Brianzecum

dicembre 11, 2017

IL SOVRANO SPIRITUALE CHE PORTA LA GIUSTIZIA

LA FIGURA IDEALE DEL MESSIA E LA PROMESSA DI UNA PROSPETTIVA PARADISIACA
di don Giorgio De Capitani*
Immagini da spiegare. Il primo brano è una delle pagine più celebri di Isaia, anzi di tutto l’Antico Testamento. Va però letta e interpretata al di là di una visuale puramente politica. Secondo gli studiosi, si tratterebbe del canto di intronizzazione del nuovo re Ezechia, un sovrano giusto in cui il profeta riporrà le sue speranze. Ma, nei secoli successivi, questo carme è stato riletto in vista di un altro sovrano, quello ideale, ovvero del Messia. Anche i cristiani lo leggeranno, ancora oggi, per esaltare la figura di Gesù Cristo. Ecco perché la Liturgia ce lo presenta in questa domenica di Avvento. Ci sono delle immagini che vanno spiegate. Anzitutto, c’è un tronco, quello di Jesse, il padre di Davide; e c’è un germoglio, che spunta dal tronco o, è la medesima immagine, un virgulto che germoglia dalle sue radici. Ed ecco il significato: dal tronco inaridito dalle infedeltà della dinastia davidica spunta un germoglio, segno gratuito e inatteso di vita e rappresentazione di un re, dono del Signore. Il germoglio diventa così l’immagine o il simbolo a indicare il Messia. Addirittura negli scritti del profeta Zaccaria “germoglio” diventa uno dei nomi del Messia. Questo ci aiuta a fare una prima riflessione.
Germoglio. Se il Messia è il Germoglio, allora anche oggi, e lo sarà sempre, lo dobbiamo considerare come un segno permanente di gratuità e di sorpresa, soprattutto se la società, sia civile che religiosa, si presenta come un tronco inaridito. In altre parole, Cristo non potrà mai identificarsi con una struttura, ovvero non cresce e si sviluppa col crescere e lo svilupparsi della pianta, magari ricca di rami rigogliosi, che si chiami chiesa o si chiami società civile. Cristo è il Germoglio, e tale resterà sempre. Dobbiamo perciò tenere gli occhi bene aperti, per cogliere i segni del Germoglio, ovvero di ogni risveglio del Divino. Ma è in noi, e non nelle strutture nelle loro più svariate ramificazioni, che avviene il Risveglio, perché è nel nostro essere più profondo che il Divino affonda le sue radici. Questa osservazione ci porta a capire ciò che dice l’autore sacro, parlando dello spirito che si poserà sul Germoglio. Isaia infatti scrive: «Su di lui (cioè sul germoglio) si poserà lo spirito del Signore». Fermiamoci. Il termine ebraico “ruah” indica sia il “vento” che lo “spirito”. Non dimentichiamo le prime parole della Genesi: «lo spirito (letteralmente il soffio) di Dio aleggiava sulle acque». E non dimentichiamo le parole di Gesù a Nicodemo: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». Isaia ripete per quattro volte la parola “spirito”, a indicare sia i quattro venti dei punti cardinali, sia soprattutto, essendo il quattro un numero perfetto, una totalità di effusione della grazia divina sull’eletto.
Doni dello Spirito. E qui entrano in scena i cosiddetti doni dello Spirito. In realtà, lo spirito di Dio si articola in tre coppie di doni: sapienza e intelligenza (o discernimento), consiglio e fortezza, conoscenza e timore del Signore. Nella traduzione latina la prima parte del versetto 3 (“Si compiacerà del timore del Signore”) viene legata al versetto 2 (con la descrizione appena vista dei sei doni), e per evitare di ripetere la parola “timore” si è introdotta la parola “pietà”. Da qui deriva il tradizionale elenco dei sette doni dello Spirito santo, fatto proprio anche dalla Chiesa cattolica. Nell’intendimento di Isaia, dei sei doni dello Spirito, quattro riguardano le funzioni di un giusto sovrano: sapienza e intelletto (o discernimento) sono essenziali per il governo, mentre il consiglio e la fortezza riguardano la capacità di decidere e progettare per il benessere del popolo. Conoscenza e timore del Signore si riferiscono all’atteggiamento di fede in Dio. Non dimentichiamo che la monarchia ebraica era teocrazia: capo supremo era il Signore. Ecco, con questi doni dello spirito il re o monarca che viene intronizzato, cioè mentre assume ufficialmente il proprio potere, potrà amministrare in pienezza e vigore la giustizia. Possiamo allora dire che la giustizia è la somma dei doni dello Spirito santo. Diciamo meglio: la giustizia proviene dalla sapienza e dal discernimento, dal consiglio e dalla fortezza, dalla conoscenza e dal timore del Signore. Ecco il sovrano “giusto”.
Orizzonte paradisiaco. Dicevo, all’inizio, che le parole di Isaia non vanno intese solo in una visuale diciamo politica. Certamente, come dicono gli studiosi, il profeta pensava al suo sovrano Ezechia. Ma il profeta, pur non sapendolo, aveva tratteggiato le caratteristiche del sovrano ideale, ovvero il futuro Messia. Lo spirito divino si poserà in pienezza su Gesù Cristo, il Giusto. A parte il fatto che Gesù è stato concepito nel grembo di Maria per opera dello Spirito santo, lo Spirito santo all’inizio della vita pubblica scenderà ancora su di lui (ricordiamo la scena mistica, dopo il battesimo presso il fiume Giordano), proprio per marcare in senso spirituale tutto l’agire del Messia. E l’opera di Cristo non sarà rivolta a compiere miracoli, o a conquistare le folle, ma ad annunciare una parola di conversione, che non avviene senza l’azione dello Spirito. Il Messia, dunque, agisce in nome dello Spirito, attraverso i doni dello Spirito, e prepara l’effusione dello Spirito. Solo nello Spirito di Cristo si realizza il regno del bene o della pace. Isaia, sempre nel primo brano, delinea l’orizzonte paradisiaco del regno giusto, ricorrendo a immagini animali e ispirandosi al racconto dell’Eden, e lo fa mettendo in scena le coppie antitetiche degli animali ostili tra loro, i selvatici e i domestici. Non possiamo non vedere quella ricomposizione delle antitesi, bene e male, che solo lo Spirito divino potrà compiere. Forse la strada è ancora lunga. Ma non è impossibile.
*omelia del 10 dicembre 2017, Quinta domenica di avvento (Is 11,1-10; Eb 7,14-17.22.25; Gv 1,19-27a.15c.27b-28) fonte: http://www.dongiorgio.it/10/12/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-quinta-di-avvento/
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agosto 19, 2017

LA VERITÀ DEL VANGELO

UNA CHIESA DIALOGICA E PLURALISTA CHE DÀ PRIORITÀ ALL’UNIONE SULLA DISTINZIONE

dalla lectio biblica di Piero Stefani del 3 agosto 2017 a Torre Pellice con la Comunità di via Sambuco, su: Gal 2,1-13

La tradizione dei padri. Paolo inizia la lettera ai Galati richiamando alcuni aspetti autobiografici relativi alla sua chiamata-vocazione e alla “rivelazione” del Vangelo, da lui ricevuta direttamente da Dio. Dell’accanimento con cui perseguitava gli ebrei credenti in Gesù Cristo egli non dimostra alcun pentimento. La sua chiamata è priva di una componente penitenziale. Paolo perseguitava i credenti perché zelante nel custodire la tradizione dei padri. Ciò avveniva non perché “si è sempre fatto così” ma perché si afferma che la verità trovi il proprio fondamento nel passato, è nei suoi riguardi che si manifesta la nostra fedeltà. Ma quando Dio si compiacque di rivelargli il Figlio suo, ordinandogli di annunciarlo alle genti, Paolo partì subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza alcuna mediazione, senza andare a Gerusalemme da quelli che erano apostoli prima di lui. Al principio della tradizione subentra il principio della rivelazione.

Ancora per rivelazione 14 anni dopo Paolo andò a Gerusalemme dagli apostoli, senza esservi convocato, lo fa per mostrare la verità del suo vangelo, al fine di non aver corso invano: cosa vuol dire? Cercava certezze, consensi? Proprio il contrario: egli avrebbe corso invano se quelle autorità non avessero sottoscritto e accettato il suo vangelo. E paradossalmente il vangelo che porta con sé è una persona: Tito, un greco, non ebreo né circonciso, ma credente. L’importanza decisiva di Tito deriva dal fatto che smentiva la critica a Paolo da parte di alcuni “falsi fratelli” per aver introdotto direttamente i gentili nella fede in Gesù Cristo senza prima farli transitare nel giudaismo, con la pratica della circoncisione e l’osservanza della legge mosaica: “…a causa di falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l’intenzione di renderci schiavi. Non abbiamo ceduto alle imposizioni di costoro neppure per un momento, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda in voi” (vv.4 e 5).

