Brianzecum

agosto 4, 2019

LA PASSIONE DEL BENE COMUNE

È SOLO IL BENE COMUNE CHE LEGITTIMA IL POTERE POLITICO E TUTTI ABBIAMO IL DOVERE DI VIGILARE CHE NON SI PERSEGUANO INTERESSI DI PARTE

di don Angelo Casati, omelia del 4 agosto 2019 Ottava domenica dopo Pentecoste

IL CLIMA, dico il clima, di questo racconto, è un clima arroventato. Matteo ha appena finito di scrivere che i capi dei sacerdoti e i farisei avevano intuito che i destinatari di quelle parabole urticanti di Gesù erano proprio loro. Di qui la loro decisione di catturarlo. La domanda sul tributo è dunque un tranello: coglierlo in fallo. E succede una cosa strana: che i farisei mandano i loro discepoli con gli erodiani. Ma come è possibile? Non è forse vero che farisei ed erodiani erano su posizioni irriducibili, diametralmente opposte? Mentre i farisei detestavano i romani, gli erodiani, che parteggiavano per Erode, erano al contrario collaborazionisti. Si fanno alleanze – succede – inimmaginabili. Pur di difendere interessi e potere.

DISSACRAZIONE. E un’altra cosa, tra le altre, crea meraviglia: che proprio loro abbiano nelle borse la moneta del tributo romano, quando nel tempio, per non violarne la sacralità, era severamente proibito introdurre qualsiasi raffigurazione umana. Non per nulla all’ingresso c’erano i cambiavalute. E Gesù in qualche modo li sbugiarda chiedendo loro di mostrare la moneta del tributo, moneta considerata impura, una moneta che portava l’effige dell’imperatore con l’iscrizione: “Tiberio Cesare, figlio del divino Augusto, Pontefice Massimo”. Dissacrazione totale. Voi tutti avete capito che il problema in questione in tutte le letture che oggi abbiamo ascoltato è quello del rapporto con la politica, con l’autorità, in genere con la politica, con le scelte politiche.

DIO E CESARE SULLO STESSO PIANO. Ebbene sarebbe fuorviante – spesso è avvenuto e ancora oggi avviene – che le parole di Gesù: ”Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, siano declinate quasi a segnare una totale estraneità dei campi, una separazione degli ambiti: Dio e Cesare sullo stesso piano. E il “Cesare di turno” a rivendicare il potere di fare i “fatti suoi”. Nessuna autorità, nemmeno quella religiosa, può nascondersi dietro il verbo fare: ”io faccio, io ho fatto”. Che cosa hai fatto? Voi forse avete notato che la frase di Gesù, molto nota, nota e citata e a lungo declinata con il verbo ”dare” – “Date a Cesare…” – sia stata restituita nel nostro testo all’originale “rendete”: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare”.

RESTITUIRE IL BENE RICEVUTO. Voi mi insegnate che si restituisce quello che si è ricevuto: quello che si è ricevuto da un’autorità, il bene che si è ricevuto. La domanda allora è: Che cosa significa “quello che è di Cesare”? Di che cosa si deve occupare Cesare? Che cosa spetta a Cesare? Ebbene la risposta, che viene dalle Scritture sacre, è limpida: è di Cesare, gli spetta, il ”bene comune”. Non il potere per il potere, non l’ambizione personale, non l’interesse di parte, non l’arroganza che cancella i diritti. L’orizzonte che legittima il potere, ogni potere, è il bene comune. Quando il potere ha questo orizzonte – starei per dire – ci viene spontaneo portare rispetto. Gli viene riconosciuto, gli è dovuto. E ci viene spontaneo anche pregare, perché non è una autorità che rincorre il dominio, ma il bene, la serenità, un’autorità non sopra, ma immersa con tutti. Vorrei ricordare le parole bellissime, che mai vanno dimenticate, che oggi abbiamo ascoltato dalla prima lettera a Timoteo. Paolo scrive: “Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”. Poter condurre una vita serena calma tranquilla dignitosa e dedicata a Dio! Ma vi sembra questo il clima che stiamo vivendo nella cosa pubblica? Una vita serena, dignitosa! Quando invece le parole “serenità” e “dignità” sembrano ogni giorno rimosse, esiliate dal lessico comune. Esiliate e stuprate..

LAVARCENE LE MANI. La domanda è: “Ci arrendiamo?”. Ebbene non si può, non ci si può, rifugiare nelle chiese per non vedere, per non prendere posizione su ciò che accade fuori. Quasi che la fede legittimasse un lavarcene le mani. Abbiamo responsabilità anche come credenti, e non possiamo tacere se il clima che ci avvolge e ci soffoca è tutt’altro che quello che ci è stato oggi proposto, quello di una vita calma tranquilla serena: se è tutt’altro, se è la rissa, se è la menzogna, se è l’arroganza, se è la violazione dei diritti. Al cuore mi ritornano le parole di Dietrich Bonhoeffer, teologo e pastore della chiesa confessante tedesca, giustiziato da Hitler nel mese di aprile del 1945. Diceva: “Solo chi grida per gli ebrei può cantare il gregoriano”.

C’È UN DOVERE DI VIGILANZA. Chi frequenta le chiese, chi soprattutto frequenta la Parola di Dio, sa che se Cesare sul suo tributo ha iscritto la sua immagine, Dio – “Rendete a Dio!” – la sua immagine, pensate, l‘ha scritta su ogni uomo e su ogni donna, fatti, secondo le scritture sacre, “a immagine e somiglianza di Dio”. Non possiamo non prendercene cura. Rimanendo vigili. Siate vigili – sembrava dirci oggi la lettura del primo libro di Samuele – siate vigili voi che avete preteso un re. Perché la degenerazione del potere è sempre in agguato. In agguato un potere che ha la pretesa di prendere tutto: “prenderà i vostri figli… prenderà anche le vostre figlie… e prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li darà ai suoi ministri…”. Rendete a Dio quello che è di Dio. Come? Onorando e difendendo la sua immagine che è in ogni uomo e in ogni donna sulla terra. “Solo chi grida per gli ebrei” – solo chi grida per la dignità di ogni donna e di ogni uomo – “può cantare il gregoriano”. La passione del bene comune!

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luglio 10, 2019

IL POPULISMO PENALE

USO DEMAGOGICO DEL DIRITTO PENALE PER ALIMENTARE LA PAURA; I “CRIMINI DI SISTEMA” CHE DOVREMMO PRIORITARIAMENTE IMPEDIRE

A seguito della vicenda della Sea Watch e di Carola Rackete “Il Manifesto” ha fatto questa intervista al prof. Luigi Ferrajoli
. Fonte: https://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/il-populismo-penale/

d: Salvini ha sostenuto che Carola Rackete è una «pirata», dunque una «nemica dell’umanità», e per questo una «criminale». Che senso ha attribuire questa definizione a chi salva i migranti in mare per senso di dovere verso l’umanità?

r: Sono tutte insensatezze gravissime. Sul piano giuridico non ci sono dubbi. Carola Rackete non ha commesso nessun reato, come ha stabilito il giudice delle indagini preliminari Alessandra Vella. Ha agito nell’adempimento di un dovere: portare in salvo le persone salvate, imposto dal diritto del mare e comunque in stato di necessità. Semmai sono le autorità italiane che per 17 giorni si sono rese responsabili del reato di omissione di soccorso. Francamente è intollerabile che Salvini chiami «criminale» una persona appena prosciolta senza incorrere nel reato di ingiuria. Fatto per cui spero che Carola vorrà querelarlo. Ma, a questo punto, la questione giuridica è secondaria.

Perché?
Questi “sovranisti” stanno distruggendo l’onorabilità dell’Italia che fino a qualche anno fa si era distinta, con Mare Nostrum, per avere salvato 150 mila persone nel Mediterraneo. Oggi il loro comportamento è assolutamente illegittimo perché viola tutte le norme del diritto del mare, oltre la nostra Costituzione, e deturpa l’identità civile del nostro Paese. Non è solo una violazione dei diritti fondamentali ma la distruzione dei presupposti sociali della convivenza civile. La costruzione del consenso sulla disumanità e l’immoralità ha un effetto distruttivo sulla democrazia.

Qual è la loro strategia?
Costruire la percezione degli altri come nemici solo perché stranieri, poveri e disperati. Su questa base hanno ottenuto un consenso di massa per le politiche securitarie. Tutto questo in un Paese che è tra i più sicuri al mondo. Nel 2017 gli omicidi sono stati 357, di cui ben 123, purtroppo, femminicidi dei quali la politica neppure parla. Gli omicidi erano circa 1.500 solo nei primi anni Novanta.

Ritiene che sia solo responsabilità di questo governo?
Nient’affatto. Salvini non ha inventato nulla, ha solo proseguito le politiche contro gli immigrati e la costruzione dell’emergenza del precedente ministro Minniti e degli altri governi europei. Ci sono però gravissime differenze.

