Brianzecum

novembre 4, 2018

ESCLUSIONE E INCLUSIONE

LO “SCANDALO” DEL VANGELO INCLUSIVISTA, CHE SI OPPONE AL NOSTRO RAZZISMO LATENTE E MENTALITÀ ESCLUSIVISTA
di don Giorgio De Capitani, omelia del 4 novembre 2018: seconda dopo la Dedicazione (Is 56,3-7; Ef 2,11-22; Lc 14,1a.15-24). Fonte: http://www.dongiorgio.it/04/11/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-seconda-dopo-la-dedicazione/

CONCEZIONI PERFEZIONISTE. Vorrei partire da una parola che troviamo nel secondo brano della Messa di oggi, quando l’apostolo Paolo parla dei pagani “esclusi dalla cittadinanza d’Israele”. Dunque, esclusione; da qui il suo contrario, “inclusione”. Ecco, mi sembra che questi due termini, esclusione e inclusione, siano il tema dominante dei tre brani proposti dalla Liturgia della Parola, e rappresentino le problematiche delle società e delle religioni, di sempre: di ieri e anche di oggi. Proviamo a riflettere seriamente, con onestà intellettuale. Chiediamoci, anzitutto: non è forse vero che l’esclusione e l’inclusione abbiano da sempre rappresentato, per il cittadino sia e il credente, un problema e un dramma per la loro salvezza? Quando parlo di salvezza, parlo di libertà, di giustizia, e, all’opposto, di emarginazione e di repressione. Ognuno di noi ha provato nella sua esistenza, sulla sua pelle e nell’anima, qualche momento di sofferenza per essere stato escluso in qualcosa di essenziale, subendo ingiustizie e sentendosi privato di una certa libertà d’azione. Ma, al di là dei fatti personali, che in ogni caso non si possono dimenticare, nei tre brani si parla soprattutto di realtà ben più vaste: esclusione di categorie di persone, di razze, di culture; si parla addirittura di popoli, per non parlare di continenti. La storia ci insegna che anche le civiltà più progredite del passato erano fondate su concezioni “perfezioniste”, e perciò esclusiviste, del genere umano, inteso anche nella sua realtà fisica e psichica, per cui chi non rientrava in un certo ordine di “perfezione” (stabilita da quale potere e in nome di chi?) era, anche per legge, escluso dal convivere sociale e religioso. Appena sento i termini “perfezionismo”, “ordine”, “disciplina”, “adeguamento” alla struttura, “integrazione” nel senso di “omologazione”, beh, mi sento morire dentro. La società viene ancora oggi vista come una grande macchina, dove ogni pezzo, ogni elemento, sia fisico che mentale, un oggetto o l’essere umano, deve funzionare secondo i ritmi imposti dalla produttività, che viene chiamata “progresso”. Per ciò, ogni pezzo difettoso, ogni rallentamento, ogni inghippo viene scartato, eliminato, anche distrutto.

GESÙ APRE AGLI ESCLUSI. Basterebbe pensare a ciò che ancora ai tempi di Cristo succedeva a proposito dei lebbrosi, di quanti avevano un handicap fisico e psichico (ciechi, sordi, zoppi, ecc.), dei bambini che nascevano con qualche deformazione fisica. Senza arrivare a pensare ai difetti fisici e psichici, come erano considerati i bambini in quanto bambini e le donne in quanto donne? Sappiamo l’atteggiamento di inclusione di Gesù nei riguardi dei lebbrosi, dei ciechi, dei sordi, degli zoppi, dei bambini e delle donne. D’altronde, già il profeta Isaia aveva predetto un Messia che avrebbe aperto gli occhi ai ciechi e schiuso gli orecchi ai sordi, avrebbe fatto saltare come un cervo gli zoppi. Ed è alle parole di Isaia che Gesù si riferisce quando il Battista, che era in carcere, invia alcuni discepoli chiedendo a Gesù se fosse lui il Messia, ed egli risponde: «Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,2,5). Attenzione: ora arriva il bello. Gesù conclude dicendo: «E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Dunque, lo scandalo starebbe nel fatto che Gesù avrebbe aperto le porte agli esclusi, condannando perciò l’esclusione. Non è questo lo scandalo di oggi di tanti, troppi credenti che non accettano l’inclusione di coloro che vorrebbero un mondo aperto all’Umanità? Da notare che questi credenti vengono a Messa come se niente fosse, magari si nutrono di Cristo, come se Cristo avesse detto: all’inferno gli esclusi, gli ultimi, i poveri, i derelitti! Forse qualcosa non va, e non va perché abbiamo fatto della nostra mentalità esclusivista e del vangelo inclusivista una tale commistura da neppure renderci conto di quanto siamo fuori strada. Forse è inutile insistere, dal momento che viviamo in un momento storico particolarmente confuso e disordinato, per cui a prevalere e a dettare leggi è una mentalità borghesemente individualista per non dire egoista, che frantuma ogni diritto umano, ogni possibilità di un futuro migliore. E tutto in funzione di un falso benessere che include i soliti privilegiati ed esclude i soliti disgraziati.

IDEOLOGIA RAZZISTA. Qualcuno anni fa parlava di razza pura, oggi si parla ancora della supremazia o della difesa della razza bianca, dimostrando così di essere figli o nipotini di Hitler, la cui tracotanza lo ha portato alla rovina. Come tutti sappiamo. E non solo lui è caduto pancia a terra, anche il nostro Benito Mussolini. Sì, è sempre questione di un falso e deleterio concetto di razza, ovvero di una ideologia razzista che esclude altre razze, ritenute imperfette, scadenti, inferiori. Ma come si può sostenere che esistano altre razze, se è vero che esiste solo la razza umana? Tutti apparteniamo alla stessa Umanità. Ma che democrazia è mai quella fondata sulla esclusione di esseri umani, che non credo siano nati, nel disegno divino, da razze diverse in gara per escludersi a vicenda? Gesù Cristo è venuto per dirci che tutti gli esseri sono uguali, proprio perché nell’essere interiore di ciascuno è presente lo stesso Dio, padre di tutti. Non ci sono figli minori e figli maggiori, o figli di un dio maggiore e figli di un dio minore.

SPIRITI LIBERI. Infine (solo un brevissimo accenno), l’esclusione e l’inclusione rappresentano un vero problema, quando si tratta della libertà dello spirito interiore. E qui, il potere politico e il potere religioso hanno sempre costituito una violenza escludente. L’esclusione sembra anzitutto la condanna a morte degli spiriti liberi. Eppure, proprio gli spiriti liberi avrebbero potuto, se considerati e valutati, dare allo Stato e alla Chiesa un futuro diverso. E se siamo qui, oggi, costretti a vivere in una sociale “bestiale”, è perché sono stati esclusi gli spiriti liberi, la loro fede nel mondo interiore. Ancora oggi fanno paura. E il mondo non potrà migliorare escludendo il mondo “migliore”.

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luglio 31, 2018

NON SI PUÒ ESSERE CRISTIANI E NAZIONALISTI

LO AFFERMA IL CARDINALE MARX, INDICANDO LA CROCE COME SIMBOLO DI PARI DIGNITÀ E IL POPULISMO COME UNA CONSEGUENZA DIABOLICA DEL VEDERE L’ALTRO COME NEMICO
di Iacopo Scaramuzzi in “La Stampa Vatican Insider” del 20 luglio 2018

EUROPA PER UN MONDO MIGLIORE. «Non si può essere al tempo stesso nazionalisti e cattolici». Lo afferma il cardinale Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca, in una intervista al giornale tedesco Die Zeit nella quale parla di migranti, del futuro dell’Europa, del populismo e del diavolo. «Come cristiani, siamo sia patrioti sia cittadini del mondo», afferma l’arcivescovo di Monaco di Baviera. «È vero, in politica la tendenza attuale è per il nazionale, l’autoaffermazione. Ma questo è un modo di guardare le cose che non è il nostro: mantenere la prosperità che si suppone sia minacciata da fuori. L’Europa non deve diventare una fortezza, questa è sempre stata la nostra convinzione. La penso come Jean Monnet: l’Europa dovrebbe essere un contributo per un mondo migliore. Creativo, aperto e curioso». Per il cardinale Marx, «da troppo tempo non ci rendiamo conto che siamo un paese di immigrazione.

SCREMARE GLI IMMIGRATI? Abbiamo bisogno di un dibattito ampio su una legge sull’immigrazione. Ma non sarebbe equo se volessimo semplicemente “scremare” gli immigrati per accogliere solo ingegneri e specialisti informatici da altri Paesi. Le questioni della politica di sviluppo, della partecipazione e delle pari opportunità devono essere strettamente collegate al tema dell’immigrazione». Per il cardinale Marx l’attuale grande coalizione al governo in Germania (i cristianodemocratici insieme ai socialdemocratici) sarebbe in grado di sostenere un tale compito, ma nell’intervista il porporato non evita di affrontare il tema dei rapporti non facili con la Csu, partito cristianodemocratico della Baviera fratello della Cdu di Angela Merkel. Se il ministro presidente bavarese Markus Soeder ha parlato di «turismo del diritto d’asilo», per il porporato l’espressione «suona come se si trattasse di persone in vacanza. Molti rischiano la vita, molti muoiono per strada».