L’apostolo delle genti. Paolo, a Gerusalemme espone dapprima il vangelo privatamente alle persone più autorevoli, che sono tre, elencate in questo ordine: Giacomo (fratello del Signore e non appartenente ai Dodici), Cefa (Pietro) e Giovanni: c’è quindi un pluralismo nella chiesa primitiva, non una monarchia. Questi tre si dichiararono perfettamente d’accordo col vangelo proclamato da Paolo (diedero la destra in segno di comunione) e fu riconfermato il patto secondo il quale a Paolo (e a Barnaba, il terzo suo accompagnatore) era affidato il vangelo per i gentili, mentre a Pietro quello per gli ebrei circoncisi. Da ultimo “ci pregarono di ricordarci dei poveri, ciò che mi sono preoccupato di fare” (v.10). Il tema dei poveri e della relativa colletta, può essere commentato con un passo della successiva lettera ai Romani (15,25-27), dove Paolo parla dello scopo profondo di questa preoccupazione per i poveri di Gerusalemme. I credenti provenienti dai pagani hanno un debito nei confronti di quelli provenienti da Israele (eredi di Abramo secondo la promessa) avendo partecipato ai beni spirituali di questi ultimi. E la colletta può essere un riconoscimento di questo debito.

Comunione. Paolo (al v.11) ricorda come si era opposto a viso aperto a Pietro, quando quest’ultimo visitò la comunità di Antiochia. Cefa, cedendo alle pressioni di coloro che provenivano dalla parte di Giacomo, operò una divisione tra i credenti provenienti rispettivamente dall’ebraismo e dai gentili, non sedendosi a tavola assieme a questi ultimi. Così altri giudei “lo imitarono nella simulazione, al punto che persino Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia” (v.13). Ipocrisia che porta alla divisione. Come dirà poco oltre, noi tutti, ebrei e gentili, siamo salvati per la fede. La giustificazione per fede è il grande fattore che accomuna gli uni e gli altri. Però i gentili non devono giudaizzare, cioè imitare i giudei; non si deve più parlare di teologia della sostituzione (secondo la quale la chiesa sostituisce Israele). Al gentile è precluso far proprio quanto è specificatamente ebraico. Invece il giudeo credente, ricco dell’eredità di Abramo, può spogliarsi di una parte della sua ricchezza per far prevalere la comunione sulla distinzione (in ciò si trova il senso profondo legato alla condivisione della mensa).


scorcio dal Vallone di Massello sull’itinerario della “glorieuse rentrée” dei valdesi da Ginevra nel 1689

giugno 14, 2016

ABELE E CAINO

Filed under: 6) lettura ecumenica di testi biblici, Uncategorized — brianzecum @ 12:57 pm
L’ORIGINE DELLA VIOLENZA VA CERCATA NELLA PERDITA DEL NOSTRO ESSERE SOSTITUITO DALL’AVERE
di don Giorgio De Capitani*

Pastori e agricoltori. Con il racconto dell’uccisione di Abele, l’autore sacro ha voluto dare subito una prova delle conseguenze disastrose del cosiddetto peccato originale. La morte è entrata nel mondo nel modo più tragico: con un fratricidio. Infatti, Abele e Caino vengono presentati come figli diretti di Adamo ed Eva, anche se ciò appare del tutto impossibile, viste le numerose incongruenze del racconto stesso. Ne elenco due: appare chiaro che, al tempo dei fatti, ci sia già la presenza di altre persone, oltre Abele e Caino; inoltre, la società sembra già evoluta, con una evidente contrapposizione tra il mondo agricolo e il mondo pastorizio. Ed è proprio su questa contrapposizione che il racconto dell’omicidio-fratricidio prende forma: il mondo agricolo viene rappresentato dal buon Abele, mentre il mondo pastorizio viene rappresentato dal cattivo Caino. Appare chiaro l’intento dell’autore sacro: prendere le difese dell’agricoltura, che rientrerebbe nel piano di Dio di coltivare la terra, dalla prepotenza della pastorizia, che invece distruggerebbe i frutti della terra.

Mito e fatto reale. Tuttavia, l’uccisione di Abele fa parte del mito dei racconti delle origini dell’umanità. Col peccato dei progenitori, Adamo e Eva, si è rotto in modo radicale il rapporto tra l’uomo e Dio, che inevitabilmente ha portato anche alla rottura dei rapporti umani e sociali. È chiaro che nel racconto di Caino che uccide il fratello Abele va anche colto un significato tutto suo, indipendentemente dall’essere anche visto come una simbologia della contrapposizione tra l’agricoltura e la pastorizia. Se il racconto del peccato di Adamo e Eva è solo un mito, senza nulla di storico, il delitto di Caino è un fatto reale, nel senso che l’autore sacro ha preso uno dei tanti omicidi consumati dalla cattiveria umana e lo ha reso come un paradigma, un esempio tipico della violenza che c’è nel mondo. Fa notare don Raffaello Ciccone: «Il primo richiamo alla morte, nel mondo, non avviene per malattia o per debolezza della carne, ma per l’esplosione della violenza che fa dimenticare ogni valore, ogni solidarietà ed ogni legame profondo».

Origine del male. Queste considerazioni di don Ciccone mi servono per approfondire il problema del male, cercandone l’origine da cui scaturisce: un’origine che non va fatta risalire a un peccato lontano dei nostri mitici progenitori, ma a qualcosa che proviene più da vicino: dal nostro interno. Le parole di Dio a Caino: «il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai» vanno interpretate al di là della parola “porta”, che sembra dare l’idea di qualcosa di esteriore, come se, appena usciamo di casa, c’è subito pronto il maligno a tentarci al male. Di qualche porta si tratta? La porta, in realtà, è dentro di noi: una porta che separa il fondo dell’anima dall’anima stessa. Con il fondo dell’anima i mistici intendono la parte più interiore, ovvero lo spirito, mentre l’anima rappresenta le facoltà umane (intelligenza, volontà, potere, ecc.) che possono condizionare la libertà dello spirito.

Dove sei? Dio, rivolgendosi ad Adamo che si era nascosto dopo la sua ribellione, dice: «Dove sei?”. Adamo sta per uomo, per ogni essere umano. Come a dire: Uomo, dove sei sparito? Che cosa è rimasto della tua umanità? “Dove sei?”. In realtà, noi non sappiamo “chi siamo”. Quanti di noi possono dire: “Io sono”? Siamo valutati dall’avere, e valutiamo tutto e tutti col criterio dell’avere. Si divide il mondo tra ricchi e poveri in base alle cose che si posseggono o non si posseggono; eppure, tutti potrebbero essere ricchi, se entrassero dentro di sé, riprendessero la propria umanità. L’essere è di tutti, appartiene a ciascuno, non esisteremmo senza l’essere: non dipendiamo perciò necessariamente dai beni materiali, dalle ingiustizie sociali che possono toglierci l’avere ma non l’essere. Qui, nel nostro essere, avviene tutto all’opposto di ciò che succede fuori di noi, dove più cose si hanno, più si pensa di essere ricchi, mentre, al nostro interno, meno abbiamo e più siamo ricchi.

Dov’è tuo fratello? Ma c’è una seconda domanda: la troviamo nel racconto di oggi. Dio chiede a Caino: “Dov’è tuo fratello?”. Quando si perde il proprio essere, prevale, come dicono i mistici, l’istinto di appropriazione, di quell’io che fa perdere il primato dello spirito, sostituendolo con il primato dell’avere. Ogni invidia diventa lecita, così la gelosia, così l’orgoglio, così la prepotenza, e si arriva ad ogni forma di violenza, perfino a eliminare fisicamente l’altro, visto solo come nemico, come colui che mi porta via qualcosa, che è di impedimento al mio possesso. “Dov’è tuo fratello?”. Quando si viene meno alla propria umanità, che ha origine e sede nel proprio essere interiore, allora l’universo si frantuma nel molteplice smisurato di io imbarbariti. Si perdono l’equilibrio, l’armonia, la bellezza, quella unitarietà del Divino che sa ricomporre i singoli nella fratellanza universale. La mistica orientale induista parla di “advaita”, termine che significa: “non-dualità”. L’uno è il bene, il due, ovvero il molteplice, è il male. Tutto è uno, tanto da identificare il divino con l’umano. Noi e il divino siamo una cosa sola. Certo, è una concezione di Dio e del mondo inaccettabile per noi occidentali e inaccettabile perfino per la Chiesa cattolica, che l’accusa di panteismo. A me piace moltissimo anche solo il pensare che il bene è il Tutto che si fa Uno e che, di conseguenza, il male è la molteplicità che divide l’Uno frantumando il Tutto. Noi occidentali siamo maledettamente portati a dividere, moltiplicare, separare, creare steccati. Questo è il mio, questo è il tuo. Ma il mio, con i suoi diritti, privati di ogni dovere, si espande annullando i diritti degli altri, e gli altri a loro volta, questo è la cosa grave, si difendono avanzando diritti e diritti, senza doveri. E il cerchio è veramente chiuso. “Dov’è tuo fratello?”. Che senso dà la società di oggi alla parola “fratello”, quando una politica malsana di partiti malsani non fa che restringere il concetto di fratellanza, secondo criteri di sangue, di razza, di patria, che perpetuano il delitto, omicidio-fratricidio, di Caino?

