Brianzecum

aprile 27, 2017

VERSO UN MONDO MENO VIOLENTO?

NUOVE ACQUISIZIONI TEOLOGICHE TOLGONO RADICALMENTE OGNI LEGITTIMAZIONE RELIGIOSA ALLA VIOLENZA

                       schema

I    – La violenza organica al mondo

II   – La nonviolenza estranea alla Chiesa

III – Il mondo è più o meno violento di ieri?

IV – La nonviolenza all’opera

V  – La chiesa ha adottato la nonviolenza

VI – Come è cambiato l’annuncio

VII- Spes contra spem

Discorso tenuto da Raniero La Valle il 21 aprile 2017 ad Alessano (Lecce), nel ricordo del vescovo don Tonino Bello e del sindaco di Molfetta Guglielmo Minervini  Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2017/04/il-mondo-e-piu-o-meno-violento-di-ieri.html

I – LA VIOLENZA ORGANICA AL MONDO

È nel ricordo di don Tonino Bello e di Guglielmo Minervini che vogliamo guardare oggi al tema della nonviolenza a cui essi hanno dedicato la vita, il primo facendone il cuore della propria azione pastorale, il secondo della propria azione amministrativa e politica. In quale situazione essi hanno dato la loro testimonianza? Essi hanno vissuto in una situazione in cui la violenza era del tutto organica al mondo, mentre la nonviolenza era opposta allo spirito del mondo. Non altrettanto essa era opposta allo spirito della Chiesa, grazie al Vangelo, ma certamente la nonviolenza era estranea alla cultura e alla immagine della Chiesa.

a) Il primo punto è che la violenza era organica al mondo. Essa infatti, nella dimensione pubblica non solo era legittima (essendo stato conferito al potere pubblico il monopolio della violenza) ma fungeva da giudice di ultima istanza. Vale a dire che alla fine a decidere era la violenza. Nella seconda guerra mondiale la bomba atomica è stata il giudice finale. Trump che getta la bomba-madre sull’Afghanistan, dice che l’ultima decisione sarà la sua. Le Brigate Rosse in Italia elessero la violenza come ultimo giudice tra il potere e l’antipotere. La stessa cosa fa oggi il terrorismo internazionale. Anche nella dimensione privata la violenza si mostrava inarginata; basti pensare al Far West americano, alla violenza nei rapporti di lavoro, nella fabbriche, nei campi, nelle famiglie, alla violenza sulle donne, al bullismo, alla manovalanza delle mafie e delle camorre.

b) Il secondo punto è che la nonviolenza era opposta allo spirito del mondo. Che cosa è lo spirito del mondo? C’è una lettera di Hegel del 1806, scritta da Jena, il luogo della grande battaglia vinta da Napoleone contro l’esercito prussiano. In questa lettera citata da Jacob Taubes, che è un filosofo e rabbino ebreo innamoratosi di San Paolo, Hegel scrive di aver visto quella mattina l’imperatore, questo “spirito del mondo” uscire a cavallo dalla città per andare in ricognizione. Lo spirito del mondo è Napoleone a cavallo; è dunque nel potere violento che si incarna lo Spirito assoluto di cui parlava Hegel; questo è lo spirito del mondo che nella Prima lettera ai Corinti san Paolo contrappone al pneuma tou Theoù, allo spirito di Dio. La violenza dunque non solo è la pratica del mondo, ciò che il mondo fa, ma è anche la sua ideologia, ciò che il mondo pensa di sé.

II – LA NONVIOLENZA ESTRANEA ALLA CHIESA

c) Il terzo punto è che la nonviolenza era sostanzialmente estranea alla Chiesa. Avrebbe dovuto esprimere l’identità della Chiesa, dato che la Chiesa nasce dal Vangelo. Invece la nonviolenza non stava di casa nella Chiesa. Il problema è che c’era una radice di violenza nella stessa concezione di Dio inteso come giudice, come vendicatore, come esattore di sacrifici ed olocausti, come un Dio forte in battaglia. La stessa rivelazione, nella sua fase ancora acerba e immatura aveva tramandato immagini incoerenti di Dio, come è attestato in alcune pagine molto dure della Bibbia. Può sembrare azzardato parlare di una incoerenza nella stessa rivelazione. Certo non è incoerente la rivelazione che si manifesta nella persona di Gesù, nel suo insegnamento. Gesù non è incoerente. Però c’è un perfezionamento della fede, e perciò un’evoluzione nel credere, di cui è causa lo stesso Gesù, che la lettera agli Ebrei definisce “autore e perfezionatore della fede” (Eb. 12, 2). Dunque la fede non sta ferma, si sviluppa, non è un deposito immoto. E questo perfezionamento o arricchimento della fede non è concluso, ma continua per mezzo dello Spirito Santo che si incarica di condurci a tutta intera la verità; questa, almeno, è la promessa di Gesù (Giov. 16,13). Non c’è incoerenza in questo disvelamento progressivo dei “segreti” di Dio. Ma nella Bibbia, che è “Parola di Dio” scritta però da mani e con mente d’uomo, queste incoerenze sussistono.

Incoerenze soppresse. Si può vedere una di queste incoerenze (e forse la maggiore) in uno stesso versetto della profezia di Isaia, il v. 2 del cap. 61, laddove il profeta annuncia e promette “un anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta del nostro Dio”. È una profezia importante perché è quella che Gesù legge agli ebrei nella sinagoga di Nazaret, per dire che quella profezia si realizzava quel giorno davanti a loro. Ma Gesù non fa finta che l’incoerenza non ci sia, annunciando due cose contraddittorie, come noi ancora facciamo, per esempio nelle letture che proclamiamo nella veglia pasquale, dove appare un Dio incoerente, che uccide i bambini egiziani e passa salvando gli ebrei. Gesù vede l’incoerenza di quella profezia, non cerca di risolverla col gioco delle interpretazioni o delle allegorie, ma semplicemente la sopprime. Egli interrompe la lettura di Isaia a metà versetto, riconsegnando il rotolo all’inserviente, e dunque annunciando la misericordia e negando la vendetta. È molto interessante che dopo una conferenza in cui io avevo citato questo comportamento di Gesù, il rabbino di Firenze, che era presente, avvicinatosi, mi ha chiesto: “secondo lei Gesù, così facendo nella sinagoga di Nazaret, l’ha fatto come cristiano o come ebreo?”. Naturalmente Gesù era ebreo, “un ebreo di Galilea”, come ci ha insegnato Giuseppe Barbaglio. E con questa domanda il rabbino voleva dire che anche gli ebrei sono d’accordo, e che dunque come ha fatto Gesù la Bibbia si deve leggere purificandola delle incoerenze di Dio che vi sono “depositate”.

