente costitutiva per non dire esasperata. Dal canto loro decisamente antidolatriche sono pure le pagine neotestamentarie dedicate a descrivere la diffusione del kerygma evangelico in ambito greco-romano; a tal proposito basti pensare all’orrore che invase gli animi di Paolo e Barnaba quando si accorsero che la loro azione era stata inculturata in termini politeistici (cfr. Atti 14,8-18). In conclusione, una coerente legittimazione della religiosità popolare porta con sé la critica di molte linee guida bibliche e viceversa. I rischi del biblicismo fondamentalista sono sotto gli occhi di tutti, ma di per sé ciò non equivale ad affermare che l’altra sponda sia priva di pericoli.

Documento programmatico. Anno dopo anno l’Evangelii gaudium conferma quanto si era compreso subito: quell’esortazione apostolica è il vero documento programmatico dell’intero pontificato di papa Francesco. In essa vi sono alcuni paragrafi (122-126) intitolati «La forza evangelizzatrice della pietà popolare». A quanto si dice, all’argomento sarà dedicata anche una prossima enciclica. A questo stesso sfondo si rifà una delle non molte modifiche concrete attuate da papa Francesco nell’organizzazione della curia. Si tratta di una decisione passata in larga misura inosservata. Ci riferiamo alla lettera apostolica Sanctuarium in Ecclesia promulgata l’11 febbraio di quest’anno. Essa investe il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione del compito di trattare le questioni relativa ai santuari (competenza fino ad allora affidata alla giurisdizione della Congregazione del clero). La motivazione di fondo del cambiamento è la seguente: i santuari «sono luoghi di evangelizzazione, dove dal primo annuncio fino alla celebrazione dei sacri misteri si rende manifesta la potente azione con cui opera la misericordia di Dio nella vita delle persone». D’ora in avanti spetterà al Pontificio consiglio studiare e attuare provvedimenti che favoriscano «il ruolo evangelizzatore dei santuari e la coltivazione in essi della religiosità popolare».

Ambiguità. Il documento non prospetta nessun distinguo quasi che ogni santuario equivalesse a un altro, non compie alcun cenno alle ambiguità spirituali e religiose presenti in più luoghi, ancor meno allude alle attività economico-commerciali che inquinano la vita di tanti santuari e dei loro dintorni. Al giorno d’oggi la sommossa degli argentieri di Efeso, preoccupati che la predicazione paolina compromettesse il loro commercio dei tempietti di Artemide (cfr. At 19.23-40), non avrebbe più, da molte parti, ragion d’essere: l’oggettistica religiosa prospera quasi ovunque. Il testo non rivela alcun sospetto della caduta postsecolare della contrapposizione tra secolare e religioso che contraddistingue il turismo legato a tanti santuari (basti pensare all’odierna popolarità del «camino de Santiago»).

Critica al tramonto? Di fronte a queste misure sembra che si sia obbligati a concludere che la nuova evangelizzazione si riveste di panni a un tempo antichi e postsecolari. L’atteggiamento critico proprio della moderna cultura occidentale ha imboccato da tempo il viale del tramonto. La notte che le sta davanti ha tutta l’aria di essere lunga.

*Il pensiero della settimana, n. 618; fonte: http://pierostefani.myblog.it/2017/06/10/618-santuari-e-religiosita-popolare-10-06-2017/

giugno 27, 2016

I FRUTTI BUONI DEL CONCILIO

NONOSTANTE LE DIFFICOLTÀ SI È IMPOSTA LA NATURA SINODALE DELLA CHIESA E LA VALIDITÀ DI QUANTO IL CARD. MARTINI AUSPICAVA PER IL CATTOLICESIMO

di Alberto Melloni, La Repubblica 26 giugno 2016, pag.24

Il “Concilio grande e santo”  delle chiese dell’ortodossia si è chiuso ieri a Kolymbari. In otto giorni di lavori ha vissuto tutte le esperienze tipiche della storia dei concili: i dubbi e le accelerazioni, le sorprese e i compromessi, i conflitti, ma anche le crisi e l’impasse che fra giovedì e venerdì l’hanno portato ad un passo dal fallimento. Non è stata infatti l’assenza o la posizione delle quattro chiese che hanno dato forfait all’ultimo (fra esse Mosca) a mettere a rischio il concilio. Ma l’impuntatura di una frangia zelante della chiesa greca che chiedeva di non chiamare “chiesa” le altre chiese, inclusa la chiesa cattolica. Per qualche lunga ora è sembrato che il concilio fosse condannato o a soccombere a questa pretesa o a certificare il proprio fallimento. In un caso e nell’altro il concilio avrebbe fatto un enorme regalo alla chiesa Russa, che ha sempre riconosciuto l’ecclesialità del cattolicesimo e si sarebbe trovata in vantaggio nel dialogo con Roma.

Enciclica.  In aula è intervenuto lo stesso metropolita John Zizioulas, per ricordare che dal XI al XX secolo, pur nel più aspro dissenso, l’ortodossia non aveva mai negato a Roma il titolo di chiesa. E nella notte fra venerdì e sabato è arrivata la soluzione fissata nell’enciclica conciliare, che riassume tutti i documenti. Essa riconosce le «denominazioni storiche» delle «chiese e confessioni cristiane», definite nelle versioni ufficiali in inglese, francese e russo “non-ortodosse” (e in greco “eterodosse”) e impegna l’intera ortodossia al dialogo. Cosa che non era scontata. Una versione breve della enciclica sarà letta in forma abbreviata durante la liturgia di chiusura, che è il luogo di promulgazione delle decisioni conciliari. Poi il testo sarà affidato alle chiese presenti e assenti per la sua ricezione. Il concilio dunque si chiude con un bilancio a tre colonne: il bilancio dei testi, il bilancio dell’aula e il bilancio dell’evento.

Natura sinodale della chiesa.  I testi, pur corretti e dibattuti, sono rimasti quello che erano alla fine della Sinassi: testi di compromesso, talora deludenti, anche se impastati di teologia patristica. Pochi paragrafi — come quello della enciclica finale che indica nei rifugiati un segno escatologico richiamando il giudizio finale descritto dal vangelo di Matteo o quello sulla natura sinodale della chiesa — hanno un timbro teologico capace di parlare a tutti. Però non ci sono state forzature di segno conservatore come quelle che si potevano temere all’inizio. Non è molto. L’esperienza d’aula ha dato un bilancio più positivo. Anche i metropoliti ortodossi, come tutti i vescovi, avevano bisogno di tempo per imparare ad ascoltarsi, a battibeccare, ad ironizzare, a comprendersi. Otto giorni, iniziati da oltre due ore di liturgia, hanno dimostrato che questo processo di reciproca conoscenza, di fraternità reale è possibile, fruttuoso, anche se in poco tempo non può far molto: è stato però sufficiente a disarticolare i luoghi comuni. Non è poco.