*omelia del 12 giugno 2016: Quarta dopo Pentecoste (Gen 4,1-16; Eb 11,1-6; Mt 5,21-24). Fonte: http://www.dongiorgio.it/12/06/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-quarta-dopo-pentecoste/

agosto 17, 2015

CHIESA: SU PIETRA MONOLITICA O 12 COLONNE?

I VERI MAESTRI HANNO POCHI DISCEPOLI E I PROFETI RESTANO SOLI. GESÙ RIFUGGIVA DA FANATISMI ED ESALTAZIONI

di don Giorgio De Capitani*

La missione dei Dodici. Mi soffermo sul terzo brano della Messa. È l’inizio del capitolo 10 del Vangelo secondo Matteo, a cui gli esegeti danno questo titolo. Nei versetti precedenti al brano riportato dalla Liturgia, troviamo l’elenco dei Dodici apostoli. Il numero Dodici è in relazione con le dodici tribù d’Israele. Già qui potete notare una certa continuità con il passato, anche se poi Gesù se ne distaccherà, contestando radicalmente i due pilastri della religiosità ebraica: la Legge e il Tempio. Per ora, rimane nel solco della tradizione, tanto è vero che la prima missione degli Apostoli è nell’ambito della religione ebraica. Gesù, infatti, invia i Dodici apostoli (“apostolo” significa “inviato”) tra “le pecore perdute della casa d’Israele”, evitando di andare tra i pagani e i samaritani. In fondo, è stata questa la stessa missione di Cristo, il quale, a parte alcune eccezioni, è rimasto in Palestina, predicando il suo messaggio al popolo ebraico e scontrandosi ripetutamente con i capi religiosi, che alla fine lo condanneranno sulla croce.

Gruppi ristretti. Anzitutto, bisognerebbe distinguere il gruppo ristretto degli Apostoli dai discepoli, che dovevano essere abbastanza numerosi, almeno all’inizio del ministero pubblico di Gesù. Poi, tanti se ne sono andati, man mano Gesù diventava esigente e provocava. Succede sempre così. I veri Maestri hanno pochi discepoli, e i profeti addirittura restano soli. Il consenso, prima o poi, finisce, quando si fa sul serio. Mi dispiace anche dirlo: la Chiesa tradisce il Vangelo radicale, quando attorno a sé ha troppe persone che la osannano. I quattro Vangeli parlano quasi esclusivamente dei Dodici apostoli, e in particolare di alcuni di loro: Pietro, Giovanni, Giacomo, i tre “preferiti” da Gesù: infatti, solo a loro è concesso di partecipare ad alcuni eventi particolari: vedi Trasfigurazione, l’episodio della figlia di Giairo, l’orazione all’Orto di Getsemani. Dunque, un gruppo ristretto, Dodici, e, in questo numero, altro gruppetto ancora più ristretto: i tre prediletti. Non è strano questo modo di comportarsi di Gesù? Lo ritengo normale, e mi fa anche piacere che Gesù si sia comportato così: ciò rientra nella nostra natura umana, e Gesù era anche uomo, oltre che Figlio di Dio. Del resto, Gesù si comporterà allo stesso modo con le donne: pensate al rapporto di Gesù con le due sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, e in particolare con Maria Maddalena, la sua preferita. Ma, oltre a questo aspetto diciamo umano, c’è anche un’altra ragione, che non saprei come definire. Oggi saremmo portati a parlare di esigenza organizzativa o addirittura di natura politica. Ogni leader si circonda di fedelissimi, quelli più convinti. Tuttavia, Gesù non si è mai comportato come un leader così come l’intendiamo noi.

Fede non fanatismo. Il suo criterio non è stato quello di creare fanatismo tra i suoi seguaci, ma di renderli convinti di ciò in cui credevano. Se leggete attentamente i Vangeli, non trovate mai un elemento di esaltazione tra i Dodici apostoli. Anzi, Gesù non faceva che rimproverarli, chiedere a loro una fede sempre più profonda. Ecco perché non sopporto i Movimenti ecclesiali o quei Gruppi di fanatici che sembrano più obbedienti al carisma del loro leader che allo stesso Gesù Cristo, che passa in secondo ordine. L’idolatria è qualcosa di spaventoso nelle istituzioni ecclesiastiche: l’idolo può essere il fondatore dell’Ordine o della Congregazione religiosa, è il tizio o il caio che ha dato l’input per creare un gruppo di fanatici. Qual era la vera intenzione di Cristo: una Chiesa su una pietra monolitica, oppure su Dodici colonne? Sarà sempre difficile, per non dire impossibile, rispondere a questa domanda. La Chiesa gerarchica, ovvero piramidale, ha dalla sua giustificazioni ramificate un po’ ovunque, nel campo biblico e nel campo teologico. Ma possiamo anche avanzare qualche ipotesi. Se Cristo avesse fondato la Chiesa su Dodici colonne invece che su una sola, che cosa sarebbe successo? A parte questo, oggi che cosa chiediamo alla Chiesa monolitica di Cristo? Non sarebbe il caso – da tempo lo sto dicendo – che il Sommo Pontefice conceda più responsabilità al Collegio episcopale? Sembra che ci sia una maggiore apertura, ma in realtà è proprio così? L’ultima parola non è ancora del Papa? E i preti che ci stanno a fare? Solo a obbedire? E il mondo del laicato?

Povertà e gratuità. Gesù, inviando i Dodici per la loro prima esperienza missionaria, più che indicazioni o consigli, dà precise istruzioni, indica alcuni orientamenti, mette chiare condizioni. Non dimentichiamo che, quando Matteo ha messo per iscritto il Vangelo, aveva davanti una comunità già in fase discendente, quasi stanca e rassegnata, per cui si è sentito in dovere di richiamare con forza le parole di Cristo, in tutta la loro radicalità. Le qualità dell’agire per un cristiano sono ben chiare: assoluta povertà, gratuità, oculatezza, prudenza, fermezza. Solitamente ci colpiscono le prime due, su cui facciamo anche tanti bei discorsi: povertà e gratuità. In effetti, ci costa essere poveri e ci fa paura la gratuità. Povertà significa essenzialità. La povertà evangelica non è la miseria, ma vivere di essenzialità. L’essenzialità produce non solo il vero ben-essere, ma anche dà a tutti il diritto di vivere in dignità. Ogni di più è un furto, ovvero toglie ad un altro la possibilità di vivere dignitosamente. L’essenzialità porta alla uguaglianza e alla giustizia. La gratuità è il volto più bello di Dio. La bellezza è gratuità. Qui entriamo tutti in crisi, a iniziare da noi credenti che oramai stiamo perdendo, anche nel campo del nostro volontariato, il senso più radicale delle parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Dobbiamo pur vivere, certo. Forse si tratta di mettere dei limiti al nostro dare per ricevere.

Oculatezza e prudenza. C’è anche la qualità della oculatezza. Come si può facilmente capire, il termine “oculatezza” deriva da occhi. Gli occhi ci permettono di vedere per distinguere ciò che è falso da ciò che è vero, ciò che è apparenza da ciò che è reale. Non dobbiamo essere ingenui, con la testa tra le nuvole, facilmente malleabili, condizionabili, manovrabili. Buoni sì, ma realisti. La virtù della prudenza: occorre attenzione, saper agire senza avventatezza. Non dobbiamo dimenticare che il male c’è, pronto a rivestirsi di inganno. Forse qui l’esperienza dovrebbe aiutarci. Quante volte siamo stati ingannati! Il che non significa che dobbiamo vivere di sospetti o di troppa cautela, vedendo nell’altro un possibile nemico.

Fermezza. Infine, la qualità della fermezza. Non confondiamo, anzitutto, autorità con autorevolezza. In breve: il termine autorità si riferisce ad un livello gerarchico, e quindi al potere di grado; l’autorevolezza invece è una qualità di chi ha una certa responsabilità. Potremmo dire che autorità è avere (una carica, una posizione, un ruolo…), mentre autorevolezza è essere (qualcuno con determinate caratteristiche). Oggi, c’è troppo autoritarismo e poca autorevolezza. Fermezza sta nel saper assumersi le proprie responsabilità, decidendo quando bisogna prendere decisioni, senza lasciarsi influire da nessuno. Mi pare che oggi, anche nel campo ecclesiale, ci sia per un verso troppo autoritarismo, e per l’altro troppo indecisionismo per il quieto vivere. Un falso concetto di democrazia da una parte crede di combattere l’autoritarismo, e dall’altra sta creando un tale disorientamento da portare alla fine ancora all’autoritarismo. Questo succede nella vita civile, e nella vita ecclesiastica.