Malicidio . La Chiesa di don Tonino Bello, di Minervini, la Chiesa in cui anche noi abbiamo vissuto è una Chiesa che non si era separata dalla violenza. Aveva teorizzato la guerra giusta, aveva fatto le Crociate; san Bernardo, che pure era un mistico, aveva spiegato che uccidere un infedele non è un omicidio, ma un malicidio. Certo, gli “infedeli” non erano stati da meno, come dimostrano gli 800 martiri di Otranto, trucidati tutti insieme per non aver voluto passare all’Islam. In ogni caso la Chiesa aveva acceso i roghi per gli eretici e per le streghe, la pena di morte era vigente perfino nello Stato pontificio; a Roma, in piazza del Popolo, si faceva con “mazzola e squarto”; poi passava la “Ven. Arciconfraternita di Gesù, Maria e Giuseppe dell’anime più bisognose del Purgatorio” a fare la questua per l’Anima del condannato, senza però fermarsi “in tempo della Giustizia nella Piazza del Patibolo”, come diceva la convocazione dei Fratelli questuanti, di cui ho una copia in casa mia; essa assicurava che per tal Opera Pia essi avrebbero acquistato “merito grande appresso Dio”. E quella cultura rimase nella Chiesa, ben oltre la fine dello Stato pontificio: quando nel 1960 andai a dirigere “l’Avvenire d’Italia”, un regista francese, Autant Lara, fece un bellissimo film contro la pena di morte e in favore dell’obiezione di coscienza, “Tu ne tueras point” (1961); il film fu censurato, ma “l’Avvenire d’Italia” ne fece una critica molto favorevole e il vescovo di Vicenza protestò duramente col cardinale Lercaro, arcivescovo di Bologna, tutore del giornale. Fu quella la prima grave crisi del quotidiano cattolico, che fu chiuso poi dopo il Concilio. In questo contesto don Tonino e Minervini sono stati nonviolenti, uno come vescovo, l’altro come politico. Ed era una scelta difficile, a caro prezzo, e spesso umanamente perdente.

III – IL MONDO È PIÙ O MENO VIOLENTO DI IERI?

Più pericolosa se inconsapevole. Ora la domanda è: rispetto alla situazione che hanno vissuto, i testimoni di allora come la vedrebbero oggi? C’è oggi più o meno violenza? È la domanda che si è posta papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno, scrivendo: “Non è facile sapere se il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri né se i moderni mezzi di comunicazione ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa”. Io proverei a rispondere a questa difficile domanda. Come ieri, la violenza sembra organica al mondo. Si direbbe che il mondo non sappia fare altro, e anzi che la violenza sia diventata maggiore. La bomba gettata da Trump sull’Afghanistan è maggiore di tutte le altre bombe, di poco inferiore all’atomica; l’«Armada» navale mandata contro la Corea del Nord è di una forza senza pari; la violenza dei terroristi dello Stato che si dice islamico è maggiore, spesso più efferata della violenza finora usata da altri terroristi o giustizieri. Però c’è qualche segno di una caduta di livello, di una perdita di credibilità, di una diminuita potenza e sovranità della violenza. Una violenza che grida, che fa molto chiasso, che dà di matto, è meno efficace di una violenza che agisce, che è esercitata con fredda razionalità. E la gente se ne inquieta di più, perché capisce che quanto più è inconsapevole, tanto più è pericolosa.

Demenza e alienazone. Pertanto io credo che la violenza oggi mostri più apertamente la sua alienazione, la sua inevitabile demenza, la sua estraneità a un progetto che sia umano. Perciò per quanto possa apparire ancora organica al mondo e allo spirito del mondo, essa sembra abitare nell’organismo del mondo più come un delirio che come una decisione, più come un’anomalia che come una regola, più come un oggetto di rigetto che come un destino. Perciò a me pare che da un lato oggi la violenza sia più pericolosa, perché i diversi focolai della guerra mondiale a pezzi già da tre anni diagnosticata dal papa potrebbero fondersi in un unico grande incendio, ma dall’altro la violenza sia più debole, meno connaturale al mondo, meno utile agli stessi progetti di dominio, più stigmatizzata dall’opinione pubblica, se non altro per l’effetto di potenti anticorpi suscitati nel consorzio umano dalle violenze perpetrate fin qui. Anzi ho la forte percezione che la nonviolenza abbia gettato i suoi semi nel mondo e abbia operato nel cuore del Novecento più di quanto non sia stato fin qui riconosciuto. Mi sembra infatti che la generazione dei don Tonino, dei Minervini, di don Milani, di Gandhi, di La Pira, di Hammarskjöld, di papa Giovanni, dei movimenti per la pace non sia passata invano.

IV – LA NONVIOLENZA ALL’OPERA

Vogliamo ricordare qualche esempio di questa non violenza all’opera? Pensiamo alla fine dei blocchi. Che cosa è stata se non il frutto della nonviolenza penetrata nella cultura del Novecento la fine incruenta dei blocchi ad opera della parte considerata più violenta di essi, ossia del comunismo fattosi Stato in Unione Sovietica? Si dirà che ciò è avvenuto perché il comunismo si è riconosciuto più debole, è stato sconfitto. Ma se fosse stato solo sconfitto la sua sarebbe stata solo una capitolazione, una resa, e a vincere sarebbero stati solo le armi e i dollari. Invece così non è stato. Invece era avvenuto qualcosa nel pensiero, tanto è vero che con Gorbaciov si è parlato di un “nuovo pensiero politico”; ed era avvenuto un dialogo tra i punti più alti delle due culture: basti ricordare i colloqui lapiriani di Firenze, e i colloqui della Paulus Gesellschaft, con l’apporto della stessa Santa Sede, sulle due antropologie, la cristiana e la marxista. E nell’incredulità dei più il comunismo, magari da noi ribattezzato come eurocomunismo, era diventato pacifico. La fine dei blocchi venne pertanto grazie all’azione riformatrice di Gorbaciov, venne con la dichiarazione di Nuova Delhi del 1987, in cui Gorbaciov e Rajiv Gandhi proposero, inascoltati dall’Occidente, di costruire “un mondo senza armi nucleari e non violento”, venne infine con l’ordine di Mosca ai comunisti tedeschi pressati dai berlinesi: aprite il muro, fateli passare. Furono smentiti così quelli che consideravano il comunismo il male assoluto, e in base a questa idea si comportavano in tutte le loro scelte umane e politiche; i veri sconfitti sono stati loro, anche se hanno vinto, e con la loro povera cultura hanno interpretato la fine del comunismo semplicemente come la resa del nemico. Ricordo quando il ministro degli esteri di allora, il socialista De Michelis, venne tutto giulivo alla Camera a dire: sapete, la guerra fredda è finita e noi l’abbiamo vinta. Invece quegli eventi avevano dimostrato che la violenza non era organica al mondo, che la nonviolenza era possibile.

Poi di questo si è fatto pessimo uso, perché la cultura dei vincitori ha determinato il nuovo assetto del mondo, creando un mondo peggiore di prima. Essi hanno fatto del denaro il sovrano del mondo, hanno ripreso l’uso della guerra, hanno fatto guerre di ogni tipo per deporre e uccidere despoti sgraditi, come Saddam Hussein, Milosevic e Gheddafi, per far tornare l’Iraq all’età della pietra, come graziosamente si espresse la signora Thatcher, guerre per il Kuwait e per il Kosovo, contro i talebani e contro il terrorismo. Eppure si diceva che quelle guerre si facevano controvoglia, o per ragioni umanitarie, perché era d’obbligo il linguaggio politicamente corretto, che è un linguaggio in cui la violenza è ufficialmente stigmatizzata, anche se copre quella effettivamente inflitta.