Quali sono?
Il carattere criminogeno delle leggi in tema di sicurezza. Il primo decreto sicurezza di Salvini ha soppresso di fatto il permesso di soggiorno per motivi umanitari ed espulso migliaia di richiedenti asilo e rifugiati dai centri di accoglienza. Una misura stupidamente persecutoria con la quale persone integrate sono state trasformate in persone illegali e virtualmente devianti. Senza dimenticare l’estensione dei presupposti della legittima difesa. La soppressione del requisito della proporzionalità tra difesa e offesa potrebbe portare all’aumento anche da noi del numero delle morti violente com’è accaduto negli Stati uniti.

Vede un parallelo tra il governo Conte e Trump nelle politiche sull’immigrazione?
Lo stesso Salvini non lo nasconde. La differenza con le politiche dei Minniti o dei Macron è questa: se prima in Italia la violazione dei diritti umani era occultata, ora è sbandierata come fonte del consenso. Salvini sta promuovendo un abbassamento del senso morale a livello di massa. Non si limita a interpretare la xenofobia, la alimenta. La sua politica sta ricostruendo le basi ideologiche del razzismo.

Come definisce questo uso del diritto?
È il populismo penale. Consiste nell’uso demagogico e congiunturale del diritto penale diretto ad alimentare la paura con misure tanto anti-garantiste quanto inefficaci alla prevenzione della criminalità. I governanti di Italia, Francia e Germania dovrebbero essere perseguiti per avere deciso di sacrificare la vita dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo. Lo ha sostenuto un rapporto legale depositato alla Corte penale internazionale che parla di 40 mila vittime di reati di competenza del tribunale negli ultimi tre anni.

Lei ha definito questi atti «crimini di sistema». Che cosa sono?
I crimini di sistema sono violazioni massicce del diritto internazionale e dei diritti fondamentali. Non sono reati perché non sono imputabili alla responsabilità di singole persone, ma a interi sistemi economici e politici. Ciò non toglie che siano violazioni gravissime dei diritti stabiliti in tutte le Carte costituzionali e internazionali. Sono politiche criminali, che provocano ogni anno decine di migliaia di morti, oltre all’apartheid mondiale di due miliardi di persone. Verrà un giorno in cui questi atti saranno ricordati come crimini, e non potremo dire non sapevamo, perché sappiamo tutto. Dei campi di concentramento in Libia, dei naufragi, della fuga causata dai cambiamenti climatici, dalla fame e dalle crisi economiche prodotte dalle politiche del capitalismo di rapina.


maggio 19, 2019

IL BIGLIETTO DA VISITA

LA VERITÀ PROFONDA SOTTO L’EPISODIO DEL CARDINALE ELETTRICISTA: NUOVA IMMAGINE E COMPORTAMENTO DI CHIESA E RELIGIONE


di Raniero La Valle fonte: http://ranierolavalle.blogspot.com/ 17 maggio 2019


DISEGNO DI CHIESA FUTURA. Nella vicenda dell’Elemosiniere del papa che riattacca la luce ai nuovi romani immigrati c’è come il precipitato e il significato di tutto il pontificato di Francesco; e vi è anche tracciato il disegno dell’unica Chiesa che è possibile nel futuro. I dibattiti che hanno imperversato sui giornali e nei talk-show su questo fatto che nessuno ha visto ma che è subito diventato un grande evento mediatico, sono stati di una trivialità impressionante. Nessuno ha visto la verità profonda di quanto è accaduto; la discussione era tutta su chi dovesse pagare le bollette della luce, se si potesse ammettere uno strappo alla legalità nel centro di Roma, tanto più se compiuto da uno “Stato estero” come il Vaticano; addirittura secondo l’ex giudice Nordio, un magistrato di qualche notorietà, l’Italia avrebbe dovuto aprire una questione diplomatica con la Santa Sede per violazione della legge e del Concordato del 1984, se non addirittura del Trattato del 1929.

ECONOMIA CHE UCCIDE. A nessuno è venuto in mente che il papa è il vescovo di Roma, e che un vescovo sta lì per portare la luce dove sono le tenebre, e che la sua legge non è il contratto di compravendita dell’energia, ma è il Vangelo. Nessuno si è ricordato che papa Francesco ha cominciato il suo ministero a Roma lamentando che se un barbone moriva di freddo in via Ottaviano nessuno se ne curava, mentre se calavano due punti in Borsa se ne faceva un grande pianto, e che l’economia in forza della quale questo avveniva è un’economia che uccide, e che una società che lo permette è una società dello scarto. Soprattutto a nessuno è venuto in mente di discutere che cos’è la legalità.

LA LEGALITÀ è violata a Roma quando si permette a Casa Pound di cingere d’assedio una casa popolare per intercettare, minacciare e tenere prigioniera una famiglia di ex nomadi, e nessuno interviene, fino a quando la Sindaca in persona non va a rompere l’assedio. La legalità è calpestata a Roma quando un ministro degli Interni per vendicarsi taglia i fondi destinati a Roma capitale, dicendo che Roma non deve essere trattata meglio di un qualsiasi comune dell’hinterland milanese. La legalità non esiste a Rio de Janeiro, dove si mette in prigione Lula per non fargli vincere le elezioni, ma si lascia che un milione di persone viva nelle favelas tra le fogne attaccandosi per la corrente elettrica ai semafori della strada. Ma non c’è solo una legalità dovunque violata: c’è una legalità selvaggia, c’è una legalità che legittima e sancisce veri e propri reati, e anzi dei crimini. Oggi è legale in Italia ammazzare un ladro o un intruso in casa propria e in ufficio, anche senza alcuna proporzione tra difesa e offesa, o anche solo con la giustificazione di uno scatto emotivo.

SONO PERSONE. Oggi è considerato legale dal Parlamento, e anzi corrispondente a “un preminente interesse nazionale” chiudere i porti in faccia ai naufraghi, sequestrare i superstiti in mezzo al mare, perseguire una politica all’insegna del “meglio morti che sbarcati”, una politica per la quale sono meglio le prigioni e le torture libiche che far vedere l’Italia anche solo “in cartolina”: questi non sarebbero crimini, non sarebbe la nostra Shoà, dal momento che non si dà l’autorizzazione a procedere per perseguirli a norma di legge. Oggi è legale in Italia che a migliaia di stranieri siano negati il nome e l’anagrafe, gli si neghi cioè il fatto stesso di esistere, contro la legge che sta prima di ogni altra legge, che è la legge dell’esistenza in vita, contro la legge che è la prima di tutte le leggi, è la stessa Costituzione, che consiste nel riconoscere tutti gli esseri umani come persone. E a nessuno è venuto in mente che la civiltà dell’Occidente, la sua salutare dialettica tra diritto e giustizia, è cominciata quando Antigone ha violato la legge della città, e quella illegalità di Antigone è stata definita da Sofocle, e così ha attraversato i secoli fino a noi, come un “santo crimine”. Illegale, ma santo.

SANTA ILLEGALITÀ. Veniamo così alla santa illegalità del papa e del suo Elemosiniere. Che cosa gli hanno rimproverato, qual è il comportamento che invece Salvini, quello del rosario e del Vangelo in mano nei comizi, voleva dalla Chiesa? Che cosa doveva fare invece il papa secondo la politica, il governo, i benpensanti, le TV edite dalla pubblicità? Quello che doveva fare era di pagare i 300.000 euro della bolletta della luce, fare un’elargizione, mandare un assegno magari con una guardia svizzera. La Chiesa doveva fare quello che il sistema si aspetta e vuole da lei: che non metta in discussione e accetti l’ordine esistente, l’ordine iniquo, però lo ingentilisca, lo nobiliti, facendo l’elemosina, mettendo il classico fiore sulla catena della creatura oppressa, di marxiana memoria. La Chiesa doveva mandare l’assegno al palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme e dire ai 400 disgraziati e famiglie che vi abitano: vedete come sono buona? Voi siete musulmani, animisti, non credenti, magari anche atei, non avreste neanche il diritto di stare in questa diocesi, però non importa, vedete come sono longanime, come faccio la carità, non importa se non siete cattolici o cristiani, io penso anche a voi, sono aperta, “moderna”, non discrimino, perciò state buoni.