*omelia del 16 agosto 2015: Dodicesima dopo Pentecoste (Ger 25,1-13; Rm 11,25-32; Mt 10,5b-15). Fonte: http://www.dongiorgio.it/16/08/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-dodicesima-dopo-pentecoste/

2015-06-02 14.04.25

agosto 9, 2015

NON SIAMO PROPRIETARI MA SOLO AMMINISTRATORI

QUESTO L’INSEGNAMENTO PROFONDO DELLA PARABOLA DEI VIGNAIOLI OMICIDI (Mt 21,33-46)

di don Giorgio De Capitani*

La vigna, simbolo d’Israele. Gesù ambienta questa parabola nel contesto della vigna. Non è la prima volta che Gesù prende l’immagine della vigna. Perché la vigna? Che importanza aveva presso il popolo ebreo? Scrive un esegeta: «Decidere di impiantare un vigneto, allora forse più di oggi, voleva dire vivere nella certezza della proprietà, sapere di poter investire con tranquillità i lunghi anni necessari prima di poter godere del primo raccolto, poter contare su un ambito sociale favorevole ed amico, capace del più disinteressato aiuto nel momento delle difficoltà”… Sono molte le immagini con cui i testi biblici raffigurano questo popolo, ma quella della “vite/vigna” sembra prevalere. Nei frutti che essa produce grazie alle cure del solerte contadino palestinese, o nell’assenza di questi frutti a motivo dell’incuria e dell’abbandono, la Bibbia vede il progressivo realizzarsi di Israele o la sua progressiva decadenza fino a estinguersi sotto il severo giudizio di Dio. Una vigna curata e florida, infatti, è l’immagine di tutto Israele che cammina alla luce della Parola del suo Dio. Una vigna abbandonata e distrutta è invece l’immagine del severo giudizio di Dio che “sradica” dalla terra promessa il popolo a lui infedele». Osea fu il primo profeta a paragonare la terra d’Israele a una vite fertile (Os. 10,1). La vigna, dunque, è il simbolo d’Israele per eccellenza, la vigna che il Signore coltiva perché porti frutti di giustizia. Basti citare il profeta Isaia nel famoso “carme della vigna” di 5,1-7.

Da Israele a Gesù. Gesù ricorre spesso alla immagine della vite e della vigna. Diverse parabole hanno la vigna come ambientazione. E non dimentichiamo ciò che scrive l’evangelista Giovanni, quando riporta le parole con cui Gesù si rivolge ai futuri credenti: «Io sono la vite e il Padre mio è l’agricoltore… Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e poi secca: poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà fatto». Se la vigna del Signore era la casa di Israele (Is 5,7), ora la vigna del Signore è Gesù, è Lui, insieme ai tralci (= discepoli), la vera e nuova vigna, il nuovo popolo di Dio. Se posso dire una mia impressione, l’immagine della vigna e della vite mi piace di più dell’immagine del pastore e delle pecore. Trovo nella vigna un qualcosa di affascinante, anche perché i greggi stanno quasi scomparendo o li vediamo raramente, ma soprattutto perché dire gregge e dire pecora ci richiama qualcosa di negativo, mentre i vigneti non solo non sono scomparsi, ma ci richiamano, più che il frutto della vite, ovvero l’uva e il vino, un rapporto vitale tra la vite e i tralci.

Come interpretare la parabola del Vangelo di questa domenica? Non è facile coglierne il significato originario di Gesù. Per due motivi. Anzitutto, perché la parabola è stata ambientata in un clima di grande tensione tra Gesù e i capi dei sacerdoti e i farisei. E poi, perché è stata letta allegoricamente, inducendo a individuare i singoli personaggi del racconto fino ad arrivare a Gesù ucciso fuori le mura di Gerusalemme. Bisogna poi uscire dalla mentalità sociale di quei tempi. Oggi, difficilmente accetteremmo la mezzadria, ancora in vigore fino agli anni ’70 del secolo scorso. Nella parabola sembra che Dio, dietro l’immagine del padrone della vigna, sia un despota che pretenda tutto il raccolto e che i contadini si ribellino ad un tale sopruso. Perciò, per cogliere il nocciolo del pensiero di Gesù, usciamo da queste interpretazioni o letture, e così potremo notare subito una cosa interessante. Il padrone del terreno che pianta la vigna con attenzione e cura richiama l’immagine della Genesi, in cui è Dio stesso a piantare un giardino. Siamo, comunque, sempre nel campo delle immagini. D’altronde, si tratta di una parabola. La parabola è un racconto che va oltre l’episodio narrato. E allora che cosa scrive l’autore della Genesi (2,8)? «Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato». Letta così, la parabola assume un significato universale, dove al centro c’è un Dio creatore, la vigna è l’universo e il contadino è ogni essere umano. Dio ha affidato a ogni essere umano un mondo meraviglioso, e tocca a ciascuno di noi renderne conto, perché non siamo proprietari, ma solo amministratori.

Non padrone ma Signore. Un esegeta così commenta: «L’affidamento della vigna non è un atto formale come un contratto di mezzadria o di affitto ma un vero e proprio affidamento, come l’invio dei servi per ritirare il raccolto, vanno letti nella più ampia relazione di amore tra il Creatore e la creazione, tra Dio, il suo popolo e tutta l’umanità. La deviazione dei vignaiuoli e dell’uomo è quella di non capire la relazione d’amore e proiettare in Dio il proprio desiderio di possesso arrivando a considerarsi pari a Dio e il Suo regno come una proprietà… Dio non è “padrone” ma Signore; la Sua vigna, il Suo regno, il mondo stesso, perfino la storia non ci appartengono e non ci apparterranno mai. Noi siamo solo degli affittuari di un dono che ci è stato affidato per amore. Sembra invece che stiamo “giocando” a fare i padroni insulsi e incoscienti, irrispettosi anche di ciò che riteniamo nostro distruggendo il mondo, quella vigna preziosa e amata dal creatore di cui facciamo parte: lo sfruttamento del petrolio e delle materie prime, la deforestazione, la cementificazione sconsiderata, l’inquinamento dell’atmosfera, l’assolutizzazione della proprietà e del libero mercato. Così l’ideologizzazione, gli assolutismi, generano inimicizie, armamenti, guerre, violenza dell’uomo sull’uomo: vogliamo fare i padroni e non sappiamo gestire né ciò che riteniamo nostro né la nostra stessa vita».

Lo scarto. Gesù cita le parole del Salmo 118, 22-23: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo». Che cosa Gesù intendeva dire citando il Salmo? Commenta un altro esegeta: «Dio si serve di ciò che agli occhi degli uomini non ha alcun valore, e che quindi deve essere scartato e messo alla larga dalla vista di tutti, perché possa – nel nascondimento della dimenticanza – essere messo alla base di qualcosa di nuovo, possa essere alla base di un nuovo modo di vedere le cose, di una nuova prospettiva, della costruzione di un nuovo futuro, della creazione di una nuova umanità… Non è certo una novità che nella vita di fede, nelle cose di religione, c’è chi crede di sentirsi padrone di Dio, di potersi impossessare delle cose di Dio, di eliminare gli altri come fossero scarti e rifiuti della società in nome di Dio, anche se non si sa bene di quale Dio si tratti, visto che Dio è Padre di tutti e non disprezza nessuno. Ma la novità è l’annuncio che Gesù fa sulla scorta di questo: proprio chi viene scartato da coloro che credono di aver l’esclusiva di Dio e impediscono al Regno di crescere e di dare frutto, è la base per costruire una nuova umanità, un nuovo regno, una nuova società, potremmo dire anche una Chiesa nuova, differente, che sia una vera comunità di gente che lavora per il bene comune, e non per la sete di potere».

*dall’omelia del 9 agosto 2015: Undicesima dopo Pentecoste. (1Re 18,16b-40a; Rm 11,1-15; Mt 21,33-46). Fonte:http://www.dongiorgio.it/09/08/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-undicesima-dopo-pentecoste/

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Resegone al tramonto

agosto 3, 2015

GESÙ E IL TEMPIO

NON LO TOLLERA COME MERCATO MA NEPPURE SOPRA L’UOMO. INVERSIONE RADICALE NEL SACRIFICIO

di don Giorgio De Capitani*

Nei tre brani della Messa, si parla di Tempio; nel primo, si parla del Tempio di Salomone, nel Vangelo del Tempio di Zorobabele, fatto ampliare da Erode il Grande, mentre Paolo parla di un Tempio vivente, contrapponendo il Tempio di Dio agli idoli.

Primo e secondo Tempio. Durante il cammino degli ebrei verso la Terra promessa, Dio abitava in una Tenda, detta Tenda del Convegno, che, essendo smontabile come qualsiasi altra tenda, seguiva gli spostamenti del popolo. Dopo la conquista di Canaan, sorsero presso le varie tribù d’Israele diversi santuari religiosi. Per evitare questo frazionamento che poteva generare nel popolo l’idea che ci fossero molte divinità, Dio volle che si costruisse un unico Tempio in muratura, nella città di Gerusalemme. Toccherà al successore di Davide, il figlio Salomone, questo compito. Nel primo brano, troviamo la solenne consacrazione. Finito di costruire nel X secolo a.C., fu distrutto dai Babilonesi nel 586 a.C. Dopo l’esilio babilonese, il Tempio venne ricostruito ad opera di Zorobabele. Erode il Grande, a partire dal 19 a.C., lo fece ampliare; per questo motivo il Tempio di Gerusalemme, da quella data, venne anche chiamato Tempio di Erode. Verrà distrutto nel 70 d.C. dal generale romano Tito.