Meno prestigio alla violenza. Ma ci sono altri sintomi di crisi delle ragioni della violenza. Il più vistoso è che si è creata una sorprendete asimmetria di fronte al dilagare della violenza intitolata all’estremismo islamista, del cosiddetto Stato islamico. Poteva esserci una guerra di religione e non c’è stata. E non c’è stata perché per farla bisogna essere in due. L’Occidente la farebbe volentieri, come l’ha sempre fatta anche se mascherata in molteplici modi, ma questa volta non la può fare. Il cristianesimo non ci sta. La violenza di Trump è più scatenata di quella di altri presidenti americani, ma è senza un retroterra ed è incurante della logica, non è fondata su una pretesa etica, non ha alibi religiosi, è sprovvista di una motivazione razionale. È una violenza che in un certo senso precede il cogito cartesiano, è violenza e basta. È più pericolosa, ma sempre più come estranea al mondo normale. Perfino la flotta, se Trump le dice di andare verso la Corea, non gli dà retta, se ne va verso l’Australia. La violenza perde prestigio, si mostra sempre più come la malattia, non come la soluzione.

V – LA CHIESA HA ADOTTATO LA NONVIOLENZA

Naturalmente queste sono valutazioni che si possono discutere. Però di sicuro è successa una cosa imprevista, una cosa straordinaria. La Chiesa cattolica ha adottato la nonviolenza. Essa non le è più estranea, non è una cosa “altra” rispetto al Dio che essa annunzia. Per contro la violenza è bandita anche come giustizia di ultima istanza, ed è proprio la nonviolenza che oggi appare organica alla Chiesa, ed organica alla figura di Dio quale oggi è mostrata e predicata dalla Chiesa. Si dirà che questa è una novità comparsa con papa Francesco, e finirà con lui. Ma non c’è papa senza Chiesa, e la cosa non è cominciata con lui, è cominciata con Gesù. È lui che ha mostrato un Dio in cui non c’è violenza, ed è stato lui che ha dato luogo a una Chiesa dotata di uno spirito di pace e non di afflizione (Ger. 29, 11), opposto allo spirito del mondo. Tuttavia non c’è dubbio che la drammatica attualizzazione di questo messaggio evangelico si deve al magistero pastorale di papa Francesco.

Il più alto precedente di questa opzione di non violenza nella recente vita ecclesiale è la “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, e la sua ricezione nel Concilio Vaticano II. Però quello più che un precedente è stato un inizio. Francesco, il Concilio e papa Giovanni fanno infatti tutt’uno, non sono diversi eventi lontani uno dall’altro, ma un unico evento; basti ricordare che l’anno della misericordia è stato indetto da Francesco per l’8 dicembre 2015, nello stesso giorno, dopo 50 anni, in cui era finito il Concilio, quasi a riprenderlo e continuarlo. La novità sta nel fatto che Francesco ha ripreso l’“aggiornamento” pastorale avviato dal Concilio, ma vi ha aggiunto un decisivo “aggiornamento” teologico. Come aveva detto Karl Rahner del Concilio, non cambia solo l’annunciatore, cambia l’annuncio.

VI – COME È CAMBIATO L’ANNUNCIO

1) Prima di tutto è cambiata la presentazione del volto di Dio. Nella percezione umana, fin dai tempi più antichi, come ha documentato Rudolf Otto nella sua ricerca su “Il sacro”, il volto di Dio è stato nello stesso tempo terribilis et fascinans, affascinante e terribile, quello di un re “tremendae maiestatis”, come canta il “Dies irae”. Quello presentato oggi dalla Chiesa di papa Francesco è invece un “misericordiae vultus”, un volto di misericordia, come dicono le prime parole della bolla di indizione del Giubileo straordinario. Di chi è questo volto? Questo volto è il volto del Padre; esso si rende visibile in Gesù ma è il volto della misericordia del Padre. A noi, nella nostra tradizione di fede, è familiare la misericordia del Signore Gesù, il Vangelo non fa che raccontarla; papa Francesco l’ha ricapitolata nel suo messaggio per il 1 gennaio scorso sulla nonviolenza, ricordando che Gesù ha insegnato ad amare i nemici, a porgere l’altra guancia, ha impedito che venisse lapidata l’adultera, ha fatto rimettere a Pietro la spada nel fodero, nell’orto degli ulivi, e ha tracciata “la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce”.

Anche il Padre sulla croce. Eravamo meno abituati invece all’idea della misericordia del Padre, troppo spesso sovrastata dall’idea della giustizia e della punizione, né eravamo abituati a pensare che sulla croce fosse salito il Padre, non solo il Figlio. Ma nella predicazione di papa Francesco in Dio non c’è che misericordia, Dio perdona sempre, è sempre primo nell’amore; né in lui c’è ombra di violenza, e c’è il dolore di Dio. Egli per amore dell’uomo si fa scacciare dal mondo e sale sulla croce col Figlio. Ad Auschwitz quando, secondo il racconto di Elia Wiesel, degli ebrei riconobbero in tre ragazzi impiccati Dio stesso che pendeva dalla forca, non potevano riconoscervi Cristo, il Figlio, perché erano ebrei, ma vi riconobbero il Dio stesso della creazione, dell’alleanza. Dunque è lui sulla forca, e lui è crocefisso col Figlio. C’è un documento del 2013 della Commissione Teologica Internazionale sul monoteismo e la violenza, in cui si riconosce e si afferma la radicale separazione del cristianesimo da ogni visione che implichi una violenza di Dio; e in ciò si vede l’inizio di un tempo nuovo. Ebbene in questo documento si dice che la supposta violenza di Dio è stata definitivamente smentita e rovesciata sulla croce. Non ci può essere una violenza di Dio se il Dio è quello che è salito sulla croce. Infatti sulla croce non è salito un uomo qualunque, dicono i teologi del Papa citando il secondo concilio di Costantinopoli, ma “Unus de Trinitate passus est“. Uno della Trinità stava li sulla croce, non era solo l’uomo Gesù, era il Dio della Trinità che stava sulla croce.

2) Allo stesso modo è cambiata la comprensione del rapporto tra misericordia e giustizia di Dio. «Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge» dice papa Francesco nella “Misericordiae vultus” E si appella all’autorità di san Tommaso che dice: « È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza ». È per questo, commenta il papa, «che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: “O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono”. Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso».

Giustificazione per fede. Il cambiamento consiste nel comprendere che in Dio giustizia e misericordia sono la stessa cosa. Esse sono in dialettica, in contrasto, se viene riferito a Dio un concetto antropomorfico di giustizia, la giustizia come retribuzione, come il pareggio di una pesata eguale, come l’ “unicuique suum” che sta scritto perfino sotto la testata dell’«Osservatore Romano». Ma la giustizia di Dio non è affatto questa, non è la vendetta, non è rendere male per male, la giustizia di Dio è il rendere giusti, è la giustificazione per fede, come dice Paolo, è la grazia.