Successo.  Il concilio come tale, infine, è stato un successo. Un successo di John Zizioulas, l’anziano teologo che lo iniziò a chiedere grosso modo quando il card. Martini ne chiedeva uno per la chiesa cattolica, e che a differenza dell’arcivescovo di Milano ha trovato ascolto. Un successo di Emmanuel Adamakis, che ha gestito il negoziato sul testo dell’enciclica. E soprattutto un successo del patriarca ecumenico Bartholomeos che ha dimostrato che la funzione primaziale di Costantinopoli può esercitarsi nel dar voce a tutti, nel consesso di tutte le chiese cristiane — il patriarca le ha evocate e chiamate così con vistosa insistenza nel discorso finale. Il concilio che si chiude apre dunque nuove sfide: la prima delle quali riguarda le assenze. La mancanza di alcune chiese non ha impedito o viziato il concilio: ma l’assenza ora non deve incancrenire. La spiritualità, la teologia, la preghiera della chiesa russa sono essenziali a tutto il cristianesimo: e come non può esserci una ortodossia a dispetto della Russia, così non può esserci una Russia estranea e indifferente al destino della ortodossia. Lo stesso vale per la Bulgaria, la Georgia e Antiochia. La via del concilio, ancora una volta, dimostra di essere quella che può dare comunione dove sembra impossibile.

giugno 17, 2016

IL CONCILIO PANORTODOSSO E IL SALE DELLA CHIESA

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IMPORTANZA FONDAMENTALE POLITICA ED ECUMENICA: SE LA SINODALITÀ DOVESSE FALLIRE LA CHIESA NON SAREBBE PIÙ SALE DEL MONDO

di Alberto Melloni  la Repubblica 16-6-2016 pag 35

Vigilia di attesa.  Siamo alla vigilia della domenica in cui i cristiani ortodossi festeggiano la Pentecoste. Festa che anche in Occidente dovrebbe essere preceduta da una “messa di mezzanotte”, come quella di Natale e di Pasqua, ma che pochissime comunità celebrano, convinte dalla propria tiepidezza che vegliare in attesa dello Spirito sia semplicemente improponibile. Questa Pentecoste è la data d’inizio del concilio panortodosso. Il primo dopo 12 secoli, preparato dal 1961, quando un papa, san Giovanni del Concilio, sognava che il suo Vaticano II sarebbe stata una nuova Pentecoste, come fu. A più riprese, e ancora in gennaio a Chambesy, la “Sinassi dei Patriarchi” — l’organo che aduna i capi delle quattordici chiese della ortodossia — aveva confermato la data e trasferito la sede del concilio da Costantinopoli a Creta, per evitare che la crisi fra Putin ed Erdogan impedisse la venuta dei russi. Sempre la Sinassi aveva deciso di sottoporre al concilio cinque documenti, ora disponibili sul sito del concilio: quattro firmati da tutti i patriarchi; l’ultimo, sul matrimonio, con un voto contro.

Crisi drammatica.  Eppure nonostante quella firma solenne, s’è aperta una crisi drammatica fra le chiese ortodosse su se/come/cosa sottoporre al concilio di Creta. Tre chiese su quattordici (Bulgaria, Antiochia, Georgia) hanno chiesto negli ultimi giorni di rinviare il concilio e ridiscutere i documenti preparatori. Una questione tipica di tutte le vigilie conciliari, in tutte le chiese: chi ha temuto che un concilio breve (16-26 giugno) si sarebbe limitato ad approvare senza modifiche quei cinque testi ha chiesto tempo, per garantirsi che nelle pieghe dei documenti emergessero i segni di un antagonismo “antioccidentale” che alcuni ambienti giudicano irrinunciabile. La Serbia ha ridiscusso la cosa, ma s’è schierata per il concilio. Invece lunedì scorso, il sinodo della chiesa russa ha deciso che, in assenza di tre chiese, nemmeno la Russia sarebbe andata a Creta. Non una adesione tout court al “rinvio”, ma una posizione più sfumata: non esclude del tutto ripensamenti dell’ultimo minuto (nel 1962 Mosca mandò i propri osservatori al Vaticano II sul filo di lana) e mediazioni tipiche della fisiologia istituzionale dei concili, ma apre una crisi. Il rischio del fallimento del concilio, dunque, è reale.

Politica e teologia.  Ma non ha origini politiche e conseguenze teologiche: se mai viceversa. Il concilio — il padre di tutti i parlamenti — ha infatti una sua fisionomia politica. Ma ciò che decide di ogni concilio (e spesso dei parlamenti) è il modo in cui viene vissuto: un concilio che sappia pensarsi come evento di grazia, nel quale lo Spirito riunisce ciò che è diviso, suscita proprio per questo controspinte divisive, a cui si risponde teologicamente. Con la crisi di Creta la globalizzazione c’entra poco, la modernità niente: la questione è lo svelarsi di un deficit di fede, di cui la mondana svogliatezza di tutte le chiese — chiesa cattolica inclusa — nel pregare per il concilio è stata la riprova. Questo deficit potrebbe portare ad un fallimento: e questo avrebbe conseguenze politiche. Le più gravi riguardano la Russia. Andrebbe perduto l’investimento fatto dal patriarca Kyril e da Putin sui rapporti con Roma, giacché il papa non può scegliersi i propri interlocutori: e Matteo Renzi, che sarà al Cremlino fra poche ore e che era sindaco quando la Russia prestò un’icona di Andrei Rublev all’Italia per celebrare l’edizione del concilio ecumenico Niceno II, potrebbe spendersi perché Putin consigli gli assenti ad imbarcarsi in ritardo per Creta. Per la Russia è in gioco anche altro. L’antica speranza dell’Ucraina di vedersi riconosciuta la “autocefalia” — cioè la costituzione in una chiesa autonoma nazionale rispetto al territorio canonico di Mosca — sarebbe oggettivamente incoraggiata dal frantumarsi della unità conciliare ottenuta nella Sinassi e getterebbe benzina sul fuoco della guerra che si combatte oltre lo Dnepr, che è anche una guerra di religione fra cristiani.

Unità.  Le altre chiese che al momento sono attestate sul fronte del rinvio-boicottaggio della convocazione conciliare, che pure avevano sottoscritto, non rischiano poco: assecondare o farsi assecondare da Mosca le grava di responsabilità che eccedono di molto il peso dei paesi con cui si identificano, anche in sede europea. Certo, l’Europa politica non s’è nemmeno accorta che per la prima volta un concilio veniva convocato sul suo territorio: ma una “Lady Pesc” come Federica Mogherini e il suo capo di gabinetto Stefano Manservisi, che è stato ambasciatore in Turchia, dovrebbero sapere quanto pesano l’ortodossia e i patriarcati nel quadrante balcanico, anatolico, medio-orientale e interno. Il fiasco del concilio rafforzerebbe infatti le pulsioni nazional-autoritarie dei paesi “cattolici” dell’ex impero asburgico, aiuterebbe certamente Erdogan, e forse perfino lo Stato Islamico, che non è certo intimidito dalle intermittenti lamentele sulla persecuzione dei cristiani, ma solo dal rischio che la comunione fra cristiani dia un buon esempio all’islam sul modo di superare le guerre di religione fra musulmani da cui Is trae forza.

Sinodalità.  Il fallimento del concilio, tuttavia, avrebbe risvolti seri anche a Roma. Papa Francesco ha posto la sinodalità e l’unità come centro della riforma della chiesa e del papato, nella logica tutta bergogliana della rivoluzione “a norme invariate” e a tempi indefiniti. Se il concilio panortodosso fallisse, sarebbe una vittoria per i molti nemici e per i finti sostenitori della sinodalità che è al cuore della ecclesiologia riformatrice e dell’ecumenismo di Francesco. Così il filo della matassa torna nelle mani di Bartholomeos, il patriarca ecumenico, arrivato a Creta ieri sera con il senso grave e la serenità di chi sa di essere — è non è la prima volta — davanti ad un momento supremo, a un “kairòs”. Bartholomeos, ha già fatto sapere che il concilio “inizierà” oggi con la celebrazione della Pentecoste nella cattedrale di Heraklion, ha dalla sua un principio canonico intangibile che richiama il famoso “quod omnes tangit ab omnibus approbari debet” della chiesa latina. Quel che è deciso dalla Sinassi infatti non può essere cambiato senza una decisione della Sinassi, convocata per la mattina di domani a Kolymbari. Paradossalmente, dunque, la richiesta di rinvio rende ancor più necessario il concilio.