MANCANZA DI EMPATIA. E Marx non ha apprezzato neppure l’annuncio del ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, di espellere 69 migranti nel giorno del suo 69esimo compleanno: «Evidenziare una simile connessione è fortemente inappropriata ed ha giustamente indignato molte persone», afferma il cardinale, che sottolinea come «respingere chi non ha diritto d’asilo può essere necessario, ma anche per loro abbiamo una responsabilità, che inizia con il linguaggio. Parliamo di persone che hanno la nostra stessa dignità. Nel dibattito complessivo noto una mancanza di empatia. Se ne parla come se fossero solo numeri o una diffusa minaccia anonima». Quanto alla recente polemica con il Governo bavarese sull’esposizione del crocifisso, «io – chiarisce Marx – sono a favore del crocifisso nei luoghi pubblici. Ho criticato la motivazione addotta e il modo utilizzato.

CROCE: PARI DIGNITÀ. La croce non è un simbolo di demarcazione che può essere usato con finalità tattiche o messe in scena politiche. Sarebbe stato meglio parlare prima con tutti i gruppi della società, compresi gli atei o i rappresentanti di altre religioni, in modo che comprendessero il senso del crocifisso e che è un segno che può unire e riconoscere la dignità di tutti gli esseri umani». Il cardinale non ritiene però che la Csu sia andata a destra mentre la Chiesa va a sinistra: «Non adotterei lo schema di destra e sinistra. Ma dagli anni ’60 e ’70 la Chiesa cattolica pensa in modo più globale. La consapevolezza della Chiesa in Germania è da allora sostanzialmente determinata dalla nostra responsabilità nei confronti del mondo, anche come conseguenza del nostro impegno sociale in molti Paesi. Il sistema capillare della Chiesa cattolica raggiunge in profondità le ferite del mondo, in particolare attraverso i nostri ordini religiosi e le nostre associazioni caritatevoli».

PAURA E POPULISMO. In Germania e nel resto d’Europa, però, si afferma il populismo. Perché questa sensibilità politica rappresenta una tentazione così forte? «Il nemico della natura umana – risponde Marx – è il diavolo, afferma Sant’Ignazio di Loyola, perché ci fa vedere l’altro come il nemico. Questo è anche l’effetto del populismo. Prima cerca di spaventarci, poi arrivano la sfiducia, l’invidia, l’inimicizia e l’odio e, infine, è possibile che arrivino anche la violenza e la guerra». E invece «l’essere umano è per natura solidale e pronto ad aiutare gli altri. Ma quando è vulnerabile, la paura offusca i suoi sensi. Non a caso la Bibbia dice “non abbiate paura!”. Questo è un messaggio che si può adottare anche in politica»

giugno 25, 2018

SE È UNA RIVOLUZIONE

I MIGRANTI COME PORTATORI DI UNA RIVOLUZIONE NON VIOLENTA, CHE VA COMPRESA E GOVERNATA; CHI SI OPPONE FA CONTRORIVOLUZIONE
di Raniero La Valle fonte: newsletter n.99 del 23 giugno 2018 chiesadituttichiesadeipoveri.it

COMPRENDERE COSA CAMBIA. Una delle cose più pericolose per il nostro futuro sarebbe quella di non capire che cosa veramente sta succedendo. Noi ci troviamo davanti a un mutamento drammatico della politica mondiale: gli Stati Uniti non sono più quelli (ora escono anche dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite), la Corea del Nord non è più quella (si spaventa anche lei dell’olocausto atomico), Israele non è più quello (sta legiferando di essere uno Stato solo per gli ebrei, sono gli altri che sono in lista), in Europa siamo agli insulti tra governanti impazziti e anche l’Italia non è più quella. A ben vedere però non tanto è cambiato il modo di concepire la politica, quanto è cambiato il modo di governare. La politica sembra sempre quella: l’assillo di fermare i profughi c’è adesso e c’era prima, però si mandano medici e navi militari a soccorrerli adesso come si faceva prima; i porti si chiudono ma anche si lasciano aperti adesso come prima; il blocco navale lo vorrebbe oggi Giorgia Meloni con le marine europee, come Minniti lo voleva ieri con le motovedette libiche; l’idea di “aiutarli a casa loro” era di Renzi come oggi è di Salvini, ma era anche della FAO e del Vertice mondiale sull’alimentazione che nel 1996 aveva stabilito che ogni Paese dovesse destinare una quota del PIL agli aiuti ai Paesi poveri e aveva perfino coltivato il sogno di dimezzare la fame nel mondo entro il 2015: ma povertà e fame sono ai livelli di prima e del PIL sono cadute a sfamare e illudere i poveri solo le briciole (dall’Italia lo 0,2 per cento). In Europa le politiche di Maastricht, la proibizione degli aiuti di Stato, l’ultimatum al debito, il pareggio di bilancio c’erano prima e ci sono adesso: prima ci pensava Padoan e adesso garante Mattarella, vi provvede, con generale sollievo dei mercati, Tria. In Israele insediamenti e colonie si facevano prima e si continuano anche adesso.

SOVRASTRUTTURA. Però è cambiato il modo di governare. Prima tutto si faceva e si accettava con sussiego, tutti compunti quando Hollande, il socialista, spazzava via la città satellite dei profughi a Calais o quando Clinton, il democratico, costruiva il muro col Messico, che c’era dunque già prima che Trump lo elevasse a 12 metri, tanto è vero che il papa c’è andato accanto a pregare i Salmi della desolazione. Però la leggenda somministrata al popolo (prima che esso degenerasse nel populismo) era che si viveva nel migliore dei mondi possibili. Adesso si governa più o meno allo stesso modo, ma con grida, ira, esecrazione e ingiuria reciproca. La situazione è perfettamente descritta nell’appello di mons. Nogaro e Sergio Tanzarella pubblicato in questo sito: i precedenti governi avevano già compiuto atti gravissimi, ora si aggiunge odio e paura. Ovvero, la realtà è la stessa, cambia il racconto. Se volessimo ricordare una vecchia interpretazione marxista, tanto vituperata quando utilizzata dai gesuiti e dalla teologia della liberazione in America Latina, ma tanto utile come strumento d’analisi da tenere nella cassetta degli attrezzi, dovremmo dire che resta immutata la struttura ma cambia la sovrastruttura, cioè resta la dura realtà delle cose ma cambia l’ideologia, cambia la rappresentazione, cambia il “singhiozzo della creatura oppressa”. Nessuno pensi che ciò sia senza conseguenze. Lo scarto tra realtà e rappresentazione può diventare esplosivo, e l’intero sistema rischia di andare in pezzi.

RIVOLUZIONE. Ma di nuovo qui bisogna non sbagliare l’analisi. È un luogo comune che, almeno qui da noi, a far saltare il tappo sia stato Salvini con la sua politica spettacolo, e se è così vuol dire che ci voleva poco. In ogni caso lui viene vissuto come un Che Guevara, la rivoluzione è lui, come dice e illustra la copertina del “Corriere della sera”. Ma l’errore sta in questo: Salvini non è la rivoluzione, è la controrivoluzione. La rivoluzione è un’altra e ormai si capisce anche chi ne sono i soggetti. Si discusse seriamente di rivoluzione nel 1986 in un convegno a Cortona che forse qualcuno ricorderà. Dopo l’installazione dei missili, il mondo sembrava a un passo dallo scontro nucleare. Nessuno sembrava più in grado di controllare la situazione. Il partito comunista non credeva più in un’uscita dal capitalismo. Anche la cristianità era divisa: i vescovi del Santo Sinodo della Chiesa russa, incoraggiati da Gorbaciov, condannavano la dottrina del primo uso (“first use”) dell’arma nucleare ed escludevano che quella nucleare potesse essere una guerra giusta, i vescovi americani, intimiditi da Reagan, legittimavano il primo uso ammettendo come guerra giusta anche quella atomica. La tesi di Cortona, illustrata da Claudio Napoleoni, era che bisognava uscire dal sistema di guerra, come dicevamo noi pacifisti, ma questo non bastava, anzi non sarebbe stato possibile se non si fosse usciti dal sistema di dominio: il dominio delle cose sull’uomo, dell’uomo sull’uomo, di un popolo sugli altri popoli. Dunque, una rivoluzione.