3) Questa più matura percezione della misericordia e della giustizia di Dio ha fatto cadere la concezione vendicativa e punitiva della dottrina del peccato originale e delle sue conseguenze nel sacrificio che il Padre avrebbe preteso dal Figlio. Questa concezione, come ha detto lo stesso Benedetto XVI, papa emerito, in un’intervista all’ “Osservatore Romano” “è diventata oggi per noi certo incomprensibile”. mentre la dottrina di Sant’Anselmo, che l’ha diffusa in tutta la Chiesa “non è solo incomprensibile oggi – ha detto Ratzinger – ma, a partire dalla teologia trinitaria, è in sé del tutto errata“.

Dolore del Padre. Nell’attuale coscienza ecclesiale il peccato originale non è alzare la mano verso il frutto dell’albero della conoscenza, come se ciò fosse alzare la mano contro Dio, ma è alzare la mano contro il fratello. Nel mausoleo di Yad Vashem a Gerusalemme, papa Francesco ha evocato come il vero peccatore originario non Adamo ma Caino, ed è a lui che ha immaginato si rivolgessero le parole di dolore di Dio nel giardino: “Dove sei, uomo? Dove sei finito? In questo luogo, memoriale della Shoah, sentiamo risuonare questa domanda di Dio: ‘Adamo, dove sei?’. In questa domanda ha detto il papa – c’è tutto il dolore del Padre che ha perso il figlio. Il Padre conosceva il rischio della libertà; sapeva che il figlio avrebbe potuto perdersi ma forse nemmeno il Padre poteva immaginare una tale caduta, un tale abisso! Quel grido: ‘Dove sei?’, qui, di fronte alla tragedia incommensurabile dell’Olocausto, risuona come una voce che si perde in un abisso senza fondo…” Così il papa a Gerusalemme. Per completare questa cognizione della misericordia del Padre, peraltro, bisogna ricordare che Dio non ha distrutto Caino, ma ha posto un sigillo sulla sua fronte, una specie di salvacondotto divino, dicendo: “Nessuno uccida Caino”.

Valore antropologico. Per questo abbiamo detto che una guerra religiosa oggi non si può fare. Perché in Dio non c’è violenza, “il Dio della guerra non esiste”, come ha detto il papa commentando il vangelo a Santa Marta, e il cristianesimo prende definitivo congedo dal Dio violento. Infatti, come dice il documento già citato dei teologi del papa riuniti nella commissione internazionale, il Dio violento, foriero delle guerre di religione, è il frutto di un fraintendimento della fede, e l’eccitazione alla violenza in nome di Dio è “la massima corruzione della religione”. Perciò il papa ha detto al terzo incontro mondiale dei movimenti popolari e poi ha ribadito con forza nel messaggio per la giornata della pace del 1 gennaio scorso: “Nessuna religione è terrorista, la violenza è una profanazione del nome di Dio. Non stanchiamoci mai di ripeterlo. “Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa, non la guerra!” Nello stesso messaggio il papa ha fondato la nonviolenza sulla dignità immensa della persona, che deriva dall’essere immagine e somiglianza di Dio; dunque la scelta nonviolenta non è solo una scelta ideologica o politica, il suo valore è antropologico, entra nella definizione dell’uomo. Essa però non ha solo un valore teorico, anzi con essa, secondo il papa, si sono raggiunti risultati impressionanti, ed ha citato Gandhi, il suo omologo musulmano Ghaffar Khan, il nonviolento del Pakistan, Leymah Gobwee e le altre donne liberiane nonviolente che hanno lottato per la pace in Liberia, Martin Luther King, i cristiani che hanno contribuito al superamento dei due blocchi in Europa.

VII – SPES CONTRA SPEM

A questo punto possiamo dire che alla domanda iniziale, se oggi il mondo sia più o meno violento di ieri, si può dare una risposta in positivo e piena di speranza; però una spes contra spem, se ogni momento siamo richiamati allo spettacolo della violenza. In effetti c’è ancora un grande cammino da fare. E perché possa essere fatto occorre una revisione critica del passato, un pentimento dei peccati, degli errori e delle violenze del passato, portando avanti quel processo di purificazione della memoria che il papa Giovanni Paolo II aveva messo al centro dell’Anno santo del 2000. Secondo la Bolla di indizione di quel Giubileo, la purificazione della memoria doveva consistere nel processo volto a liberare la coscienza personale e collettiva da tutte le forme di risentimento o di violenza, che l’eredità di colpe del passato poteva avervi lasciato, mediante una rinnovata valutazione storica e teologica degli eventi in esse implicati che conducesse ad un reale cammino di riconciliazione. E’ evidente che questo riguardava non solo le persone ma le Chiese.

Concezione di Dio. Oggi siamo andati più avanti. Infatti abbiamo capito che questa purificazione della memoria non basta, anzi nemmeno si può fare, se non passa attraverso una purificazione della concezione che abbiamo avuto di Dio. D’altra parte che cosa c’è nella memoria dell’umanità di più diffuso e di più profondo che la memoria di Dio? Come Dio è stato recepito e percepito, così è stata l’umanità e sono state le Chiese. La storia della violenza è stata indissociabile dalla storia di Dio nella storia. Perciò la purificazione della memoria è prima di tutto la purificazione della percezione e immagine di Dio. Ciò diventa veramente oggi, come dice il documento romano dei teologi del papa, “inseparabile dal futuro del cristianesimo” e offre alle culture secolari e alle religioni del mondo la reale opportunità per “un ripensamento dell’idea di religione”; e così potrà fiorire la pace sulle terre. Papa Francesco ha aperto il cantiere; e questo diventa ora il compito decisivo non solo delle religioni e delle Chiese, ma il compito di questa e delle prossime generazioni.

Raniero La Valle

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febbraio 6, 2017

CHE COSA È LA NON VIOLENZA CRISTIANA: TRE PUNTI CRUCIALI

UNA NUOVA SOCIETÀ, CON LA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI; UN NUOVO METODO, CON LA FIDUCIA NELLE PERSONE ANZICHÈ NELLE ARMI; SPEZZARE LA CONCATENAZIONE DELLE VIOLENZE SEGUENDO L’INSEGNAMENTO DELLE BEATITUDINI

di Antonino Drago Intervento nella veglia di preghiera per 50° Giornata Mondiale della Pace – Diocesi di Pisa 27 gennaio 2017; fonte: http://serenoregis.org/2017/01/31/che-cosa-e-la-non-violenza-cristiana-tre-punti-cruciali-antonino-drago/

