Brianzecum

agosto 13, 2018

LIBERTÀ UTOPICA FUORI DALL’INTERIORITÀ

LA GRAZIA CHE GUIDA LA STORIA E SI FA GIOCO DEI POTENTI
di don Giorgio De Capitani, Omelia del 12 agosto 2018, letture: Ger 25,1-13; Rm 11,25-32; Mt 10,5b-15. Fonte: http://www.dongiorgio.it/12/08/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-dodicesima-dopo-pentecoste/

LA LEGGE DEL KARMA, O DELLE CAUSE E DEGLI EFFETTI. Queste prime riflessioni mi sono nate leggendo il primo brano della Messa (Ger 25,1-13). C’è una parola, che talora sentiamo nominare, ed è “karma”: deriva dalla radice del verbo sanscrito Kr che significa: fare, produrre, agire, dunque azione, spinta dalla volontà, in relazione al principio di causa ed effetto. Dire karma e dire legge causa-effetto sono la stessa cosa. In sintesi: ogni evento è l’effetto di una causa che l’ha prodotto, e a sua volta un evento è causa di altri effetti, e così via. Sarebbe davvero interessante approfondire questa legge che fa parte della storia umana. La storia umana è un intreccio di cause ed effetti, per cui possiamo parlare di “inter-dipendenza”: nulla esiste in modo indipendente, ossia tutto ciò che esiste si relaziona con ciò che c’è intorno. Ne deriva che nel momento in cui noi compiamo un’azione, facciamo una scelta, o pronunciamo una parola, tutto ciò non finisce nell’istante, ma il nostro “fare” è come un eco che si propaga nella valle, ha un seguito, un effetto domino.

INTERDIPENDENZA. Dunque: non c’è nulla che viene fatto e finisce nell’azione stessa, ma ogni azione va a relazionarsi con altri effetti, e tutto ciò avviene su diversi livelli, inclusi i pensieri. Un’unica parola ha un’influenza incredibile sul mondo esterno. Faccio un esempio: io dico una cosa, questa cosa viene ascoltata da una persona e andrà ad influenzare un’azione successiva della stessa persona e quest’azione, a sua volta, scatenerà molteplici altre azioni. Questa è inter-dipendenza. Dico di più. Anche il non fare è comunque un fare; non facendo qualcosa stiamo comunque facendo qualcosa. Ad esempio, il non prendere una decisione è come prendere una decisione, è una scelta che facciamo, un’azione appunto. Quindi è bene sottolineare che noi non siamo mai liberi dalle azioni, agiamo costantemente, con i pensieri, con le parole e con il fare. Tutto ciò ci porta ad una prima comprensione di cosa sia il karma, in quanto tutte queste nostre azioni non finiscono in loro stesse, e quello che accade è che noi siamo i responsabili delle nostre azioni. Siamo noi i responsabili delle nostre azioni, o, se preferite, siamo noi che causiamo i nostri risultati, buoni o cattivi che siano.

GLI INTERVENTI DIRETTI DI DIO. Leggendo la Bibbia, e anche il primo brano della Messa, si ha l’impressione che Dio agisca direttamente sulla storia umana, anche con interventi eccezionali. È vero che gli esegeti ci avvertono che è un modo di dire semitico (ma allargherei il discorso anche alle altre religioni) per cui non è che sia Dio a intervenire direttamente, ma quella legge della storia per cui, come dicevo all’inizio, ogni evento ha le sue cause e i suoi effetti. Far intervenire direttamente Dio, come fa la Bibbia, dietro la giustificazione dell’Alleanza da far rispettare è una concezione religiosa o teologica della storia, che può avere le sue ragioni profonde. Se è vero che la storia è un insieme interdipendente di cause ed effetti, il credente va oltre: al di là di tutto, egli vede una presenza divina, che può assumere anche il nome di giustizia, secondo cui c’è una legge superiore che, nonostante tutto, guida la storia. Possiamo anche dare un nome particolare a questa presenza divina, ed è grazia. Già il nome rimanda a un mondo di gratuità, perciò di non necessità, come può essere la legge delle cause e degli effetti. Ecco, la grazia può interrompere la catena meccanica o, meglio, attenzione!, è la grazia che condiziona la catena meccanica delle cause e degli effetti.

IRONIA. Sarebbe anche interessante rilevare l’aspetto ironico presente negli scritti dei profeti. Come se Dio si prendesse gioco degli intrighi dei potenti. E che dire dell’ironia presente nel quarto vangelo? Giovanni non presenta mai Gesù vittima degli eventi, ma come il vero regista, anche nei momenti più drammatici: le vittime sono gli autori del male, e vengono ironizzati. Questi sono i veri sconfitti. Proprio quando si sentono all’apice del successo, cadono sfracellati al suolo. E qui si pone una domanda cruciale:

SIAMO VERAMENTE LIBERI? In altre parole, da soli ce la facciamo a uscire dalla legge inesorabile, meccanica, di necessità, dell’intreccio cause ed effetti, senza perciò la grazia divina? Partiamo da una constatazione di carattere storico: i periodi di schiavitù di un popolo sono più numerosi dei periodi di libertà, e i periodi di libertà sono per lo più apparenti. Libertà e schiavitù sono da intendere non solo dal punto di vista politico. La vera schiavitù è quella del tipo spirituale, quella cioè che riguarda il nostro mondo interiore. Dico di più. Non c’è nessuno, e perciò nessun essere umano che conosca in realtà l’esperienza di un’autentica e radicale libertà. Anche i cosiddetti “spiriti liberi” sono rari, per non dire rarissimi, per non dire irreali.

LA LIBERTÀ È PURA UTOPIA: non facciamo che sperimentare ogni istante l’amarezza della schiavitù, che è quell’insieme dei vari complessi condizionamenti, che provengono da qualsiasi parte, in quanto credenti e non credenti. E qui dobbiamo dire una cosa: la Bibbia sembra presentare un Dio che castiga, come se la punizione fosse la strada migliore per condurre un popolo verso la libertà. La libertà proviene dal nostro essere interiore, ed è qui, nella nostra interiorità, che si gioca la nostra esistenza, e il futuro dell’umanità. Ed è qui che possiamo trovare la fonte della libertà, che è lo Spirito divino o grazia. A parte il mondo politico che ha della libertà una concezione miope e grottesca, anche la religione fa della libertà una questione morale, comportamentale, dimenticando che il vero Dio che parla nello Spirito l’abbiamo dentro di noi, ed è nel nostro essere interiore che si svolge la lotta tra il bene e il male. Non si pretende che la politica faccia il salto di qualità, dall’esteriorità all’interiorità, ma non si può accettare l’alienazione di una religione che non fa che parlare di morale comportamentale, dimenticando in toto o quasi l’interiorità dell’essere umano. Come alieni, ovvero come esseri umani alle prese con la nostra carnalità, saremo sempre vittime della schiavitù di ogni tipo: in tal modo, sarebbe assurdo comprendere che cosa sia l’essenza o il valore della libertà.

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giugno 24, 2018

NON CHIUDERE I PORTI NON SBARRARE IL CUORE

MIGRAZIONI CONSEGUENZA DEL DOMINIO. ATTI GRAVISSIMI CONTRO I PROFUGHI ANCHE DEI PRECEDENTI GOVERNI. OGGI SI AGGIUNGE ODIO E PAURA.

Appello di Raffaele Nogaro, ex vescovo di Caserta, e Sergio Tanzarella, docente Facoltà teologica Italia meridionale
fonte: http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/non-chiudere-i-porti-non-sbarrare-il-cuore/

CINISMO. La decisione del governo italiano sulla chiusura dei porti alle navi delle organizzazioni non governative che hanno salvato e salvano migliaia di naufraghi è un fatto che ci lascia sgomenti. Non avremmo mai potuto credere che vi fosse tanto cinismo dinnanzi all’impegno generoso e indifferenza dinnanzi alla sofferenza di uomini e donne sopravvissuti prima a viaggi di mesi, poi ai campi di prigionia libici – con le loro torture e violenze di ogni genere – e infine scampati dalla morte per annegamento. I precedenti governi avevano già compiuto atti gravissimi con il respingimento in mare e l’ultimo governo sostenendo economicamente i carcerieri di migranti pur di allontanare la loro presenza dal mare e dalle coste italiane di modo che si creasse l’illusione che essi non esistessero. Ora questa chiusura dei porti e 629 esseri umani ammassati sulla piccola nave Aquarius per giorni e poi spediti a 1500 km è spiegata con sconcertante cinismo da un ministro: “sulla vicenda vi è stato il giusto pragmatismo politico”.