LOTTIAMO INSIEME. Invece la Chiesa non ha fatto questo. È andata lì, ed è scesa nel tombino. Non ha fatto prediche, non ha fatto elemosine. Si è messa al posto loro, si è scambiata con loro, ha detto loro che se per difendere la loro vita scendono nel tombino, lei scende con loro. Ha detto: lottiamo insieme perché la luce non sia tolta. Non ha regalato un pesce agli affamati, ha detto gettate le reti dalla parte giusta, imparate a pescare, i pesci ci sono. E non si tratta di “un gesto”. C’è dentro tutta una teologia, Dio che si scambia con l’uomo, che prende su di sé il dolore e il bisogno dell’uomo, la teologia del IV Vangelo, di Paolo ai Corinti, dei quattro grandi Concili. E dopo aver fatto questo la Chiesa di papa Francesco fa una cosa assolutamente straordinaria: non resta lì a invadere quello spazio, non fa intrusioni nella vita di nessuno, non fa proselitismo: lascia il suo biglietto da visita, come per dire: Io ci sono. Il biglietto da visita è importante; quando il governo Salandra tramava per portare l’Italia nella prima guerra mondiale, trecento deputati che non la volevano lasciarono il loro biglietto da visita nella cassetta postale di Giolitti, l’unico che potesse impedirla.

E COSÌ NASCE UNA NUOVA POTENTE IMMAGINE DELLA CHIESA. Il Concilio aveva ricordato molte umili immagini in cui la Chiesa era raffigurata, prese dalla vita agricola o pastorale: la Chiesa come ovile di Dio, come campo o vigna di Dio, come casa di Dio; poi ci furono anche immagini più ambiziose, come “Gerusalemme celeste”, “Sposa dell’Agnello”, fino al simbolo del Triregno come potere su tutto. Papa Francesco aveva aggiunto la soccorrevole figura della Chiesa come ospedale da campo. E ora arriva l’immagine della Chiesa come biglietto da visita. E non è solo un’immagine, dentro c’è una teologia, c’è un Vangelo annunziato in modo nuovo, e c’è la corrispondente ecclesiologia. La visita è il modo in cui avviene la rivelazione e la presenza di Dio nella storia. Dio visita il suo popolo, Dio visita la storia degli uomini. Egli entra nella storia ma non si fa chiudere dentro di essa, la visita è la teologia in quanto teologia della storia. Gesù è la visita di Dio nel mondo, ne è l’epifania, ne è l’esegesi, “chi vede me vede il Padre”; umanità e divinità, non confuse, non divise, non separate, non mutate l’una nell’altra. Lo scambio. La Chiesa è il segno e il sacramento di questa visita divina. È presente e discreta, non vuole dominare spazi, ma non vuole più escludere e abbandonare nessuno: non conquista, lascia il suo biglietto da visita.

DA QUI “CAMBIA L’IDEA DI RELIGIONE”, come ha scritto un giorno, affermando la nonviolenza di Dio, perfino la Congregazione per la dottrina della fede del cardinale Muller. Dio visita la sua unica famiglia umana, non in un solo modo, non in una sola cultura, non in una sola Chiesa. La visita in molteplici modi, perché “il pluralismo e le diversità di religione sono una sapiente volontà divina”, come dice il documento congiunto tra Chiesa ed Islam firmato dal papa il 4 febbraio scorso ad Abu Dhabi. Questo non è il Dio dell’identità, è il Dio dell’“arca della fraternità”, il Dio dello scambio. Questa è l’“ottava eresia” che a papa Bergoglio imputano i suoi accusatori della lettera del 6 aprile; questa è la Chiesa che le religioni mondane, e il mondo stesso, non vogliono, questo è il peccato che a Francesco non possono perdonare.

gennaio 28, 2019

TORNARE A ESSERE POPOLARI

SETTE PAROLE PER IL 2019

di Antonio Spadaro,  La Civiltà Cattolica, quaderno 4045, pagg.42-44, Anno 2019, Volume I, 5 gennaio 2019

In questo tempo di cambiamenti e conflitti che ci sfidano, non possiamo correre il rischio di seguire ciò che leggiamo nel Gattopardo: «Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare». Bisogna reagire. Una reazione alla quale possiamo dar forma considerando sette parole.

Paura. Instillare la paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico: si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti. Questa retorica evoca forze potenti, ma forse non ancora emerse dal profondo della società e dell’opinione pubblica. La riflessione politica sarà irrilevante se non entra in contatto con le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista. Ai leader religiosi coreani Francesco ha chiesto di usare «parole che si differenziano dalla narrativa della paura» e compiere «gesti che si oppongono alla retorica dell’odio». E di recente ha pure affermato: «Servono leader con una nuova mentalità. Non sono leader di pace quei politici che non sanno dialogare e confrontarsi: […] occorre umiltà, non arroganza».

Ordine. I rapporti tra Europa, Stati Uniti, Russia e Cina sono in ebollizione… alla ricerca di un nuovo ordine mondiale che attualmente pare solo un gran disordine. Più che mai il disordine reclama anche una solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un «nuovo ordine mediterraneo».

Migrazioni. I flussi migratori siano una delle priorità dell’Unione Europea dei prossimi anni, perché le migrazioni oggi rischiano di essere il grimaldello per far saltare l’Europa. Non sfuggono a nessuno le conseguenze del rimescolamento delle identità tradizionali e lo spaesamento che esso provoca. Bisogna affrontarlo con discernimento. Occorre non tradire mai i valori di fondo dell’umanità, ma metterli in pratica tenendo conto della situazione in cui si opera. Concretamente: è necessario lavorare all’integrazione.

Popolo. Per i populismi che sperimentiamo oggi, la forza di una democrazia dipende dall’esistenza di un popolo relativamente omogeneo con un’identità precisa e riconoscibile fondata sulla coesione etnica. Ma attenzione, perché quando la comunità etnica si pone al di sopra della persona, secondo Jacques Maritain, non vi è più alcun baluardo al totalitarismo politico. Le tradizioni antiliberali costituiscono ponti ideologici per le attuali alleanze tra cristianesimo e forme aggressive di populismo. Il rischio oggi per la Chiesa è altissimo: l’appartenere senza credere. E questo trasformerebbe la religione in ideologia: sarebbe la morte della fede. Ma non possiamo ridurre la questione del popolo a «populismo». La questione del popolo è una cosa molto seria. Scriveva il cardinale Bergoglio nell’anno 2010: «Non serve un progetto di pochi e per pochi, di una minoranza illuminata o di testimoni, che si appropria di un senso collettivo. Si tratta di un accordo sul vivere insieme. È la volontà espressa di voler essere popolo-nazione nel contemporaneo». Queste parole scritte dall’allora primate d’Argentina dopo le elezioni del 4 marzo 2010 suonano come l’ammonimento più urgente anche per l’oggi. Non basta più formare i giardini delle élite e discutere al caldo dei «caminetti» degli illuminati. Non bastano più le accolte di anime belle… Facciamo discorsi ragionevoli e illuminati, ma la gente è altrove. E il grande rischio è quello di immaginare il «popolo» in forma di «massa anonima». La verità è che molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. Ecco perché la questione centrale oggi è quella della democrazia.

Democrazia. Emerge anche in Europa l’ossimoro di democrazie che possono morire per mani di leader eletti democraticamente. Sembra ormai insostenibile il divario tra il carattere globale dell’economia, della comunicazione e, ancor più, della finanza e la dimensione solamente locale della democrazia, che rischia di divenire quasi solo una gestione amministrativa. Si è incrinata la fiducia nei sistemi democratico-liberali. Si ha perfino simpatia per una certa improvvisazione democratica che dà almeno il senso di appartenenza. La democrazia rappresentativa parlamentare è destinata dunque a estinguersi? Assolutamente no, ma la domanda di una «democrazia immediata», della quale si immagina che la rete possa essere luogo di azione e strumento, sembra averla messa in difficoltà. Qui c’è un problema, però anche una sfida da accogliere. Non possiamo far finta che la rete non esista e dobbiamo prendere atto che il consenso si forma anche nell’ambiente digitale. Il disagio si esprime soprattutto lì. Come fare a vivere la rete come forma di partecipazione democratica senza cadere in scorciatoie demagogiche?

Partecipazione. Scriveva il Papa, sempre in quel testo del 2010, che occorre «recuperare l’effettività dell’essere cittadini». Occorre trasformarsi «da abitante a cittadino». Questo è, in fondo, anche il vero problema dell’Europa: ha abitanti europei che ancora non si sentono cittadini europei.Il «divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia» è stato uno dei temi forti del discorso di papa Francesco al terzo Incontro mondiale dei movimenti popolari del 2016. Il Papa li definiva «una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica», che non è la forma del «partito politico» e che è capace di esprimere «attaccamento al territorio, alla realtà quotidiana, al quartiere, al locale, all’organizzazione del lavoro comunitario». Senza partecipazione la democrazia si atrofizza, diventa una formalità, perché lascia fuori il popolo nella costruzione del suo destino.