1) Nuova società da perseguire. Lanza del Vasto nel 1928 si è laureato alla università di Pisa e poi è andato in India dove è stato discepolo di Gandhi. Quando è tornato in Europa ha fondato comunità che cercano di realizzare la non violenza sotto tutti gli aspetti della vita sociale; e anche nella vita intellettuale ha fondato una teoria della non violenza. Queste sue fondazioni indicano un punto cruciale della non violenza; essa vuole costruire non solo nuovi rapporti umani, più gradevoli, ma anche una nuova società. Anche Papa Francesco lo dice nel titolo della 50° Giornata mondiale per la Pace: la non violenza è lo “stile di una politica per fare la pace”. Per dare l’esempio di questo nuovo stile, egli, nel chiedere agli Stati la “proibizione e abolizione delle armi nucleari (che minacciano il suicidio della intera umanità), per la prima volta non ha posto condizioni (quindi non ha più aggiunto la gradualità, o il consenso di tutte le superpotenze). Cioè, sin da ora: mai più armi nucleari! Con questo atto il Papa chiede di cambiare la politica dei Paesi cristiani, che purtroppo nel passato sono stati i primi a inventare le armi nucleari come obiettivo massimo della loro corsa ad armi sempre più catastrofiche. Con questo suo appello incondizionato egli prepara nel migliore dei modi le due conferenze mondiali ONU che quest’anno programmeranno il disarmo nucleare.

Rivoluzione dalla cultura indiana. Ma, si risponde, oggi c’è una continuità completa di armi che vanno dal coltello alla bomba nucleare; non esiste un gradino su cui arrestare la corsa agli armamenti; sempre verranno inventate nuove armi di ogni genere; col disarmo nucleare resterà sempre qualcuno che ha più armi degli altri. Come potremo reagire noi popolo? Qui c’è l’esempio di quell’omino indiano laico, di nome Gandhi; il quale davanti alle armi dell’impero coloniale britannico ha agito così efficacemente col suo popolo che è stato chiamato Mahatma, grande anima. Come racconta Lanza del Vasto: “Nella Storia, gli disse uno dei suoi interlocutori intorno al 1934, mai un popolo si è liberato dai suoi oppressori senza prendere le armi. Ebbene – Gandhi rispose con semplicità – noi scriveremo una nuova Storia. Dodici anni dopo era scritta e fatta.” Per la prima volta un popolo, quello indiano, ha ottenuto la indipendenza nazionale senza armi. E che popolo! Era il 10% della intera umanità di allora. E che oppressore! Era il massimo impero coloniale di tutti i tempi, che con le sue potentissime armi dominava quasi la metà della superficie terrestre. La parola chiave che ha ispirato le azioni di Gandhi è stata appunto “non violenza”. E’ la stessa parola che nel 1989 ha ispirato tutti i popoli che (a cominciare dalla cattolica Polonia col movimento Solidarnosc) si sono liberati da dittature che sembravano inamovibili, indifferenti anche ad una solenne scomunica. Papa Giovanni Paolo II lo ha subito notato, nel 1991: quelle liberazioni sono avvenute grazie “all’impegno non violento di uomini che hanno saputo ritrovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità.” Papa Francesco ha aggiunto: “Ne è nato un cambiamento epocale nella vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati.” Oggi, per rispondere alla storia che mette davanti all’umanità la vita o la morte nucleare, la risposta spiritualmente realistica e concreta è una conversione storica: sviluppare una vita non violenta invece che preparare la morte nucleare. Ecco per quale ragione oggi riflettiamo su una parola nuova, che non appartiene alla cultura ebraica e nemmeno a quella greco romana, ma a quella indiana: non violenza.

2) Nuovo metodo da adottare. Ma che cosa ha di nuovo la non violenza gandhiana? Qui c’è un secondo punto cruciale. Essa non è una cosa, né un’idea assoluta, né solo un sentimento; né è una tecnica (come sostengono i laicisti occidentali); ma è l’indicazione di un nuovo metodo. Essa indica che è bene evitare la violenza perché questa è negativa, porta a conseguenze catastrofiche. Perciò: “Agisci come meglio credi, ma non fare violenza all’altro.” E’ da notare che se si agisce così, allora si applica anche il consiglio del Padreterno: “Non uccidere”; e non solo in tempo di pace e nei soli rapporti personali, ma sempre! Non si può uccidere e pensare di amare l’altro. Lanza del Vasto ha scritto che quel consiglio “è stato scolpito sulla pietra proprio affinché non ci si aggiungessero note al margine, limitazioni di comodo, eccezioni da sfruttare.” Inoltre è da notare che quando in un conflitto si vuole evitare la violenza, occorre porre la propria fiducia non più sulle armi, ma sull’altra persona, chiunque egli sia; cioè, occorre avere verso di lui un atteggiamento di condivisione, di empatia, di fraternità, di amore. Questo è proprio l’insegnamento di Cristo: “Amate [anche] i vostri nemici”. La non violenza finalmente dà il metodo per applicarlo.

3) Le Beatitudini. Ma allora, quando fossimo dentro un conflitto che cosa ci succederà? E quando scoppiasse una guerra? Le azioni non violente di Gandhi, di M.L.King, dei popoli che nel 1989 si sono liberati da pesantissime dittature hanno chiarito che sì, per riuscire ad amare con intelligenza il nemico c’è da sopportare un volume di sofferenza che alle volte è molto grande; ma, si noti, è la minima sofferenza che è necessaria per risolvere il conflitto; perché, quando è accettata dall’inizio, spezza la concatenazione delle violenze e ci aiuta a capire meglio l’altro. Ricordiamo che anche Gesù, come ebreo, aveva di fronte un gigantesco esercito, quello dell’impero romano; egli ci ha insegnato che colui che vuole seguirlo nel suo conflitto con il mondo deve seguire la via della croce e della resurrezione; e quindi andrà a unire sofferenze con liberazioni così come indicano le Beatitudini. Qui la non violenza ci fa scoprire un terzo punto cruciale: come noi intendiamo il nostro Cristianesimo. A molti cristiani del passato le Beatitudini sono sembrate un invito ad accettare passivamente, da stupidi, un malvagio che si sfoga con piacere sui poveri, sui deboli, sui miti. Invece esse indicano che la accettazione della sofferenza fa giungere gradualmente alla soluzione di un conflitto; cioè fa fare tanta attenzione alla crescita della propria vita interiore (anche se c’è da sopportare un proprio danno) da scoprire le proposte d’amore da indirizzare alla vita interiore dell’altro, tanto da portarlo ad un accordo; proprio come fa una madre verso un figlio intemerato e irriconoscente. Infatti se guardiamo bene le Beatitudini vediamo che le prime quattro sono per lo più di tipo sopportativo ed esplorativo, perché spesso capita che non ci è chiaro da subito come reagire al male con la nostra vita interiore; poi le altre quattro sono per lo più di tipo attivo, a partire dall’avere misericordia verso la persona schiacciata dalla società, fino ad impegnarsi a fare la pace nei conflitti degli altri e infine lottare per la giustizia per tutti, anche al costo di suscitare reazioni negative. Pure ciò che promette Gesù ha un crescendo: prima promette che alla lunga il cristiano verrà liberato dalle sofferenze sopportate; poi promette di dargli occhi per vedere Dio (anche in uno sconosciuto) e infine di farsi chiamare dall’altro figlio di Dio nel realizzare con un accordo cooperativo il regno dei Cieli. Avendo coscienza di questo cammino, la sofferenza necessaria per sciogliere un conflitto può essere accettata con gioia e con pienezza d’animo, specie dopo aver fatto la comunione con proprio il corpo e il sangue di Gesù, cioè di colui che ha risolto con questo metodo non violento i peccati-conflitti del mondo.