SOGGETTI DELLA RIVOLUZIONE. Ma quali avrebbero potuto essere i soggetti della rivoluzione, che naturalmente si pensava pacifica? La classe operaia non più. Le suggestioni furono diverse. A discuterne furono personalità di spicco del tempo, cattolici e no, Giulio Girardi, Augusta Barbina, padre Balducci, i senatori Ossicini e Anderlini, padre Turoldo, Salvatore Senese, Giovanni Franzoni, Gianni Gennari, Tonino Tatò (il segretario di Berlinguer), Giuseppe Chiarante, Italo Mancini, Mario Gozzini, Boris Ulianich e altri. E chi diceva che il nuovo soggetto rivoluzionario sarebbero stati i giovani, chi diceva le donne, chi diceva i popoli nuovi, quelli del Terzo Mondo. Nessuna di queste previsioni si è avverata. Ma oggi la cosa si svela. Oggi ci troviamo di fronte a un fenomeno che male faremmo a non riconoscere come un evento rivoluzionario. È quello dei migranti, 68 milioni nel 2017. Se è trattato come un’emergenza, è irrisolvibile, e tutto il caos europeo e americano di questi giorni mostra che cercare di tamponarlo come tale è addirittura patetico, oltre che tragico. Se invece si riconosce come un evento rivoluzionario, si può cominciare a organizzare una risposta ragionevole. Una rivoluzione la si può prendere a cannonate, ma quasi mai funziona. Oppure la si può assumere e gestire con la politica, con il diritto e con il cuore (lo dice perfino la signora Trump).

MIGRANTI RIVOLUZIONARI NON VIOLENTI. E intanto si vede chi sono i soggetti della rivoluzione. Sono i migranti, che l’ONU nemmeno vuol chiamare così, perché sono rifugiati, fuggiaschi, richiedenti protezione e asilo, sfollati interni, Internally Displaced People, ed è impossibile distinguere tra migranti economici e politici. Sono soggetti rivoluzionari perché non dicono, ma fanno, mettono in gioco i loro corpi, usano mani e piedi, lottano per la vita dando la vita, perseguono un fine che se raggiunto non vale solo per loro, ma per tutti, perché ne verrebbe un mondo diverso e magari questo fine sarà raggiunto per altri, non da loro. Per questo sono rivoluzionari, e sono non violenti perché non mettono in questione il sistema con le armi, ma ne svelano l’ottusità e ingiustizia col semplice muoversi, andare, sfidare il mare ma anche le torture e i lager. Fanno obiezione di coscienza a un mondo che non li vuole. Si può fare la controrivoluzione contro di loro, ed è irrisoria. Oppure si può riconoscere il diritto fondamentale universale umano di migrare, lo ius migrandi, disciplinarlo e graduarne l’attuazione affidandolo a mezzi di trasporto comuni e sicuri, e riaggiustare il mondo globale, nei suoi meccanismi economici, sociali e politici, secondo la misura di un’umanità indivisa. Perciò è una rivoluzione; riconoscerlo vuol dire anche sapere che, come dicevano i cinesi, non è un pranzo di gala: è cimento e lotta. Se ne dovrà parlare. Ne va della salvezza della terra, non solo delle anime.

giugno 24, 2018

NON CHIUDERE I PORTI NON SBARRARE IL CUORE

MIGRAZIONI CONSEGUENZA DEL DOMINIO. ATTI GRAVISSIMI CONTRO I PROFUGHI ANCHE DEI PRECEDENTI GOVERNI. OGGI SI AGGIUNGE ODIO E PAURA.

Appello di Raffaele Nogaro, ex vescovo di Caserta, e Sergio Tanzarella, docente Facoltà teologica Italia meridionale
fonte: http://www.chiesadituttichiesadeipoveri.it/non-chiudere-i-porti-non-sbarrare-il-cuore/

CINISMO. La decisione del governo italiano sulla chiusura dei porti alle navi delle organizzazioni non governative che hanno salvato e salvano migliaia di naufraghi è un fatto che ci lascia sgomenti. Non avremmo mai potuto credere che vi fosse tanto cinismo dinnanzi all’impegno generoso e indifferenza dinnanzi alla sofferenza di uomini e donne sopravvissuti prima a viaggi di mesi, poi ai campi di prigionia libici – con le loro torture e violenze di ogni genere – e infine scampati dalla morte per annegamento. I precedenti governi avevano già compiuto atti gravissimi con il respingimento in mare e l’ultimo governo sostenendo economicamente i carcerieri di migranti pur di allontanare la loro presenza dal mare e dalle coste italiane di modo che si creasse l’illusione che essi non esistessero. Ora questa chiusura dei porti e 629 esseri umani ammassati sulla piccola nave Aquarius per giorni e poi spediti a 1500 km è spiegata con sconcertante cinismo da un ministro: “sulla vicenda vi è stato il giusto pragmatismo politico”.

NUOVO NEMICO. Si tratta dell’ultimo atto di una propaganda che individua nel migrante il nemico del nostro benessere e della nostra società opulenta, il nemico che va respinto con ogni mezzo anche negando gli impegni elementari della “legge del mare”, dei trattati internazionali e soprattutto la coscienza del rispetto della vita umana che non conosce né passaporti, né religioni, né lingua. Chi agita il libro del Vangelo e la corona del Rosario e intanto semina odio e paura e stando al governo organizza chiusure di porti e respingimenti di esseri umani dimostra che del Vangelo o non ha letto parola o non ha capito nulla e usa la corona del Rosario come un magico amuleto. Come cristiani oggi non possiamo tacere, non possiamo renderci complici dell’ingiustizia sistemica che provoca morte: non si vogliono accogliere i migranti mentre contemporaneamente ci si impadronisce di tutte le loro risorse (terreni, acqua, giacimenti) e si esportano armi e sistemi d’arma che uccidono e distruggono le speranze, lasciando come unica possibilità di sopravvivenza il migrare. Non serve offrire aiuti, ma smetterla di derubare popoli, cessando un infinito post colonialismo.

CI APPELLIAMO alla coscienza di tutti: i migranti sono la conseguenza di uno spietato dominio economico, recluderli nelle infami galere libiche o chiudere i porti è solo propaganda antiumana e diseducativa che sta facendo scivolare da anni l’intera nazione in una irrimediabile disumanizzazione e scristianizzazione se non formale nella sostanza. Non occorrono proclami di fedeltà dottrinale e liturgismi templari, né generici e innocui richiami ai diritti umani, se poi ciò che si pensa e si fa è in totale contrapposizione ai principi della nostra Costituzione e al Vangelo della Pace nella visione del mondo e nella relazione tra umani, rendendo diritti e valori annunciati inaccessibili e beffarde promesse. La vita e il rispetto per la vita prima di tutto e sopra di tutto. Prima di ogni calcolo umano, prima di ogni burocratica e mistificante distinzione tra rifugiato e migrante, prima di ogni strategia e diplomazia, prima di ogni tornaconto elettorale e pragmatismo politico.

 

aprile 28, 2018

I MIGRANTI E IL DOVERE DI RESTARE UMANI

IL CROLLO DEI VALORI CHE GIUNGE FINO A CONFIGURARE UN REATO DI ALTRUISMO AUTORIZZA A PARLARE DI EMERGENZA UMANITARIA. NECESSARI PIANI ORGANICI PER CREARE LAVORO, SPECIE NELLE AREE DEPRESSE
di Enzo Bianchi la Repubblica 11.8.2017 pag. 29

EMERGENZA UMANITARIA. L’invito del presidente della Cei, cardinal Bassetti, ad affrontare il fenomeno dei migranti «nel rispetto della legge» e senza fornire pretesti agli scafisti è un richiamo all’assunzione di responsabilità etica ad ampio raggio nella temperie che Italia e Europa stanno attraversando. Un richiamo quanto mai opportuno perché ormai si sta profilando una “emergenza umanitaria” che non è data dalle migrazioni in quanto tali, bensì dalle modalità culturali ed etiche, prima ancora che operative con cui le si affrontano. Non è infatti “emergenza” il fenomeno dei migranti — richiedenti asilo o economici — che in questa forma risale ormai alla fine del secolo scorso e i cui numeri sia assoluti che percentuali sarebbero agevolmente gestibili da politiche degne di questo nome. E l’aggettivo “umanitario” non riguarda solo le condizioni subumane in cui vivono milioni di persone nei campi profughi del Medioriente o nei paesi stremati da conflitti foraggiati dai mercanti d’armi o da carestie ricorrenti, naturali o indotte. L’emergenza riguarda la nostra umanità: è il nostro restare umani che è in emergenza di fronte all’imbarbarimento dei costumi, dei discorsi, dei pensieri, delle azioni che sviliscono e sbeffeggiano quelli che un tempo erano considerati i valori e i principi della casa comune europea e della “millenaria civiltà cristiana”, così connaturale al nostro paese.