Prima la fede. Prendo le parole dal commento di un esegeta, «il Tempio presso gli ebrei rimane il simbolo più eloquente del rapporto esistente fra Dio e il popolo d’Israele, segno della dimora di Dio in mezzo ai suoi. Tale presenza, però, non è vincolata all’edificio materiale in sé: essa dipende principalmente dalla condotta del sovrano e dalla fedeltà del popolo all’alleanza. Quando questa viene meno, anche il Tempio scompare. Così accade secondo il racconto biblico con il primo tempio. Ai tempi della tragica fine del regno di Giuda (o Regno del Sud), Ezechiele vede simbolicamente la gloria di Dio lasciare il Tempio e uscire da Gerusalemme», prima ancora che il Tempio venisse distrutto anche materialmente dai babilonesi, nel 586 a.C. È interessante il rapporto tra Dio e il Tempio. Dio non si lega di per sé ad una costruzione materiale, neppure se questa è meravigliosa, un’opera d’arte, di una tale bellezza architettonica da richiamare già di per se stessa la bellezza di Dio. Tutto dipende da noi. Tutto dipende dal popolo. Ogni Tempio è un misterioso rapporto tra la nostra fede e la presenza di Dio. Forse anche noi cristiani dovremmo ricordarcelo. Crediamo che entrare in una chiesa, soprattutto se si tratta di un santuario miracoloso, già di per sé sia qualcosa di magico, di taumaturgico, come se Dio fosse lì disposto o predisposto a darci subito qualche grazia. La chiesa è casa di Dio nella misura in cui la mia fede è grande, e la mia fede non dipende da quattro mura. Va ben oltre.

Parola al centro. L’inaugurazione del Tempio inizia sul colle di Sion, altro nome di Gerusalemme, dove Davide aveva collocato l’Arca dell’Alleanza. Tra parentesi. L’Arca era una cassa di legno rivestita d’oro e riccamente decorata, la cui costruzione fu ordinata da Dio a Mosè. L’Arca costituiva il segno visibile della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Conteneva inizialmente le Tavole della Legge, dopo averle ricevute sul monte del Sinai. Su di loro erano incisi i Dieci Comandamenti. In seguito vennero messe nell’Arca altri oggetti: un vasetto di manna e la verga di Aronne. Dunque, ci si ritrova sul monte Sion, e qui si celebra una serie di sacrifici e poi ha inizio la processione solenne dell’Arca, che viene trasferita nel Tempio appena eretto e collocata nella “cella”, cioè nel Santo dei Santi, posto all’interno dell’aula sacra. È curioso notare che l’Arca ora contiene a quanto dice l’autore sacro solamente le Tavole della Legge e non più il vasetto di manna e la verga di Aronne. Il centro è, quindi, la parola di Dio. La presenza del Signore è visibilmente affidata alla nube. Il primo brano così termina: «Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore. Allora Salomone disse: “Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura”».

La nube. Sarebbe interessante soffermarsi sulla presenza della nube nella Bibbia e sul suo simbolismo. Mi limito solo a dire, riportando le parole di un esegeta, che «la nuvola richiama la trascendenza divina. “Trascendente” è un termine un po’ tecnico, adoperato nell’ambito filosofico per designare quello che va al di là della nostra vita concreta e terrestre; “trascende” nel senso che sale e va oltre. Diventa simbolo della divinità stessa. È il simbolo del mistero, del non conoscibile, della divinità che, pur manifestandosi presente, non può essere pienamente conosciuta e dominata. È quindi il segno della non conoscenza. La nube – in genere oscura – nel linguaggio biblico spesso diventa la nube religiosa, la nube luminosa. La nube, però, anche quando è luminosa toglie la vista, offre semplicemente una percezione vaga. Proprio la nube luminosa è il simbolo della non conoscenza, del mistero divino». Ogni religione tenta di andare oltre la nube, e pretende di conoscere Dio. Sì, afferma che Dio è ineffabile, impronunciabile, inconoscibile, e poi fa una lunga litanie di qualità, di caratteristiche, con cui vorrebbe definire il Mistero. Dio è ineffabile: non si può dire nulla di positivo di Dio, ma possiamo solo parlarne in negativo. Mi spiego. Posso dire ciò che Dio non è, ma non posso dire ciò che Dio è. Ecco perché i mistici amavano parlare di teologia negativa. Se vogliamo accostarci al Mistero di Dio, dobbiamo togliere tutto ciò che noi sappiamo di Dio, tutto ciò che ci hanno insegnato di Dio. Dio “è” nella misura in cui Egli non rientra nelle nostre conoscenze.

Non mercanteggiare con Dio. Passo al terzo brano, che riporta uno degli episodi più noti: Gesù scaccia con violenza anche fisica i venditori dal Tempio. Paolo Curtaz commenta: «Caccia i mercanti dal tempio, il Signore. Perché? Era un servizio importante quello che rendevano: cambiavano le monete dei pellegrini provenienti da tutto l’Impero per sostituirle con quelle coniate apposta per il tempio, senza l’immagine dell’imperatore. E vendevano gli animali necessari agli olocausti. Certo: resta il fatto che l’intero mercato del bestiame fosse gestito dai sommi sacerdoti, con un leggero conflitto di interesse, ma si sa, così va il mondo… Perché, allora, si arrabbia così tanto? Ciò che Gesù contesta è l’idea del mercanteggiare con Dio. Anche a noi succede così: andiamo a messa, preghiamo, ci accostiamo ai sacramenti con l’idea che ciò rappresenti una specie di assicurazione sulla vita, di protezione specifica dai malanni e dagli imprevisti della vita… Non mercanteggiamo con Dio, è un Padre che sa benissimo di cosa abbiamo bisogno! La preghiera, allora, diventa consapevolezza di ciò di cui abbiamo veramente necessità. E il culto diventa il luogo dell’incontro con Dio che mi permette di riconoscerlo presente nelle altre dimensioni della vita. Anche noi pendiamo dalle labbra del Maestro, non lasciamoci fuggire nessuna delle parole che ci dona in abbondanza!». P. Ermes Ronchi ha fatto un lungo e interessante commento al Vangelo di oggi. Riporto solo una frase: «Tavoli e sedie rovesciati, mercanti cacciati: Gesù capovolge il nostro rapporto con Dio, l’assoluta novità del cristianesimo consiste in un Dio che non chiede più che si sacrifichi qualcosa per lui, ma che sacrifica se stesso per noi. Non domanda alcuna offerta, ma offre lui la sua vita; non ruba niente e dona tutto. Prende su di sé il nostro male senza chiedere nulla, lo porta fuori dalla città, fuori dal cuore, lo inchioda sulla croce».

*omelia di domenica 2 agosto 2015: Decima dopo Pentecoste (Re 7,51-8,14; 2Cor 6,14-7,1; Mt 21,12-16)

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marzo 16, 2015

VEDERE FACCIA A FACCIA

FUORI DA STRUTTURE E PREGIUDIZI: DIO NON AMA PRENDERE DIMORA IN UN LUOGO FISSO

di don Giorgio De Capitani*

La tenda del convegno. Nel primo brano della Messa, tolto dal libro dell’Esodo, si parla di una Tenda particolare, detta Tenda del Convegno: la prima dimora mobile di Dio. Il primo Tempio in muratura sarà costruito dal re Salomone nel X secolo a.C, raso poi al suolo nel 586 a.C. dal re babilonese Nabucodonosor. Il secondo Tempio verrà ricostruito ex novo, dopo l’esilio babilonese, da Zorobabele, e inaugurato nel 525 a.C. Quello che noi diciamo il Tempio di Erode, in realtà non era un terzo Tempio, ma sempre il Tempio di Zorobabele, fatto ampliare da Erode il Grande: i lavori inizieranno verso il 19 a.C., e termineranno nel 64 d.C. Pensate: sei anni dopo, nel 70 d.C., sarà distrutto definitivamente dall’esercito romano agli ordini di Tito. Tornando alla Tenda del Convegno, vorrei farvi notare una cosa interessante. Trattandosi di una tenda, faceva parte della storia di un accampamento. Accamparsi non significa di per sé prendere dimora fissa. Anche Dio si era adattato alla vita nomade del suo popolo. Come dimora aveva preso una tenda, un po’ speciale, ma sempre tenda. Soprattutto durante l’Esodo, dopo l’uscita dall’Egitto, la Tenda del Convegno si montava e si smontava in continuazione, come qualsiasi altra tenda dell’accampamento, verso la terra promessa. Dio accompagnava di passo in passo il suo popolo.