E’ con gioia allora che noi cristiani cattolici accogliamo il metodo non violento, di cui in Italia ha dato un luminoso esempio il vescovo don Tonino Bello, già presidente di Pax Christi. Quel metodo ci riporta alla caratteristica del nostro cristianesimo, l’amore per i nemici. Inoltre questo metodo, come ha detto papa Francesco il 13 dicembre scorso, può essere partecipato dai credenti di tutte le religioni e anche dai non credenti. Infine esso porta ad un nuovo stile politico, quello che affronta i problemi del mondo non con le armi, ma con azioni non violente compiute da movimenti dal basso (che, grazie a Dio, oggi nel mondo sono tanti, come dimostrano le assemblee dei movimenti per la giustizia promossi da Papa Francesco).

 

dicembre 31, 2016

APPOGGIO AL MESSAGGIO DEL PAPA

IL MOVIMENTO INTERNAZIONALE WE ARE CHURCH APPOGGIA IL MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE E CHIEDE CHE ESSO VENGA MESSO IN PRATICA ALL’INTERNO DELLA CHIESA

 

Dignità e ruolo per ciascuno. Nel suo messaggio per il cinquantesimo anniversario della Giornata mondiale della Pace “La nonviolenza: stile di una politica per la pace” papa Francesco ha proposto il perseguimento della pace mediante la nonviolenza attiva. Egli ha indicato le molte situazioni nel mondo coinvolte in varie forme di violenza e ha chiesto ad ogni popolo di impegnarsi a riconoscere in ogni altro popolo una dignità simile alla propria. Il movimento internazionale We Are Church appoggia questo importante messaggio ed impegna sé stesso e i propri membri nel mondo a praticare la nonviolenza in ogni manifestazione della vita collettiva e nella migliore gestione di ogni problema dell’umanità. Noi condividiamo il fatto che il papa, esprimendo le sue riflessioni critiche, abbia riconosciuto il ruolo di ogni popolo, di qualsiasi fede e di qualsiasi modo di vivere.

Cambiamento storico. Vogliamo sottolineare che il messaggio per la Giornata Mondiale della Pace contiene un cambiamento di portata storica nei confronti di gran parte del precedente magistero della Chiesa. Papa Francesco è sulla stessa lunghezza d’onda dell’ “Appello alla Chiesa Cattolica perché ritorni alla centralità della nonviolenza contenuta nel Vangelo” lanciato dalla Conferenza di Roma (11-13 aprile 2016) che fu “un’assemblea del Popolo di Dio, composta da laici, teologi, membri di congregazioni religiose, preti e vescovi provenienti dall’Africa, dalle Americhe, dall’Asia, dall’Europa, dal Medioriente e dall’Oceania”.

Applicare le beatitudini. Il movimento internazionale We Are Church ha apprezzato specialmente quella parte del messaggio di papa Francesco che dice “Questo è anche un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo: applicare le Beatitudini nel modo in cui esercitano le proprie responsabilità. Una sfida a costruire la società, la comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace; a dare prova di misericordia rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo. Questo richiede la disponibilità di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo…. La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l’unità è più potente e più feconda del conflitto…Certo, può accadere che le differenze generino attriti: affrontiamoli in maniera costruttiva e nonviolenta, così che le tensioni e gli opposti [possano] raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita, conservando le preziose potenzialità delle polarità in contrasto”.

Dissenso sotto il tappeto. “Noi chiediamo a papa Francesco e agli altri leader della Chiesa che il governo della nostra Chiesa sia coerente con quanto scritto nel messaggio” ha detto Sigrid Grabmeier, Presidente di We Are Church International. “Troppo spesso il Popolo di Dio è stato messo da parte o trattato con sufficienza. Il dissenso è stato nascosto sotto il tappeto o visto come pericoloso anche quando era espressione della nostra profonda fede. Noi ci sforziamo di trovare le occasioni per un vero dialogo e di proporre soluzioni creative ai problemi, come metodo per un clima pacificato all’interno della nostra chiesa”.

Nonviolenza attiva. Il movimento internazionale We Are Church ha invitato i suoi membri e i suoi gruppi a partecipare alla Giornata Mondiale della Pace con la preghiera, con lo studio su come agire secondo i principi della nonviolenza attiva e con l’impegno a seguire quanto detto da papa Francesco.

Roma, 29 dicembre 2016 WE ARE CHURCH International

LA NONVIOLENZA: STILE DI UNA POLITICA PER LA PACE

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA CELEBRAZIONE DELLA 50ª GIORNATA MONDIALE DELLA PACE: 1° GENNAIO 2017

fonte: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/peace/documents/papa-francesco_20161208_messaggio-l-giornata-mondiale-pace-2017.html1.

1. All’inizio di questo nuovo anno porgo i miei sinceri auguri di pace ai popoli e alle nazioni del mondo, ai Capi di Stato e di Governo, nonché ai responsabili delle comunità religiose e delle varie espressioni della società civile. Auguro pace ad ogni uomo, donna, bambino e bambina e prego affinché l’immagine e la somiglianza di Dio in ogni persona ci consentano di riconoscerci a vicenda come doni sacri dotati di una dignità immensa. Soprattutto nelle situazioni di conflitto, rispettiamo questa «dignità più profonda»[1] e facciamo della nonviolenza attiva il nostro stile di vita.

Questo è il Messaggio per la 50ª Giornata Mondiale della Pace. Nel primo, il beato Papa Paolo VI si rivolse a tutti i popoli, non solo ai cattolici, con parole inequivocabili: «E’ finalmente emerso chiarissimo che la pace è l’unica e vera linea dell’umano progresso (non le tensioni di ambiziosi nazionalismi, non le conquiste violente, non le repressioni apportatrici di falso ordine civile)». Metteva in guardia dal «pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali». Al contrario, citando la Pacem in terris del suo predecessore san Giovanni XXIII, esaltava «il senso e l’amore della pace fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore».[2] Colpisce l’attualità di queste parole, che oggi non sono meno importanti e pressanti di cinquant’anni fa.

In questa occasione desidero soffermarmi sulla nonviolenza come stile di una politica di pace e chiedo a Dio di aiutare tutti noi ad attingere alla nonviolenza nelle profondità dei nostri sentimenti e valori personali. Che siano la carità e la nonviolenza a guidare il modo in cui ci trattiamo gli uni gli altri nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli internazionali. Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace. Dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme.