REATO DI ALTRUISMO. È un impoverimento del nostro essere umani che si è via via accentuato da quando ci si è preoccupati più del controllo e della difesa delle frontiere esterne dell’Europa che non dei sentimenti che battono nel cuore del nostro continente e dei principi che ne determinano leggi e comportamenti. È un imbarbarimento che si è aggravato quando abbiamo siglato un accordo per delegare il lavoro sporco di fermare e respingere migliaia di profughi dal Medioriente a un paese che manifestamente vìola fondamenti etici, giuridici e culturali imprescindibili per la nostra “casa comune”. Ora noi, già “popolo di navigatori e trasmigratori”, ci stiamo rapidamente adeguando a un pensiero unico che confligge persino con la millenaria legge del mare iscritta nella coscienza umana, e arriva a configurare una sorta di “reato umanitario” o “di altruismo” in base al quale diviene naturale minare sistematicamente e indistintamente la credibilità delle ong e perseguirne l’operato, affidare a un’inesistente autorità statale libica la gestione di ipotetici centri di raccolta dei migranti che tutti gli organismi umanitari internazionali definiscono luoghi di torture, vessazioni, violenze e abusi di ogni tipo, riconsegnare a una delle guardie costiere libiche quelle persone che erano state imbarcate da trafficanti di esseri umani con la sospetta connivenza di chi ora li riporta alla casella-prigione di partenza.

RIVITALIZZARE AREE DEPRESSE. Ora questa criticità emergenziale di un’umanità mortificata ha come effetto disastroso il rendere ancor più ardua la gestione del fenomeno migratorio attraverso i parametri dell’accoglienza, dell’integrazione e della solidarietà che dovrebbero costituire lo zoccolo duro della civiltà europea e che non sono certo di facile attuazione. Come, infatti, in questo clima di caccia al “buonista” pianificare politiche che consentano non solo la gestione degli arrivi delle persone in fuga dalla guerra o dalla fame, ma soprattutto la trasformazione strutturale di questa congiuntura in opportunità di crescita e di miglioramento delle condizioni di vita per l’intero sistema paese, a cominciare dalle fasce di popolazione residente più povere? E, di conseguenza, come evitare invece che i migranti abbandonati “senza regolare permesso” alimentino il mercato del lavoro nero, degli abusi sui minori e della prostituzione? L’esperienza di tante realtà che conosco e della mia stessa comunità, che da due anni dà accoglienza ad alcuni richiedenti asilo, mostra quanto sia difficile oggi, superata la fase di prima accoglienza e di apprendimento della lingua e dei diritti e doveri che ci accomunano, progettare e realizzare una feconda e sostenibile convivenza civile, un proficuo scambio delle risorse umane, morali e culturali di cui ogni essere umano è portatore. Non può bastare, infatti, il già difficilissimo inserimento degli immigrati accolti nel mondo del lavoro e una loro dignitosa sistemazione abitativa: occorrerebbe ripensare organicamente il tessuto sociale di città e campagne, la rivitalizzazione di aree depresse del nostro paese, la protezione dell’ambiente e del territorio, la salvaguardia dei diritti di cittadinanza. Questo potrebbe far sì che l’accoglienza sia realizzata non solo con generosità ma anche con intelligenza e l’integrazione avvenire senza generare squilibri.

SRAGIONARE PER SLOGAN, fomentare anziché capire e governare le paure delle componenti più deboli ed esposte della società, criminalizzare indistintamente tutti gli operatori umanitari, ergere a nemico ogni straniero o chiunque pensi diversamente non è difesa dei valori della nostra civiltà, al contrario è la via più sicura per piombare nel baratro della barbarie, per infliggere alla nostra umanità danni irreversibili, per condannare il nostro paese e l’Europa a un collasso etico dal quale sarà assai difficile risollevarsi. Anche in certi spazi cristiani, la paura dominante assottiglia le voci — tra le quali continua a spiccare per vigore quella di papa Francesco — che affrontano a viso aperto il forte vento contrario, contrastano la «dimensione del disumano che è entrata nel nostro orizzonte» e si levano a difesa dell’umanità. Purtroppo, stando “in mezzo alla gente”, ascoltandola e vedendo come si comporta, viene da dire che stiamo diventando più cattivi e la stessa politica, che dovrebbe innanzitutto far crescere una “società buona”, non solo è latitante ma sembra tentata da percorsi che assecondano la barbarie. Eppure è in gioco non solo la sopravvivenza e la dignità di milioni di persone, ma anche il bene più prezioso che ciascuno di noi e la nostra convivenza possiede: l’essere responsabili e perciò custodi del proprio fratello, della propria sorella in umanità.

 

aprile 27, 2018

I RIFUGIATI E LA CHIESA POST-IDEOLOGICA DI FRANCESCO

L’INVERSIONE DELL’ORIENTAMENTO DEI CATTOLICI IN POLITICA CON LO SFORZO DI AVVICINARSI AL VANGELO TROVA UN NODO FONDAMENTALE NELLA INEDITA QUESTIONE MIGRATORIA
di Massimo Faggioli, Il mulino, 17 settembre 2015 fonte:
https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:2942

INVERSIONE. Uno dei paradossi del pontificato di Francesco è che il papa succeduto a Benedetto XVI ha invertito l’orientamento vaticano (ben visibile almeno fin dalla“Nota Dottrinale” della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, del 2002) a eliminare l’idea della mediazione politica, affidata ai politici, quando si tratta di “applicare” il magistero sociale della Chiesa alla gestione della cosa pubblica. La Chiesa di Francesco non è antipolitica, né irrimediabilmente disincantata rispetto al divario tra l’utopia cristiana e la possibile distopia del mondo reale. Allo stesso tempo papa Francesco sta cercando di ridurre (non senza provocare tensioni nell’establishment ecclesiastico) lo spazio di mediazione delle incoerenze tra Vangelo e Chiesa. La caduta del velo delle mediazioni tra Chiesa e Vangelo è solo il punto di partenza dell’approccio di papa Francesco alla questione migratoria, con l’appello dell’Angelus del 6 settembre rivolto a parrocchie, conventi e case religiose in Europa ad accogliere una famiglia di profughi.

LA QUESTIONE MIGRATORIA – frutto di una serie di guerre che coinvolgono molti Paesi nella fascia tra Afghanistan e Libia, Yemen e Africa orientale, Africa centrale (per non parlare della crisi dei rifugiati nel Sudest asiatico tra Malesia, Thailandia, Indonesia e Australia) – è una di quelle su cui il cattolicesimo globale deve affrontare il nodo del rapporto tra il radicalismo del Vangelo di Gesù e la complessità delle situazioni politiche, istituzionali e demografiche della Chiesa in Paesi in cui i cristiani sono minoranza. È una sfida inedita sia per la Chiesa sia per l’Europa. La situazione attuale non ha nulla a che vedere con la dispendiosa apertura della Germania Ovest agli “Ossies” dopo il collasso del sistema comunista in Europa orientale. Per rimanere in Germania, i dodici milioni di tedeschi che sconvolsero la giovanissima e fragile repubblica di Bonn erano tedeschi etnici in fuga dal comunismo, testimoni dell’intricata tela di complicità della nazione tedesca (anche nel periodo post-bellico) con i crimini del nazismo in Europa orientale. L’afflusso di ebrei in Israele dopo il 1945 e più tardi, dopo la fine della diaspora nei Paesi arabi e il riemergere di una cultura antisemita, costituiva una riunificazione. Per fare un paragone contemporaneo, la questione migratoria europea ha poco a che fare con la questione negli Stati Uniti: in parte perché da sempre l’America ha saputo scegliere e filtrare gli immigrati sulla base delle necessità del sistema economico; in parte perché la questione dell’immigrazione getta una luce sugli Stati Uniti come “nazione-Chiesa” in cui il mercato è la vera religione nazionale, e le Chiese sono le più importanti agenzie non governative che in passato hanno sostenuto e integrato le ondate migratorie e oggi chiedono a gran voce (la Chiesa cattolica specialmente) una immigration reform. Per gli americani, tutti discendenti da immigrati, ogni immigrato che tenta è un americano in potenza.