L’inchiostro della paura.  Il concilio infatti potrebbe decidere conciliarmente, come procedere: se attendere gli assenti, con un gesto tipico di tutta la tradizione conciliare; se sospendere i lavori per qualche settimana o mese; se riconoscere, come fecero i vescovi cattolici al Vaticano II, che il materiale preparato a Chambesy va riformulato, perché quello scritto con l’inchiostro della paura appare ad alcuni troppo scuro e ad altri troppo chiaro. Ma il concilio potrebbe anche prendere atto del fallimento del suo carattere panortodosso. E riconsegnare ciascuno dei patriarcati ad una solitudine mondana, che li renderà meno liberi, meno in comunione e dunque, per definizione, meno cristiani. La decisione sul concilio insomma riguarderà tutti i cristiani e tutto il mondo. Nel mondo dove di globale c’è solo la divisione, le chiese possono assecondare lo spirito scismatico. Oppure lasciare che l’elica venga fatta soffiare in senso opposto dal Soffio che i discepoli sentono solo nel cuore del Silenzio più impalpabile. Quello che parlò a Elia sull’Oreb, quello che decide se le chiese nel mondo sono sale o sale insapore.

maggio 23, 2016

TRINITÀ UN MISTERO CHE CI ARRICCHISCE

DAL SUPERAMENTO DEL RIGIDO MONOTEISMO EBRAICO ALLA COMPRENSIONE DELLA NOSTRA CONTINUA GENERAZIONE DIVINA

di don Giorgio De Capitani*

Padre padrone. Se c’è un Mistero in netto contrasto con la concezione ebraica della unicità assoluta di Jahvè, questo è il Mistero trinitario cristiano. Per conservare e difendere il rigido monoteismo ebraico si arrivò al punto di dichiarare lo sterminio totale (in ebraico, “cherem”) di popolazioni pagane, compresi bambini e donne; di proibire i matrimoni misti tra ebrei e donne straniere; di vietare luoghi di culto al di fuori dell’unico Tempio di Gerusalemme; di costruirsi immagini di Jahvè. Da notare, infine, che l’attesa del messia che ha attraversato la millenaria storia ebraica non ha mai riguardato la sua natura divina, ma l’apparizione di un personaggio straordinario che avrebbe liberato politicamente il popolo ebraico dalla schiavitù straniera. Il monoteismo ebraico riguardava, dunque, la sudditanza di un popolo ad un unico Dio, padre padrone assoluto, a cui sembrava fosse più facile rendere il popolo eletto un docile strumento dei suoi voleri, soprattutto in funzione di un messaggio da estendere su tutta la terra. Questo era il compito o la funzione del popolo ebraico: essere uno strumento, e solo uno strumento di Jahvè o, meglio, della religione ebraica che sfruttava l’immagine di un certo dio (idolo), a proprio uso e consumo. Il fatto che fosse un unico Dio rendeva ancora più facile lo scopo della religione, che non aveva a che fare con più divinità. Un Dio che si avvaleva del suo potere di essere l’unico creatore dell’universo. Dunque, tra Jahvè e il suo popolo, tra Jahvè e il mondo c’era lo stesso rapporto che c’è tra un vasaio e il suo prodotto: un legame che rimaneva sempre esteriore, di superiorità, pur mantenendo talora una specie di legame affettivo. Sì, Dio amava il suo popolo, che rimaneva però un oggetto, e non un soggetto della predilezione divina.

Un Dio monolitico, dunque, tutto d’un pezzo, per garantire una religione monolitica, ma che in realtà fece sempre fatica a sfuggire alla tentazione di subire il fascino delle popolazioni straniere, lasciandosi così contaminare nella purezza del Dio dell’Alleanza. Ma ecco la domanda per me cruciale: a che cosa è servita tutta quella millenaria pazienza di Jahvè, se, giunto il Messia, il popolo non lo ha accolto, anzi lo ha messo su una croce, in nome di quel Dio che Cristo aveva contestato, rivelando un volto divino all’opposto del volto di Jahvè ebraico? È una domanda che manda in crisi tutto l’Antico Testamento e anche quella Chiesa che continua a innestare la straordinaria Novità evangelica nella storia religiosa del popolo ebraico. Arriviamo al dunque, ovvero alla Festa di oggi. Parlare del Mistero della SS. Trinità non è facile per nessuno, neppure lo è stato per i più grandi Dottori della Chiesa, da Sant’Agostino in poi, ma, nello stesso tempo, nessuno può negare che ci troviamo di fronte a qualcosa di sconvolgente, che non riguarda solo la stessa realtà di Dio, ma anche il nostro essere più profondo. Questo si scopre, proprio alla luce della Trinità, nel suo segreto di essere umano-divino. In altre parole, diciamo che la rivelazione di Cristo non ha tolto solo qualche velo sul Mistero divino, ma ha tolto ogni velo sul nostro essere umano, nel profondo dell’anima.

Movimento e vita. Non è qui la sede per tentare di spiegare, benché sommariamente, il Mistero divino, filosoficamente o teologicamente. Comunque, è suggestivo quanto scrive Sant’Agostino nel suo De Trinitate: usa tre termini, “Amans”, “Amatus” e “Amor”. “Amans”: ovvero il Padre, colui che ama; “Amatus”: ovvero il Figlio, colui che è amato; “Amor”, ovvero lo Spirito santo, colui che unisce l’amante e l’amato. I Mistici, senza usare termini strettamente filosofici o teologici, parlano di movimento e di vita. Dio, in breve, non è un’entità astratta, da incasellare in un dogma, non è qualcosa di già fisso dall’eternità. È movimento, e perciò è vita. Ai Mistici non interessava tanto Dio in se stesso, ma nel suo rapporto con il nostro essere interiore. Anche il nostro essere è movimento e vita, ma non nel senso che viene dato dalla società, quando non fa che esteriorizzare l’essere, rendendolo quasi un oggetto, svuotato della sua carica divina. Sia la società consumistica come anche la scienza che si interessa di psiche, rimangono sempre all’esterno di quella interiorità che ha un solo nome: realtà spirituale, dove lo spirito è qualcosa di più profondo della stessa psiche, che viene invece analizzata dalla scienza come se fosse il centro dell’essere umano.

Noi “siamo”. Ci hanno sempre insegnato che solo Dio “è”. Quando Cristo si definiva “Io sono” gli ebrei si scandalizzavano, e cercavano di lapidarlo, perché si prendeva la stessa prerogativa divina. Ma non ci hanno mai detto che anche “noi siamo”, perché siamo esseri divini, nel fondo dell’anima. E la religione ci ha sempre preso come qualcosa da soggiogare ad un idolo, che in quanto idolo rimane sempre all’esterno di noi, come realtà da adorare. Nel fondo dell’anima, c’è quel Divino nella sua triplice realtà di amante, di amato e di amore. Noi “siamo” perennemente amanti, amati, uniti nell’amore, o nello spirito.