Tempio e legge contro la persona. A me sembra di vedere in questo continuo spostamento della Tenda del Convegno un aspetto molto suggestivo. Dio non è immobile, Dio non ama fermarsi o prendere dimora in un posto fisso. Già il Tempio di Salomone e quello di Zorobabele avevano creato grossi problemi di culto. Gli ebrei erano arrivati al punto di invocare: “Il tempio di Gerusalemme! Il tempio di Gerusalemme!”, prendendo il tempio in muratura come se fosse più sacro di Jahvè. Giuravano sul Tempio come se fosse Dio stesso. Perché Cristo se la prenderà con il Tempio? Il Tempio e la Legge erano diventati intoccabili, a danno della dignità della persona umana. Non dimentichiamo la rivelazione alla donna samaritana: per adorare Dio non è necessario il tempio, né quello giudaico né quello samaritano. Dio si onora in spirito e verità. Anche la Chiesa, nella sua storia millenaria, ha corso questo rischio, ed è ricaduta nello stesso difetto degli ebrei. Nessun luogo di culto potrà contenere la maestà e l’infinità di Dio. Ancora oggi crediamo che, costruendo grandi cattedrali, possiamo catturare l’immensità di Dio.

Paura della mistica. Scrive l’autore dell’Esodo: il Signore «parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico». “Faccia a faccia”, che significa? Vuol dire: senza veli, senza maschere, senza diaframmi. Pensate alla religione con le sue pretese di imporre il proprio dio: su questo dio si è costruito tutto un mondo religioso, con le sue pratiche di preghiere, di digiuni, di penitenze, con una sua morale e una sua dottrina dogmatica, fisse come un tempio in muratura. “Faccia a faccia!”. È quanto succede nel nostro interiore, là dove Dio è l’essere infinito. Ma la mistica fa ancora paura alla Chiesa, che preferisce dominare le anime, mettendo su Dio una certa maschera, ovvero uno strato di veli. Non ci è difficile ora agganciarci al brano del Vangelo.

È il segno-opera del cieco nato. Alla parola “segno” ho aggiunto “opera”. A parte il fatto che Giovanni non usa mai la parola “miracolo” come l’intendiamo noi, cioè come un fatto strepitoso a se stante, c’è anche da dire che, mentre fino al capitolo quarto l’evangelista usa la parola “segno, dal capitolo quinto in poi usa la parola “opera”. Qual è la differenza? Mentre di per sé i “segni” presentano Gesù come il Messia atteso, suscitando tra la gente una prima parziale adesione alla sua persona; le “opere” invece presentano Gesù come il Figlio dell’uomo, in un clima di tensione. La gente non lo capisce, in parte lo rifiuta. Anche l’”opera” narrata nel capitolo 9, ovvero il miracolo del cieco dalla nascita che ricupera la vista, si svolge in un contesto polemico (vedi la reazione dei farisei) o di assoluta estraneità (pensate alla gente e ai parenti che, per paura dei farisei, non vogliono prendere posizione). È lecito chiederci: come Giovanni e la sua comunità hanno ricostruito il fatto? Sì, “ricostruito”, nel senso di riletto e reinterpretato con quella maturità di fede che fa leggere i fatti e i detti di Gesù, oltre la pura cronaca. Come dietro all’episodio della samaritana troviamo una comunità profetica vivace, così dietro al racconto di oggi troviamo una comunità cristiana che riflette e medita, s’interroga e inizia anche ad andare in crisi: in crisi di identità.

Duplice cammino. Non mi soffermo sui numerosi particolari, che sarebbero anche interessanti da evidenziare. Vorrei invece soffermarmi sullo svolgimento letterario del racconto che rivela, di proposito, un duplice cammino: un cammino che procede e un cammino che recede, un cammino che progredisce e un cammino che regredisce. La cosa interessante è che i due cammini avvengono contemporaneamente: nell’atteggiamento dei farisei e nell’atteggiamento del cieco guarito. I due atteggiamenti vanno quasi di pari passo, ma in senso inverso: mentre i farisei man mano si allontanano dalla luce, ovvero diventano ciechi, al contrario il cieco va verso la luce, quella divina. Giovanni è stato veramente un artista nel presentare questo duplice cammino, uno a ritroso e l’altro in avanti, mentre Gesù sembra quasi assente dalla scena. In tutta la narrazione, infatti, lo troviamo all’inizio, quando ridà la vista al cieco, e alla fine, quando incontra il cieco guarito, anch’egli buttato fuori dalla sinagoga, ovvero dalla comunità. Ed è qui che, “fuori”, quel cieco riacquista l’altra vista, quella della fede. “Fuori”, ovvero là dove non c’è più la struttura della religione, ovvero dove sono crollati i veli.

Salvezza. Il cieco guarito finalmente “vede” anche Gesù, ovvero “vede” la salvezza, quel Gesù che aveva lasciato la religione ebraica per farsi vedere “faccia a faccia”, come Mosè nella Tenda del Convegno. La Tenda del Convegno, dice l’Esodo, era piantata “fuori” dell’accampamento. Come mai? Il Signore voleva forse stare fuori, lontano dalle altre tende normali della sua gente? Anche a noi sembra che quando le chiese sono fuori paese, siano come luoghi appartati, privilegiati, estranei alla vita della gente. Credo che qui ci sia da riflettere. Dio ama stare con la sua gente, ma nello stesso tempo ne sta sempre fuori, non per estraniarsi, ma perché sa che fuori, solo fuori, non si corre il rischio di essere strumentalizzati, in balia delle pretese religiose. Solo fuori, noi possiamo incontrare il vero Dio, il vero Cristo. Fuori dagli schemi, fuori dalle strutture, fuori dagli inganni di una religione, sempre pronta, come ai tempi di Cristo, a usare la legge per rendere schiavo l’essere umano. Certo, volere o no, viviamo dentro una società, viviamo in una struttura religiosa, ma dobbiamo mantenere il nostro spirito, sempre “fuori”. È lo spirito che dà la vera libertà, quel sentirci liberi di muoverci spiritualmente come vogliamo, dietro le ispirazioni dello Spirito divino. La storia del cieco guarito è la storia della libertà dello spirito, che vede al di là delle capacità visive dei nostri occhi fisici, al di là dei nostri pregiudizi, che sono la vera cecità dell’umanità.

*omelia del 15-3-2015 (Es 33,7-11a; 1Ts 4,1b-12; Gv 9,1-38b), fonte: http://www.dongiorgio.it/15/03/2015/omelie-2015-di-don-giorgio-quarta-domenica-di-quaresima/

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febbraio 17, 2015

FEDE E REGOLE SOCIALI

RISANANDO IL LEBBROSO GESÙ CI INSEGNA A NON DIMENTICARE LE SOFFERENZE DELL’ALTRO

di Piero Stefani*

La guarigione. Il vangelo di questa domenica, l’ultima prima dell’inizio della Quaresima, è molto breve. Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: ”Se vuoi puoi, purificarmi!”. Ne ebbe compassione, tese la mano lo toccò e disse: “Lo voglio, sii purificato”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: “Guarda di non dire niente a nessuno: va’, invece, a mostrarti dal sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro”. Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in città, ma rimaneva fuori in luoghi deserti: e venivano a lui da ogni parte» (Mc 1,40-45).   Il brano evangelico pone Gesù di fronte a una malattia connotata da un’alta forma di emarginazione sociale. Il fatto in sé non va giudicato un arcaismo. L’isolamento è, a tutt’oggi, una misura adottata di fronte a un morbo contagioso. Basti pensare in proposito all’enorme interesse mediatico riservato qualche tempo addietro all’ebola (ora tutto tace, ma la malattia in Africa è forse scomparsa?). Tuttavia si comprenderebbe ben poco del Vangelo se lo si pensasse con una mentalità degna di un ufficio di igiene. Il punto chiave sta in quello che, con terminologia moderna, potremo definire il rapporto tra fede e società. Per quanto collocato in un contesto storico molto diverso dall’attuale, l’episodio affronta proprio questo tema.

Contatto risanante. Il lebbroso chiede di essere purificato (verbo, katharizō impiegato dai vangeli in tutti i casi analoghi). Ci si riferisce quindi al modo in cui la lebbra è presentata dalla Torah scritta (Pentateuco). Come risulta dal Levitico (13-14), essa però non corrisponde esattamente alla malattia che oggi va sotto questo nome. Con questo termine si indicava infatti una vasta serie di fenomeni patologici dotati di evidenti manifestazioni cutanee. Gesù, che nella sinagoga di Cafàrnao aveva guarito di sabato l’indemoniato con la sola forza della parola (Mc 1,23-24), qui non esita a toccare il lebbroso. Il contatto è diretto e risanante (Mc 1,41). Il demonio è azzittito perché la sua forza stravolta si trova nella parola (Mc 1,24); il lebbroso è toccato perché il suo male consiste in una muta manifestazione esterna. Il risanamento elimina di per sé la fonte dell’impurità. Per quanto in questo passo la parola «fede» non compaia in modo esplicito, sono pochi i dubbi che la guarigione sia frutto dell’incontro tra la compassione di Gesù e la fede del lebbroso. A questo punto segue il comando di Gesù. Egli, in ossequio alla regola della Torah, impone al risanato di farsi vedere dai sacerdoti (Mc 1,44). L’atto di fede è accompagnato dal vano comando di stare in silenzio, la guarigione comporta invece una pubblica ostensione.