NUOVO NEMICO. Si tratta dell’ultimo atto di una propaganda che individua nel migrante il nemico del nostro benessere e della nostra società opulenta, il nemico che va respinto con ogni mezzo anche negando gli impegni elementari della “legge del mare”, dei trattati internazionali e soprattutto la coscienza del rispetto della vita umana che non conosce né passaporti, né religioni, né lingua. Chi agita il libro del Vangelo e la corona del Rosario e intanto semina odio e paura e stando al governo organizza chiusure di porti e respingimenti di esseri umani dimostra che del Vangelo o non ha letto parola o non ha capito nulla e usa la corona del Rosario come un magico amuleto. Come cristiani oggi non possiamo tacere, non possiamo renderci complici dell’ingiustizia sistemica che provoca morte: non si vogliono accogliere i migranti mentre contemporaneamente ci si impadronisce di tutte le loro risorse (terreni, acqua, giacimenti) e si esportano armi e sistemi d’arma che uccidono e distruggono le speranze, lasciando come unica possibilità di sopravvivenza il migrare. Non serve offrire aiuti, ma smetterla di derubare popoli, cessando un infinito post colonialismo.

CI APPELLIAMO alla coscienza di tutti: i migranti sono la conseguenza di uno spietato dominio economico, recluderli nelle infami galere libiche o chiudere i porti è solo propaganda antiumana e diseducativa che sta facendo scivolare da anni l’intera nazione in una irrimediabile disumanizzazione e scristianizzazione se non formale nella sostanza. Non occorrono proclami di fedeltà dottrinale e liturgismi templari, né generici e innocui richiami ai diritti umani, se poi ciò che si pensa e si fa è in totale contrapposizione ai principi della nostra Costituzione e al Vangelo della Pace nella visione del mondo e nella relazione tra umani, rendendo diritti e valori annunciati inaccessibili e beffarde promesse. La vita e il rispetto per la vita prima di tutto e sopra di tutto. Prima di ogni calcolo umano, prima di ogni burocratica e mistificante distinzione tra rifugiato e migrante, prima di ogni strategia e diplomazia, prima di ogni tornaconto elettorale e pragmatismo politico.

 

giugno 13, 2018

TUTTI STRANIERI, NESSUNO STRANIERO

GIUNGERE ALL’UNITÀ ATTRAVERSO LA CONDIVISIONE; LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE PERSONE OLTRE CHE DELLE COSE
di Raniero La Valle (6 giugno 2018)
fonte: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?p=25203

PRESENZA REALE. Nella lettura biblica prima della festa del Corpus Domini, sabato scorso, Marta Tedeschini Lalli, una suora camaldolese, ha ricordato che in una liturgia romana della Messa, ora non più in uso, c’erano due “epiclesi”, cioè invocazioni, prima della consacrazione; nella prima si chiedeva, come di consueto, che il pane e il vino si trasformassero nel corpo e nel sangue di Cristo, nella seconda si chiedeva che gli stessi partecipanti al rito si trasformassero nel corpo e nel sangue del Signore: questo infatti è l’eucarestia. Ciò comporta un significativo rovesciamento perché alla luce di questa più acuta percezione della fede, attestata del resto nei primi secoli del cristianesimo dai Padri della Chiesa, il pane e il vino sono quelli che diventano il “corpo mistico” di Cristo, che non si vede, mentre gli uomini, le donne, i poveri, i popoli, la storia, diventano il “corpo reale” di Cristo, che si vede. “Non è un’immagine, ma è realmente carne” ha scritto di recente la Civiltà Cattolica. Questa, come cristiani, è la buona ragione per cui amiamo gli uomini e le donne, “presenza reale” di Dio, per cui pensiamo e facciamo politica, ci struggiamo per la storia, e ora anche per l’ecologia, incuranti del falso dibattito se sia più laico chi nomina o chi non nomina Dio, chi non pretende o chi pretende il crocefisso nelle scuole.

PANE SPEZZATO E CONDIVISO. Un altro gesuita, Henri De Lubac, commentando un testo della “Didaché”, ci ha trasmesso la celebre analogia: “Come il pane e il vino sono formati da una miriade di chicchi di grano e di gocce spremute da grappoli d’uva, così questa comunità si forma dall’unificarsi di tutte le persone che partecipano all’eucarestia e diventano membri dell’unico corpo di Cristo”. Le analogie non sono innocue; e questa, portata fino in fondo, dice che questa unità si realizza, secondo il gesto compiuto da Gesù, se il pane viene spezzato, e in quanto spezzato viene poi condiviso e così ristabilisce l’unità. Così è dell’unità di tutti gli uomini tra loro. Prima essa è spezzata, frantumata, dispersa; poi, in forza della condivisione realizzata tra loro, essi giungeranno all’unità.

GLOBALIZZAZIONE DELL’INDIFFERENZA. Oggi siamo all’umanità spezzata; e mai la sua carne è stata più frantumata e lacerata come da quando celebriamo la libertà della globalizzazione. Si tratta della libertà per cui tutto può andare dappertutto; ma questa libertà di muoversi per tutti i luoghi e in tutte le direzioni, l’abbiamo istituita e riservata solo alle cose: al capitale, alle merci, alle fabbriche depurate dagli operai, alle manifatture, ai servizi, ai call center, ma non l’abbiamo data alle persone. In questa sua attuale forma economica e finanziaria la globalizzazione non può realizzarsi che in forza di un capitalismo integrale, di quel neoliberismo ignaro delle persone e dei corpi che in un altro universo di valori viene chiamato “globalizzazione dell’indifferenza”.

UMANITÀ CONDIVISA, CAMMINO DA INIZIARE. È questa umanità spezzata che va ora ricomposta. Viene perciò il tempo dell’umanità condivisa. Il compito più grande, il vero cambiamento non solo per l’Italia, ma per l’Europa e per il mondo, è di portare all’unità la carne spezzata delle nostre storie divise, mediante culture e politiche di condivisione, estendendo alle persone la libertà di muoversi e di stabilirsi che abbiamo dato alle cose. Per questo lo slogan “Prima l’America”, o uno che fosse “Prima i bianchi”, ma anche, quello oggi più in auge, “Prima i cittadini”, sono contro il nuovo traguardo dell’umano. Perché siamo tutti di colore, e siamo tutti stranieri. Infatti se siamo cittadini per noi, siamo stranieri per gli altri, e perciò ognuno è all’altro straniero, e di conseguenza nessuno è straniero. Certo non è per oggi raggiungere questo traguardo, ma a partire dal nuovo globalismo di oggi, questo è il cammino da iniziare, su questo vanno giudicati ogni cambiamento e promessa di cambiamento.

TRE ITALIE. Quanto al governo che si è presentato oggi alle Camere, staremo a vedere, con vigilanza, nello stesso spirito con cui abbiamo seguito la lunga crisi seguita alle elezioni del 4 marzo. Avevamo detto nella nostra newsletter n.72 del 7 marzo (“Una felice discontinuità”) di amare tutte e due le Italie uscite dalle urne, raffigurate nelle cartine mostrate in TV, quasi tutta di un colore l’Italia del Nord, tutta d’un altro colore quella del Sud; ora si è fatta viva una terza Italia, contrapposta alle prime due e ferocemente critica del governo che esse hanno fatto insieme; e noi amiamo anche questa, tutte e tre come un’Italia sola, con un amore fatto di stima e di rispetto. Per questo non siamo d’accordo con i toni alti di chi denuncia una “viltà generale” perché si è permesso che andasse al potere “l’estrema destra razzista e golpista”, descritta come pari o peggio del fascismo, “con o senza distintivo”, cosa non vera; né siamo d’accordo col disprezzo con cui è guardata la nuova maggioranza; né ci ha disturbato la spavalderia di cui sono stati accusati i “Cinque stelle” quando sono saliti tutti compatti alla festa del Quirinale come se entrassero in una terra di conquista; può darsi che dessero questa impressione, ma era la prima volta dalla “inequa” unità d’Italia che il Sud giungesse al Quirinale e nei sacrari del potere non nelle umiliate vesti del Gattopardo.