Lavoro. Pensiamo ai nostri giovani. I neet (not in education, employment or training) sono circa il 20% dei giovani italiani. 2/3 degli studenti di oggi faranno, da adulti, lavori che al momento neanche esistono. Oggi siamo colpiti da un nuovo malessere: la disoccupazione tecnologica, causata dal fatto che scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro a una velocità superiore di quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare lavoro. Sembra esserci una differenza antropologica ormai tra l’uomo di Davos e il forgotten man, tra una élite di creativi innovatori e una massa di esecutori non qualificati. Servono quelle «tre T» delle quali parla Francesco, non come slogan: Tierra Techo Trabajo. Terra, casa e lavoro sono le cose fondamentali che danno dignità a una vita umana, rendono possibile la famiglia e permettono lo sviluppo umano integrale. Per reagire, dunque, occorre prima di tutto riconnettersi con la società civile, con i «ceti popolari», ricostruire la relazione naturale con il popolo. Questa la parola: riconnettersi. Insomma, bisogna tornare a essere «popolari».

agosto 13, 2018

LIBERTÀ UTOPICA FUORI DALL’INTERIORITÀ

LA GRAZIA CHE GUIDA LA STORIA E SI FA GIOCO DEI POTENTI
di don Giorgio De Capitani, Omelia del 12 agosto 2018, letture: Ger 25,1-13; Rm 11,25-32; Mt 10,5b-15. Fonte: http://www.dongiorgio.it/12/08/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-dodicesima-dopo-pentecoste/

LA LEGGE DEL KARMA, O DELLE CAUSE E DEGLI EFFETTI. Queste prime riflessioni mi sono nate leggendo il primo brano della Messa (Ger 25,1-13). C’è una parola, che talora sentiamo nominare, ed è “karma”: deriva dalla radice del verbo sanscrito Kr che significa: fare, produrre, agire, dunque azione, spinta dalla volontà, in relazione al principio di causa ed effetto. Dire karma e dire legge causa-effetto sono la stessa cosa. In sintesi: ogni evento è l’effetto di una causa che l’ha prodotto, e a sua volta un evento è causa di altri effetti, e così via. Sarebbe davvero interessante approfondire questa legge che fa parte della storia umana. La storia umana è un intreccio di cause ed effetti, per cui possiamo parlare di “inter-dipendenza”: nulla esiste in modo indipendente, ossia tutto ciò che esiste si relaziona con ciò che c’è intorno. Ne deriva che nel momento in cui noi compiamo un’azione, facciamo una scelta, o pronunciamo una parola, tutto ciò non finisce nell’istante, ma il nostro “fare” è come un eco che si propaga nella valle, ha un seguito, un effetto domino.

INTERDIPENDENZA. Dunque: non c’è nulla che viene fatto e finisce nell’azione stessa, ma ogni azione va a relazionarsi con altri effetti, e tutto ciò avviene su diversi livelli, inclusi i pensieri. Un’unica parola ha un’influenza incredibile sul mondo esterno. Faccio un esempio: io dico una cosa, questa cosa viene ascoltata da una persona e andrà ad influenzare un’azione successiva della stessa persona e quest’azione, a sua volta, scatenerà molteplici altre azioni. Questa è inter-dipendenza. Dico di più. Anche il non fare è comunque un fare; non facendo qualcosa stiamo comunque facendo qualcosa. Ad esempio, il non prendere una decisione è come prendere una decisione, è una scelta che facciamo, un’azione appunto. Quindi è bene sottolineare che noi non siamo mai liberi dalle azioni, agiamo costantemente, con i pensieri, con le parole e con il fare. Tutto ciò ci porta ad una prima comprensione di cosa sia il karma, in quanto tutte queste nostre azioni non finiscono in loro stesse, e quello che accade è che noi siamo i responsabili delle nostre azioni. Siamo noi i responsabili delle nostre azioni, o, se preferite, siamo noi che causiamo i nostri risultati, buoni o cattivi che siano.

GLI INTERVENTI DIRETTI DI DIO. Leggendo la Bibbia, e anche il primo brano della Messa, si ha l’impressione che Dio agisca direttamente sulla storia umana, anche con interventi eccezionali. È vero che gli esegeti ci avvertono che è un modo di dire semitico (ma allargherei il discorso anche alle altre religioni) per cui non è che sia Dio a intervenire direttamente, ma quella legge della storia per cui, come dicevo all’inizio, ogni evento ha le sue cause e i suoi effetti. Far intervenire direttamente Dio, come fa la Bibbia, dietro la giustificazione dell’Alleanza da far rispettare è una concezione religiosa o teologica della storia, che può avere le sue ragioni profonde. Se è vero che la storia è un insieme interdipendente di cause ed effetti, il credente va oltre: al di là di tutto, egli vede una presenza divina, che può assumere anche il nome di giustizia, secondo cui c’è una legge superiore che, nonostante tutto, guida la storia. Possiamo anche dare un nome particolare a questa presenza divina, ed è grazia. Già il nome rimanda a un mondo di gratuità, perciò di non necessità, come può essere la legge delle cause e degli effetti. Ecco, la grazia può interrompere la catena meccanica o, meglio, attenzione!, è la grazia che condiziona la catena meccanica delle cause e degli effetti.

IRONIA. Sarebbe anche interessante rilevare l’aspetto ironico presente negli scritti dei profeti. Come se Dio si prendesse gioco degli intrighi dei potenti. E che dire dell’ironia presente nel quarto vangelo? Giovanni non presenta mai Gesù vittima degli eventi, ma come il vero regista, anche nei momenti più drammatici: le vittime sono gli autori del male, e vengono ironizzati. Questi sono i veri sconfitti. Proprio quando si sentono all’apice del successo, cadono sfracellati al suolo. E qui si pone una domanda cruciale:

SIAMO VERAMENTE LIBERI? In altre parole, da soli ce la facciamo a uscire dalla legge inesorabile, meccanica, di necessità, dell’intreccio cause ed effetti, senza perciò la grazia divina? Partiamo da una constatazione di carattere storico: i periodi di schiavitù di un popolo sono più numerosi dei periodi di libertà, e i periodi di libertà sono per lo più apparenti. Libertà e schiavitù sono da intendere non solo dal punto di vista politico. La vera schiavitù è quella del tipo spirituale, quella cioè che riguarda il nostro mondo interiore. Dico di più. Non c’è nessuno, e perciò nessun essere umano che conosca in realtà l’esperienza di un’autentica e radicale libertà. Anche i cosiddetti “spiriti liberi” sono rari, per non dire rarissimi, per non dire irreali.

LA LIBERTÀ È PURA UTOPIA: non facciamo che sperimentare ogni istante l’amarezza della schiavitù, che è quell’insieme dei vari complessi condizionamenti, che provengono da qualsiasi parte, in quanto credenti e non credenti. E qui dobbiamo dire una cosa: la Bibbia sembra presentare un Dio che castiga, come se la punizione fosse la strada migliore per condurre un popolo verso la libertà. La libertà proviene dal nostro essere interiore, ed è qui, nella nostra interiorità, che si gioca la nostra esistenza, e il futuro dell’umanità. Ed è qui che possiamo trovare la fonte della libertà, che è lo Spirito divino o grazia. A parte il mondo politico che ha della libertà una concezione miope e grottesca, anche la religione fa della libertà una questione morale, comportamentale, dimenticando che il vero Dio che parla nello Spirito l’abbiamo dentro di noi, ed è nel nostro essere interiore che si svolge la lotta tra il bene e il male. Non si pretende che la politica faccia il salto di qualità, dall’esteriorità all’interiorità, ma non si può accettare l’alienazione di una religione che non fa che parlare di morale comportamentale, dimenticando in toto o quasi l’interiorità dell’essere umano. Come alieni, ovvero come esseri umani alle prese con la nostra carnalità, saremo sempre vittime della schiavitù di ogni tipo: in tal modo, sarebbe assurdo comprendere che cosa sia l’essenza o il valore della libertà.

giugno 24, 2018

NON CHIUDERE I PORTI NON SBARRARE IL CUORE

MIGRAZIONI CONSEGUENZA DEL DOMINIO. ATTI GRAVISSIMI CONTRO I PROFUGHI ANCHE DEI PRECEDENTI GOVERNI. OGGI SI AGGIUNGE ODIO E PAURA.

Appello di Raffaele Nogaro, ex vescovo di Caserta, e Sergio Tanzarella, docente Facoltà teologica Italia meridionale
fonte: http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/non-chiudere-i-porti-non-sbarrare-il-cuore/

CINISMO. La decisione del governo italiano sulla chiusura dei porti alle navi delle organizzazioni non governative che hanno salvato e salvano migliaia di naufraghi è un fatto che ci lascia sgomenti. Non avremmo mai potuto credere che vi fosse tanto cinismo dinnanzi all’impegno generoso e indifferenza dinnanzi alla sofferenza di uomini e donne sopravvissuti prima a viaggi di mesi, poi ai campi di prigionia libici – con le loro torture e violenze di ogni genere – e infine scampati dalla morte per annegamento. I precedenti governi avevano già compiuto atti gravissimi con il respingimento in mare e l’ultimo governo sostenendo economicamente i carcerieri di migranti pur di allontanare la loro presenza dal mare e dalle coste italiane di modo che si creasse l’illusione che essi non esistessero. Ora questa chiusura dei porti e 629 esseri umani ammassati sulla piccola nave Aquarius per giorni e poi spediti a 1500 km è spiegata con sconcertante cinismo da un ministro: “sulla vicenda vi è stato il giusto pragmatismo politico”.