Assumere la condizione dell’altro. L’inserimento nella società avviene seguendo le regole comuni del proprio ambiente. Il miracolo deriva da un rapporto diretto con Gesù; tuttavia l’uomo tornato socialmente «normale» è invitato ad accogliere le regole proprie della società ebraica stabilite dalla Legge, non dalla fede. Sia in antico sia oggi la convivenza civile è fondata sul rispetto della legge comune. Non se ne può fare a meno; anche se si può e si deve discutere sulla validità di determinate leggi.   Alla fine del nostro episodio le parti sembrano in un certo senso invertirsi. Il lebbroso risanato attraverso la Torah è reinserito nel consorzio civile, Gesù invece non rientra in città ma, proprio come un lebbroso, resta fuori in luoghi deserti (Mc 1,45). La compassione, quando è vera (Marco usa qui il verbo splanchnizomai che sarà, per esempio, adoperato da Luca nel caso del «buon samaritano» Lc 10,33), assume sempre su di sé la condizione dell’ “altro” ormai diventato prossimo. Anche dopo la guarigione, il risanatore non dimentica la precedente umiliazione del malato. Il lebbroso se ne va in città e Gesù resta nel deserto quasi a custodire il ricordo di quella sofferenza da cui lui stesso ha liberato il lebbroso. Come negare la pertinenza spirituale di questa lettura che pure non è nelle condizioni di rivendicare a se stessa alcun autentico rigore esegetico?

*Il pensiero della settimana n.509, fonte: http://pierostefani.myblog.it/2015/02/14/509-fede-regole-sociali-15-025-2015/2014-04-29 15.10.55

dicembre 29, 2014

DIVENTARE CUSTODI

DAL DOLORE INCONSOLABILE DELLE MADRI E DEGLI INNOCENTI PUÒ SCATURIRE L’IMPEGNO A COMPORTARCI COME DIO FA CON NOI

di don Angelo Casati *

Amarezza estrema. Prima di ripercorrere con voi alcuni testi di questa domenica, una domenica che custodisce la memoria dei santi Innocenti, perdonate una confidenza: mi ha colpito il fatto che per una coincidenza, forse non espressamente voluta, le letture di questa domenica inizino e finiscano con le stesse parole, che sono di una amarezza estrema. Motivo per cui la tentazione per un attimo fu di aprire e di chiudere l’omelia così, con queste parole e lasciare spazio allo sgomento e al pianto. Ecco le parole di Geremia, riprese da Matteo nel suo vangelo: “Una voce si ode a Rama, un lamento, un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più”. Geremia, che vede con sgomento partire le popolazioni per l’esilio, paragona Gerusalemme a una madre inconsolabile che ha perso per sempre i suoi figli. Come potresti consolarla per i figli che non sono più? E Matteo, facendo memoria delle mamme di Gerusalemme e dintorni, che ebbero trucidati i figli, a causa di Erode e dei suoi turpi disegni, vede realizzarsi le parole del profeta Geremia, madri inconsolabili. La furia spietata di Erode, ingannato dai Magi per voce dall’alto, non raggiunse il Messia, ma non risparmiò purtroppo altri bambini innocenti. Di fronte al dolore degli innocenti siamo sinceri che risposte abbiamo? Tante nostre sofisticate risposte, risposte a occhi asciutti, non fanno che allontanare. Allontanare chi ancora osa pensare, chi ancora possiede un briciolo di sentimento, di passione, di commozione. Apri e chiudi in silenzio. O abbraccia, se puoi, abbraccia chi resiste a vivere, a sopravvivere al dramma, chi giustamente si rifiuta di essere consolato, consolata. Per i suoi figli, perché non sono più.

Vita a prezzo di altre vite. Sosta in silenzio davanti al dolore delle madri. Sta dalla loro parte. E rispetta, rispetta un dolore inconsolabile. Oggi le letture aprivano e chiudevano così. Mentre il salmo ci lasciava con domande, parlando di pericoli sventati per intervento di Dio.

Se il Signore non fosse stato per noi,

quando eravamo assaliti,

allora ci avrebbero inghiottiti vivi,

quando divampò contro di noi la loro collera”.

E che cosa dire di quelli che non scamparono alla collera, di quelli che furono inghiottiti vivi? Forse che Dio non è stato con loro? Portiamo con serietà queste domande e come ci ha ricordato papa Francesco in questi giorni, non dimentichiamo la strage inquietante dei bambini dei nostri tempi. Vorrei dirvi che, ricordando i bambini trucidati da Erode, mi sono sentito attraversare anche da un’altra domanda, che riguarda Gesù, raramente se ne parla. Mi sono chiesto come sarà risuonato nel cuore di Gesù, con il crescere degli anni, il fatto che la sua vita era stata salvata a prezzo di uno sterminio di bambini? Ci è facile immaginare che questo pensiero non l’abbia mai per tutta la vita abbandonato. Salvatore diventa uno che fu salvato. Sarebbe bello che di tanto in tanto, oggi per esempio, anche noi ricordassimo che la nostra vita è una vita a prezzo di altre vite: a prezzo della vita di Gesù certo, ma poi a prezzo della vita di tanti uomini e donne eliminati da faraoni e da tiranni. Pensate solo ai condannati a morte della resistenza. Se ce lo ricordassimo proveremmo struggente gratitudine e difenderemmo gelosamente da attacchi e soprusi una dignità e una libertà che furono a caro prezzo. A prezzo di vita.

Dramma dello sradicamento. Dobbiamo subito aggiungere che il figlio di Dio risparmiato dalla strage non fu risparmiato, né furono risparmiati i suoi genitori, dalla drammaticità della fuga, la fuga in Egitto. La notte della fuga fu notte, notte buia, e il pericolo rimase pericolo, pericolo vero, e la fatica di scoprire strade di fuga sicure fu vera fatica. Una delle tante storie di migrazioni, di sradicamenti dalla propria terra e di radicamenti in un’altra terra, che noi oggi abbiamo sotto gli occhi. Assistiamo a migrazioni di dimensioni bibliche e, quando non siamo accecati da pregiudizio e da indifferenza, ci rimane un poco di cuore per immaginare che dramma sia lasciare una terra e inventarsi la vita in un’altra e trovare casa e lavoro e accoglienza. È vero che di fronte a certi drammi ci sentiamo a volte impotenti; ma un conto è l’impotenza, un conto è la cecità e l’indifferenza. Ebbene da piccolo Gesù visse sulla sua pelle questo dramma. E’ vero che non ci viene risparmiato il pericolo, la prova, ma è vero anche che Dio veglia su di noi. Perché non siamo inghiottiti dal male, inghiottiti dai faraoni e dai tiranni di turno. Il brano del Vangelo di Matteo sembra ricordarcelo. I fili della storia sono in mano ad un Altro. Certo, dicendo questo, non vogliamo dire che sia risolto ogni problema. A noi, dicevamo, fanno problema i bambini trucidati da Erode e le tragedie, le tragedie dell’umanità, che non sono finite. Nemmeno la parola di Dio scioglie ogni problema. Il racconto però va a segnalare una presenza: la presenza nella storia della paterna custodia di Dio. Leggiamo nel salmo 121:

Non lascerà vacillare il tuo piede,

non si addormenterà il tuo custode.

Non si addormenta, non prende sonno

il custode di Israele.

Il Signore veglierà su di te

quando esci e quando entri

da ora e per sempre”.

Il Dio custode, il Dio che veglia. Anche su Gesù, in fuga con Maria e Giuseppe. Su ogni uomo, su ogni donna. Ma dire che Dio è custode, che Dio veglia, che Dio provvede non significa dire che possiamo stare passivi, perché tanto c’è lui a vegliare. Il racconto della fuga in Egitto e del ritorno dall’Egitto viene anche a chiarire qual è la parte dell’uomo, della donna, la nostra parte. E Giuseppe, l’uomo giusto è quasi un simbolo della parte dell’uomo, della donna, di ciò che spetta a noi. Innanzitutto ascoltare, ascoltare nella notte, ascoltare i sogni della notte. L’angelo non dà niente di più che una indicazione. La parola di Dio dà una direzione alla nostra vita e non è poco. A noi tocca ascoltare nel silenzio. Dio ti dà la direzione, poi tocca a te, come a Giuseppe, studiare le strade, evitare le insidie, inventare i percorsi, i luoghi, le tappe, le soste, le ripartenze. Prendersi cura della donna, del bambino. Ascolta dunque. E poi diventa anche tu custode, come lo è Dio per te.

*Omelia del 28 dicembre 2014: Festa dei Ss. Innocenti, martiri (Rito ambrosiano: Ger 31,15-18.20; Rm 8,14-21; Mt 2,13b-18). Fonte: http://www.sullasoglia.it/omelie/ambrosiano/ottava-natale-santi-innoc-amb-28-12-2014.htm

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CHI PENSA ALLE GENERAZIONI FUTURE?