INEDITA ALLEANZA. Ci ha interessato di più l’anatema di Berlusconi che ha accusato l’inedita alleanza costituitasi in Italia di “pauperismo e giustizialismo”: un’accusa che va decodificata, perché oggi per mettere alla gogna il buono si dice “buonismo”, per neutralizzare il popolo si dice “populismo”, per invalidare la sovranità si dice “sovranismo” e per liquidare la fede si dice “fideismo”. Dunque, così decodificata la condanna di Berlusconi – povertà e giustizia – l’accusa alla nuova maggioranza è quella di accorgersi della povertà, di volervi porre rimedio, e di fare giustizia. In verità lotta alla povertà e giustizia sarebbe un magnifico programma di governo, e Berlusconi stesso lo addita deprecandolo, dopo l’opposto messaggio da lui trasmesso per anni con i suoi governi e le sue televisioni. Magari fosse così, fosse questa la cifra del governo, non ne siamo affatto sicuri, e non solo per i limiti suoi e dei suoi attori principali, ma perché dovrebbe cambiare profondamente la cultura non di un’Italia, ma di tutte e tre, e ancor più, non solo dell’Italia, ma dell’Europa e dell’Occidente. Dunque staremo a vedere, con molta vigilanza, sperando sempre che ciò che nasce cresca, che il nuovo non fallisca, che il meglio accada, perché il “tanto peggio tanto meglio” non è solo un ossimoro, è un delitto.

 

gennaio 7, 2018

IN CAMMINO VERSO LA LUCE

I MAGI SONO ATTIVI MENTRE ERODE, SACERDOTI, SCRIBI E ALTRI POTERI SONO IMMOBILI

di don Giorgio De Capitani*

Epifania ovvero manifestazione o rivelazione. La parola “epifania” deriva dal greco e significa “manifestazione” o “rivelazione”. Ed ecco subito la domanda: l’episodio dei magi riportato da Matteo (l’unico tra i quattro evangelisti a narrarcelo) che cosa intende rivelarci? Sappiamo che i Vangeli non sono narrazioni del tipo cronachistico o giornalistico, ovvero dei resoconti di ciò che Gesù ha detto o ha fatto, ma “rivelano” delle verità, perciò da scoprire al di là della cronaca. E talora, vedi ad esempio le parabole, le verità sono rivelate attraverso racconti fantasiosi. Rivelare, attenzione alle parole, non significa mettere un nuovo velo, ma il verbo deriva dal latino “re-velare”, ovvero togliere il velo. Nel caso dei magi, il primo velo da togliere è l’involucro storico di un racconto, con cui l’evangelista Matteo ha voluto simbolicamente rivelare una realtà divina, che perciò va colta in tutta la simbologia del mito. Perciò, Matteo ha rivelato con una bella fiaba verità eterne, che però sembrano tuttora nascoste sotto l’involucro esteriore di un racconto. Questo è sempre stato letto e riletto in modo letterale, perciò dando un nome storico o geografico o fisico a elementi del racconto, che, essendo una fiaba, vanno invece interpretati in senso allegorico.

Simbologia. Perciò: l’oriente o Gerusalemme non sono da intendere in senso geografico; la stella non va intesa in senso fisico come un corpo celeste; Erode e i dottori della legge non vanno intesi in senso storico; i magi non sono personaggi da identificare come saggi o astronomi, ecc. Tutto va visto in senso simbolico. La parola “simbologia” indica quel mettere insieme dei pezzi o degli elementi che ci permettono di trovare l’armonia di un disegno o di un progetto. Perciò, in ogni racconto simbolico non bisogna soffermarsi su un solo aspetto. Quindi, la cosa importante da cogliere in ogni racconto allegorico o simbolico è l’insieme dei particolari, e i particolari servono per cogliere l’unitarietà del racconto. Nel racconto di Matteo non dobbiamo soffermarci sui magi, o sulla stella, o su Erode e tantomeno sui doni offerti dai magi. I doni sono l’aspetto meno importante del racconto.

Qual è allora il cuore del racconto di Matteo? Tutto porta a quel Bimbo straordinario, che è Gesù di Nazaret. Dovremmo già aver parlato, nei giorni scorsi, della nascita di questo Bimbo straordinario, soffermandoci a chiarire la realtà di una Nascita, che non è da intendere solo in senso puramente storico, ma di qualcosa che rivive nella realtà del nostro essere interiore. Il Natale è la nostra nascita e rinascita nella realtà dello spirito. Non torno a ripetere cose già dette, ma mi preme ora evidenziare il fatto che siamo in cammino verso quel Bimbo, che non è più il Gesù di Nazaret, ma il Cristo della fede. Cammino indica movimento, tendere verso, significa dunque ricerca.

Verbi di movimento. Cito volentieri e spesso un prete milanese, don Angelo Casati, perché anzitutto lo stimo, e poi perché dice cose sagge senza tenere gli occhi bendati, e infine perché mi sento con lui in sintonia su tante cose. Ebbene, don Angelo scrive, a proposito del racconto dei magi: «Entriamo ancora una volta nel fascino di questo racconto che Matteo inventò, con colori e immagini stupende. E nessuno gridi al falso storico, perché Matteo ci passa qualcosa di più di una cronaca di alcuni magi. Ci passa la cronaca di una moltitudine sterminata, e a moltitudine si aggiunge moltitudine, di donne e di uomini. Cronaca dunque reale. Cronache dell’anima». Dopo aver dimostrato che non è un racconto idillico, don Angelo scrive: «Questa è la storia – sbendiamoci gli occhi! – questa è la storia in cui si colloca il cammino dei magi, il cammino degli uomini e delle donne di tutti i tempi, il cammino della ricerca, dei pellegrini dell’Assoluto». Dunque, è un racconto dove il cammino ha un’estrema importanza. I magi sono sempre in cammino, anche quando, dopo aver adorato il Bimbo straordinario, tornano nei loro paesi.

Cammino significa movimento, non essere mai fermi, statici, passivi. Si cammina, sempre: anche quando si è stanchi fisicamente, o si è avanti negli anni. Lo spirito non conosce soste, non conosce età, non conosce traguardi raggiunti. Pensiamo al primo brano della Messa. Provate a contare i verbi di cammino o di movimento: “cammineranno i popoli… tutti costoro i sono radunati, vengono a te… vengono da lontano… verranno a te i beni dei popoli… tutti verranno da Saba». Notate nel racconto di Matteo il contrasto tra il cammino dei magi, desiderosi di trovare il Bimbo straordinario, e la immobilità di Erode, dei sommi sacerdoti, degli scribi, della città di Gerusalemme. Per Erode, i sommi sacerdoti, gli scribi e la città tutto è scontato: c’è scritto! Ecco il potere che ha paura del nuovo! C’è scritto! Chiuso il discorso. È un dogma! Chiuso il discorso.

L’immagine della luce. Scrive ancora don Angelo Casati: «L’immagine della luce è legata al movimento e non alla fissità. Paradossalmente dico, perché succede invece che si leghi l’immagine della luce, o se volete, della verità, alla fissità, alla codificazione: fanno le riunioni, consultano i libri, danno risposte, tutto da fermo, e non arrivano a quel bambino che è una verità viva, che cresce, non una verità rinsecchita, morta». E anche qui pensiamo al primo brano: quanti riferimenti alla luce! «Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te… Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te… Allora guarderai e sarai raggiante». Dunque, non si possono scindere il cammino dalla luce. Se la luce è movimento, noi non possiamo stare fermi. Don Angelo Casati, dopo aver denunciato i falsi equilibri del potere, scrive ancora: «Quale contrasto con gli uomini che hanno il coraggio degli occhi aperti, il coraggio dei pensieri aperti, il coraggio delle parole aperte: “Al vedere la stella provarono una grande gioia” E a noi? Da che parte stiamo?»