POVERI NON SFRUTTABILI. Le migliaia che papa Francesco chiede all’Europa di accogliere non consentono invece neppure una fugace identificazione. Dal punto di vista ideologico le guerre in Africa e Medio Oriente sono difficilmente inquadrabili nelle categorie politiche occidentali – salvo risvegliare negli europei il senso di responsabilità per il fallimento di quegli Stati nazionali creati a tavolino tra la prima e la seconda guerra mondiale. Dal punto di vista etnico, questi richiedenti asilo sono gruppi diversi tra loro, talvolta nemici tra di loro. Dal punto di vista religioso e confessionale, i cattolici italiani non hanno in genere cognizione alcuna (e non è colpa della secolarizzazione) della prossimità teologica che li avvicina ai cristiani orientali, percepiti come una variante dell’Islam a causa della comune cultura araba. Questi sono i poveri della terra, che nessun calcolo politico o ideologico rende sfruttabili, ma anzi solo un costo. In questo senso le prese di distanza di alcuni vescovi italiani, e il silenzio di quasi tutti gli altri, dicono molto del disagio della Chiesa cattolica di fronte a papa Francesco. L’indicazione del successo o del fallimento della conversione della Chiesa di Francesco si misurerà nei mesi prossimi sulla capacità di accoglienza dello straniero in tutti i sensi – nazionale, ideologico, etnico, religioso – ed è probabilmente uno dei criteri evangelicamente più adeguati per misurare il carattere cristiano di una Chiesa e di una società. Il disagio dei cattolici europei e italiani di fronte all’ipotesi dell’accoglienza di decine di migliaia di africani e mediorientali in fuga dalla violenza dei conflitti armati o dalla povertà causata da essi non è data solo dalla crisi del “modello sociale europeo” e dalle limitate capacità di integrazione. È un disagio che deriva dalla difficoltà di inquadrare ideologicamente questo straniero, nel momento in cui la Chiesa cattolica non è più la colonna ideologica dell’Occidente, ma anzi è guidata da un papa chiaramente post-ideologico e anti-ideologico (in politica come in teologia) come Francesco.

 

aprile 26, 2018

SCOPRIRE LE CAUSE REMOTE DELLE MIGRAZIONI FORZATE

IL PAPA INVITA LE UNIVERSITÀ CATTOLICHE A UNA RIFLESSIONE TEOLOGICA SULLE MIGRAZIONI COME SEGNO DEI TEMPI. UN COMPITO DI RICERCA, DI INSEGNAMENTO E DI PROMOZIONE. IL PUNTO DI PARTENZA: “ERO STRANIERO E MI AVETE OSPITATO”
Fonte: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/november/documents/papa-francesco_20171104_federazione-universita-cattoliche.html

Cari fratelli e sorelle
TRE AMBITI. Vi accolgo al termine della Conferenza Internazionale intitolata “Rifugiati e Migranti in un mondo globalizzato: responsabilità e risposte delle università”, organizzata dalla Federazione Internazionale delle Università Cattoliche. Ringrazio il Presidente per le parole con cui ha introdotto il nostro incontro. Da poco meno di un secolo questo organismo, con il motto “Sciat ut serviat”, si propone di promuovere la formazione cattolica a livello superiore, avvalendosi della grande ricchezza che deriva dall’incontro di tante diverse realtà universitarie. Un aspetto essenziale di tale formazione mira alla responsabilità sociale, per la costruzione di un mondo più giusto e più umano. Per questo, vi siete sentiti interpellati dalla realtà globale e complessa delle migrazioni contemporanee e avete impostato una riflessione scientifica, teologica e pedagogica ben radicata nella dottrina sociale della Chiesa, cercando di superare i pregiudizi e i timori legati ad una scarsa conoscenza del fenomeno migratorio. Mi congratulo con voi, e mi permetto di evidenziare la necessità del vostro contributo in tre ambiti che sono di vostra competenza: quello della ricerca, quello dell’insegnamento e quello della promozione sociale.

DIRITTO A NON EMIGRARE. Per quanto riguarda il primo ambito, le università cattoliche hanno sempre cercato di armonizzare la ricerca scientifica con quella teologica, mettendo in dialogo ragione e fede. Ritengo sia opportuno avviare ulteriori studi sulle cause remote delle migrazioni forzate, con il proposito di individuare soluzioni praticabili, anche se a lungo termine, perché occorre dapprima assicurare alle persone il diritto a non essere costrette ad emigrare. E’ altrettanto importante riflettere sulle reazioni negative di principio, a volte anche discriminatorie e xenofobe, che l’accoglienza dei migranti sta suscitando in Paesi di antica tradizione cristiana, per proporre itinerari di formazione delle coscienze. Inoltre, sono sicuramente degni di una maggiore valorizzazione dei molteplici apporti dei migranti e dei rifugiati alle società che li accolgono, come pure quelli di cui beneficiano le loro comunità di origine. Al fine di dare “ragioni” alla cura pastorale dei migranti e dei rifugiati, vi invito ad approfondire la riflessione teologica sulle migrazioni come segno dei tempi. «La Chiesa ha sempre contemplato nei migranti l’immagine di Cristo, che disse: “Ero straniero e mi avete ospitato” (Mt25,35). La loro vicenda, per essa, è cioè una provocazione alla fede e all’amore dei credenti, sollecitati così a sanare i mali derivanti dalle migrazioni e a scoprire il disegno che Dio attua in esse, anche qualora fossero causate da evidenti ingiustizie” (Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e Itineranti, Istr. Erga migrantes caritas Christi, 12).

INSEGNAMENTO. Per quanto concerne l’ambito dell’insegnamento, auspico che le università cattoliche adottino programmi volti a favorire l’istruzione dei rifugiati, a vari livelli, sia attraverso l’offerta di corsi anche a distanza per coloro che vivono nei campi e nei centri di raccolta, sia attraverso l’assegnazione di borse di studio che permettano la loro ricollocazione. Approfittando della fitta rete accademica internazionale, le università possono anche agevolare il riconoscimento dei titoli e delle professionalità dei migranti e dei rifugiati, a beneficio loro e delle società che li accolgono. Per rispondere adeguatamente alle nuove sfide migratorie, occorre formare in modo specifico e professionale gli operatori pastorali che si dedicano all’assistenza di migranti e rifugiati: ecco un altro compito impellente per le università cattoliche. A livello più generale, vorrei invitare gli atenei cattolici a educare i propri studenti, alcuni dei quali saranno leader politici, imprenditori e artefici di cultura, a una lettura attenta del fenomeno migratorio, in una prospettiva di giustizia, di corresponsabilità globale e di comunione nella diversità culturale.

L’AMBITO DELLA PROMOZIONE SOCIALE vede l’università come un’istituzione che si fa carico della società in cui si trova a operare, esercitando anzitutto un ruolo di coscienza critica rispetto alle diverse forme di potere politico, economico e culturale. Per quanto riguarda il complesso mondo delle migrazioni, la Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha suggerito “20 Punti di Azione” come contributo al processo che porterà all’adozione, da parte della comunità internazionale, di due Patti Globali, uno sui migranti e uno sui rifugiati, nella seconda metà del 2018. In questa ed altre dimensioni, le università possono svolgere il loro ruolo di attori privilegiati anche nel campo sociale, come ad esempio l’incentivo al volontariato degli studenti in programmi di assistenza verso i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti appena arrivati. Tutto il lavoro che portate avanti in questi grandi ambiti – ricerca, insegnamento e promozione sociale – trova un sicuro riferimento nelle quattro pietre miliari del cammino della Chiesa attraverso la realtà delle migrazioni contemporanee: accogliere, proteggere, promuovere e integrare (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018).

 

ACCOGLIERE PROTEGGERE PROMUOVERE INTEGRARE

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2018 [14 gennaio 2018]
“Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati”

Cari fratelli e sorelle!
«IL FORESTIERO dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» (Lv 19,34). Durante i miei primi anni di pontificato ho ripetutamente espresso speciale preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dai disastri naturali e dalla povertà. Si tratta indubbiamente di un “segno dei tempi” che ho cercato di leggere, invocando la luce dello Spirito Santo sin dalla mia visita a Lampedusa l’8 luglio 2013. Nell’istituire il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ho voluto che una sezione speciale, posta ad tempus sotto la mia diretta guida, esprimesse la sollecitudine della Chiesa verso i migranti, gli sfollati, i rifugiati e le vittime della tratta. Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di ogni epoca (cfr Mt 25,35.43). Il Signore affida all’amore materno della Chiesa ogni essere umano costretto a lasciare la propria patria alla ricerca di un futuro migliore.[1] Tale sollecitudine deve esprimersi concretamente in ogni tappa dell’esperienza migratoria: dalla partenza al viaggio, dall’arrivo al ritorno. E’ una grande responsabilità che la Chiesa intende condividere con tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà, i quali sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità. Al riguardo, desidero riaffermare che «la nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi fondati sui principi della dottrina della Chiesa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare».[2]

ACCOGLIERE. Considerando lo scenario attuale, accogliere significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione. In tal senso, è desiderabile un impegno concreto affinché sia incrementata e semplificata la concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare. Allo stesso tempo, auspico che un numero maggiore di paesi adottino programmi di sponsorship privata e comunitaria e aprano corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili. Sarebbe opportuno, inoltre, prevedere visti temporanei speciali per le persone che scappano dai conflitti nei paesi confinanti. Non sono una idonea soluzione le espulsioni collettive e arbitrarie di migranti e rifugiati, soprattutto quando esse vengono eseguite verso paesi che non possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali.[3] Torno a sottolineare l’importanza di offrire a migranti e rifugiati una prima sistemazione adeguata e decorosa. «I programmi di accoglienza diffusa, già avviati in diverse località, sembrano invece facilitare l’incontro personale, permettere una migliore qualità dei servizi e offrire maggiori garanzie di successo».[4] Il principio della centralità della persona umana, fermamente affermato dal mio amato predecessore Benedetto XVI,[5] ci obbliga ad anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale. Di conseguenza, è necessario formare adeguatamente il personale preposto ai controlli di frontiera. Le condizioni di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, postulano che vengano loro garantiti la sicurezza personale e l’accesso ai servizi di base. In nome della dignità fondamentale di ogni persona, occorre sforzarsi di preferire soluzioni alternative alla detenzione per coloro che entrano nel territorio nazionale senza essere autorizzati.[6]