Generazione divina”. Non voglio, anche qui, entrare nel difficile, anche perché complicare le cose è l’esatto opposto del nostro essere che è, per sua natura, semplice. E, più siamo semplici, più scopriamo la presenza del Divino, che è la semplicità in persona. Casomai, è la religione che si è costruito un dio complesso. Nel nostro essere possiamo cogliere la “generazione perenne di Dio”, che consiste nel generare, da parte di Dio, la sua realtà spirituale, che agisce rinnovando il nostro essere interiore. Non basta dire che siamo figli di Dio: siamo in realtà generati in continuazione proprio perché Dio è movimento e vita. In parole più semplici: più sgombriamo il nostro essere da ogni forma di egoismo o di attaccamento, più permettiamo alla Divinità di rigenerarsi in continuazione. A rigenerarsi è il Mistero divino, come spirito, senza perciò quelle modalità o quelle strutture che la religione impone, soffocando così la libertà dello Spirito ad agire. Sì, è una questione di lotta tra l’esterno di una religione che impone un proprio dio e il nostro essere interiore che si distacca da ogni struttura religiosa, per dare più spazio allo Spirito. Mi direte che avete ben altro a cui pensare. Certo, è difficile far capire all’uomo moderno la realtà del mondo interiore, o dell’essere nella sua realtà vitale; eppure, la società sarebbe totalmente altra da quella che è. Perché non far capire, insistendo, che più “siamo”, “meglio” viviamo?

*dall’omelia del 22 maggio 2016: SS. TRINITÀ (Gen 18,1-10a; 1Cor 12,2-6; Gv 14,21-26). Fonte: http://www.dongiorgio.it/22/05/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-ss-trinita/

maggio 16, 2016

SEMPLICITÀ ED ESSENZIALITÀ

SERVONO PER DARE SPAZIO ALLO SPIRITO SANTO CHE È IN NOI COME NUOVA LEGGE E NOVITÀ EVANGELICA

di don Giorgio De Capitani*

La nuova legge. Non possiamo negare che le principali festività cristiane richiamino e si riallaccino alle principali festività ebraiche: due in particolare, la Pasqua e la Pentecoste. Ecco la domanda: perché Gesù Cristo, nonostante la sua radicale contestazione nei riguardi della religione ebraica, scossa nei suoi due pilastri, la Legge e il Tempio, ha innestato la sua Novità proprio nelle festività ebraiche più importanti: la Pasqua e la Pentecoste? È sufficiente dire che con Cristo Pasqua e Pentecoste hanno cambiato totalmente la faccia o, meglio, il contenuto? Può bastare dire che, se per gli ebrei Pasqua era ed è la celebrazione più solenne in ricordo dell’esodo o dell’uscita dalla schiavitù egiziana verso la Terra promessa, per i cristiani invece rappresenta il passaggio verso un mondo nuovo? E così può bastare dire che, se per gli ebrei Pentecoste era ed è la celebrazione della Legge promulgata da Dio a Mosè sul monte Sinai, cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto, per i cristiani invece è la promulgazione della nuova Legge, che è lo Spirito santo?

Mito e mistero. Un dato è certo: Cristo ha ripreso e trasformato le festività ebraiche, e perciò per coglierne la differenza non è sempre facile, abituati come siamo a celebrare eventi storici. Ogni religione è un insieme di riti e di commemorazioni di eventi del passato che, quanto più risalgono indietro nel tempo, tanto più si perdono nel mito. Anche la religione ebraica ha mitizzato le sue origini e gli eventi più importanti della sua storia, per dare ad essi più autorevolezza. La stessa domanda la possiamo, la dobbiamo fare per le origini del cristianesimo. Che senso dare, allora, alle festività di Pasqua e di Pentecoste, a cui si rifà e su cui si fonda la nostra fede di cristiani? Già parlando di Pasqua cristiana, più volte ho detto quanto sia difficile coglierne il senso più reale e primario, al di là dei riti solenni della Liturgia, che rischiano di enfatizzare un evento fermandosi ai suoi aspetti eroici, sminuendo perciò il Mistero che sta dietro, da cogliere nella interiorità più profonda.

Senso della Pentecoste. Un altro dato è certo: i primi cristiani non avevano per nulla compreso il Mistero del Cristo risorto, fino a quando, scrive l’autore degli Atti degli Apostoli, lo Spirito santo non è disceso sul primo nucleo della Chiesa nascente, il giorno di Pentecoste. Eppure, lo Spirito santo non ha fatto la sua comparsa la prima volta il giorno di Pentecoste. Era già stato promesso e donato. Cristo sulla croce, mentre muore, esala lo Spirito, ovvero dona lo Spirito santo. Per inciso. Sarebbe interessante approfondire ciò che avviene anche durante la nostra morte: anche noi esaliamo lo spirito. Lo spirito dove va? Interessante saperlo. Gli antichi avevano le loro convinzioni, secondo cui lo spirito uscito dal corpo se ne andava verso il cielo o s’incarnava in altri corpi. Ma a noi moderni sembra che non conti un gran che. Chiusa parentesi.

Effetti dello Spirito. Il giorno stesso della sua Risurrezione, la sera del primo giorno della settimana, Cristo apparendo ai suoi discepoli soffia su di loro, dicendo: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22). Ma c’è di più. Non possiamo dimenticare le affermazioni più suggestive di Gesù sullo Spirito Santo, nel dialogo in pieno giorno con la donna samaritana e nel dialogo in piena notte con Nicodemo. Da notare: Cristo non fa promesse, ma si riferisce al presente: lo Spirito santo è già realtà. E allora – torna la domanda – che senso dare alla festa di Pentecoste? Sì, è vero: mentre prima, nonostante le parole e le garanzie di Cristo sulla realtà dello Spirito già presente, gli apostoli erano rimasti chiusi, per paura e anche per i loro dubbi, tra le quattro mura del cenacolo, dopo l’effusione sovrabbondante e quasi violenta (si parla di vento gagliardo) dello Spirito santo nel giorno di Pentecoste sono come miracolosamente trasformati, anche loro risorti.

Lo spirito umano. Ecco, dobbiamo capire che cosa di veramente nuovo c’è stato nell’animo degli Apostoli e del gruppetto dei primi cristiani, dopo la miracolosa effusione dello Spirito santo su di loro. Quando parliamo di spirito, non dobbiamo dimenticare che ciascuno di noi è soprattutto spirito, oltre che anima e carne. Lo spirito è il fondo dell’anima, ovvero la parte più profonda. Lo Spirito santo è il fondo dell’anima, ovvero la parte più intima del nostro essere umano. Qualcosa di talmente unico da creare dentro di noi una tensione, una specie di frattura interiore, quando il corpo e l’anima (l’insieme delle facoltà del corpo), prendono il sopravvento. Lo Spirito santo, o la realtà divina in tutta la sua ricchezza d’essere, non è qualcosa che proviene dall’esterno o in un modo del tutto eccezionale, come quando un bicchiere si svuota, allora bisogna riempirlo con altra acqua o con altro vino. Il nostro problema non è una mancanza di essere, ma il fatto che il nostro essere è sovraccarico di qualcosa che non gli permette di dare spazio al Mistero divino. Ecco perché i grandi Mistici parlavano di distacco, di creare il vuoto dentro di noi: se una casa è troppo piena di cose inutili, non può avere la possibilità di accogliere il vero essenziale, il quale, per imporsi nella sua realtà, ha bisogno di spazio sempre più libero. Così avviene dentro di noi: più facciamo spazio all’Essenziale, che è lo Spirito santo, più lo Spirito di Dio diventa libertà, coscienza, responsabilità, vita. Chiariamo. Noi non siamo santi perché lo Spirito santo entra in noi e ci santifica, togliendo parte del nostro essere, mortificandoci nel nostro essere, togliendo qualcosa al nostro essere. Noi, già per il nostro essere naturale, siamo spirito, e lo spirito del nostro essere richiama necessariamente lo Spirito santo.