NUOVO NEMICO. Si tratta dell’ultimo atto di una propaganda che individua nel migrante il nemico del nostro benessere e della nostra società opulenta, il nemico che va respinto con ogni mezzo anche negando gli impegni elementari della “legge del mare”, dei trattati internazionali e soprattutto la coscienza del rispetto della vita umana che non conosce né passaporti, né religioni, né lingua. Chi agita il libro del Vangelo e la corona del Rosario e intanto semina odio e paura e stando al governo organizza chiusure di porti e respingimenti di esseri umani dimostra che del Vangelo o non ha letto parola o non ha capito nulla e usa la corona del Rosario come un magico amuleto. Come cristiani oggi non possiamo tacere, non possiamo renderci complici dell’ingiustizia sistemica che provoca morte: non si vogliono accogliere i migranti mentre contemporaneamente ci si impadronisce di tutte le loro risorse (terreni, acqua, giacimenti) e si esportano armi e sistemi d’arma che uccidono e distruggono le speranze, lasciando come unica possibilità di sopravvivenza il migrare. Non serve offrire aiuti, ma smetterla di derubare popoli, cessando un infinito post colonialismo.

CI APPELLIAMO alla coscienza di tutti: i migranti sono la conseguenza di uno spietato dominio economico, recluderli nelle infami galere libiche o chiudere i porti è solo propaganda antiumana e diseducativa che sta facendo scivolare da anni l’intera nazione in una irrimediabile disumanizzazione e scristianizzazione se non formale nella sostanza. Non occorrono proclami di fedeltà dottrinale e liturgismi templari, né generici e innocui richiami ai diritti umani, se poi ciò che si pensa e si fa è in totale contrapposizione ai principi della nostra Costituzione e al Vangelo della Pace nella visione del mondo e nella relazione tra umani, rendendo diritti e valori annunciati inaccessibili e beffarde promesse. La vita e il rispetto per la vita prima di tutto e sopra di tutto. Prima di ogni calcolo umano, prima di ogni burocratica e mistificante distinzione tra rifugiato e migrante, prima di ogni strategia e diplomazia, prima di ogni tornaconto elettorale e pragmatismo politico.

 

giugno 13, 2018

TUTTI STRANIERI, NESSUNO STRANIERO

GIUNGERE ALL’UNITÀ ATTRAVERSO LA CONDIVISIONE; LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE PERSONE OLTRE CHE DELLE COSE
di Raniero La Valle (6 giugno 2018)
fonte: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?p=25203

PRESENZA REALE. Nella lettura biblica prima della festa del Corpus Domini, sabato scorso, Marta Tedeschini Lalli, una suora camaldolese, ha ricordato che in una liturgia romana della Messa, ora non più in uso, c’erano due “epiclesi”, cioè invocazioni, prima della consacrazione; nella prima si chiedeva, come di consueto, che il pane e il vino si trasformassero nel corpo e nel sangue di Cristo, nella seconda si chiedeva che gli stessi partecipanti al rito si trasformassero nel corpo e nel sangue del Signore: questo infatti è l’eucarestia. Ciò comporta un significativo rovesciamento perché alla luce di questa più acuta percezione della fede, attestata del resto nei primi secoli del cristianesimo dai Padri della Chiesa, il pane e il vino sono quelli che diventano il “corpo mistico” di Cristo, che non si vede, mentre gli uomini, le donne, i poveri, i popoli, la storia, diventano il “corpo reale” di Cristo, che si vede. “Non è un’immagine, ma è realmente carne” ha scritto di recente la Civiltà Cattolica. Questa, come cristiani, è la buona ragione per cui amiamo gli uomini e le donne, “presenza reale” di Dio, per cui pensiamo e facciamo politica, ci struggiamo per la storia, e ora anche per l’ecologia, incuranti del falso dibattito se sia più laico chi nomina o chi non nomina Dio, chi non pretende o chi pretende il crocefisso nelle scuole.

PANE SPEZZATO E CONDIVISO. Un altro gesuita, Henri De Lubac, commentando un testo della “Didaché”, ci ha trasmesso la celebre analogia: “Come il pane e il vino sono formati da una miriade di chicchi di grano e di gocce spremute da grappoli d’uva, così questa comunità si forma dall’unificarsi di tutte le persone che partecipano all’eucarestia e diventano membri dell’unico corpo di Cristo”. Le analogie non sono innocue; e questa, portata fino in fondo, dice che questa unità si realizza, secondo il gesto compiuto da Gesù, se il pane viene spezzato, e in quanto spezzato viene poi condiviso e così ristabilisce l’unità. Così è dell’unità di tutti gli uomini tra loro. Prima essa è spezzata, frantumata, dispersa; poi, in forza della condivisione realizzata tra loro, essi giungeranno all’unità.

GLOBALIZZAZIONE DELL’INDIFFERENZA. Oggi siamo all’umanità spezzata; e mai la sua carne è stata più frantumata e lacerata come da quando celebriamo la libertà della globalizzazione. Si tratta della libertà per cui tutto può andare dappertutto; ma questa libertà di muoversi per tutti i luoghi e in tutte le direzioni, l’abbiamo istituita e riservata solo alle cose: al capitale, alle merci, alle fabbriche depurate dagli operai, alle manifatture, ai servizi, ai call center, ma non l’abbiamo data alle persone. In questa sua attuale forma economica e finanziaria la globalizzazione non può realizzarsi che in forza di un capitalismo integrale, di quel neoliberismo ignaro delle persone e dei corpi che in un altro universo di valori viene chiamato “globalizzazione dell’indifferenza”.

UMANITÀ CONDIVISA, CAMMINO DA INIZIARE. È questa umanità spezzata che va ora ricomposta. Viene perciò il tempo dell’umanità condivisa. Il compito più grande, il vero cambiamento non solo per l’Italia, ma per l’Europa e per il mondo, è di portare all’unità la carne spezzata delle nostre storie divise, mediante culture e politiche di condivisione, estendendo alle persone la libertà di muoversi e di stabilirsi che abbiamo dato alle cose. Per questo lo slogan “Prima l’America”, o uno che fosse “Prima i bianchi”, ma anche, quello oggi più in auge, “Prima i cittadini”, sono contro il nuovo traguardo dell’umano. Perché siamo tutti di colore, e siamo tutti stranieri. Infatti se siamo cittadini per noi, siamo stranieri per gli altri, e perciò ognuno è all’altro straniero, e di conseguenza nessuno è straniero. Certo non è per oggi raggiungere questo traguardo, ma a partire dal nuovo globalismo di oggi, questo è il cammino da iniziare, su questo vanno giudicati ogni cambiamento e promessa di cambiamento.

TRE ITALIE. Quanto al governo che si è presentato oggi alle Camere, staremo a vedere, con vigilanza, nello stesso spirito con cui abbiamo seguito la lunga crisi seguita alle elezioni del 4 marzo. Avevamo detto nella nostra newsletter n.72 del 7 marzo (“Una felice discontinuità”) di amare tutte e due le Italie uscite dalle urne, raffigurate nelle cartine mostrate in TV, quasi tutta di un colore l’Italia del Nord, tutta d’un altro colore quella del Sud; ora si è fatta viva una terza Italia, contrapposta alle prime due e ferocemente critica del governo che esse hanno fatto insieme; e noi amiamo anche questa, tutte e tre come un’Italia sola, con un amore fatto di stima e di rispetto. Per questo non siamo d’accordo con i toni alti di chi denuncia una “viltà generale” perché si è permesso che andasse al potere “l’estrema destra razzista e golpista”, descritta come pari o peggio del fascismo, “con o senza distintivo”, cosa non vera; né siamo d’accordo col disprezzo con cui è guardata la nuova maggioranza; né ci ha disturbato la spavalderia di cui sono stati accusati i “Cinque stelle” quando sono saliti tutti compatti alla festa del Quirinale come se entrassero in una terra di conquista; può darsi che dessero questa impressione, ma era la prima volta dalla “inequa” unità d’Italia che il Sud giungesse al Quirinale e nei sacrari del potere non nelle umiliate vesti del Gattopardo.