Un mondo frantumato

2. Il secolo scorso è stato devastato da due guerre mondiali micidiali, ha conosciuto la minaccia della guerra nucleare e un gran numero di altri conflitti, mentre oggi purtroppo siamo alle prese con una terribile guerra mondiale a pezzi. Non è facile sapere se il mondo attualmente sia più o meno violento di quanto lo fosse ieri, né se i moderni mezzi di comunicazione e la mobilità che caratterizza la nostra epoca ci rendano più consapevoli della violenza o più assuefatti ad essa.

In ogni caso, questa violenza che si esercita “a pezzi”, in modi e a livelli diversi, provoca enormi sofferenze di cui siamo ben consapevoli: guerre in diversi Paesi e continenti; terrorismo, criminalità e attacchi armati imprevedibili; gli abusi subiti dai migranti e dalle vittime della tratta; la devastazione dell’ambiente. A che scopo? La violenza permette di raggiungere obiettivi di valore duraturo? Tutto quello che ottiene non è forse di scatenare rappresaglie e spirali di conflitti letali che recano benefici solo a pochi “signori della guerra”?

La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato. Rispondere alla violenza con la violenza conduce, nella migliore delle ipotesi, a migrazioni forzate e a immani sofferenze, poiché grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo. Nel peggiore dei casi, può portare alla morte, fisica e spirituale, di molti, se non addirittura di tutti.

La Buona Notizia

3. Anche Gesù visse in tempi di violenza. Egli insegnò che il vero campo di battaglia, in cui si affrontano la violenza e la pace, è il cuore umano: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive» (Mc 7,21). Ma il messaggio di Cristo, di fronte a questa realtà, offre la risposta radicalmente positiva: Egli predicò instancabilmente l’amore incondizionato di Dio che accoglie e perdona e insegnò ai suoi discepoli ad amare i nemici (cfr Mt 5,44) e a porgere l’altra guancia (cfr Mt 5,39). Quando impedì a coloro che accusavano l’adultera di lapidarla (cfr Gv 8,1-11) e quando, la notte prima di morire, disse a Pietro di rimettere la spada nel fodero (cfr Mt 26,52), Gesù tracciò la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce, mediante la quale ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia (cfr Ef 2,14-16). Perciò, chi accoglie la Buona Notizia di Gesù, sa riconoscere la violenza che porta in sé e si lascia guarire dalla misericordia di Dio, diventando così a sua volta strumento di riconciliazione, secondo l’esortazione di san Francesco d’Assisi: «La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori».[3]

Essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza. Essa – come ha affermato il mio predecessore Benedetto XVI – «è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. Questo “di più” viene da Dio».[4] Ed egli aggiungeva con grande forza: «La nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore del nemico costituisce il nucleo della “rivoluzione cristiana”».[5] Giustamente il vangelo dell’amate i vostri nemici (cfr Lc 6,27) viene considerato «la magna charta della nonviolenza cristiana»: esso non consiste «nell’arrendersi al male […] ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia».[6]

Più potente della violenza

4. La nonviolenza è talvolta intesa nel senso di resa, disimpegno e passività, ma in realtà non è così. Quando Madre Teresa ricevette il premio Nobel per la Pace nel 1979, dichiarò chiaramente il suo messaggio di nonviolenza attiva: «Nella nostra famiglia non abbiamo bisogno di bombe e di armi, di distruggere per portare pace, ma solo di stare insieme, di amarci gli uni gli altri […] E potremo superare tutto il male che c’è nel mondo».[7] Perché la forza delle armi è ingannevole. «Mentre i trafficanti di armi fanno il loro lavoro, ci sono i poveri operatori di pace che soltanto per aiutare una persona, un’altra, un’altra, un’altra, danno la vita»; per questi operatori di pace, Madre Teresa è «un simbolo, un’icona dei nostri tempi».[8] Nello scorso mese di settembre ho avuto la grande gioia di proclamarla Santa. Ho elogiato la sua disponibilità verso tutti attraverso «l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. […] Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini – dinanzi ai crimini! – della povertà creata da loro stessi».[9] In risposta, la sua missione – e in questo rappresenta migliaia, anzi milioni di persone – è andare incontro alle vittime con generosità e dedizione, toccando e fasciando ogni corpo ferito, guarendo ogni vita spezzata.

La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati impressionanti. I successi ottenuti dal Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King Jr contro la discriminazione razziale non saranno mai dimenticati. Le donne, in particolare, sono spesso leader di nonviolenza, come, ad esempio, Leymah Gbowee e migliaia di donne liberiane, che hanno organizzato incontri di preghiera e protesta nonviolenta (pray-ins) ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia.

Né possiamo dimenticare il decennio epocale conclusosi con la caduta dei regimi comunisti in Europa. Le comunità cristiane hanno dato il loro contributo con la preghiera insistente e l’azione coraggiosa. Speciale influenza hanno esercitato il ministero e il magistero di san Giovanni Paolo II. Riflettendo sugli avvenimenti del 1989 nell’Enciclica Centesimus annus (1991), il mio predecessore evidenziava che un cambiamento epocale nella vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati si realizza «mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia».[10] Questo percorso di transizione politica verso la pace è stato reso possibile in parte «dall’impegno non violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità». E concludeva: «Che gli uomini imparino a lottare per la giustizia senza violenza, rinunciando alla lotta di classe nelle controversie interne ed alla guerra in quelle internazionali».[11]

La Chiesa si è impegnata per l’attuazione di strategie nonviolente di promozione della pace in molti Paesi, sollecitando persino gli attori più violenti in sforzi per costruire una pace giusta e duratura.

Questo impegno a favore delle vittime dell’ingiustizia e della violenza non è un patrimonio esclusivo della Chiesa Cattolica, ma è proprio di molte tradizioni religiose, per le quali «la compassione e la nonviolenza sono essenziali e indicano la via della vita».[12] Lo ribadisco con forza: «Nessuna religione è terrorista».[13] La violenza è una profanazione del nome di Dio.[14] Non stanchiamoci mai di ripeterlo: «Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è santa, non la guerra!».[15]

La radice domestica di una politica nonviolenta

5. Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. È una componente di quella gioia dell’amore che ho presentato nello scorso marzo nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, a conclusione di due anni di riflessione da parte della Chiesa sul matrimonio e la famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono.[16] Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società.[17] D’altronde, un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i popoli non può basarsi sulla logica della paura, della violenza e della chiusura, ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo sincero. In questo senso, rivolgo un appello in favore del disarmo, nonché della proibizione e dell’abolizione delle armi nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono fondare questo tipo di etica.[18] Con uguale urgenza supplico che si arrestino la violenza domestica e gli abusi su donne e bambini.