IL DOLORE INNOCENTE SPINGE AD APRIRCI AD ALTRE DIMENSIONI E SPERANZE

di don Giorgio De Capitani*

Fantasie galoppanti. Nonostante sia domenica, che per il nostro rito ambrosiano non cede mai il posto ad una festività dei santi, la Liturgia celebra gli Innocenti. Anche i bambini fatti uccidere da Erode il Grande appartengono ai “comites Christi”, ovvero ai compagni di Cristo, i più vicini nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio. Dico subito che l’episodio, che ci è stato tramandato solo da Matteo, merita una particolare esegesi, cioè una interpretazione che va oltre il racconto in sé, tanto più che la nostra fantasia ha aggiunto parecchio di suo. Basterebbe pensare al numero dei bambini uccisi: si è arrivato a pensare che fossero migliaia (qualcuno ha parlato di 14 mila!), quando gli storici dicono che non potevano essere più di una ventina. Infatti, secondo Giuseppe Ricciotti, storico biblista, il numero dei bambini nati a Betlemme in quel periodo, essendo circa mille gli abitanti, poteva aggirarsi intorno ai sessanta (da due anni in giù). Volendo però Erode uccidere solo i bambini maschi il numero degli uccisi è dunque, approssimativamente, di circa 30 neonati e, considerando che la mortalità infantile nel Vicino Oriente era molto alta, il numero si restringe a circa 20. Ecco perché parlavo di fantasia galoppante!
Sanguinario. La maggioranza degli studiosi moderni nega la storicità dell’episodio, anche per il mancato riscontro nelle opere di Giuseppe Flavio, fonte principale della storia giudaica del I secolo. Altri studiosi ne accettano invece la storicità in quanto l’episodio si inserirebbe perfettamente nel carattere e nella modalità di governare che ebbe Erode, uomo crudele e sanguinario; questi, avvertendo il pericolo di un’usurpazione, non avrebbe esitato infatti ad uccidere in diverse occasioni una moglie, tre cognati, una suocera, tre figli e alcune centinaia di oppositori. Secondo Macrobio, l’imperatore Augusto, ricevuta la notizia della morte dei figli di Erode, Alessandro e Aristobulo conosciuti molto bene dallo stesso Augusto, ebbe a dire: «È meglio essere il maiale di Erode piuttosto che uno dei suoi figli»; infatti Erode, essendo giudaizzato, non mangiava carne di maiale, anche se non esitò ad uccidere i suoi stessi figli. Detto questo, a noi interessa fare una seria esegesi biblica del testo. Che sia storico o no l’episodio, ci può interessare fino a un certo punto. La domanda vera è questa: come va letto l’episodio? come uno tra i tanti delitti compiuti da Erode il Grande?
Profezia. All’inizio vi dicevo che solo Matteo ci ha tramandato l’uccisione dei bambini di Betlemme. Ed ecco il punto chiave: l’evangelista lo inserisce in un contesto “profetico”, cioè di profezie, che non va sottovalutato. Anzitutto, l’episodio viene narrato subito dopo la storia dei magi, quasi che Erode, preso in giro da loro per non essere tornati per avvertirlo della nascita del Bambino misterioso, si fosse poi vendicato facendo uccidere i bambini di Betlemme. Ma, come vedremo durante l’omelia dell’Epifania, la storia dei magi è un “midrash”, cioè non è un racconto da prendere alla lettera. Ma c’è di più. Matteo, scrivendo il suo Vangelo ai cristiani provenienti dal mondo giudaico, continuamente ricorre alle profezie, che gli ebrei conoscevano molto bene. Qualche storico ha contato il numero di queste citazioni profetiche presenti nel primo Vangelo: sarebbero una settantina. Perché Matteo è ricorso così frequentemente alle profezie? Lo ha fatto per collegare l’attesa d’Israele alla figura e alla parola di Gesù. Come dire: vedete, Gesù è veramente il messia atteso dai profeti. Perché non gli avete creduto? Potete ancora ricredervi.
Osea e Geremia. Il brano di Matteo della Messa di oggi cita proprio due di queste profezie: la prima è di Osea, il quale al capitolo 11, primi versetti, scrive: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio». “Figlio” sta per Israele, ma il profeta ha visto qualcosa di più, di oltre: il Messia. Secondo la lettura diciamo simbolico-spirituale delle prime comunità, anche Cristo ha ripercorso alcune tappe della storia del suo popolo: una di queste era la schiavitù egiziana. Ecco la domanda: come mai Maria, Giuseppe e il bambino Gesù si erano recati in Egitto? Risposta: sono dovuti fuggire a causa della persecuzione di Erode. La persecuzione di Erode: altro tema che ricordava il faraone che ha perseguitato gli antichi ebrei, uccidendo i neonati maschi in quella notte di liberazione, per evitare che il popolo fuggisse dall’Egitto, agli ordini di Mosè. L’episodio della strage dei bambini innocenti non viene però inventato di sana pianta per giustificare la fuga in Egitto. Qui entra in scena un’altra profezia, questa volta molto interessante. È quella di Geremia, citata sempre da Matteo, e riportata nel primo brano della Messa. «Una voce si ode a Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più».
Folla di disperati. Chi era Rachele? Era la moglie prediletta di Giacobbe. Mentre, incinta del secondo figlio sta per giungere a Efrata, nel circondario di Betlemme, è scossa da un parto difficile e la sua situazione è drammatica. Scrive l’autore della Genesi: «Mentre esalava l’ultimo respiro, perché stava morendo, essa lo chiamò Ben-onì (“figlio del mio dolore”), ma suo padre lo chiamò Beniamino (“figlio della destra”), cioè della fortuna» (Gen 35,18). Secoli dopo quell’evento, nel 586 a.C., davanti a Gerusalemme diroccata dall’esercito babilonese, Geremia riprende quel ricordo e lo ambienta a Rama, una località 17 chilometri a nord di Gerusalemme. A Rama erano stati concentrati dai babilonesi tutti gli ebrei che si sarebbero poi incamminati per l’esilio verso Babilonia. Su questa folla di disperati il profeta immagina che si erga la figura statuaria di Rachele; questo spettro solenne sembra piangere non più la sua morte, ma la morte degli ebrei, quelli caduti nell’assedio di Gerusalemme e quelli ora deportati. L’evangelista Matteo, in dissolvenza, riproduce la stessa scena dipinta da Geremia, ma ambientandola a Efrata, cioè a Betlemme, ove si leva il pianto delle madre dei bimbi fatti uccidere da Erode.
Speranza per i discendenti. Mi sono dilungato forse troppo con una spiegazione di tipo esegetico del primo e del terzo brano della Messa. Adesso vi aspetterete che io faccia qualche considerazione. Non voglio però cadere nello scontato. Tanti preti avranno parlato oggi della fine tragica di tanti bambini innocenti, fatti abortire prima di nascere, uccisi dalla fame, dalla violenza, magari da madri snaturate. Senza negare le tragedie quotidiane che vedono questi piccoli vittime di una società balorda, vorrei invece soffermarmi sulle parole di conforto, che riguardano anzitutto noi adulti, che siamo i primi responsabili di ciò che succede in questo mondo. Il Signore ripete anche a noi le parole che ha rivolto alla figura immaginaria di Rachele: «Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c’è un compenso alle tue fatiche… essi (gli esuli ebrei) torneranno dal paese nemico. C’è una speranza per la tua discendenza… I tuoi figli ritorneranno nella loro terra». E, rivolgendosi poi al popolo d’Israele, rappresentato da Efraim, più volte colpito dalla punizione divina, e che per questo si lamenta, il Signore lo conforta con queste parole: «Il mio cuore (letteralmente “le mie viscere”) si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza».
Guardare avanti. Il problema del male e della sofferenza degli innocenti nessuno potrà mai risolvere, tanto meno urlando tutta la propria rabbia. Bisogna sempre guardare avanti. Il Signore ancora ci ripete: “C’è una speranza per la tua discendenza”. Noi adulti, purtroppo, abbiamo un grosso peccato: ci sembra che il mondo finisca con noi. In fondo, non siamo che decrepiti egoisti: pensiamo solo alla terra che viene a mancare sotto i nostri vacillanti piedi. Ma il Signore ci invita a pensare alla nostra discendenza. Dobbiamo seminare, altri raccoglieranno. Certo, spetta a noi oggi seminare speranze, quelle eterne. Ma in che modo? Lamentandoci come la biblica Rachele che osserva, afflitta, la massa di disperati che vanno verso l’esilio? Il Signore ci conforta: “I tuoi figli ritorneranno nella loro terra”. Noi siamo così ossessivamente aggrappati al nostro pezzetto di terra che la consumiamo quasi tutta, senza permettere ai figli di poterla godere, ma i figli devono già imparare che, a loro volta, dovranno lasciare in eredità la possibilità ai loro discendenti di continuare il ritmo della vita. Un ritmo che, nonostante tutto, continua di generazione in generazione.

*Omelia del 28 dicembre 2014: Festa dei Ss. Innocenti, martiri (Rito ambrosiano: Ger 31,15-18.20; Rm 8,14-21; Mt 2,13b-18). Fonte: http://www.dongiorgio.it/28/12/2014/omelie-2014-di-don-giorgio-festivita-dei-santi-innocenti-martiri/

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