INEDITA ALLEANZA. Ci ha interessato di più l’anatema di Berlusconi che ha accusato l’inedita alleanza costituitasi in Italia di “pauperismo e giustizialismo”: un’accusa che va decodificata, perché oggi per mettere alla gogna il buono si dice “buonismo”, per neutralizzare il popolo si dice “populismo”, per invalidare la sovranità si dice “sovranismo” e per liquidare la fede si dice “fideismo”. Dunque, così decodificata la condanna di Berlusconi – povertà e giustizia – l’accusa alla nuova maggioranza è quella di accorgersi della povertà, di volervi porre rimedio, e di fare giustizia. In verità lotta alla povertà e giustizia sarebbe un magnifico programma di governo, e Berlusconi stesso lo addita deprecandolo, dopo l’opposto messaggio da lui trasmesso per anni con i suoi governi e le sue televisioni. Magari fosse così, fosse questa la cifra del governo, non ne siamo affatto sicuri, e non solo per i limiti suoi e dei suoi attori principali, ma perché dovrebbe cambiare profondamente la cultura non di un’Italia, ma di tutte e tre, e ancor più, non solo dell’Italia, ma dell’Europa e dell’Occidente. Dunque staremo a vedere, con molta vigilanza, sperando sempre che ciò che nasce cresca, che il nuovo non fallisca, che il meglio accada, perché il “tanto peggio tanto meglio” non è solo un ossimoro, è un delitto.

 

gennaio 7, 2018

IN CAMMINO VERSO LA LUCE

I MAGI SONO ATTIVI MENTRE ERODE, SACERDOTI, SCRIBI E ALTRI POTERI SONO IMMOBILI

di don Giorgio De Capitani*

Epifania ovvero manifestazione o rivelazione. La parola “epifania” deriva dal greco e significa “manifestazione” o “rivelazione”. Ed ecco subito la domanda: l’episodio dei magi riportato da Matteo (l’unico tra i quattro evangelisti a narrarcelo) che cosa intende rivelarci? Sappiamo che i Vangeli non sono narrazioni del tipo cronachistico o giornalistico, ovvero dei resoconti di ciò che Gesù ha detto o ha fatto, ma “rivelano” delle verità, perciò da scoprire al di là della cronaca. E talora, vedi ad esempio le parabole, le verità sono rivelate attraverso racconti fantasiosi. Rivelare, attenzione alle parole, non significa mettere un nuovo velo, ma il verbo deriva dal latino “re-velare”, ovvero togliere il velo. Nel caso dei magi, il primo velo da togliere è l’involucro storico di un racconto, con cui l’evangelista Matteo ha voluto simbolicamente rivelare una realtà divina, che perciò va colta in tutta la simbologia del mito. Perciò, Matteo ha rivelato con una bella fiaba verità eterne, che però sembrano tuttora nascoste sotto l’involucro esteriore di un racconto. Questo è sempre stato letto e riletto in modo letterale, perciò dando un nome storico o geografico o fisico a elementi del racconto, che, essendo una fiaba, vanno invece interpretati in senso allegorico.

Simbologia. Perciò: l’oriente o Gerusalemme non sono da intendere in senso geografico; la stella non va intesa in senso fisico come un corpo celeste; Erode e i dottori della legge non vanno intesi in senso storico; i magi non sono personaggi da identificare come saggi o astronomi, ecc. Tutto va visto in senso simbolico. La parola “simbologia” indica quel mettere insieme dei pezzi o degli elementi che ci permettono di trovare l’armonia di un disegno o di un progetto. Perciò, in ogni racconto simbolico non bisogna soffermarsi su un solo aspetto. Quindi, la cosa importante da cogliere in ogni racconto allegorico o simbolico è l’insieme dei particolari, e i particolari servono per cogliere l’unitarietà del racconto. Nel racconto di Matteo non dobbiamo soffermarci sui magi, o sulla stella, o su Erode e tantomeno sui doni offerti dai magi. I doni sono l’aspetto meno importante del racconto.

Qual è allora il cuore del racconto di Matteo? Tutto porta a quel Bimbo straordinario, che è Gesù di Nazaret. Dovremmo già aver parlato, nei giorni scorsi, della nascita di questo Bimbo straordinario, soffermandoci a chiarire la realtà di una Nascita, che non è da intendere solo in senso puramente storico, ma di qualcosa che rivive nella realtà del nostro essere interiore. Il Natale è la nostra nascita e rinascita nella realtà dello spirito. Non torno a ripetere cose già dette, ma mi preme ora evidenziare il fatto che siamo in cammino verso quel Bimbo, che non è più il Gesù di Nazaret, ma il Cristo della fede. Cammino indica movimento, tendere verso, significa dunque ricerca.

Verbi di movimento. Cito volentieri e spesso un prete milanese, don Angelo Casati, perché anzitutto lo stimo, e poi perché dice cose sagge senza tenere gli occhi bendati, e infine perché mi sento con lui in sintonia su tante cose. Ebbene, don Angelo scrive, a proposito del racconto dei magi: «Entriamo ancora una volta nel fascino di questo racconto che Matteo inventò, con colori e immagini stupende. E nessuno gridi al falso storico, perché Matteo ci passa qualcosa di più di una cronaca di alcuni magi. Ci passa la cronaca di una moltitudine sterminata, e a moltitudine si aggiunge moltitudine, di donne e di uomini. Cronaca dunque reale. Cronache dell’anima». Dopo aver dimostrato che non è un racconto idillico, don Angelo scrive: «Questa è la storia – sbendiamoci gli occhi! – questa è la storia in cui si colloca il cammino dei magi, il cammino degli uomini e delle donne di tutti i tempi, il cammino della ricerca, dei pellegrini dell’Assoluto». Dunque, è un racconto dove il cammino ha un’estrema importanza. I magi sono sempre in cammino, anche quando, dopo aver adorato il Bimbo straordinario, tornano nei loro paesi.

Cammino significa movimento, non essere mai fermi, statici, passivi. Si cammina, sempre: anche quando si è stanchi fisicamente, o si è avanti negli anni. Lo spirito non conosce soste, non conosce età, non conosce traguardi raggiunti. Pensiamo al primo brano della Messa. Provate a contare i verbi di cammino o di movimento: “cammineranno i popoli… tutti costoro i sono radunati, vengono a te… vengono da lontano… verranno a te i beni dei popoli… tutti verranno da Saba». Notate nel racconto di Matteo il contrasto tra il cammino dei magi, desiderosi di trovare il Bimbo straordinario, e la immobilità di Erode, dei sommi sacerdoti, degli scribi, della città di Gerusalemme. Per Erode, i sommi sacerdoti, gli scribi e la città tutto è scontato: c’è scritto! Ecco il potere che ha paura del nuovo! C’è scritto! Chiuso il discorso. È un dogma! Chiuso il discorso.

L’immagine della luce. Scrive ancora don Angelo Casati: «L’immagine della luce è legata al movimento e non alla fissità. Paradossalmente dico, perché succede invece che si leghi l’immagine della luce, o se volete, della verità, alla fissità, alla codificazione: fanno le riunioni, consultano i libri, danno risposte, tutto da fermo, e non arrivano a quel bambino che è una verità viva, che cresce, non una verità rinsecchita, morta». E anche qui pensiamo al primo brano: quanti riferimenti alla luce! «Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te… Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te… Allora guarderai e sarai raggiante». Dunque, non si possono scindere il cammino dalla luce. Se la luce è movimento, noi non possiamo stare fermi. Don Angelo Casati, dopo aver denunciato i falsi equilibri del potere, scrive ancora: «Quale contrasto con gli uomini che hanno il coraggio degli occhi aperti, il coraggio dei pensieri aperti, il coraggio delle parole aperte: “Al vedere la stella provarono una grande gioia” E a noi? Da che parte stiamo?»

*omelia del 6 gennaio 2018: Epifania del Signore (Is 60, 1-6; Tt 2,11-3,2; Mt 2,1-12). Fonte: http://www.dongiorgio.it/06/01/2018/omelie-20918-di-don-giorgio-epifania-del-signore/