Pesantezza dell’avere. Si tratta, allora, di prenderne coscienza, di ridare più vita al nostro essere, di toglierlo dalla pesantezza dell’avere, dall’eccesso dei beni materiali. Anche qui, i Mistici parlano di un lavoro che è anzitutto negativo, che consiste nel togliere, tagliare, abbandonare tutto quel mondo di appropriazione, di volere, che fa parte del nostro ego. Non si tratta, perciò, di aumentare la dose dello Spirito santo, di chiedergli più doni o carismi eccezionali. Basta la “semplicità” del nostro essere a creare più abbondanza del Divino, il quale, se rimane fuori, è solo perché non siamo ancora pienamente esseri umani.

*omelia del 15 maggio 2016: festa di PENTECOSTE (At 2,1-11; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20). Fonte: http://www.dongiorgio.it/15/05/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-festa-di-pentecoste/

febbraio 29, 2016

LA NOSTRA IDEOLOGIA IPOCRITA

MESSA A NUDO DA GESÙ. CONTRO L'ATTUALE SISTEMA MORTIFERO
di don Giorgio De Capitani*
Contestava la religione ebraicaQuando Cristo affrontava certi temi, non guardava in faccia a nessuno. Men che meno attenuava le sue parole, per rispetto della religione ebraica. Non dimentichiamo che egli era un ebreo, educato fin dalla fanciullezza alla spiritualità ebraica, nei suoi usi, costumi e tradizioni. Leggendo i quattro Vangeli, abbiamo questa netta sensazione: che Cristo ce l’avesse proprio con i capi religiosi. Sì, è stato duro anche con il potere politico, ma a condannarlo è stato il Sinedrio, per la semplice ragione che Gesù aveva contestato fin nelle radici sia /la Legge che il Tempio, i due pilastri della religione ebraica.
senza volerne una nuova. Dunque, Cristo ha ribaltato dalle fondamenta la religione, quella ebraica, ma anche ogni altra religione. Lo ripeto fino alla noia: il Cristianesimo, nel pensiero di Cristo, non è una religione, anche se la Chiesa, lungo i secoli, fin dagli inizi, non farà che rimettere il Cristianesimo nelle braccia della religione. Tutto questo per dire che, quando leggiamo i Vangeli, dobbiamo stare attenti: Cristo ha messo in crisi un mondo religioso ipocrita e falso, quello di una religione secolare, che era riuscita a mettere su Dio, quello di Abramo tanto per intenderci, tutta una serie di veli sovrapposti, coprendo il vero vo*lto di quel Dio che, rivelandosi a Mosè, aveva fatto intuire che Lui è *l’Essere, proibendo così ogni immagine per scoraggiare gli ebrei a confondere le raffigurazioni come se fossero Realtà. Immagine vuol dire idolo.
Dialogo durissimo. Questo è il contesto per comprendere il brano del Vangelo di Giovanni (8,31-59). È un dialogo durissimo, che arriva allo scontro non solo verbale ma anche fisico, con il tentativo di lapidazione. Ma stavolta a volere lapidare Gesù non sono gli scribi e i farisei, ovvero i capi della religione ebraica, ma “quei Giudei, specifica Giovanni, che avevano creduto in lui”. Dunque, simpatizzanti di Cristo! Già questo fa capire che ad essere interpellati non sono gli atei o i nemici della Chiesa, ma anzitutto noi credenti.
Libertà e verità. Cristo parla di libertà e di verità. Chiarisce subito: la libertà dipende dalla verità, e non viceversa. Con tutte le conseguenze che potete immaginare, nel campo sia politico che religioso. Non sto qui a elencarle. Vorrei soffermarmi su un aspetto particolare della dialettica di Cristo. Quando il clima era sereno, Gesù sapeva parlare alto, vedi il dialogo con Nicodemo e con la Samaritana, o quando si rivolgeva alle folle con le parabole o agli stessi discepoli (basterebbe ricordare il lungo discorso dell’addio). Ma quando il contesto si faceva teso, a causa delle provocazioni a cui era soggetto, allora Gesù cambiava tattica: usava un metodo più diretto, simile – per usare un’espressione latina – all’argumentum ad hominem, contestando cioè le affermazioni dei suoi interlocutori, arrivando anche all’argumentum ad personam, ovvero deridendoli. Cristo, non poteva certo parlare di libertà a gente falsa e menzognera. Ecco perché il discorso si è soffermato sulla menzogna. Chi è nella menzogna, è chiuso ad ogni discorso sulla libertà.
Accolto dai poveri. So che parlare di temi alti, quali verità, libertà, essere, sembri impossibile o difficile in un mondo dove predomina la menzogna e l’inganno. Anche Cristo si è trovato di fronte ad un muro. E la cosa strana o assurda o paradossale è che Cristo sia stato accolto dai pagani, dagli esclusi, dai poveri. Talvolta mi consolo: neppure Cristo è riuscito a farsi intendere con quelli “di casa”, perché allora me la dovrei prendere io, povero prete, quando trovo difficoltà a spiegare il mondo dei valori all’interno della Chiesa? Cristo ha preferito contestare i suoi avversari, quelli di casa, con argomentazioni molto dirette, denigrandoli per la loro cocciutaggine e la loro ottusità mentale. Lo so che non bastava, ma forse a Cristo non interessava convincere quelle persone, ma denudare il loro peccato: quella ipocrisia che copre la verità con la menzogna. Ho detto “menzogna”: non si tratta di singole menzogne, ma di quella menzogna che è quell’ideologia, quel pensiero perverso che cerca di trascinare tutti nelle sue braccia. Non è un peccato da confessare al prete, ma da denudare alla fonte. Noi cattolici, purtroppo, siamo stati educati male: ad essere misericordiosi, buoni, caritatevoli, rispettosi, così che temiamo di offendere le persone, lasciandole di conseguenza in un sistema balordo, che fa morire milioni e milioni di esseri umani. Nel loro essere umano. Una maniera ipocrita per salvare la propria ipocrisia.
La menzogna religiosa. La menzogna peggiore è quella che alberga nel campo religioso, che si nasconde dietro a motivazioni religiose, che si allaccia alle origini. Per gli ebrei, l’origine era il patriarca Abramo, per i cristiani il Cristo storico dei Vangeli. Eppure, gli ebrei dovevano sapere che già il nome Abramo, da “abar”, significa uno che “attraversa”, uno che “esce da una terra”, uno che “va verso”. Verso che cosa? Verso l’ignoto. Dio dice ad Abramo di andare, ma non gli dice dove. Non si può, dunque, vantarsi di essere figli di un Abramo storico, come i credenti non possono vantarsi di essere figli di un Cristo storico. Cristo non ha rinnegato l’Abramo storico, ma ha invitato gli ebrei a riscoprire la fede di Abramo. Così ha invitato i credenti a riscoprire quella fede che va oltre ogni aspetto visibile, anche quello del Cristo storico.
Presenza demoniaca. Sì, la menzogna peggiore è quella religiosa, perché si ferma agli aspetti più fisici della religione, e lo fa usando diabolicamente il nome di Dio e agendo in nome di Dio, aggrappandosi ai miracoli come prova della propria autenticità, dimenticando che anche il maligno compie fatti strepitosi. Le manifestazioni spettacolari della religione nascondono la più ingannevole presenza demoniaca.
*Omelia del 28 febbraio 2016: terza di quaresima. Letture: Dt 6,4a; 18,9-22; Rm 3,21-26; Gv 8,31-59. Fonte: http://www.dongiorgio.it/28/02/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-terza-di-quaresima/

 