*omelia del 6 gennaio 2018: Epifania del Signore (Is 60, 1-6; Tt 2,11-3,2; Mt 2,1-12). Fonte: http://www.dongiorgio.it/06/01/2018/omelie-20918-di-don-giorgio-epifania-del-signore/

dicembre 11, 2017

IL SOVRANO SPIRITUALE CHE PORTA LA GIUSTIZIA

LA FIGURA IDEALE DEL MESSIA E LA PROMESSA DI UNA PROSPETTIVA PARADISIACA
di don Giorgio De Capitani*
Immagini da spiegare. Il primo brano è una delle pagine più celebri di Isaia, anzi di tutto l’Antico Testamento. Va però letta e interpretata al di là di una visuale puramente politica. Secondo gli studiosi, si tratterebbe del canto di intronizzazione del nuovo re Ezechia, un sovrano giusto in cui il profeta riporrà le sue speranze. Ma, nei secoli successivi, questo carme è stato riletto in vista di un altro sovrano, quello ideale, ovvero del Messia. Anche i cristiani lo leggeranno, ancora oggi, per esaltare la figura di Gesù Cristo. Ecco perché la Liturgia ce lo presenta in questa domenica di Avvento. Ci sono delle immagini che vanno spiegate. Anzitutto, c’è un tronco, quello di Jesse, il padre di Davide; e c’è un germoglio, che spunta dal tronco o, è la medesima immagine, un virgulto che germoglia dalle sue radici. Ed ecco il significato: dal tronco inaridito dalle infedeltà della dinastia davidica spunta un germoglio, segno gratuito e inatteso di vita e rappresentazione di un re, dono del Signore. Il germoglio diventa così l’immagine o il simbolo a indicare il Messia. Addirittura negli scritti del profeta Zaccaria “germoglio” diventa uno dei nomi del Messia. Questo ci aiuta a fare una prima riflessione.
Germoglio. Se il Messia è il Germoglio, allora anche oggi, e lo sarà sempre, lo dobbiamo considerare come un segno permanente di gratuità e di sorpresa, soprattutto se la società, sia civile che religiosa, si presenta come un tronco inaridito. In altre parole, Cristo non potrà mai identificarsi con una struttura, ovvero non cresce e si sviluppa col crescere e lo svilupparsi della pianta, magari ricca di rami rigogliosi, che si chiami chiesa o si chiami società civile. Cristo è il Germoglio, e tale resterà sempre. Dobbiamo perciò tenere gli occhi bene aperti, per cogliere i segni del Germoglio, ovvero di ogni risveglio del Divino. Ma è in noi, e non nelle strutture nelle loro più svariate ramificazioni, che avviene il Risveglio, perché è nel nostro essere più profondo che il Divino affonda le sue radici. Questa osservazione ci porta a capire ciò che dice l’autore sacro, parlando dello spirito che si poserà sul Germoglio. Isaia infatti scrive: «Su di lui (cioè sul germoglio) si poserà lo spirito del Signore». Fermiamoci. Il termine ebraico “ruah” indica sia il “vento” che lo “spirito”. Non dimentichiamo le prime parole della Genesi: «lo spirito (letteralmente il soffio) di Dio aleggiava sulle acque». E non dimentichiamo le parole di Gesù a Nicodemo: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Isaia ripete per quattro volte la parola “spirito”, a indicare sia i quattro venti dei punti cardinali, sia soprattutto, essendo il quattro un numero perfetto, una totalità di effusione della grazia divina sull’eletto.
Doni dello Spirito. E qui entrano in scena i cosiddetti doni dello Spirito. In realtà, lo spirito di Dio si articola in tre coppie di doni: sapienza e intelligenza (o discernimento), consiglio e fortezza, conoscenza e timore del Signore. Nella traduzione latina la prima parte del versetto 3 (“Si compiacerà del timore del Signore”) viene legata al versetto 2 (con la descrizione appena vista dei sei doni), e per evitare di ripetere la parola “timore” si è introdotta la parola “pietà”. Da qui deriva il tradizionale elenco dei sette doni dello Spirito santo, fatto proprio anche dalla Chiesa cattolica. Nell’intendimento di Isaia, dei sei doni dello Spirito, quattro riguardano le funzioni di un giusto sovrano: sapienza e intelletto (o discernimento) sono essenziali per il governo, mentre il consiglio e la fortezza riguardano la capacità di decidere e progettare per il benessere del popolo. Conoscenza e timore del Signore si riferiscono all’atteggiamento di fede in Dio. Non dimentichiamo che la monarchia ebraica era teocrazia: capo supremo era il Signore. Ecco, con questi doni dello spirito il re o monarca che viene intronizzato, cioè mentre assume ufficialmente il proprio potere, potrà amministrare in pienezza e vigore la giustizia. Possiamo allora dire che la giustizia è la somma dei doni dello Spirito santo. Diciamo meglio: la giustizia proviene dalla sapienza e dal discernimento, dal consiglio e dalla fortezza, dalla conoscenza e dal timore del Signore. Ecco il sovrano “giusto”.
Orizzonte paradisiaco. Dicevo, all’inizio, che le parole di Isaia non vanno intese solo in una visuale diciamo politica. Certamente, come dicono gli studiosi, il profeta pensava al suo sovrano Ezechia. Ma il profeta, pur non sapendolo, aveva tratteggiato le caratteristiche del sovrano ideale, ovvero il futuro Messia. Lo spirito divino si poserà in pienezza su Gesù Cristo, il Giusto. A parte il fatto che Gesù è stato concepito nel grembo di Maria per opera dello Spirito santo, lo Spirito santo all’inizio della vita pubblica scenderà ancora su di lui (ricordiamo la scena mistica, dopo il battesimo presso il fiume Giordano), proprio per marcare in senso spirituale tutto l’agire del Messia. E l’opera di Cristo non sarà rivolta a compiere miracoli, o a conquistare le folle, ma ad annunciare una parola di conversione, che non avviene senza l’azione dello Spirito. Il Messia, dunque, agisce in nome dello Spirito, attraverso i doni dello Spirito, e prepara l’effusione dello Spirito. Solo nello Spirito di Cristo si realizza il regno del bene o della pace. Isaia, sempre nel primo brano, delinea l’orizzonte paradisiaco del regno giusto, ricorrendo a immagini animali e ispirandosi al racconto dell’Eden, e lo fa mettendo in scena le coppie antitetiche degli animali ostili tra loro, i selvatici e i domestici. Non possiamo non vedere quella ricomposizione delle antitesi, bene e male, che solo lo Spirito divino potrà compiere. Forse la strada è ancora lunga. Ma non è impossibile.
*omelia del 10 dicembre 2017, Quinta domenica di avvento (Is 11,1-10; Eb 7,14-17.22.25; Gv 1,19-27a.15c.27b-28) fonte: http://www.dongiorgio.it/10/12/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-quinta-di-avvento/

luglio 20, 2017

I PIROMANI

FORSE GLI INCENDI APPICCATI SONO LEGGENDA METROPOLITANA. FORSE VI SONO SEGNI DELLA FINE DELL’EPOCA SUICIDA INIZIATA NEL 1992

di Raniero La Valle fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2017/07/i-piromani.html

Leggenda metropolitana. Che l’Italia sia devastata da un esercito di piromani e di untori è una leggenda metropolitana come quella dell’incendio di Nerone. Ma un tempo è finito. La storia secondo la quale all’Italia sarebbe stato appiccato il fuoco dalle Alpi alla Sicilia (quattordici incendi solo nella città di Messina) da un esercito di piromani, mafiosi, camorristi speculatori e padroncini di Canadair, è come la favola dell’incendio di Roma appiccato da Nerone. Fa comodo a tutti dare la colpa ai piromani quando i piromani sono loro. Il vero piromane è Trump che rompe il timidissimo e solo preliminare accordo mondiale sul clima; piromani sono gli interessi petroliferi e finanziari che hanno bloccato fin qui le tecnologie già pronte per il passaggio alle energie alternative, per le quali già oggi il parco delle automobili potrebbe essere formato da auto elettriche e la motorizzazione su autostrada potrebbe essere sostituita dalle ferrovie; piromani sono le economie speculative che hanno fatto inaridire la terra, rinsecchire il verde, hanno privatizzato le acque, abolito le guardie forestali, burocratizzato le procedure antincendio, messo in ferie forzate guardie ambientali e vigili del fuoco; piromani sono quelli che non battono ciglio quando già intere isole sono sommerse, terre fertili sono diventate un deserto, i tropici avanzano e dalle riserve frigorifere dei poli si staccano iceberg grandi come la Liguria; piromani sono quelli che non permettono l’immigrazione se non clandestina e ammassano fuggiaschi infelici in campi di detenzione dove basta una bombola, una lite o una spedizione punitiva di difensori dell’identità bianca per scatenare un inferno. In questa situazione, quando il sole brucia la terra fino a 45 gradi, basta un frammento di vetro, una bottiglia abbandonata, un rifiuto di plastica per concentrare i raggi e accendere il fuoco alle stoppie, ai campi riarsi, ai cigli delle strade inariditi, alle città stesse.