dicembre 11, 2017

IL SOVRANO SPIRITUALE CHE PORTA LA GIUSTIZIA

LA FIGURA IDEALE DEL MESSIA E LA PROMESSA DI UNA PROSPETTIVA PARADISIACA
di don Giorgio De Capitani*
Immagini da spiegare. Il primo brano è una delle pagine più celebri di Isaia, anzi di tutto l’Antico Testamento. Va però letta e interpretata al di là di una visuale puramente politica. Secondo gli studiosi, si tratterebbe del canto di intronizzazione del nuovo re Ezechia, un sovrano giusto in cui il profeta riporrà le sue speranze. Ma, nei secoli successivi, questo carme è stato riletto in vista di un altro sovrano, quello ideale, ovvero del Messia. Anche i cristiani lo leggeranno, ancora oggi, per esaltare la figura di Gesù Cristo. Ecco perché la Liturgia ce lo presenta in questa domenica di Avvento. Ci sono delle immagini che vanno spiegate. Anzitutto, c’è un tronco, quello di Jesse, il padre di Davide; e c’è un germoglio, che spunta dal tronco o, è la medesima immagine, un virgulto che germoglia dalle sue radici. Ed ecco il significato: dal tronco inaridito dalle infedeltà della dinastia davidica spunta un germoglio, segno gratuito e inatteso di vita e rappresentazione di un re, dono del Signore. Il germoglio diventa così l’immagine o il simbolo a indicare il Messia. Addirittura negli scritti del profeta Zaccaria “germoglio” diventa uno dei nomi del Messia. Questo ci aiuta a fare una prima riflessione.
Germoglio. Se il Messia è il Germoglio, allora anche oggi, e lo sarà sempre, lo dobbiamo considerare come un segno permanente di gratuità e di sorpresa, soprattutto se la società, sia civile che religiosa, si presenta come un tronco inaridito. In altre parole, Cristo non potrà mai identificarsi con una struttura, ovvero non cresce e si sviluppa col crescere e lo svilupparsi della pianta, magari ricca di rami rigogliosi, che si chiami chiesa o si chiami società civile. Cristo è il Germoglio, e tale resterà sempre. Dobbiamo perciò tenere gli occhi bene aperti, per cogliere i segni del Germoglio, ovvero di ogni risveglio del Divino. Ma è in noi, e non nelle strutture nelle loro più svariate ramificazioni, che avviene il Risveglio, perché è nel nostro essere più profondo che il Divino affonda le sue radici. Questa osservazione ci porta a capire ciò che dice l’autore sacro, parlando dello spirito che si poserà sul Germoglio. Isaia infatti scrive: «Su di lui (cioè sul germoglio) si poserà lo spirito del Signore». Fermiamoci. Il termine ebraico “ruah” indica sia il “vento” che lo “spirito”. Non dimentichiamo le prime parole della Genesi: «lo spirito (letteralmente il soffio) di Dio aleggiava sulle acque». E non dimentichiamo le parole di Gesù a Nicodemo: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Isaia ripete per quattro volte la parola “spirito”, a indicare sia i quattro venti dei punti cardinali, sia soprattutto, essendo il quattro un numero perfetto, una totalità di effusione della grazia divina sull’eletto.
Doni dello Spirito. E qui entrano in scena i cosiddetti doni dello Spirito. In realtà, lo spirito di Dio si articola in tre coppie di doni: sapienza e intelligenza (o discernimento), consiglio e fortezza, conoscenza e timore del Signore. Nella traduzione latina la prima parte del versetto 3 (“Si compiacerà del timore del Signore”) viene legata al versetto 2 (con la descrizione appena vista dei sei doni), e per evitare di ripetere la parola “timore” si è introdotta la parola “pietà”. Da qui deriva il tradizionale elenco dei sette doni dello Spirito santo, fatto proprio anche dalla Chiesa cattolica. Nell’intendimento di Isaia, dei sei doni dello Spirito, quattro riguardano le funzioni di un giusto sovrano: sapienza e intelletto (o discernimento) sono essenziali per il governo, mentre il consiglio e la fortezza riguardano la capacità di decidere e progettare per il benessere del popolo. Conoscenza e timore del Signore si riferiscono all’atteggiamento di fede in Dio. Non dimentichiamo che la monarchia ebraica era teocrazia: capo supremo era il Signore. Ecco, con questi doni dello spirito il re o monarca che viene intronizzato, cioè mentre assume ufficialmente il proprio potere, potrà amministrare in pienezza e vigore la giustizia. Possiamo allora dire che la giustizia è la somma dei doni dello Spirito santo. Diciamo meglio: la giustizia proviene dalla sapienza e dal discernimento, dal consiglio e dalla fortezza, dalla conoscenza e dal timore del Signore. Ecco il sovrano “giusto”.
Orizzonte paradisiaco. Dicevo, all’inizio, che le parole di Isaia non vanno intese solo in una visuale diciamo politica. Certamente, come dicono gli studiosi, il profeta pensava al suo sovrano Ezechia. Ma il profeta, pur non sapendolo, aveva tratteggiato le caratteristiche del sovrano ideale, ovvero il futuro Messia. Lo spirito divino si poserà in pienezza su Gesù Cristo, il Giusto. A parte il fatto che Gesù è stato concepito nel grembo di Maria per opera dello Spirito santo, lo Spirito santo all’inizio della vita pubblica scenderà ancora su di lui (ricordiamo la scena mistica, dopo il battesimo presso il fiume Giordano), proprio per marcare in senso spirituale tutto l’agire del Messia. E l’opera di Cristo non sarà rivolta a compiere miracoli, o a conquistare le folle, ma ad annunciare una parola di conversione, che non avviene senza l’azione dello Spirito. Il Messia, dunque, agisce in nome dello Spirito, attraverso i doni dello Spirito, e prepara l’effusione dello Spirito. Solo nello Spirito di Cristo si realizza il regno del bene o della pace. Isaia, sempre nel primo brano, delinea l’orizzonte paradisiaco del regno giusto, ricorrendo a immagini animali e ispirandosi al racconto dell’Eden, e lo fa mettendo in scena le coppie antitetiche degli animali ostili tra loro, i selvatici e i domestici. Non possiamo non vedere quella ricomposizione delle antitesi, bene e male, che solo lo Spirito divino potrà compiere. Forse la strada è ancora lunga. Ma non è impossibile.
*omelia del 10 dicembre 2017, Quinta domenica di avvento (Is 11,1-10; Eb 7,14-17.22.25; Gv 1,19-27a.15c.27b-28) fonte: http://www.dongiorgio.it/10/12/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-quinta-di-avvento/

luglio 20, 2017

I PIROMANI

FORSE GLI INCENDI APPICCATI SONO LEGGENDA METROPOLITANA. FORSE VI SONO SEGNI DELLA FINE DELL’EPOCA SUICIDA INIZIATA NEL 1992

di Raniero La Valle fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2017/07/i-piromani.html

Leggenda metropolitana. Che l’Italia sia devastata da un esercito di piromani e di untori è una leggenda metropolitana come quella dell’incendio di Nerone. Ma un tempo è finito. La storia secondo la quale all’Italia sarebbe stato appiccato il fuoco dalle Alpi alla Sicilia (quattordici incendi solo nella città di Messina) da un esercito di piromani, mafiosi, camorristi speculatori e padroncini di Canadair, è come la favola dell’incendio di Roma appiccato da Nerone. Fa comodo a tutti dare la colpa ai piromani quando i piromani sono loro. Il vero piromane è Trump che rompe il timidissimo e solo preliminare accordo mondiale sul clima; piromani sono gli interessi petroliferi e finanziari che hanno bloccato fin qui le tecnologie già pronte per il passaggio alle energie alternative, per le quali già oggi il parco delle automobili potrebbe essere formato da auto elettriche e la motorizzazione su autostrada potrebbe essere sostituita dalle ferrovie; piromani sono le economie speculative che hanno fatto inaridire la terra, rinsecchire il verde, hanno privatizzato le acque, abolito le guardie forestali, burocratizzato le procedure antincendio, messo in ferie forzate guardie ambientali e vigili del fuoco; piromani sono quelli che non battono ciglio quando già intere isole sono sommerse, terre fertili sono diventate un deserto, i tropici avanzano e dalle riserve frigorifere dei poli si staccano iceberg grandi come la Liguria; piromani sono quelli che non permettono l’immigrazione se non clandestina e ammassano fuggiaschi infelici in campi di detenzione dove basta una bombola, una lite o una spedizione punitiva di difensori dell’identità bianca per scatenare un inferno. In questa situazione, quando il sole brucia la terra fino a 45 gradi, basta un frammento di vetro, una bottiglia abbandonata, un rifiuto di plastica per concentrare i raggi e accendere il fuoco alle stoppie, ai campi riarsi, ai cigli delle strade inariditi, alle città stesse.

Si può cambiare? Sì, si può cambiare, se torna la grande politica, non solo a mettere a tacere la petulanza dei piccoli arrivisti italiani, ma a mettere insieme i popoli in un nuovo grande patto mondiale come quello che fondò il diritto sovranazionale e mise al bando la guerra e perfino la minaccia dell’uso della forza nel 1945 a San Francisco. Diritto universale di migrare, apertura delle frontiere e risanamento della terra sono i problemi più urgenti che con tenace speranza papa Francesco ha messo davanti ai potenti riuniti per un loro ennesimo balbettante vertice ad Amburgo nella prima settimana di luglio, con una lettera che pubblichiamo qui sotto.

Fine o principio? Ma per cambiare rotta e registro bisogna prendere atto che questa epoca suicida è giunta alla fine, e che un nuovo tempo sta lievitando dal profondo, ed il tempo è questo, come argomenterà la nostra assemblea del prossimo 2 dicembre a Roma. Quasi a ricordarci che tutto un tempo è finito, si sono accumulati i lutti di questo mese, tra giugno e luglio 2017. A metterli tutti in una luce non di fine, ma di principio, era venuto il 20 giugno scorso la grande rivendicazione papale delle profezia civile e religiosa di don Milani; e le morti dolorose che si sono susseguite dopo quel giorno, quasi a prolungarne il ricordo, sono state evocatrici di un intrico di dolori e speranze, di sconfitte subite e di vittorie annunciate: da quella, il 23 giugno, di Stefano Rodotà, a quelle di Ettore Masina, di Luigi Pedrazzi, fino alla morte il 13 luglio di Giovanni Franzoni. Ed è stato bello che nel commiato funebre dall’ex abate di San Paolo l’attuale abate della basilica lo abbia in qualche modo ricompreso nel mondo monastico, a cui Franzoni comunque apparteneva come “monaco in uscita”.