 

dicembre 16, 2014

ECUMENISMO: L’UNITÀ PLURALE DEI CRISTIANI

IL DIALOGO E LE SUE TAPPE, LE DIFFICOLTÀ CULTURALI ED ETICHE, LA NOVITÀ DEI CARISMATICI

di ENZO BIANCHI, Avvenire, 14 dicembre 2014
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Ecumenismo spirituale. L’ecumenismo, dopo una stagione giudicata di “inverno” da molti cristiani impegnati nel dialogo ecumenico, oggi sembrerebbe aver ritrovato un nuovo soffio: il dialogo e il confronto paiono intensificarsi e la convinzione con cui si muove papa Francesco rende dinamica una situazione che sembrava limitarsi all’ecumenismo spirituale, spegnendo così ogni attesa di avanzamenti significativi verso l’unità visibile dei cristiani. Sia chiaro, l’ecumenismo spirituale, cioè praticato in obbedienza allo Spirito santo e nutrito di preghiera e di penitenza, resta decisivo: senza di esso l’incontro tra le chiese è tentato di ridursi all’ordine diplomatico o di trasformarsi addirittura in una santa alleanza contro un nemico comune che sempre, seppur in forme cangianti, appare all’orizzonte della storia. Ma il rischio di questo ecumenismo cosiddetto spirituale è che ciò che si ripete continuamente – “l’unità verrà quando e come Dio vorrà” – crei dimissione dalle responsabilità, soprattutto nelle autorità delle chiese: l’inerzia umana può diventare opposizione allo Spirito santo stesso.

Che siano uno. Va riconosciuto che papa Francesco, fin dai primi giorni del suo pontificato, ha saputo suscitare attese di una più profonda comunione tra le chiese, con parole e gesti riconosciuti anche dai non cattolici come derivanti dal Vangelo, obbedienti alla volontà di Gesù espressa nella preghiera ultima al Padre: “che siano uno perché il mondo creda” (Gv 17,21). Il pellegrinaggio in Terrasanta e l’incontro con il patriarca ecumenico di Costantinopoli e agli altri patriarchi presenti a Gerusalemme, il recente viaggio a Istanbul con i ripetuti incontri con Bartholomeos, l’accoglienza e il dialogo – potremmo dire inaugurato da papa Francesco – con gli evangelicali, la gioia con cui egli incontra autorità delle chiese non cattoliche sono segni evidenti di un clima mutato. Va anche notato che oggi nell’oriente ortodosso vi sono alcuni patriarchi, come il “papa” copto Tawadros II o Youhanna X di Antiochia, che si sono mostrati aperti e seriamente impegnati nel dialogo intraecclesiale. Condizioni favorevoli, dunque, per il dialogo specialmente tra chiesa cattolica e chiese ortodosse – quattordici chiese autocefale – anche se tensioni e rivalità tra le autorità di queste chiese creano complicazioni e rallentamenti.

Sinodalità. Una tappa comunque importante nel dialogo teologico è rappresentata dal Documento di Ravenna, firmato nel 2007 dalle chiese ortodosse e dalla chiesa cattolica, in cui si afferma concordemente che non c’è sinodalità senza protos, un “primo” e non c’è protos senza sinodalità: questo a livello diocesano, regionale e universale, con il connesso riconoscimento che a quest’ultimo livello il protos è ravvisabile nel vescovo di Roma, “la chiesa che presiede nella carità”, secondo l’espressione di sant’Ignazio di Antiochia, alla quale spetta un primato. L’ultima riunione della commissione di dialogo cattolico-ortodosso, tenutasi ad Amman ha dato segni di impasse, ma il dialogo prosegue e la celebrazione del sinodo panortodosso nel 2016 potrà rappresentare un’occasione di impulso e di sintonia tra le chiese ortodosse. Così, il dialogo con l’ortodossia resta intenso, soprattutto con il patriarcato ecumenico di Costantinopoli: papa Francesco a questo proposito ha dichiarato che “per giungere alla meta sospirata della piena unità, la chiesa cattolica non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune”; quanto al ministero petrino, ha affermato che intende continuare il confronto richiesto da Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint perché, ispirati dalla prassi del primo millennio, si giunga a un accordo sulle “modalità con le quali garantire la necessaria unità della chiesa nelle attuali circostanze”, cioè sulla forma dell’esercizio del primato. Colpiscono in questo senso le parole di papa Francesco che legge le scomuniche comminate reciprocamente tra Roma e Costantinopoli come un evento dovuto al fatto che “la chiesa guardava a se stessa e non guardava a Gesù Cristo!”. Parimenti colpiscono le parole del patriarca Bartholomeos circa “l’idea dell’impero cristiano e della societas cristiana, che hanno travalicato il principio buono per introdurre lo spirito mondano” e questo perché “il seduttore del mondo ha cercato e cerca di rendere vano l’annuncio del Vangelo”. Una convergenza di pensiero tra Francesco e Bartholomeos che stupisce, ma che si coglie nettamente dagli incontri e dalle parole che si scambiano.

Chiese orientali. Parallelamente al dialogo con le chiese ortodosse, prosegue da parte cattolica il dialogo con le chiese orientali, con le quali, dopo millecinquecento anni di separazione, è possibile il consenso sull’essenziale della fede e dell’ecclesiologia. Nessun idealismo, tuttavia. La strada è ancora lunga, ma la volontà c’è e l’ecumenismo del sangue è eloquente come mai e fa riscoprire come per ogni cristiano sia decisivo il battesimo: fa del cristiano un membro del corpo di Cristo che è unico, anche se non c’è piena unità perché questa si raggiungerà solo nel regno! Ma l’unità visibile può essere ritrovata come nei primi secoli: un’unità plurale, che contiene la ricchezza della differenza e sa trascendere i conflitti che non possono essere rimossi nel cammino della chiesa nella storia.

Temi etici. Ma se sono così carichi di speranza i dialoghi con le chiese d’oriente, occorre ammettere – con rincrescimento ma con chiarezza – che più difficili si fanno i dialoghi con le altre chiese: un ultimo esempio viene dai rapporti con i vetero-cattolici a causa dei loro accordi di intercomunione con chiese della riforma come quelle luterane o della comunione anglicana. Per la chiesa cattolica, che riconosce ai vescovi vetero-cattolici la successione apostolica e la conseguente validità dei sacramenti, sorge ora una domanda circa la loro comprensione della dottrina del ministero: è ancora quella condivisa? Un dialogo che si fa ancor più accidentato con quelle chiese della riforma dove l’ammissione delle donne al ministero episcopale e l’approfondirsi di un distacco su molti temi di morale cristiana accentuano le divergenze. Semplificando in modo forse eccessivo, si potrebbe dire che tra chiesa cattolica e chiese della riforma c’è stato un avvicinamento nella dottrina, soprattutto sull’eucaristia, ma un allontanamento sempre più marcato in ambito etico, in particolare per ciò che concerne la morale sessuale e matrimoniale.

Volontà di Cristo. Inoltre occorre registrare che con queste chiese si è fatto più evanescente lo scopo stesso dell’ecumenismo: si è fatta strada infatti l’idea che occorra solo riconoscersi reciprocamente, che non si debba cercare un’unità visibile nella professione di fede e che ci si debba perciò rassegnare alle attuali divergenze perché si pensa che la chiesa è sempre stata divisa e che le diverse confessioni cristiane sono tutte legittime. Ma per la chiesa cattolica e per quelle ortodosse, così come anche per molti teologi, pastori e fedeli protestanti, l’unità della chiesa sta nella volontà di Cristo e ad essa non si può rinunciare: equivarrebbe a dichiarare che il divisore ha la vittoria e che si accoglie un pensiero debole in cui tutto si eguaglia senza una regula fidei.