Si può cambiare? Sì, si può cambiare, se torna la grande politica, non solo a mettere a tacere la petulanza dei piccoli arrivisti italiani, ma a mettere insieme i popoli in un nuovo grande patto mondiale come quello che fondò il diritto sovranazionale e mise al bando la guerra e perfino la minaccia dell’uso della forza nel 1945 a San Francisco. Diritto universale di migrare, apertura delle frontiere e risanamento della terra sono i problemi più urgenti che con tenace speranza papa Francesco ha messo davanti ai potenti riuniti per un loro ennesimo balbettante vertice ad Amburgo nella prima settimana di luglio, con una lettera che pubblichiamo qui sotto.

Fine o principio? Ma per cambiare rotta e registro bisogna prendere atto che questa epoca suicida è giunta alla fine, e che un nuovo tempo sta lievitando dal profondo, ed il tempo è questo, come argomenterà la nostra assemblea del prossimo 2 dicembre a Roma. Quasi a ricordarci che tutto un tempo è finito, si sono accumulati i lutti di questo mese, tra giugno e luglio 2017. A metterli tutti in una luce non di fine, ma di principio, era venuto il 20 giugno scorso la grande rivendicazione papale delle profezia civile e religiosa di don Milani; e le morti dolorose che si sono susseguite dopo quel giorno, quasi a prolungarne il ricordo, sono state evocatrici di un intrico di dolori e speranze, di sconfitte subite e di vittorie annunciate: da quella, il 23 giugno, di Stefano Rodotà, a quelle di Ettore Masina, di Luigi Pedrazzi, fino alla morte il 13 luglio di Giovanni Franzoni. Ed è stato bello che nel commiato funebre dall’ex abate di San Paolo l’attuale abate della basilica lo abbia in qualche modo ricompreso nel mondo monastico, a cui Franzoni comunque apparteneva come “monaco in uscita”.

Verso l’aurora. Messe tutte insieme, queste morti sono un segno dei tempi, che annuncia un passaggio d’epoca, così come nel 1992 avemmo il segno del passaggio da una stagione di progetto e di speranza che si chiudeva a una stagione di tristezza e restaurazione che si annunciava, quando mancarono insieme padre Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Cettina Capocasale, Italo Mancini, e la guerra tornava di moda. Adesso invece una stagione sembra aprirsi, una novità annunciarsi. I tempi si succedono, a volte scanditi da segni più vistosi, a dirci che la storia va avanti, e nonostante tutto va verso l’aurora e non verso il tramonto.

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN OCCASIONE DELL’APERTURA DEI LAVORI DEL VERTICE DEL G20

[Amburgo, 7-8 luglio 2017]

A Sua Eccellenza Dottoressa Angela Merkel, Cancelliere della Repubblica Federale di Germania

In seguito al nostro recente incontro in Vaticano e rispondendo alla Sua opportuna richiesta, desidero trasmetterLe alcune considerazioni che stanno a cuore a me e a tutti i Pastori della Chiesa Cattolica, in vista del prossimo incontro del G20, nel quale sono presenti i Capi di Stato e di Governo del Gruppo delle maggiori economie mondiali e le massime autorità dell’Unione Europea. Seguo così anche una tradizione iniziata da Papa Benedetto XVI, nell’aprile 2009, in occasione del G20 di Londra. Il mio Predecessore scrisse all’Eccellenza Vostra anche nel 2006 nella circostanza della Presidenza tedesca dell’Unione Europea e del G8.

Vorrei innanzitutto manifestare a Lei e ai leader che si incontreranno ad Amburgo il mio apprezzamento per gli sforzi compiuti per assicurare la governabilità e la stabilità dell’economia mondiale, con particolare attenzione ai mercati finanziari, al commercio, ai problemi fiscali e, più in generale, ad una crescita economica mondiale che sia inclusiva e sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou, 5 settembre 2016). Tali sforzi, come ben prevede il programma di lavoro del Vertice, sono inseparabili dall’attenzione rivolta ai conflitti in atto e al problema mondiale delle migrazioni.

Nel Documento programmatico del mio Pontificato rivolto ai fedeli cattolici, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, ho proposto quattro principi di azione per la costruzione di società fraterne, giuste e pacifiche: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; e il tutto è superiore alle parti. E’ evidente che queste linee di azione appartengano alla sapienza multisecolare di tutta l’umanità e perciò ritengo che possano anche servire come contributo alla riflessione per l’incontro di Amburgo e anche per valutare i suoi risultati.

Il tempo è superiore allo spazio. La gravità, la complessità e l’interconnessione delle problematiche mondiali sono tali che non esistono soluzioni immediate e del tutto soddisfacenti. Purtroppo, il dramma delle migrazioni, inseparabile dalla povertà ed esacerbato dalle guerre, ne è una prova. E’ possibile invece mettere in moto processi che siano capaci di offrire soluzioni progressive e non traumatiche e di condurre, in tempi relativamente brevi, ad una libera circolazione e alla stabilità delle persone che siano vantaggiosi per tutti. Tuttavia, questa tensione tra spazio e tempo, tra limite e pienezza, richiede un movimento esattamente contrario nella coscienza dei governanti e dei potenti. Una efficace soluzione distesa necessariamente nel tempo sarà possibile solo se l’obiettivo finale del processo è chiaramente presente nella sua progettualità. Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi d’attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati.

A questo punto, non posso mancare di rivolgere ai Capi di Stato e di Governo del G20 e a tutta la comunità mondiale un accorato appello per la tragica situazione del Sud Sudan, del bacino del Lago Ciad, del Corno d’Africa e dello Yemen, dove ci sono 30 milioni di persone che non hanno cibo e acqua per sopravvivere. L’impegno per venire urgentemente incontro a queste situazioni e dare un immediato sostegno a quelle popolazioni sarà un segno della serietà e sincerità dell’impegno a medio termine per riformare l’economia mondiale ed una garanzia del suo efficace sviluppo.

L’unità prevale sul conflitto. La storia dell’umanità, anche oggi, ci presenta un vasto panorama di conflitti attuali o potenziali. La guerra, tuttavia, non è mai una soluzione. Nella prossimità del centenario della Lettera di Benedetto XV Ai Capi dei Popoli Belligeranti, mi sento obbligato a chiedere al mondo di porre fine a tutte queste inutili stragi. Lo scopo del G20 e di altri simili incontri annuali è quello di risolvere in pace le differenze economiche e di trovare regole finanziarie e commerciali comuni che consentano lo sviluppo integrale di tutti, per raggiungere l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou). Tuttavia, ciò non sarà possibile se tutte le parti non si impegnano a ridurre sostanzialmente i livelli di conflittualità, a fermare l’attuale corsa agli armamenti e a rinunciare a coinvolgersi direttamente o indirettamente nei conflitti, come pure se non si accetta di discutere in modo sincero e trasparente tutte le divergenze. È una tragica contraddizione e incoerenza l’apparente unità in fori comuni a scopo economico o sociale e la voluta o accettata persistenza di confronti bellici.

La realtà è più importante dell’idea. Le tragiche ideologie della prima metà del secolo XX sono state sostituite dalle nuove ideologie dell’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria (cfr. EG, 56). Esse lasciano una scia dolorosa di esclusione e di scarto, e anche di morte. Nei successi politici ed economici, invece, che pure non sono mancati nel secolo scorso, si riscontra sempre un sano e prudente pragmatismo, guidato dal primato dell’essere umano e dalla ricerca di integrare e di coordinare realtà diverse e a volte contrastanti, a partire dal rispetto di ogni singolo cittadino. In tale senso, prego Dio che il Vertice di Amburgo sia illuminato dall’esempio di leader europei e mondiali che hanno privilegiato sempre il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni: Schuman, De Gasperi, Adenauer, Monnet e tanti altri.