Verso l’aurora. Messe tutte insieme, queste morti sono un segno dei tempi, che annuncia un passaggio d’epoca, così come nel 1992 avemmo il segno del passaggio da una stagione di progetto e di speranza che si chiudeva a una stagione di tristezza e restaurazione che si annunciava, quando mancarono insieme padre Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Cettina Capocasale, Italo Mancini, e la guerra tornava di moda. Adesso invece una stagione sembra aprirsi, una novità annunciarsi. I tempi si succedono, a volte scanditi da segni più vistosi, a dirci che la storia va avanti, e nonostante tutto va verso l’aurora e non verso il tramonto.

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN OCCASIONE DELL’APERTURA DEI LAVORI DEL VERTICE DEL G20

[Amburgo, 7-8 luglio 2017]

A Sua Eccellenza Dottoressa Angela Merkel, Cancelliere della Repubblica Federale di Germania

In seguito al nostro recente incontro in Vaticano e rispondendo alla Sua opportuna richiesta, desidero trasmetterLe alcune considerazioni che stanno a cuore a me e a tutti i Pastori della Chiesa Cattolica, in vista del prossimo incontro del G20, nel quale sono presenti i Capi di Stato e di Governo del Gruppo delle maggiori economie mondiali e le massime autorità dell’Unione Europea. Seguo così anche una tradizione iniziata da Papa Benedetto XVI, nell’aprile 2009, in occasione del G20 di Londra. Il mio Predecessore scrisse all’Eccellenza Vostra anche nel 2006 nella circostanza della Presidenza tedesca dell’Unione Europea e del G8.

Vorrei innanzitutto manifestare a Lei e ai leader che si incontreranno ad Amburgo il mio apprezzamento per gli sforzi compiuti per assicurare la governabilità e la stabilità dell’economia mondiale, con particolare attenzione ai mercati finanziari, al commercio, ai problemi fiscali e, più in generale, ad una crescita economica mondiale che sia inclusiva e sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou, 5 settembre 2016). Tali sforzi, come ben prevede il programma di lavoro del Vertice, sono inseparabili dall’attenzione rivolta ai conflitti in atto e al problema mondiale delle migrazioni.

Nel Documento programmatico del mio Pontificato rivolto ai fedeli cattolici, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, ho proposto quattro principi di azione per la costruzione di società fraterne, giuste e pacifiche: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; e il tutto è superiore alle parti. E’ evidente che queste linee di azione appartengano alla sapienza multisecolare di tutta l’umanità e perciò ritengo che possano anche servire come contributo alla riflessione per l’incontro di Amburgo e anche per valutare i suoi risultati.

Il tempo è superiore allo spazio. La gravità, la complessità e l’interconnessione delle problematiche mondiali sono tali che non esistono soluzioni immediate e del tutto soddisfacenti. Purtroppo, il dramma delle migrazioni, inseparabile dalla povertà ed esacerbato dalle guerre, ne è una prova. E’ possibile invece mettere in moto processi che siano capaci di offrire soluzioni progressive e non traumatiche e di condurre, in tempi relativamente brevi, ad una libera circolazione e alla stabilità delle persone che siano vantaggiosi per tutti. Tuttavia, questa tensione tra spazio e tempo, tra limite e pienezza, richiede un movimento esattamente contrario nella coscienza dei governanti e dei potenti. Una efficace soluzione distesa necessariamente nel tempo sarà possibile solo se l’obiettivo finale del processo è chiaramente presente nella sua progettualità. Nei cuori e nelle menti dei governanti e in ognuna delle fasi d’attuazione delle misure politiche c’è bisogno di dare priorità assoluta ai poveri, ai profughi, ai sofferenti, agli sfollati e agli esclusi, senza distinzione di nazione, razza, religione o cultura, e di rigettare i conflitti armati.

A questo punto, non posso mancare di rivolgere ai Capi di Stato e di Governo del G20 e a tutta la comunità mondiale un accorato appello per la tragica situazione del Sud Sudan, del bacino del Lago Ciad, del Corno d’Africa e dello Yemen, dove ci sono 30 milioni di persone che non hanno cibo e acqua per sopravvivere. L’impegno per venire urgentemente incontro a queste situazioni e dare un immediato sostegno a quelle popolazioni sarà un segno della serietà e sincerità dell’impegno a medio termine per riformare l’economia mondiale ed una garanzia del suo efficace sviluppo.

L’unità prevale sul conflitto. La storia dell’umanità, anche oggi, ci presenta un vasto panorama di conflitti attuali o potenziali. La guerra, tuttavia, non è mai una soluzione. Nella prossimità del centenario della Lettera di Benedetto XV Ai Capi dei Popoli Belligeranti, mi sento obbligato a chiedere al mondo di porre fine a tutte queste inutili stragi. Lo scopo del G20 e di altri simili incontri annuali è quello di risolvere in pace le differenze economiche e di trovare regole finanziarie e commerciali comuni che consentano lo sviluppo integrale di tutti, per raggiungere l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou). Tuttavia, ciò non sarà possibile se tutte le parti non si impegnano a ridurre sostanzialmente i livelli di conflittualità, a fermare l’attuale corsa agli armamenti e a rinunciare a coinvolgersi direttamente o indirettamente nei conflitti, come pure se non si accetta di discutere in modo sincero e trasparente tutte le divergenze. È una tragica contraddizione e incoerenza l’apparente unità in fori comuni a scopo economico o sociale e la voluta o accettata persistenza di confronti bellici.

La realtà è più importante dell’idea. Le tragiche ideologie della prima metà del secolo XX sono state sostituite dalle nuove ideologie dell’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria (cfr. EG, 56). Esse lasciano una scia dolorosa di esclusione e di scarto, e anche di morte. Nei successi politici ed economici, invece, che pure non sono mancati nel secolo scorso, si riscontra sempre un sano e prudente pragmatismo, guidato dal primato dell’essere umano e dalla ricerca di integrare e di coordinare realtà diverse e a volte contrastanti, a partire dal rispetto di ogni singolo cittadino. In tale senso, prego Dio che il Vertice di Amburgo sia illuminato dall’esempio di leader europei e mondiali che hanno privilegiato sempre il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni: Schuman, De Gasperi, Adenauer, Monnet e tanti altri.

Il tutto è superiore alle parti. I problemi vanno risolti in concreto e dando tutta la dovuta attenzione alle loro peculiarità, ma le soluzioni, per essere durature, non possono non avere una visione più ampia e devono considerare le ripercussioni su tutti i Paesi e tutti i loro cittadini, nonché rispettare i loro pareri e le loro opinioni. Vorrei ripetere l’avvertenza che Benedetto XVI indirizzava al G20 di Londra nel 2009. Sebbene sia ragionevole che i Vertici del G20 si limitino al ridotto numero di Paesi che rappresentano il 90% della produzione mondiale di beni e di servizi, questa stessa situazione deve muovere i partecipanti ad una profonda riflessione. Coloro – Stati e persone – la cui voce ha meno forza sulla scena politica mondiale sono precisamente quelli che soffrono di più gli effetti perniciosi delle crisi economiche per le quali hanno ben poca o nessuna responsabilità. Allo stesso tempo, questa grande maggioranza che in termini economici rappresenta solo il 10 % del totale, è quella parte dell’umanità che avrebbe il maggiore potenziale per contribuire al progresso di tutti. Occorre, pertanto, far sempre riferimento alle Nazioni Unite, ai programmi e alle agenzie associate e alle organizzazioni regionali, rispettare e onorare i trattati internazionali e continuare a promuovere il multilateralismo, affinché le soluzioni siano veramente universali e durature, a beneficio di tutti (cfr. Benedetto XVI, Lettera all’On. Gordon Brown, 30 marzo 2009).

Ho voluto offrire queste considerazioni come contribuito ai lavori del G20, fiducioso nello spirito di solidarietà responsabile che anima tutti i partecipanti. Invoco perciò la benedizione di Dio sull’incontro di Amburgo e su tutti gli sforzi della comunità internazionale per attivare una nuova era di sviluppo innovativa, interconnessa, sostenibile, rispettosa dell’ambiente e inclusiva di tutti i popoli e di tutte le persone (cfr. Comunicato del G20 di Hangzhou).

Gradisca, Eccellenza, le mie espressioni di alta considerazione e stima.

Vaticano, 29 Giugno 2017

Francesco

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