PROTEGGERE, il secondo verbo, si declina in tutta una serie di azioni in difesa dei diritti e della dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio.[7] Tale protezione comincia in patria e consiste nell’offerta di informazioni certe e certificate prima della partenza e nella loro salvaguardia dalle pratiche di reclutamento illegale.[8] Essa andrebbe continuata, per quanto possibile, in terra d’immigrazione, assicurando ai migranti un’adeguata assistenza consolare, il diritto di conservare sempre con sé i documenti di identità personale, un equo accesso alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari personali e la garanzia di una minima sussistenza vitale. Se opportunamente riconosciute e valorizzate, le capacità e le competenze dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati, rappresentano una vera risorsa per le comunità che li accolgono.[9] Per questo auspico che, nel rispetto della loro dignità, vengano loro concessi la libertà di movimento nel paese d’accoglienza, la possibilità di lavorare e l’accesso ai mezzi di telecomunicazione. Per coloro che decidono di tornare in patria, sottolineo l’opportunità di sviluppare programmi di reintegrazione lavorativa e sociale. La Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo offre una base giuridica universale per la protezione dei minori migranti. Ad essi occorre evitare ogni forma di detenzione in ragione del loro status migratorio, mentre va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria. Parimenti è necessario garantire la permanenza regolare al compimento della maggiore età e la possibilità di continuare degli studi. Per i minori non accompagnati o separati dalla loro famiglia è importante prevedere programmi di custodia temporanea o affidamento.[10] Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale».[11] Lo status migratorio non dovrebbe limitare l’accesso all’assistenza sanitaria nazionale e ai sistemi pensionistici, come pure al trasferimento dei loro contributi nel caso di rimpatrio.

PROMUOVERE vuol dire essenzialmente adoperarsi affinché tutti i migranti e i rifugiati così come le comunità che li accolgono siano messi in condizione di realizzarsi come persone in tutte le dimensioni che compongono l’umanità voluta dal Creatore.[12] Tra queste dimensioni va riconosciuto il giusto valore alla dimensione religiosa, garantendo a tutti gli stranieri presenti sul territorio la libertà di professione e pratica religiosa. Molti migranti e rifugiati hanno competenze che vanno adeguatamente certificate e valorizzate. Siccome «il lavoro umano per sua natura è destinato ad unire i popoli»,[13] incoraggio a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati, garantendo a tutti – compresi i richiedenti asilo – la possibilità di lavorare, percorsi formativi linguistici e di cittadinanza attiva e un’informazione adeguata nelle loro lingue originali. Nel caso di minori migranti, il loro coinvolgimento in attività lavorative richiede di essere regolamentato in modo da prevenire abusi e minacce alla loro normale crescita. Nel 2006 Benedetto XVI sottolineava come nel contesto migratorio la famiglia sia «luogo e risorsa della cultura della vita e fattore di integrazione di valori».[14] La sua integrità va sempre promossa, favorendo il ricongiungimento familiare – con l’inclusione di nonni, fratelli e nipoti –, senza mai farlo dipendere da requisiti economici. Nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in situazioni di disabilità, vanno assicurate maggiori attenzioni e supporti. Pur considerando encomiabili gli sforzi fin qui profusi da molti paesi in termini di cooperazione internazionale e assistenza umanitaria, auspico che nella distribuzione di tali aiuti si considerino i bisogni (ad esempio l’assistenza medica e sociale e l’educazione) dei paesi in via di sviluppo che ricevono ingenti flussi di rifugiati e migranti e, parimenti, si includano tra i destinatari le comunità locali in situazione di deprivazione materiale e vulnerabilità.[15]

INTEGRARE, l’ultimo verbo, si pone sul piano delle opportunità di arricchimento interculturale generate dalla presenza di migranti e rifugiati. L’integrazione non è «un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale. Il contatto con l’altro porta piuttosto a scoprirne il “segreto”, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi e contribuire così ad una maggior conoscenza reciproca. È un processo prolungato che mira a formare società e culture, rendendole sempre più riflesso dei multiformi doni di Dio agli uomini».[16] Tale processo può essere accelerato attraverso l’offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel paese. Insisto ancora sulla necessità di favorire in ogni modo la cultura dell’incontro, moltiplicando le opportunità di scambio interculturale, documentando e diffondendo le buone pratiche di integrazione e sviluppando programmi tesi a preparare le comunità locali ai processi integrativi. Mi preme sottolineare il caso speciale degli stranieri costretti ad abbandonare il paese di immigrazione a causa di crisi umanitarie. Queste persone richiedono che venga loro assicurata un’assistenza adeguata per il rimpatrio e programmi di reintegrazione lavorativa in patria.

IMPEGNI RESPONSABILI. In conformità con la sua tradizione pastorale, la Chiesa è disponibile ad impegnarsi in prima persona per realizzare tutte le iniziative sopra proposte, ma per ottenere i risultati sperati è indispensabile il contributo della comunità politica e della società civile, ciascuno secondo le responsabilità proprie. Durante il Vertice delle Nazioni Unite, celebrato a New York il 19 settembre 2016, i leader mondiali hanno chiaramente espresso la loro volontà di prodigarsi a favore dei migranti e dei rifugiati per salvare le loro vite e proteggere i loro diritti, condividendo tale responsabilità a livello globale. A tal fine, gli Stati si sono impegnati a redigere ed approvare entro la fine del 2018 due patti globali (Global Compacts), uno dedicato ai rifugiati e uno riguardante i migranti. Cari fratelli e sorelle, alla luce di questi processi avviati, i prossimi mesi rappresentano un’opportunità privilegiata per presentare e sostenere le azioni concrete nelle quali ho voluto declinare i quattro verbi. Vi invito, quindi, ad approfittare di ogni occasione per condividere questo messaggio con tutti gli attori politici e sociali che sono coinvolti – o interessati a partecipare – al processo che porterà all’approvazione dei due patti globali. Oggi, 15 agosto, celebriamo la solennità dell’Assunzione di Maria Santissima in Cielo. La Madre di Dio sperimentò su di sé la durezza dell’esilio (cfr Mt 2,13-15), accompagnò amorosamente l’itineranza del Figlio fino al Calvario e ora ne condivide eternamente la gloria. Alla sua materna intercessione affidiamo le speranze di tutti i migranti e i rifugiati del mondo e gli aneliti delle comunità che li accolgono, affinché, in conformità al sommo comandamento divino, impariamo tutti ad amare l’altro, lo straniero, come noi stessi.

RIFONDARE L’EUROPA

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALLA CONFERENZA “(RE)THINKING EUROPE”, ORGANIZZATA DALLA COMMISSIONE DELLE CONFERENZE EPISCOPALI DELL’UNIONE EUROPEA (COMECE) IN COLLABORAZIONE CON LA SEGRETERIA DI STATO 28 ottobre 2017

