Brianzecum

luglio 18, 2008

IL MODELLO BIBLICO DI LIBERAZIONE E PACE*

DALL’ORDINE ALLA GIUSTIZIA COME FONDAMENTO DELLA PACE

 

Se vuoi la pace prepara la guerra. Questo famoso detto romano implica una concezione riduttiva del termine pace: non pace vera e duratura, ma semplice sospensione della guerra, tregua. Già Tacito criticava quella politica dicendo che i romani fanno deserto della terra e la chiamano pace. Per una definizione positiva di pace possiamo partire da quella tradizionale di s. Agostino: tranquillità nell’ordine, dove il secondo termine è quello portante, perché è l’ordine che porta la tranquillità. Ovviamente si tratta di vedere cosa si intende per ordine. Di solito si partiva dall’ordine divino del paradiso terrestre, da cui l’uomo è decaduto col peccato originale. Si riteneva che quella caduta ha compromesso alla radice le capacità dell’uomo di riscattarsi e raggiungere la pace. La guerra diventa così una realtà ineliminabile, ma contiene anche aspetti positivi: stimola il coraggio, la forza, l’abilità, l’intelligenza… Quest’ordine originario si può declinare anche nei rapporti tra gli uomini e diventa ordine etico, di cui vi è traccia nella coscienza di ciascuno. Spesso però si è confuso l’ordine edenico originario con l’ordine costituito, che spesso è disordine costituito: pertanto questo modello può essere considerato conservatore perché conserva un ordine precedente.

Il modello esodico. La bibbia ci presenta un modello diverso, più rivoluzionario: Dio accompagna il suo popolo nei 40 anni di deserto del passaggio lento, graduale, si potrebbe dire pedagogico, dalla schiavitù dell’Egitto verso la libertà della terra promessa, dalla violenza della tirannia alla pace. Il popolo deve però osservare la legge: nel tragitto dall’Egitto alla terra di Canaan, c’è in mezzo il Sinai, luogo della legge. Senza la legge il possesso della terra non può dare che pace fittizia. Nella bibbia ebraica la pace viene spesso associata alla giustizia: giustizia e pace si baceranno (Sal 85,11); effetto della giustizia sarà la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza (Is 32,17). Qui il termine portante è la giustizia, perché senza giustizia non ci può essere pace duratura. Nel nuovo testamento l’annuncio di pace è il primo saluto del Cristo risorto (Lc 24,36) e in ogni caso la pace ha una consistenza maggiore che nel primo testamento. Si prospetta quindi all’uomo un cammino operoso (ed oneroso) verso la pace, che passa attraverso giustizia e libertà (la Pacem in terris aggiunge anche verità e amore). All’uomo viene affidata una responsabilità, deve svolgere un ruolo attivo, anche politico, per migliorare le strutture in cui opera. Si ricorda il caso della schiavitù: il cristianesimo non l’ha potuta abolire subito, ma ha gettato il seme che secoli dopo l’ha resa insostenibile. Qualcosa di analogo dovrebbe accadere per la guerra.

Teologia della pace. La centralità della pace anche per la teologia è sostenuta da un gruppo di studiosi che hanno già pubblicato un Dizionario di teologia della pace (ed. Dehoniane, Bologna 1997). Tra di essi due figure luminose che ci hanno lasciato nel 2007: Luigi Sartori e Giuseppe Barbaglio. Ogni anno si effettuano anche incontri su questo tema a Ferrara. La tesi generale è che, pur essendoci qualche cenno nella Pacem in terris e altrove, manca da parte del Magistero un organico pensiero in favore della pace, limitandosi invece a uno sforzo per contenere i mali e i rischi della guerra. La pace oggi va posta al vertice dei valori umani, mentre la sua centralità anche in campo teologico può essere ricavata dalle Scritture. È necessario però recepire il messaggio della modernità, per cui non si può amare Dio senza amare l’uomo da lui creato a sua immagine. Pertanto bisogna agire nella storia coinvolgendosi per il suo progredire, bisogna privilegiare il momento escatologico della fine della storia più che il passato, nonché l’etica più che la dogmatica; per capire (e quindi amare) l’uomo è necessario recepire il contributo delle diverse scienze che lo studiano.

Beati i miti e i pacificatori (Mt 5,5.9). Oggi spesso siamo violenti perché abbiamo paura del disordine, del caos. La guerra rende lecito, anzi doveroso, quello che altrimenti sarebbe ignominioso: uccidere. Lo fa in nome di principi superiori, che vengono in certo senso sacralizzati, idolatrati. Il mite, come il pacificatore, non teorizza, non sacralizza. Si inserisce tra le parti in conflitto cercando di mostrare all’uno il bene dell’altro. Rischia di persona. Non pretende utopicamente di cambiare l’uomo, ma solo le strutture politiche. Parte dal caos (conflitto) per arrivare all’ordine (pace). Riceve un premio tutto terreno (eredita la terra) ed è dichiarato beato, una constatazione di felicità.

*Scheda tratta in prevalenza dagli interventi di Piero Stefani alla settimana estiva di Motta 2007 sulla pace, organizzata dalla Comunità di via Sambuco 13, Milano.

[1] De Civitate Dei 19,13

[2] Cfr. L. Sartori, La pace al centro della teologia, “Esodo” n. 3, 2000.

 

 

Per riflettere:

-pace come tranquillità nell’ordine;

-ordine o disordine costituito?

-modello esodico: graduale, pedagogico;

-senza giustizia non può esserci pace duratura;

-nel nuovo testamento la pace ha più rilievo;

-passa attraverso giustizia, libertà, verità, amore;

-manca un organico pensiero magisteriale sulla pace

-non pretendere di cambiare l’uomo ma le strutture politiche.


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