Carismatici. Oggi poi prende sempre più corpo una novità che riguarda da vicino l’ecumenismo: l’emergenza delle comunità ecclesiali di matrice evangelicale e carismatica. Sono una pleiade di comunità locali, una rete di chiese senza strutture unitarie che conta ormai 600 milioni di fedeli in tutto il mondo. È una nuova forma di vivere il cristianesimo che entra nella storia, dopo la divisione tra oriente e occidente nell’XI secolo e il discrimine della riforma nel XVI secolo. È molto difficile descrivere questo fenomeno cristiano così variegato, parcellizzato, mobile… Si tratta di capire queste realtà che conoscono una grossa carica missionaria e una forte espansione: come tracciare un dialogo con queste realtà? Che rappresentatività di questa miriade di comunità si può delineare per un dialogo efficiente e fruttuoso? Si possono certo fare incontri personali in cui l’essere cristiani implica il rispetto, la collaborazione, il riconoscimento del battesimo come fondamento della vita cristiana, ma resta vero che la realtà evangelico-pentecostale è una nebulosa con cui il confronto dottrinale è difficile, esile e non sempre possibile: sono comunità che non riconoscono la tradizione, altamente soggettive, a volte coagulate più attorno a un predicatore, a una forte personalità che non a una “fede” formulata come regola. Sì, l’ecumenismo attraversa una nuova fase, con presenze inedite e sorprendenti per la loro consistenza numerica, sovente in concorrenza con le chiese tradizionali storiche: si pensi al gran numero di fedeli che erodono in particolare la chiesa cattolica in America Latina. Occorre davvero la fede in Gesù Cristo come Signore della chiesa, capace di dare unità al suo corpo anche nella storia: i cristiani devono restare obbedienti al vangelo e cercare di adempiere la volontà di Cristo rispetto all’unità dei suoi discepoli.

Chiese orientali. Parallelamente al dialogo con le chiese ortodosse, prosegue da parte cattolica il dialogo con le chiese orientali, con le quali, dopo millecinquecento anni di separazione, è possibile il consenso sull’essenziale della fede e dell’ecclesiologia. Nessun idealismo, tuttavia. La strada è ancora lunga, ma la volontà c’è e l’ecumenismo del sangue è eloquente come mai e fa riscoprire come per ogni cristiano sia decisivo il battesimo: fa del cristiano un membro del corpo di Cristo che è unico, anche se non c’è piena unità perché questa si raggiungerà solo nel regno! Ma l’unità visibile può essere ritrovata come nei primi secoli: un’unità plurale, che contiene la ricchezza della differenza e sa trascendere i conflitti che non possono essere rimossi nel cammino della chiesa nella storia.

Temi etici. Ma se sono così carichi di speranza i dialoghi con le chiese d’oriente, occorre ammettere – con rincrescimento ma con chiarezza – che più difficili si fanno i dialoghi con le altre chiese: un ultimo esempio viene dai rapporti con i vetero-cattolici a causa dei loro accordi di intercomunione con chiese della riforma come quelle luterane o della comunione anglicana. Per la chiesa cattolica, che riconosce ai vescovi vetero-cattolici la successione apostolica e la conseguente validità dei sacramenti, sorge ora una domanda circa la loro comprensione della dottrina del ministero: è ancora quella condivisa? Un dialogo che si fa ancor più accidentato con quelle chiese della riforma dove l’ammissione delle donne al ministero episcopale e l’approfondirsi di un distacco su molti temi di morale cristiana accentuano le divergenze. Semplificando in modo forse eccessivo, si potrebbe dire che tra chiesa cattolica e chiese della riforma c’è stato un avvicinamento nella dottrina, soprattutto sull’eucaristia, ma un allontanamento sempre più marcato in ambito etico, in particolare per ciò che concerne la morale sessuale e matrimoniale.

Volontà di Cristo. Inoltre occorre registrare che con queste chiese si è fatto più evanescente lo scopo stesso dell’ecumenismo: si è fatta strada infatti l’idea che occorra solo riconoscersi reciprocamente, che non si debba cercare un’unità visibile nella professione di fede e che ci si debba perciò rassegnare alle attuali divergenze perché si pensa che la chiesa è sempre stata divisa e che le diverse confessioni cristiane sono tutte legittime. Ma per la chiesa cattolica e per quelle ortodosse, così come anche per molti teologi, pastori e fedeli protestanti, l’unità della chiesa sta nella volontà di Cristo e ad essa non si può rinunciare: equivarrebbe a dichiarare che il divisore ha la vittoria e che si accoglie un pensiero debole in cui tutto si eguaglia senza una regula fidei.

Carismatici. Oggi poi prende sempre più corpo una novità che riguarda da vicino l’ecumenismo: l’emergenza delle comunità ecclesiali di matrice evangelicale e carismatica. Sono una pleiade di comunità locali, una rete di chiese senza strutture unitarie che conta ormai 600 milioni di fedeli in tutto il mondo. È una nuova forma di vivere il cristianesimo che entra nella storia, dopo la divisione tra oriente e occidente nell’XI secolo e il discrimine della riforma nel XVI secolo. È molto difficile descrivere questo fenomeno cristiano così variegato, parcellizzato, mobile… Si tratta di capire queste realtà che conoscono una grossa carica missionaria e una forte espansione: come tracciare un dialogo con queste realtà? Che rappresentatività di questa miriade di comunità si può delineare per un dialogo efficiente e fruttuoso? Si possono certo fare incontri personali in cui l’essere cristiani implica il rispetto, la collaborazione, il riconoscimento del battesimo come fondamento della vita cristiana, ma resta vero che la realtà evangelico-pentecostale è una nebulosa con cui il confronto dottrinale è difficile, esile e non sempre possibile: sono comunità che non riconoscono la tradizione, altamente soggettive, a volte coagulate più attorno a un predicatore, a una forte personalità che non a una “fede” formulata come regola. Sì, l’ecumenismo attraversa una nuova fase, con presenze inedite e sorprendenti per la loro consistenza numerica, sovente in concorrenza con le chiese tradizionali storiche: si pensi al gran numero di fedeli che erodono in particolare la chiesa cattolica in America Latina. Occorre davvero la fede in Gesù Cristo come Signore della chiesa, capace di dare unità al suo corpo anche nella storia: i cristiani devono restare obbedienti al vangelo e cercare di adempiere la volontà di Cristo rispetto all’unità dei suoi discepoli.

Cultura e morale. Dobbiamo d’altronde tenere conto di tre evidenze: innanzitutto, l’ecumenismo ha solo un secolo di vita e, per la chiesa cattolica, solo cinquant’anni di pratica autorizzata a livello ecclesiale. Inoltre esistono situazione di “non contemporaneità” tra le chiese: le rispettive storie sono diverse, altro è l’occidente, altro il medio oriente, altro l’emisfero sud del mondo e altro ancora l’estremo oriente. Dovremmo avere l’onestà di riconoscere che sovente non siamo culturalmente contemporanei. Infine, legato a questo dato, va costatato che oggi più che mai si fanno sentire come determinanti le differenze culturali. Non era così nel passato in cui solo la teologia indicava la differenza o la vicinanza: oggi all’interno di una stessa chiesa le differenze culturali pesano sulle scelte adottate, soprattutto a livello di morale. È parso evidente tra gli anglicani nell’ammissione delle donne all’episcopato e appare chiaro in molte chiese, compreso quella cattolica, a livello di determinate opzioni etiche. Recentemente un vescovo cattolico del Nord Europa mi confidava: “Per noi alcuni riformati sono più vicini degli ortodossi” per sensibilità cultura, spiritualità…

Esigenza evangelica. Davvero nuove sfide ci attendono, nuove congiunture ci condizionano. Ma l’ecumenismo non è una moda e nemmeno un segno dei tempi: sta nella volontà del Signore Gesù Cristo ed essere ecumenici fa parte dell’essere cristiani. Chi non è capace di ecumenismo non è capace di vivere una precisa esigenza evangelica: l’ecumenismo infatti resta solo questione di obbedienza all’unico Signore della chiesa e della storia.