IL CONTRIBUTO CRISTIANO. Il Dialogo di questi giorni ha fornito l’opportunità di riflettere in modo ampio sul futuro dell’Europa da una molteplicità di angolature, grazie alla presenza tra voi di diverse personalità ecclesiali, politiche, accademiche o semplicemente provenienti dalla società civile. I giovani hanno potuto proporre le loro attese e speranze, confrontandosi con i più anziani, i quali, a loro volta, hanno avuto l’occasione di offrire il loro bagaglio carico di riflessioni ed esperienze. È significativo che questo incontro abbia voluto essere anzitutto un dialogo nello spirito di un confronto libero e aperto, attraverso il quale arricchirsi vicendevolmente e illuminare la via del futuro dell’Europa, ovvero il cammino che tutti insieme siamo chiamati a percorrere per superare le crisi che attraversiamo e affrontare le sfide che ci attendono. Parlare di un contributo cristiano al futuro del continente significa anzitutto interrogarsi sul nostro compito come cristiani oggi, in queste terre così riccamente plasmate nel corso dei secoli dalla fede. Qual è la nostra responsabilità in un tempo in cui il volto dell’Europa è sempre più connotato da una pluralità di culture e di religioni, mentre per molti il cristianesimo è percepito come un elemento del passato, lontano ed estraneo?
PERSONA E COMUNITÀ
NUOVA CONCEZIONE DELL’UOMO. Nel tramonto della civiltà antica, mentre le glorie di Roma divenivano quelle rovine che ancora oggi possiamo ammirare in città; mentre nuovi popoli premevano sui confini dell’antico Impero, un giovane fece riecheggiare la voce del Salmista: «Chi è l’uomo che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?». [1] Nel proporre questo interrogativo nel Prologo della Regola, san Benedetto pose all’attenzione dei suoi contemporanei, e anche nostra, una concezione dell’uomo radicalmente diversa da quella che aveva contraddistinto la classicità greco-romana, e ancor più di quella violenta che aveva caratterizzato le invasioni barbariche. L’uomo non è più semplicemente un civis, un cittadino dotato di privilegi da consumarsi nell’ozio; non è più un miles, combattivo servitore del potere di turno; soprattutto non è più un servus, merce di scambio priva di libertà destinata unicamente al lavoro e alla fatica. San Benedetto non bada alla condizione sociale, né alla ricchezza, né al potere detenuto. Egli fa appello alla natura comune di ogni essere umano, che, qualunque sia la sua condizione, brama certamente la vita e desidera giorni felici. Per Benedetto non ci sono ruoli, ci sono persone: non ci sono aggettivi, ci sono sostantivi. È proprio questo uno dei valori fondamentali che il cristianesimo ha portato: il senso della persona, costituita a immagine di Dio. A partire da tale principio si costruiranno i monasteri, che diverranno nel tempo culla della rinascita umana, culturale, religiosa ed anche economica del continente.
PERSONE NON NUMERI. Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all’Europa di oggi è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone. Purtroppo, si nota come spesso qualunque dibattito si riduca facilmente ad una discussione di cifre. Non ci sono i cittadini, ci sono i voti. Non ci sono i migranti, ci sono le quote. Non ci sono lavoratori, ci sono gli indicatori economici. Non ci sono i poveri, ci sono le soglie di povertà. Il concreto della persona umana è così ridotto ad un principio astratto, più comodo e tranquillizzante. Se ne comprende la ragione: le persone hanno volti, ci obbligano ad una responsabilità reale, fattiva, “personale”; le cifre ci occupano con ragionamenti, anche utili ed importanti, ma rimarranno sempre senz’anima. Ci offrono l’alibi di un disimpegno, perché non ci toccano mai nella carne.
RELAZIONE. Riconoscere che l’altro è anzitutto una persona, significa valorizzare ciò che mi unisce a lui. L’essere persone ci lega agli altri, ci fa essere comunità. Dunque il secondo contributo che i cristiani possono apportare al futuro dell’Europa è la riscoperta del senso di appartenenza ad una comunità. Non a caso i Padri fondatori del progetto europeo scelsero proprio tale parola per identificare il nuovo soggetto politico che andava costituendosi. La comunità è il più grande antidoto agli individualismi che caratterizzano il nostro tempo, a quella tendenza diffusa oggi in Occidente a concepirsi e a vivere in solitudine. Si fraintende il concetto di libertà, interpretandolo quasi fosse il dovere di essere soli, sciolti da qualunque legame, e di conseguenza si è costruita una società sradicata priva di senso di appartenenza e di eredità. E per me questo è grave. I cristiani riconoscono che la loro identità è innanzitutto relazionale. Essi sono inseriti come membra di un corpo, la Chiesa (cfr 1 Cor 12,12), nel quale ciascuno con la propria identità e peculiarità partecipa liberamente all’edificazione comune. Analogamente tale relazione si dà anche nell’ambito dei rapporti interpersonali e della società civile. Dinanzi all’altro, ciascuno scopre i suoi pregi e i difetti; i suoi punti di forza e le sue debolezze: in altre parole scopre il suo volto, comprende la sua identità. La famiglia, come prima comunità, rimane il più fondamentale luogo di tale scoperta. In essa, la diversità è esaltata e nello stesso tempo è ricompresa nell’unità. La famiglia è l’unione armonica delle differenze tra l’uomo e la donna, che è tanto più vera e profonda quanto più è generativa, capace di aprirsi alla vita e agli altri. Parimenti, una comunità civile è viva se sa essere aperta, se sa accogliere la diversità e le doti di ciascuno e nello stesso tempo se sa generare nuove vite, come pure sviluppo, lavoro, innovazione e cultura. Persona e comunità sono dunque le fondamenta dell’Europa che come cristiani vogliamo e possiamo contribuire a costruire. I mattoni di tale edificio si chiamano: dialogo, inclusione, solidarietà, sviluppo e pace.
UN LUOGO DI DIALOGO
INTERRELIGIOSO. Oggi tutta l’Europa, dall’Atlantico agli Urali, dal Polo Nord al Mare Mediterraneo, non può permettersi di mancare l’opportunità di essere anzitutto un luogo di dialogo, sincero e costruttivo allo stesso tempo, in cui tutti i protagonisti hanno pari dignità. Siamo chiamati a edificare un’Europa nella quale ci si possa incontrare e confrontare a tutti i livelli, in un certo senso come lo era l’agorà antica. Tale era infatti la piazza della polis. Non solo spazio di scambio economico, ma anche cuore nevralgico della politica, sede in cui si elaboravano le leggi per il benessere di tutti; luogo in cui si affacciava il tempio così che alla dimensione orizzontale della vita quotidiana non mancasse mai il respiro trascendente che fa guardare oltre l’effimero, il passeggero e il provvisorio. Ciò spinge a considerare il ruolo positivo e costruttivo che in generale la religione possiede nell’edificazione della società. Penso ad esempio al contributo del dialogo interreligioso nel favorire la conoscenza reciproca tra cristiani e musulmani in Europa. Purtroppo, un certo pregiudizio laicista, ancora in auge, non è in grado di percepire il valore positivo per la società del ruolo pubblico e oggettivo della religione, preferendo relegarla ad una sfera meramente privata e sentimentale. Si instaura così pure il predominio di un certo pensiero unico,[2] assai diffuso nei consessi internazionali, che vede nell’affermazione di un’identità religiosa un pericolo per sé e per la propria egemonia, finendo così per favorire un’artefatta contrapposizione fra il diritto alla libertà religiosa e altri diritti fondamentali. C’è un divorzio fra loro.
POLITICO. Favorire il dialogo – qualunque dialogo – è una responsabilità basilare della politica, e, purtroppo, si nota troppo spesso come essa si trasformi piuttosto in sede di scontro fra forze contrastanti. Alla voce del dialogo si sostituiscono le urla delle rivendicazioni. Da più parti si ha la sensazione che il bene comune non sia più l’obiettivo primario perseguito e tale disinteresse è percepito da molti cittadini. Trovano così terreno fertile in molti Paesi le formazioni estremiste e populiste che fanno della protesta il cuore del loro messaggio politico, senza tuttavia offrire l’alternativa di un costruttivo progetto politico. Al dialogo si sostituisce, o una contrapposizione sterile, che può anche mettere in pericolo la convivenza civile, o un’egemonia del potere politico che ingabbia e impedisce una vera vita democratica. In un caso si distruggono i ponti e nell’altro si costruiscono muri. E oggi l’Europa conosce ambedue. I cristiani sono chiamati a favorire il dialogo politico, specialmente laddove esso è minacciato e sembra prevalere lo scontro. I cristiani sono chiamati a ridare dignità alla politica, intesa come massimo servizio al bene comune e non come un’occupazione di potere. Ciò richiede anche un’adeguata formazione, perché la politica non è “l’arte dell’improvvisazione”, bensì un’espressione alta di abnegazione e dedizione personale a vantaggio della comunità. Essere leader esige studio, preparazione ed esperienza.
UN AMBITO INCLUSIVO