Il tutto è superiore alle parti. I problemi vanno risolti in concreto e dando tutta la dovuta attenzione alle loro peculiarità, ma le soluzioni, per essere durature, non possono non avere una visione più ampia e devono considerare le ripercussioni su tutti i Paesi e tutti i loro cittadini, nonché rispettare i loro pareri e le loro opinioni. Vorrei ripetere l’avvertenza che Benedetto XVI indirizzava al G20 di Londra nel 2009. Sebbene sia ragionevole che i Vertici del G20 si limitino al ridotto numero di Paesi che rappresentano il 90% della produzione mondiale di beni e di servizi, questa stessa situazione deve muovere i partecipanti ad una profonda riflessione. Coloro – Stati e persone – la cui voce ha meno forza sulla scena politica mondiale sono precisamente quelli che soffrono di più gli effetti perniciosi delle crisi economiche per le quali hanno ben poca o nessuna responsabilità. Allo stesso tempo, questa grande maggioranza che in termini economici rappresenta solo il 10 % del totale, è quella parte dell’umanità che avrebbe il maggiore potenziale per contribuire al progresso di tutti. Occorre, pertanto, far sempre riferimento alle Nazioni Unite, ai programmi e alle agenzie associate e alle organizzazioni regionali, rispettare e onorare i trattati internazionali e continuare a promuovere il multilateralismo, affinché le soluzioni siano veramente universali e durature, a beneficio di tutti (cfr. Benedetto XVI, Lettera all’On. Gordon Brown, 30 marzo 2009).

Ho voluto offrire queste considerazioni come contribuito ai lavori del G20, fiducioso nello spirito di solidarietà responsabile che anima tutti i partecipanti. Invoco perciò la benedizione di Dio sull’incontro di Amburgo e su tutti gli sforzi della comunità internazionale per attivare una nuova era di sviluppo innovativa, interconnessa, sostenibile, rispettosa dell’ambiente e inclusiva di tutti i popoli e di tutte le persone (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou).

Gradisca, Eccellenza, le mie espressioni di alta considerazione e stima.

Vaticano, 29 Giugno 2017

Francesco

gennaio 12, 2017

LE ACQUE DELLA VITA

BENE COMUNE UNIVERSALE, OLTRE ALL’ASPETTO PURIFICATORIO, EVOCANO L’AZIONE CREATRICE E VIVIFICANTE DI DIO. L’ACQUA VIVA CHE DÀ GESÙ È LO SPIRITO SANTO

di don Giorgio De Capitani*

Alle sorgenti della vita. Di proposito, non vorrei neppure sfiorare il tema del battesimo penitenziale di Giovanni il Precursore, a cui anche Gesù si sarebbe volontariamente sottoposto, nonostante le iniziali perplessità e riluttanze dello stesso Battista. E nemmeno vorrei parlare del battesimo rituale/sacramentale della Chiesa cattolica. Anche qui, perché non cercare invece un senso più profondo del gesto anche provocatorio di Gesù di sottoporsi al battesimo penitenziale del cugino Giovanni? Diciamo subito che Gesù non era andato al fiume Giordano per chiedere perdono dei suoi peccati: era il Figlio di Dio, concepito senza peccato da una vergine senza peccato, dunque che peccato poteva avere? Ma se il fiume Giordano, con le sue acque e i suoi luoghi solitari, poteva essere il posto ideale per riflettere sui propri peccati, chiedere perdono e fare penitenza, aveva anche un altro richiamo, proprio per le sue acque. Le acque, infatti, non rappresentano solo l’aspetto purificatorio (l’acqua, proprio perché serve anche per lavarsi, è diventata presso ogni religione un rito di purificazione dell’anima), ma le acque richiamano anzitutto le sorgenti della vita, dopo che, come dice il primo versetto della Genesi, lo spirito o soffio di Dio come un uccello dalle grandi ali si era posato sulle acque primitive, agitandole in vista dell’azione creatrice e vivificante di Dio. Più che un uccello, l’immagine potrebbe richiamare la chioccia che sta covando l’armonia cosmica. Certo, sono immagini, attinte dall’autore sacro ai miti anche rozzi dei popoli antichi. Ma c’è un chiaro messaggio da cogliere al di là del mito: le acque sono all’origine della vita del creato.

Bene comune universale. Non vogliamo invadere le competenze della scienza, ma nessuno può negare che l’acqua sia l’elemento chimico e biologico più importante della nostra vita e del mondo intero. Non dimentichiamo che il nostro corpo è fatto del 60 per cento di acqua. Ancora oggi lottiamo, magari con idee parecchio confuse, per salvare l’acqua dal mercato, essendo un bene comune universale, a cui tutti gli abitanti del mondo hanno diritto, almeno per quel minimo che serve per poter vivere. Del resto, la descrizione del bene e del male sembra particolarmente legata alle acque: alla loro fertilità oppure alla loro distruzione. Pensate al giardino terrestre: nella Genesi viene descritto come irrigato dai fiumi, di cui due li conosciamo: il Tigri e l’Eufrate. E pensate, dal lato negativo, agli abissi marini dove nel mondo antico e anche in quello ebraico abitavano forze misteriose e terribili creature. Pensate anche a ciò che ha procurato il diluvio universale (per le zone allora abitate), con la distruzione degli esseri umani e degli animali, salvando solo Noè, la sua famiglia e gli animali che si trovavano sull’arca. Pensate al duplice aspetto, negativo e positivo, della miracolosa attraversata del Mar Rosso: con la distruzione dell’esercito egiziano e con la salvezza del popolo ebreo.

Gesù e l’acqua. Gesù non poteva non conoscere il valore dell’acqua, nei suoi aspetti di purificazione, ma soprattutto nei suoi aspetti rigenerativi. Ed è per questo che, quando è sceso al fiume Giordano, ha voluto compiere un gesto che è sfuggito ai più, soffermandosi sull’aspetto rituale/penitenziale, tra l’altro solo apparente, visto che, come abbiamo già detto, Cristo era senza peccato. Il gesto riguardava qualcosa di veramente radicale: Gesù ha voluto dirci una cosa essenziale, ovvero di tornare alle sorgenti della vita. Qui dovrei aprire una lunga parentesi, ma mi limito ad alcuni accenni. Il quarto evangelista tratta, più degli altri tre, il tema dell’acqua, e lo fa con l’occhio teologico o meglio mistico, avendo anche alle spalle una comunità cristiana che si distingueva per la sua maturità profetica, a differenza della chiesa di Pietro, più gerarchica e già strutturale. Ecco allora l’episodio delle nozze di Cana: l’acqua rituale è mutata in un vino speciale. Ecco l’incontro di Gesù con la donna samaritana: l’acqua che disseta per la vita eterna è simbolo della grazia divina. Ecco il dialogo notturno di Gesù con Nicodemo: si parla di una nuova nascita, “da acqua e Spirito”, una rinascita come un ritorno al grembo materno, nel cui liquido amniotico ogni essere umano vive la sua formazione iniziale. Ed ecco l’episodio del cieco nato, che viene inviato per lavarsi alla piscina di Siloe (era stata costruita dal re Ezechia come luogo di raccolta dell’acqua che egli aveva incanalato dalla sorgente di Ghihon, per assicurare il rifornimento idrico alla città in caso di assedio). C’è di più. Durante la festa delle Capanne (o dei Tabernacoli), il popolo con i sacerdoti si recava in processione alla piscina per attingere con una brocca d’oro l’acqua che veniva poi versata sull’altare. Durante la processione da Siloe a Ghihon il popolo cantava un versetto di Isaia (12,3): «Attingerete acqua con gioia alle fonti della salvezza». È in questo contesto che Gesù prese lo spunto per pronunciare il suo discorso sull’«acqua viva». Commenta l’evangelista Giovanni (7,37-39): «Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: ”Se qualcuno ha sete, venga a me; e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva. Quegli egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato».

L’acqua e lo Spirito santo. Dunque, l’acqua viva è lo Spirito santo. Ora ci è più facile capire anche il senso del cosiddetto battesimo di Gesù, che in realtà è stato l’aver restituito all’acqua il suo stretto collegamento con lo Spirito divino. Se Giovanni Battista battezzava solo con l’acqua, il Messia avrebbe battezzato nello Spirito santo. Come scrivono gli evangelisti, proprio al Giordano, su Gesù scenderà lo Spirito santo sotto forma di colomba, un’immagine che richiama l’acqua primitiva, quando lo spirito di Dio “aleggiava sulle acque”. Non posso chiudere queste riflessioni senza dire l’importanza dell’acqua presso le spiritualità orientali: pensate al legame particolare degli induisti con le sorgenti del Gange. C’è un libretto bellissimo, “Alle sorgenti del Gange – Pellegrinaggio spirituale”, scritto da Henri Le Saux. L’autore scrive che l’uomo è chiamato a salire verso le vette, là dove pensa ci sia la dimora di Dio. «Irresistibilmente egli sale, quasi per ritornare alla sua “fonte”, lassù, da dove provengono tutte le acque: quelle che si diffondono su tutta la terra per fecondarla e quelle a cui misticamente possono ristorarsi le anime».