Fonte: http://www.monasterodibose.it/priore/articoli/articoli-su-quotidiani/8824-ecumenismo-l-unita-plurale-dei-cristiani

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agosto 6, 2014

LA PORTA STRETTA

FAR POSTO ALL’ALTRO E ALLA SUA SOFFERENZA È L’UNICA VIA CHE PORTA ALLA VITA: PARADOSSALMENTE ALLARGA

di don Angelo Casati*

Controtendenza? Forse anche a voi, come a me, di primo acchito ciò che rimane impressa nella mente è l’immagine, in qualche misura inquietante, della porta stretta: “ Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”. E che cosa è “porta stretta” ci chiediamo. Il Gesù, che abbiamo conosciuto come uno che allarga, forse che ora restringe? Come vedete si tratta di non fraintendere. Basterebbe pensare che gli ultimi detti di Gesù che Luca ha raccolto nel suo vangelo, proprio immediatamente prima dell’episodio che oggi abbiamo ascoltato, portavano due bellissime immagini di allargamento e di crescita. Ve le ricordo: il regno che Gesù porta sulla terra è nell’immagine di un piccolo granello di senape che cresce e diventa albero e gli uccelli del cielo a far nido tra i suoi rami. E, insieme, l’immagine del grumo di lievito che una donna mescola in tre misure di farina. Finché tutta sia fermentata. Ed ecco la porta stretta. Che sembra in controtendenza con il granello di senapa e il grumo di lievito.

Non conta il numero. L’immagine viene al cuore di Gesù in risposta a un tale che, molto probabilmente turbato dalle aperture di Gesù, dai suoi sconfinamenti, lo interroga sul numero di quelli che si salvano. Saranno molti? Si salveranno tutti? Certamente vi siete accorti che Gesù non risponde, non risponde sul numero, non risponde a questi che fanno questione di numeri e per di più fanno questione di numeri sulla pelle degli altri. Guardate che capita, capita ancora oggi, e nei nostri ambienti. Capita che in questione, in questione di salvezza, siano sempre gli altri e non noi, la fede degli altri e non la nostra. Perdonate, ma a volte mi è capitato di pensare che cosa succederebbe se sull’uscio apparisse Gesù. Non cambierebbe tono, ci direbbe: “Ma sforzatevi voi di entrare per la porta stretta”. Perché non conta il numero. Se poi lo sapeste, che cosa ne fareste? Voi sareste capaci di organizzare una tavola rotonda per discutere sul numero dei salvati. Così all’infinito!

Conta il passaggio per la porta. Che cos’è la porta? Dov’è la porta? Ebbene d’istinto la mente mi è andata a una pagina del vangelo di Giovanni dove Gesù attribuisce a sè questa immagine, dice che è lui la porta: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore… se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 7.9-10). Mi si è subito illuminata nella mente una cosa bellissima: misura della porta è la vita di Gesù. Mi sono detto: tu passa per quella misura. Misurati su Gesù, misurati, sempre più, sul vangelo. Non impallidirne la memoria nella tua vita, non impallidirla né per te né per gli altri. Perché Gesù e il suo vangelo sono porta alla vita vera, alla pienezza della vita. Non dimenticare! Era commovente oggi il racconto tratto dal libro di Giosuè. Il popolo, dopo le fatiche di un attraversamento di deserto durato quarant’anni, passa il Giordano ed entra nella terra promessa e Giosuè, il nuovo traghettatore, comanda che nel fiume vengano issate dodici stele, come dodici sono le tribù. A ricordo, a perpetua memoria, così che, quando i figli chiederanno conto di quelle pietre, si ricorderà loro che porta di uscita dall’Egitto, porta di ingresso nella nuova terra è stato ed è il Signore.

Non passa chi opera iniquità. Ebbene la porta che è Gesù, è stretta nel senso che non dà licenza di ingresso a coloro – lo abbiamo sentito – che sono nell’immagine del ladro, cioè di coloro che rubano, uccidono e distruggono. Non hanno niente da spartire con il vangelo. E voi sapete che ci sono tanti modi, alcuni meno evidenti, di rubare, uccidere, distruggere. Quando non vediamo altro che noi stessi noi decliniamo ampiamente tristemente questi verbi. Che sono la distruzione della vita. Porta stretta, ancora, è Gesù – e pure questo abbiamo ascoltato – per quelli che si professano suoi seguaci, suoi sostenitori e difensori, ma è solo vernice! Verniciano di religione e di difesa della religione i loro interessi, opere che sono contro la giustizia. Porta chiusa. Fa molta impressione la reazione di Gesù contro gli ultraortodossi della fede che sbandierano appartenenze, loro conclamati difensori della fede: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me , voi tutti operatori di iniquità”.

Ed ecco il paradosso – ormai siamo abituati ai paradossi del vangelo – la porta “stretta” diventa la porta “larga”, larga che più larga non si può. Riascoltiamo: “verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Ma allora per chi è stretta la porta di Gesù. Forse potremmo dire: per chi ha l’anima stretta, per chi ha il cuore stretto, per chi ha la mente stretta, le visioni strette, il modo di pensare Dio, se stesso e gli altri stretto. Stretta la porta anche per chi vi entra. In che senso? Nel senso che chi nel cammino della vita fa sua una visione senza confini, chi dà posto agli altri, chi non intende vivere solo per se stesso, prima o poi, non può non incontrare anche il passaggio stretto, stretto come i passaggi stretti che si ritrova in parete chi scala i monti, il passaggio stretto del sacrificio: tu dai posto se fai posto, se ti contrai nell’eccesso e nella esorbitanza delle tue attese. E contrarsi non è mai un gioco. Ci sono giorni che l’amore anche lo paghi. Perché amare, e già lo ricordavamo, non è uno spiaccichio di parole. Il Signore della croce ce lo ricorda. Ce lo ricorda con le sue braccia allargate. Le braccia allargate hanno pagato.

Stretta e sconfinata la porta della croce. Stretta e sconfinata la porta di chi veramente ama e ci mette del suo, per vivere ciò che oggi affermava Paolo nella lettera: “Forse che Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche delle genti? Certo anche delle genti!”. Fare posto all’altro, mettersi nella sofferenza dell’altro, può essere una porta stretta ma è la sola che porta alla vita, alla pienezza della vita. Allargare, dunque dilatare. Di tanto in tanto mi chiedo se io allargo, se dilato se nella mia vita faccio spazio. Non ancora del tutto, vorrei confessare. Non sempre, vorrei confessare. Qualche domenica fa ho citato un uomo di teatro, Alessandro Bergonzoni. L’ho ritrovato in un’altra sua espressione folgorante: “Faccio voto” dice “faccio voto di vastità”. Un voto che vorrei fare anch’io. Di vastità. E che Dio mi aiuti ad essere fedele! Al voto.

* Omelia del 27 luglio 2014, Domenica settima dopo pentecoste (Gs 4,1-9; Rm 3,29-31; Lc 13,22-30)

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