VALORIZZARE LE DIFFERENZE. Responsabilità comune dei leader è favorire un’Europa che sia una comunità inclusiva, libera da un fraintendimento di fondo: inclusione non è sinonimo di appiattimento indifferenziato. Al contrario, si è autenticamente inclusivi allorché si sanno valorizzare le differenze, assumendole come patrimonio comune e arricchente. In questa prospettiva, i migranti sono una risorsa più che un peso. I cristiani sono chiamati a meditare seriamente l’affermazione di Gesù: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Soprattutto davanti al dramma dei profughi e dei rifugiati, non ci si può dimenticare il fatto di essere di fronte a delle persone, le quali non possono essere scelte o scartate a proprio piacimento, secondo logiche politiche, economiche o perfino religiose. Tuttavia, ciò non è in contrasto con il dovere di ogni autorità di governo di gestire la questione migratoria «con la virtù propria del governante, cioè la prudenza»,[3] che deve tener conto tanto della necessità di avere un cuore aperto, quanto della possibilità di integrare pienamente coloro che giungono nel paese a livello sociale, economico e politico. Non si può pensare che il fenomeno migratorio sia un processo indiscriminato e senza regole, ma non si possono nemmeno ergere muri di indifferenza o di paura. Da parte loro, gli stessi migranti non devono tralasciare l’onere grave di conoscere, rispettare e anche assimilare la cultura e le tradizioni della nazione che li accoglie.
UNO SPAZIO DI SOLIDARIETÀ
I PIÙ DEBOLI. Adoperarsi per una comunità inclusiva significa edificare uno spazio di solidarietà. Essere comunità implica infatti che ci si sostenga a vicenda e dunque che non possono essere solo alcuni a portare pesi e compiere sacrifici straordinari, mentre altri rimangono arroccati a difesa di posizioni privilegiate. Un’Unione Europea che, nell’affrontare le sue crisi, non riscoprisse il senso di essere un’unica comunità che si sostiene e si aiuta – e non un insieme di piccoli gruppi d’interesse – perderebbe non solo una delle sfide più importanti della sua storia, ma anche una delle più grandi opportunità per il suo avvenire. La solidarietà, quella parola che tante volte sembra che si voglia cacciare via dal dizionario. La solidarietà, che nella prospettiva cristiana trova la sua ragion d’essere nel precetto dell’amore (cfr Mt 22,37-40), non può che essere la linfa vitale di una comunità viva e matura. Insieme all’altro principio cardine della sussidiarietà, essa riguarda non solo i rapporti fra gli Stati e le Regioni d’Europa. Essere una comunità solidale significa avere premura per i più deboli della società, per i poveri, per quanti sono scartati dai sistemi economici e sociali, a partire dagli anziani e dai disoccupati. Ma la solidarietà esige anche che si recuperi la collaborazione e il sostegno reciproco fra le generazioni.
CONFLITTO GENERAZIONALE. A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso è in atto un conflitto generazionale senza precedenti. Nel consegnare alle nuove generazioni gli ideali che hanno fatto grande l’Europa, si può dire iperbolicamente che alla tradizione si è preferito il tradimento. Al rigetto di ciò che giungeva dai padri, è seguito così il tempo di una drammatica sterilità. Non solo perché in Europa si fanno pochi figli – il nostro inverno demografico -, e troppi sono quelli che sono stati privati del diritto di nascere, ma anche perché ci si è scoperti incapaci di consegnare ai giovani gli strumenti materiali e culturali per affrontare il futuro. L’Europa vive una sorta di deficit di memoria. Tornare ad essere comunità solidale significa riscoprire il valore del proprio passato, per arricchire il proprio presente e consegnare ai posteri un futuro di speranza. Tanti giovani si trovano invece smarriti davanti all’assenza di radici e di prospettive, sono sradicati, «in balia delle onde e trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina» (Ef 4,14); talvolta anche “prigionieri” di adulti possessivi, che faticano a sostenere il compito che spetta loro. Grave è l’onere di educare, non solo offrendo un insieme di conoscenze tecniche e scientifiche, ma soprattutto adoperandosi «per promuovere la perfezione integrale della persona umana, come anche per il bene della società terrena e per la edificazione di un mondo più umano».[4] Ciò esige il coinvolgimento di tutta la società. L’educazione è un compito comune, che richiede l’attiva partecipazione allo stesso tempo dei genitori, della scuola e delle università, delle istituzioni religiose e della società civile. Senza educazione, non si genera cultura e s’inaridisce il tessuto vitale delle comunità.
UNA SORGENTE DI SVILUPPO
INTEGRALE. L’Europa che si riscopre comunità sarà sicuramente una sorgente di sviluppo per sé e per tutto il mondo. Sviluppo è da intendersi nell’accezione che il Beato Paolo VI diede a tale parola. «Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: “noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera”».[5] Certamente allo sviluppo dell’uomo contribuisce il lavoro, che è un fattore essenziale per la dignità e la maturazione della persona. Serve lavoro e servono condizioni adeguate di lavoro. Nel secolo scorso non sono mancati esempi eloquenti di imprenditori cristiani che hanno compreso come il successo delle loro iniziative dipendeva anzitutto dalla possibilità di offrire opportunità di impiego e condizioni degne di occupazione. Occorre ripartire dallo spirito di quelle iniziative, che sono anche il miglior antidoto agli scompensi provocati da una globalizzazione senz’anima, una globalizzazione “sferica”, che, più attenta al profitto che alle persone, ha creato diffuse sacche di povertà, disoccupazione, sfruttamento e di malessere sociale.
OGNI LAVORO. Sarebbe opportuno anche riscoprire la necessità di una concretezza del lavoro, soprattutto per i giovani. Oggi molti tendono a rifuggire lavori in settori un tempo cruciali, perché ritenuti faticosi e poco remunerativi, dimenticando quanto essi siano indispensabili per lo sviluppo umano. Che ne sarebbe di noi, senza l’impegno delle persone che con il lavoro contribuiscono al nostro nutrimento quotidiano? Che ne sarebbe di noi senza il lavoro paziente e ingegnoso di chi tesse i vestiti che indossiamo o costruisce le case che abitiamo? Molte professioni oggi ritenute di second’ordine sono fondamentali. Lo sono dal punto di vista sociale, ma soprattutto lo sono per la soddisfazione che i lavoratori ricevono dal poter essere utili per sé e per gli altri attraverso il loro impegno quotidiano. Spetta parimenti ai governi creare le condizioni economiche che favoriscano una sana imprenditoria e livelli adeguati di impiego. Alla politica compete specialmente riattivare un circolo virtuoso che, a partire da investimenti a favore della famiglia e dell’educazione, consenta lo sviluppo armonioso e pacifico dell’intera comunità civile.
UNA PROMESSA DI PACE
Infine, l’impegno dei cristiani in Europa deve costituire una promessa di pace. Fu questo il pensiero principale che animò i firmatari dei Trattati di Roma. Dopo due guerre mondiali e violenze atroci di popoli contro popoli, era giunto il tempo di affermare il diritto alla pace.[6] È un diritto. Ancora oggi però vediamo come la pace sia un bene fragile e le logiche particolari e nazionali rischiano di vanificare i sogni coraggiosi dei fondatori dell’Europa.[7] Tuttavia, essere operatori di pace (cfr Mt 5,9) non significa solamente adoperarsi per evitare le tensioni interne, lavorare per porre fine a numerosi conflitti che insanguinano il mondo o recare sollievo a chi soffre. Essere operatori di pace significa farsi promotori di una cultura della pace. Ciò esige amore alla verità, senza la quale non possono esistere rapporti umani autentici, e ricerca della giustizia, senza la quale la sopraffazione è la norma imperante di qualunque comunità.
CREATIVITÀ. La pace esige pure creatività. L’Unione Europea manterrà fede alla suo impegno di pace nella misura in cui non perderà la speranza e saprà rinnovarsi per rispondere alle necessità e alle attese dei propri cittadini. Cent’anni fa, proprio in questi giorni iniziava la battaglia di Caporetto, una delle più drammatiche della Grande Guerra. Essa fu l’apice di una guerra di logoramento, quale fu il primo conflitto mondiale, che ebbe il triste primato di mietere innumerevoli vittime a fronte di risibili conquiste. Da quell’evento impariamo che se ci si trincera dietro le proprie posizioni, si finisce per soccombere. Non è dunque questo il tempo di costruire trincee, bensì quello di avere il coraggio di lavorare per perseguire appieno il sogno dei Padri fondatori di un’Europa unita e concorde, comunità di popoli desiderosi di condividere un destino di sviluppo e di pace.
ESSERE ANIMA DELL’EUROPA
L’autore della Lettera a Diogneto afferma che «come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani».[8] In questo tempo, essi sono chiamati a ridare anima all’Europa a ridestarne la coscienza, non per occupare degli spazi – questo sarebbe proselitismo – ma per animare processi[9] che generino nuovi dinamismi nella società. È proprio quanto fece san Benedetto, non a caso da Paolo VI proclamato patrono d’Europa: egli non si curò di occupare gli spazi di un mondo smarrito e confuso. Sorretto dalla fede, egli guardò oltre e da una piccola spelonca di Subiaco diede vita ad una movimento contagioso e inarrestabile che ridisegnò il volto dell’Europa. Egli, che fu «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà»,[10] mostri anche a noi cristiani di oggi come dalla fede sgorga sempre una speranza lieta, capace di cambiare il mondo. Grazie.

[1] Benedetto, Regola, Prologo, 14. Cfr Sal 33,13.
[2] La dittatura del pensiero unico. Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctæ Marthæ, 10 aprile 2014.
[3] Conferenza stampa durante il volo di ritorno dalla Colombia, 10 settembre 2017.
[4] Concilio Ecumenico Vaticano II, Dich. Gravissimum educationis, 28 ottobre 1965, 3.
[5] Paolo VI, Lett. enc. Popolorum progressio, 26 marzo 1967, 14.
[6] Cfr Discorso agli studenti e al mondo accademico, Bologna, 1° ottobre 2017, n. 3.
[7] Cfr ibid.
[8] Lettera a Diogneto, VI.
[9] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 223.
[10] Paolo VI, Lett. ap. Pacis Nuntius, 24 ottobre 1964.

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