Brianzecum

agosto 2, 2008

Esodo 3 VOCAZIONE, NON IDENTITÀ*

La narrazione dell’intervento di Dio per liberare il suo popolo dall’oppressione degli egiziani, per portare gli ebrei “dalla schiavitù al culto”, inizia con l’episodio del roveto ardente. A sua volta questo episodio segna l’inizio della vocazione che Dio rivolge a un riluttante Mosè di mettersi alla testa del popolo ebraico: gli ordina di chiedere al faraone di lasciare partire gli ebrei e di guidarli poi nella faticosa conquista della libertà. Mosè ha paura ma non è annichilito, discute con Dio opponendo una propria identità: è giovane, inesperto, non ha studiato, soprattutto si è macchiato di un grave peccato: ha ucciso uno degli oppressori egiziani che stava frustando con lo scudiscio un israelita. “Mosè dovette fuggire ed espiare amaramente il suo accesso di collera. (..) Ma nel suo cuore mai lo abbandonò un sogno, il sogno di un mondo di libertà per il suo popolo e il sogno di un Dio che ascolta il lamento dell’uomo angariato”2. Forse la vocazione di Mosè passa anche attraverso il suo delitto. Di solito la vocazione si manifesta in situazioni critiche (la situazione degli ebrei in Egitto era peggiorata) ma anche nella vita quotidiana. Mosè stava facendo il suo lavoro usuale (condurre il gregge) quando gli apparve l’angelo ad annunziare la presenza di Dio nel roveto ardente. Dio prende sul serio le obiezioni di Mosè, ma non ascolta le sue pretese identitarie. La vocazione è operata da Dio su persone spesso inadeguate e persino indegne, perché chi inciderà non saranno loro, ma Dio stesso. Loro devono aderire, anche attivamente, e soprattutto fidarsi, avere fede.

Identità. Dare un nome significa nella cultura ebraica (e non solo) esercitare un potere sull’essere nominato: vuol dire avvicinarsi alla sua identità. Non è che non sia legittimo domandarsi e ricercare sulla propria e altrui identità. Mosè lo chiede a Dio con la domanda: Chi sono io? (3,11) e la risposta è: Io sarò con te (3,12). Non una identità, ma la garanzia di una presenza. Mosè va avanti e chiede a Dio anche chi è lui, quale il suo nome. La prima risposta potrebbe sembrare quasi uno scherno: Io sono colui che sono (3,14), ma una traduzione migliore potrebbe essere colui che sarà, che ti assisterà, che non ti abbandona. Poco oltre specifica: il Dio dei vostri padri, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe (3,15-16): non un Dio dei filosofi, della natura o altro, ma il Dio della tua storia, in relazione con l’uomo, che ha scelto di aver bisogno dell’uomo, di farsi aiutare per completare la creazione. In entrambi i casi, sia per l’identità di Mosè, sia per quella di Dio, la risposta non è un nome, ma un verbo, un’azione. Se ne può dedurre che Dio non vuole che ci soffermiamo troppo sulle identità o le radici, come si sta facendo molto in questo momento (identità europea, padana, radici cristiane…), ma che operiamo secondo i suoi dettami e la sua vocazione su ciascuno di noi. Il vero problema non è la domanda su chi siamo, ma su che cosa vuole Dio da noi. Dietrich Bonhoeffer nella prigione nazista che ha preceduto la sua impiccagione ha scritto una poesia, intitolata appunto Chi sono io?, nella quale, dopo diverse alternative, conclude: chiunque io sia, tuo sono o Dio.

Il nome di Dio. È necessario approfondire questo punto fondamentale: il significato del roveto ardente, dentro cui si rivela Iddio è ben preciso: da un lato la sua presenza attiva, che brucia, appunto; dall’altro la sua inafferrabilità da parte di nessuno – persone, popoli o chiese che siano. Di Dio non sappiamo niente, per parlarne lo dobbiamo ricondurre alle nostre dimensioni, quindi relativizzarlo; quanto più lo si conosce, tanto più ci si accorge di esserne lontani. Lo sforzo dei teologi potrebbe essere, da questo punto di vista, addirittura blasfemo (questa forse l’intuizione di Olmi nel suo film Centochiodi), nella misura in cui si pretende di definirlo o di nominarlo. Molti atei potrebbero essergli persino più vicini rispetto ai credenti che lo nominano invano o, peggio, lo strumentalizzano. Dio può essere narrato (come fa la bibbia), non definito. Meglio dunque non chiedersi: chi è, o: perché mi chiama, ma: cosa vuole da me o da noi. La vocazione chiama subito all’azione. Ciò non vale soltanto per i singoli, ma anche per i popoli o i gruppi. La bibbia ci insegna che, con la vocazione di Mosè, il popolo di Israele prende coscienza della propria dignità e della vocazione di Dio per condurlo alla libertà. Così da popolo di schiavi, straccioni e fuggitivi, qual’era, diventa popolo di Dio. L’identità si scopre nella vocazione, la segue.


* da un incontro del Gruppo ecumenico della Brianza meratese col pastore Gianni Genre del 13-6-07 presso la libreria La cicala, Merate.

2 E. Drewermann, Il vangelo di Marco, immagini di redenzione, Queriniana, Brescia 1994, pag. 252.

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