*Omelia dell’8 gennaio 2017: battesimo del Signore (Is 55, 4-7; Ef 2,13-22; Lc 3,15-16.21-22). Fonte: http://www.dongiorgio.it/08/01/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-battesimo-del-signore/

giugno 20, 2016

ACCOGLIERE GLI STRANIERI

IL GRAVE PECCATO DI SODOMA NON ERA L’OMOSESSUALITÀ, MA IL RIFIUTO DELL’OSPITALITÀ

di don Giorgio De Capitani*

Tre uomini misteriosi. Il primo brano, tolto dal libro della Genesi, presenta i primi trentatré versetti del capitolo 18: sono stati tralasciati quelli riguardanti l’accoglienza tipicamente orientale di Abramo nei riguardi dei tre ospiti, che gli annunciano la nascita di un figlio, nonostante la tarda età della moglie Sara. Il brano non è di facile lettura, e contiene vari spunti di riflessione. Anzitutto, presso le Querce di Mamre si presentano ad Abramo tre uomini misteriosi. Angeli? Dio stesso in quanto Trinità? Qui le interpretazioni sono le più disparate. Da notare, in ogni caso, un particolare: Abramo, quando li vede, li accoglie con doveroso rispetto, e si rivolge a loro come se si trattasse di una sola persona: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo». Sant’Agostino commenterà questo passo come una anticipazione del mistero trinitario. Egli scriverà, infatti, che Abramo “tres vidit et unum adoravit” (Abramo vide tre e adorò uno). Nella interpretazione più diffusa del testo biblico i tre uomini salutati e poi ospitati da Abramo in una mensa approntata per loro, vengono intesi come presenze angeliche e come tali le troviamo raffigurati in quadri ed icone. Non possiamo non ricordare la celebre icona del pittore monaco russo, Andrej Rublëv, che la dipinse negli anni dal 1422 al 1427. I tre angeli sono seduti attorno ad un tavolo e benedicono un vaso contenente la carne del vitello sacrificato da Abramo.

Impronta di Dio. Che dire di queste interpretazioni del testo biblico? Le riletture allegoriche o simboliche dei fatti biblici, a meno che non siano del tutto fantasiose, possono essere interessanti e a me sinceramente non dispiacciono. Del resto, in ogni realtà ci sono “vestigia dei”, ovvero le impronte di Dio, come ha scritto San Bonaventura da Bagnoregio (XIII secolo d.C.). Le impronte di Dio si manifestano in ogni essere, animato o inanimato che sia. Una cosa interessante: S. Bonaventura come prova cita un passo evangelico, quando i discepoli di Gesù, esclamano: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre». Ecco, perfino le pietre “gridano” il loro legame col divino. Vorrei, infine, ricordare ciò che ha scritto la grande filosofa francese, Simone Weil, secondo cui nel mondo ci sono i simboli di Dio, che però non sono altro che segni delle “porte” sul divino. Spetta a noi scoprirli. Dio ha messo delle “trappole” per catturarci, tra cui la bellezza: tocca a noi farci catturare.

Sacro dovere dell’ospitalità. C’è un altro aspetto del racconto da chiarire. Dopo che ha dato ad Abramo il lieto annuncio della nascita di un figlio, il Signore lo rende partecipe della sua intenzione di voler distruggere la città di Sodoma. È lecito chiederci: per quale motivo? Che cosa avevano combinato di così grave i suoi abitanti? Qui le interpretazioni si sono quasi tutte concentrate sulla loro omosessualità. Il termine “sodomia” deriva, appunto, dalla città di Sodoma. Pensate a l’uso che si è fatto del racconto della Genesi e della punizione di Dio di Sodoma anche in occasione della approvazione da parte del Parlamento italiano dei diritti delle unioni civili e delle unioni omosessuali, da parte dei soliti fondamentalisti pseudo-cristiani! Ecco il bello: in realtà, il vero motivo della punizione divina di Sodoma era un altro. Secondo l’interpretazione dei rabbini, gli abitanti di Sodoma sono stati puniti perché avevano violato il dovere, sacro presso tutti gli antichi popoli, dell’ospitalità, ovvero il diritto di qualsiasi ospite ad essere accolto e salvaguardato, come ospite, da ogni offesa alla sua dignità. “Un peccato, scrive don Angelo Casati, che incenerisce la città. Non solo quella di Sodoma: ogni città, di ogni tempo”.

Fobia del diverso. Come la prospettiva cambia! Dall’aspetto puramente sessuale si passa all’aspetto umano-sociale di fratellanza universale. Abbiamo allora il coraggio di porci questa domanda: il Signore, oggi, chi ridurrebbe in cenere: il governo che ha approvato le unioni civili e i diritti delle coppie omosessuali, oppure quei partiti e quei politici che ogni giorno predicano l’odio verso gli extracomunitari e i migranti? Ancora oggi siamo malati di sessuofobia, e ci dimentichiamo che il vero peccato è l’alterofobia o la fobia del diverso, di chi noi riteniamo “diverso”. Per evitare di ripetere le solite cose sulla preghiera di intercessione e di citare ogniqualvolta le parole di Carlo Maria Martini che, a proposito della parola “intercessione”, ha fatto una interessante analisi, vorrei invece soffermarmi su una domanda che magari in tanti ci siamo posti: perché Abramo si è fermato a dieci? non poteva scendere fino a uno?

Basta un solo giusto? Don Raffaello Ciccone fa osservare: «Geremia ed Ezechiele oseranno scendere ancora di più, intuendo che Dio perdona il suo popolo se incontrasse anche un solo giusto. Va ricordato Geremia: “Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se c’è un uomo che pratichi il diritto, e cerchi la fedeltà, e io la perdonerò” (5,1). Va ricordato Ezechiele: “Ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e si ergesse sulla breccia di fronte a me, per difendere il paese perché io non lo devastassi, ma non l’ho trovato” (22,30). E il profeta Isaia (capitolo 53) garantisce che la sofferenza del solo “Servo di Jahvè” salva tutto il popolo; ma quest’annuncio non sarà compreso che quando si manifesterà Gesù». Ed ecco la domanda: un solo giusto potrebbe salvare l’umanità? Dunque, la forza del bene non sta nella quantità, nel numero, nella massa, nel moltiplicare le opere buone, nell’aumentare le canonizzazioni. La forza del bene sta nel bene stesso, e il bene non richiede visibilità, non vuole consenso e popolarità. Nessuno riuscirà a distruggerlo. Ecco perché, nonostante tutto, ovvero nonostante i continui disastri della cattiveria umana, nessuno potrà distruggere l’energia latente di un bene che, proprio perché latente, ovvero realmente presente ma invisibile, è la sorgente della vita, di un presente che mette sempre in scatto matto il male, che, a forza di inganni e di bugie, vuole mostrare la sua faccia da trionfatore. Ma sarà sconfitto.

*omelia del 19 giugno 2016: Quinta dopo Pentecoste (Gen 18,1-2a.16-33; Rm 4,16-25; Lc 13,23-39). Fonte: http://www.dongiorgio.it/19/06/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-quinta-dopo-pentecoste/

aprile 28, 2016

IL PROSSIMO NON HA ETICHETTE

I LIMITI DELLA PROPRIETÀ PRIVATA E L’OPPORTUNITÀ DI UN ARRICCHIMENTO SPIRITUALE

di don Giorgio De Capitani*

La fede che non divide. Vorrei rileggere il primo brano della Messa, tolto dal libro “Atti degli Apostoli”, alla luce o, per lo meno, con il sostegno degli altri due brani: quello dell’apostolo Paolo con il famoso inno alla carità, e quello di Giovanni, che è l’inizio del primo Discorso di addio, che Gesù ha tenuto ai suoi discepoli durante l’Ultima Cena. Anzitutto, una annotazione. Nei primi capitoli degli “Atti degli Apostoli”, Luca, che ne è l’autore, presenta tre “sommari”, ovvero fa per tre volte il punto della situazione. Qui non potrei non far notare, come doverosa premessa, la stretta inscindibile connessione tra il brano di oggi, che è il secondo sommario, con la Risurrezione di Cristo, come del resto così andrebbe letto tutto il libro degli Atti. Dunque, la condivisione tra i fratelli, come vedremo, è la prova più concreta della Risurrezione. Già questo fa capire che, quando si parla del Cristo della fede, non si tratta di qualcosa di aleatorio o di qualcosa di così interiore o spirituale da non incidere sulla vita esistenziale dei credenti. È esattamente il contrario: più il Cristo della fede anima il mio mondo interiore, più mi sento unito all’Umanità più reale, più concreta, ma – qui sta la grande novità – in modo tale da non separare o dividere la realtà in razze, in culture o in religioni diverse e tra loro in conflitto. Invece, più mi aggrappo al Cristo storico, più rischio di farne una religione chiusa all’Umanità nella sua realtà universale.

Condivisione di cuori e di beni. Con il secondo sommario, Luca risponde a questa domanda: che cosa distingue più palesemente la vita pratica dei primi cristiani? Ecco la risposta: una volontaria comunione dei beni anche materiali. Il sommario andrebbe interpretato bene, senza cadere nell’equivoco di pensare che i primi cristiani avessero tentato una specie di “comunismo” in anteprima, anche se qualche particolare del racconto potrebbe farlo pensare. Carlo Maria Martini, con la sua grande capacità intuitiva, ci ha dato uno spunto illuminante: secondo il cardinale, non si trattava di mettere in comune per forza o per amore tutti i beni materiali, privandosi perciò di una rinuncia totale alla proprietà privata, ma della “disponibilità” concreta a mettere i propri beni a servizio degli altri, per venire incontro alle necessità dei bisognosi quando la situazione lo richiedeva. Specifichiamo. Tale disponibilità è doverosa non solo perché uno crede nel Cristo risorto o nel Dio dell’amore, ma perché ciò fa parte della stessa natura umana, quella natura che, come dicevo poco fa, è il nostro interiore più profondo. E allora, vorrei ripeterlo, più uno scende nel proprio essere, più si sente solidale con tutti.

Fuori del proprio gruppo. Anche qui chiariamo. Non basta dire: faccio qualcosa per gli altri per sentirmi utile oppure per acquistare qualche merito per la vita eterna. Mi ricordo che, anni fa, senza citare il Movimento ecclesiale, gli aderenti dovevano dare prova di fedeltà o di credibilità inventando qualche opera caritativa. Questo significa strumentalizzare la solidarietà ai fini personali o del gruppo. Ognuno di noi è prossimo perché è un essere umano. Non va perciò scelto in base a criteri ideologici. Il prossimo da aiutare è chiunque – italiano o straniero, regolare o clandestino, cattolico o islamico – si trovi in una situazione di bisogno. La “disponibilità” concreta, di cui parlava Martini, a mettere anche i propri beni materiali non mette certo in discussione la proprietà privata, tuttavia ne pone dei limiti. I limiti sono stabiliti dalla solidarietà per i casi di emergenza, il che significa che non è un gesto di generosità il mio, ma un dovere che, ripeto, non fa parte solo della mia fede nel Cristo Risorto, ma della mia stessa natura umana. E allora possiamo parlare anche di un dovere sociale, imposto dal Bene comune. Da qui la domanda: che cos’è il Bene comune? È quel Bene che riguarda tutti, senza fare o mantenere privilegi, senza permettere l’eccesso di beni, ovvero la possibilità che chi è ricco possa prendersi tutto, a svantaggio di altri. Dobbiamo smettere di pensare che con i soldi si possa comperare tutto ciò che si vuole, magari un intero paese. Non è questione solo di carità cristiana, ma di quel bene che, se vogliamo continuare a chiamarlo comune, riguarda tutti, così da creare quella uguaglianza sociale che non deve solo restare scritta sui documenti o sui programmi elettorali.

Non proprietari ma solo amministratori. Se dovessi dire certe cose, senza citare le fonti, passerei per il solito vetero marxista da quattro soldi. Potrei stare qui per delle ore a leggervi pagine e pagine di qualche Padre della Chiesa. Cito solo una frase di Giovanni Crisostomo: «Il mio e il tuo non sono altro che parole prive di fondamento reale. Se dici che la casa è tua, dici parole inconsistenti, perché l’aria, la terra, la materia sono doni del Creatore, come pure tu che l’hai costruita e così tutto il resto”. Aveva anche colpito quanto aveva scritto Benedetto XVI, nel messaggio quaresimale del 2008: «Non siamo proprietari, bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo».

Condivisione tra poveri e ricchi. San Paolo, nella sua seconda Lettera ai cristiani di Corinto, al capitolo ottavo, invita calorosamente i cristiani di quella comunità ad aderire anch’essi alla raccolta di offerte per sostenere i cristiani indigenti di Gerusalemme. Vorrei farvi notare una frase che mi ha colpito: «Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza». Qualche esegeta così interpreta: la vostra abbondanza materiale dia una mano alla loro indigenza materiale, in compenso sarete arricchiti dalla loro ricchezza spirituale. Se pensassimo a questo scambio tra beni materiali e beni spirituali, forse potremmo vedere sotto un’altra angolatura anche il problema della immigrazione. Forse saremmo noi occidentali, ricchi di beni materiali ma poveri di beni spirituali, a guadagnarci da una positiva integrazione. Purtroppo c’è chi, come Matteo Salvini, che campa sulle disgrazie altrui, e non si accorge che così s’impoverisce di umanità, supposto che sia ancora possibile aggiungere qualcosa di negativo a un cervello vuoto.

*omelia del 24 aprile 2016 (At 4,32-37; 1Cor 12,31-13,8a; Gv 13,31b-35). Fonte: http://www.dongiorgio.it/24/04/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-quinta-di-pasqua/

dicembre 29, 2015

NOSTALGIA E SPERANZA

IL RICORDO PUÒ ESSERE RIVOLTO AL PASSATO OPPURE APERTO ALLA SPERANZA E ALL’ATTESA

di Piero Stefani, Il pensiero della settimana, n. 548

Parente povera. «Sentivo nell’aria una nostalgia di bene». Un verso natalizio? Se lo fosse sarebbe anacronistico. Nell’aria delle nostre città si diffonde altro. Luci, suoni e odori vanno in una diversa direzione. Sepolto nei cuori forse quel supposto verso però c’è, o almeno è presente in chi, a motivo della sua età, è propenso ad ascoltare i rintocchi della nostalgia. Il bene, in quest’ottica, appare paragonabile a una persona che per tanti anni è stata lì, seduta alla tavola della festa, ma che quest’anno, forse per la prima volta, non è più con noi. La tavola e i cibi si ripropongono, la cara presenza invece non c’è più. La nostalgia è la parente povera della speranza. È uno sperare rivolto al passato: resta il desiderio, scompare l’attesa. La nostalgia è il volto della mancanza fattasi con il tempo meno aspra. Non conosce il baratro, ignora il grido, non sperimenta la lacerazione. Ha in sé qualcosa di soffuso, è più levigata che pungente. È una forma di presenza nell’assenza. Si rivolge al passato perché le è precluso di guardare al domani.

Nostalgia dell’attesa. A differenza della nostalgia, il ricordo è in grado di incontrarsi con la speranza. La memoria alimenta l’attesa: «fate questo in memoria di me… in attesa della tua venuta». Nei giorni dell’Avvento la liturgia ci ha riproposto una paradossale memoria dell’attesa. I testi – a iniziare da quelli, ormai desueti, della Novena di Natale – dicono con verbi al futuro quanto la fede afferma già essere avvenuto. Per quattro settimane la comunità cristiana ripercorre la speranza nell’avvento del Messia che i credenti celebrano già venuto. Anzi proprio in quella venuta essi trovano il fondamento stesso della loro fede. Il tempo di Avvento tocca il nostro cuore perché instilla in noi la nostalgia dell’attesa. È troppo poco per vivere il Natale: ora ci è chiesto di attendere e non già di averne solo nostalgia. In questo giorno la memoria di una presenza è chiamata a dischiudere il cuore verso l’attesa di un nuovo e definitivo incontro. Perché ciò avvenga bisogna che la nostalgia lasci il posto alla speranza e faccia spazio a un attendere certo, in grado di reggere il confronto con cumuli di smentite.

Perseveranza. È possibile? Lo è solo per quel tanto in cui il senso della delusione è riassorbito in una perseveranza aperta verso la speranza perché prima è stata in grado di reggere alla prova. A dircelo è Paolo. Lo fa attraverso parole capaci, nella loro complicazione, di sottrarsi alla lima sia della nostalgia sia del sentimentalismo: «ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce perseveranza (ypomonē), la perseveranza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,3-5). Senza dimenticare altre parole di Paolo complementari a quelle ora citate: «Nella speranza siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza, infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8,24-25).

 

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