Il Giubileo della Misericordia, conclusosi nel novembre scorso, è stato un invito a guardare nelle profondità del nostro cuore e a lasciarvi entrare la misericordia di Dio. L’anno giubilare ci ha fatto prendere coscienza di quanto numerosi e diversi siano le persone e i gruppi sociali che vengono trattati con indifferenza, sono vittime di ingiustizia e subiscono violenza. Essi fanno parte della nostra “famiglia”, sono nostri fratelli e sorelle. Per questo le politiche di nonviolenza devono cominciare tra le mura di casa per poi diffondersi all’intera famiglia umana. «L’esempio di santa Teresa di Gesù Bambino ci invita alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Una ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo».[19]

Il mio invito

6. La costruzione della pace mediante la nonviolenza attiva è elemento necessario e coerente con i continui sforzi della Chiesa per limitare l’uso della forza attraverso le norme morali, mediante la sua partecipazione ai lavori delle istituzioni internazionali e grazie al contributo competente di tanti cristiani all’elaborazione della legislazione a tutti i livelli. Gesù stesso ci offre un “manuale” di questa strategia di costruzione della pace nel cosiddetto Discorso della montagna. Le otto Beatitudini (cfr Mt 5,3-10) tracciano il profilo della persona che possiamo definire beata, buona e autentica. Beati i miti – dice Gesù –, i misericordiosi, gli operatori di pace, i puri di cuore, coloro che hanno fame e sete di giustizia.

Questo è anche un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo: applicare le Beatitudini nel modo in cui esercitano le proprie responsabilità. Una sfida a costruire la società, la comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace; a dare prova di misericordia rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo. Questo richiede la disponibilità «di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo».[20] Operare in questo modo significa scegliere la solidarietà come stile per fare la storia e costruire l’amicizia sociale. La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l’unità è più potente e più feconda del conflitto. Tutto nel mondo è intimamente connesso.[21] Certo, può accadere che le differenze generino attriti: affrontiamoli in maniera costruttiva e nonviolenta, così che «le tensioni e gli opposti [possano] raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita», conservando «le preziose potenzialità delle polarità in contrasto».[22]

Assicuro che la Chiesa Cattolica accompagnerà ogni tentativo di costruzione della pace anche attraverso la nonviolenza attiva e creativa. Il 1° gennaio 2017 vede la luce il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che aiuterà la Chiesa a promuovere in modo sempre più efficace «i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato» e della sollecitudine verso i migranti, «i bisognosi, gli ammalati e gli esclusi, gli emarginati e le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime di qualunque forma di schiavitù e di tortura».[23] Ogni azione in questa direzione, per quanto modesta, contribuisce a costruire un mondo libero dalla violenza, primo passo verso la giustizia e la pace.

In conclusione

7. Come da tradizione, firmo questo Messaggio l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Maria è la Regina della Pace. Alla nascita di suo Figlio, gli angeli glorificavano Dio e auguravano pace in terra agli uomini e donne di buona volontà (cfr Lc 2,14). Chiediamo alla Vergine di farci da guida.

«Tutti desideriamo la pace; tante persone la costruiscono ogni giorno con piccoli gesti e molti soffrono e sopportano pazientemente la fatica di tanti tentativi per costruirla».[24] Nel 2017, impegniamoci, con la preghiera e con l’azione, a diventare persone che hanno bandito dal loro cuore, dalle loro parole e dai loro gesti la violenza, e a costruire comunità nonviolente, che si prendono cura della casa comune. «Niente è impossibile se ci rivolgiamo a Dio nella preghiera. Tutti possono essere artigiani di pace».[25]

Dal Vaticano, 8 dicembre 2016

Francesco

[1] Esort. ap. Evangelii gaudium, 228.

[2] Messaggio per la celebrazione della 1a Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 1968.

[3] «Leggenda dei tre compagni»: Fonti Francescane, n. 1469.

[4] Angelus, 18 febbraio 2007.

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Madre Teresa, Discorso per il Premio Nobel, 11 dicembre 1979.

[8] Meditazione “La strada della pace”, Cappella della Domus Sanctae Marthae, 19 novembre 2015.

[9] Omelia per la canonizzazione della Beata Madre Teresa di Calcutta, 4 settembre 2016.

[10] N. 23.

[11] Ibid.

[12] Discorso nell’Udienza interreligiosa, 3 novembre 2016.

[13] Discorso al 3° Incontro mondiale dei movimenti popolari, 5 novembre 2016.

[14] Cfr Discorso nell’Incontro con lo Sceicco dei Musulmani del Caucaso e con Rappresentanti delle altre Comunità religiose, Baku, 2 ottobre 2016.

[15] Discorso, Assisi, 20 settembre 2016.

[16] Cfr Esort. ap. postsin. Amoris laetitia, 90-130.

[17] Cfr ibid., 133.194.234.

[18] Cfr Messaggio in occasione della Conferenza sull’impatto umanitario delle armi nucleari, 7 dicembre 2014.

[19] Enc. Laudato si’, 230.

[20] Esort. ap. Evangelii gaudium, 227.

[21] Cfr Enc. Laudato si‘, 16.117.138.

[22] Esort. ap. Evangelii gaudium, 228.

[23] Lettera apostolica in forma di “Motu proprio” con la quale si istituisce il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, 17 agosto 2016.

[24] Regina Caeli, Betlemme, 25 maggio 2014.

[25] Appello, Assisi, 20 settembre 2016.

novembre 15, 2014

L’INTERVENTO MILITARE SECONDO DUE CARDINALI

TALVOLTA È INDISPENSABILE, MA VA TENTATA OGNI ALTRA VIA, SEMPRE NEL RISPETTO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE

di Piero Stefani*

Intervento necessario. Il 12 novembre di undici anni fa ci fu il tragico attentato di Nassiriya in Iraq. In quella circostanza la celebrazione dei funerali di Stato per le 19 vittime italiane diede occasione al card. Camillo Ruini di rafforzare il suo disegno di rendere il cattolicesimo religione civile dell’Italia post democristiana. Nell’omelia Ruini riferendosi ai terroristi disse: «Non fuggiremo davanti a loro, anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio, l’energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo, anzi, non ci stancheremo di sforzarci di far loro capire che tutto l’impegno dell’Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a salvaguardare e a promuovere una convivenza umana». L’intervento militare era, dunque, presentato, senza esitazioni, come necessario.

Risposta non solo militare. Il 20 ottobre scorso durante il Concistoro dedicato al Medio Oriente ha preso la parola l’attuale Segretario di Stato vaticano card. Pietro Parolin. In undici anni molte cose sono cambiate. Tuttavia vi è una domanda che resta attuale: a quali condizioni è lecito usare la forza per fermare la violenza? Parolin è stato chiaro: «Al riguardo, si è ribadito che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, sempre, però, nel rispetto del diritto internazionale, come ha affermato anche il Santo Padre. Tuttavia si è visto con chiarezza che non si può affidare la risoluzione del problema alla sola risposta militare». Le parole del Segretario di Stato riformulano, in un linguaggio più sorvegliato, quanto detto dal papa in un’intervista concessa l’estate scorsa. In quell’occasione Francesco aveva affermato che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, aggiungendo la precisazione che dovrà essere valutato con quali mezzi farlo. È fuori discussione che bisognerà attuarlo in un quadro di diritto internazionale; quanto ai mezzi, secondo Parolin, saranno militari, anche se non ci si dovrà limitare ad essi. Ciò non comporta ritornare alla tradizionale visione della guerra giusta; vuol dire solo essere consapevoli che a volte l’uso delle armi è inevitabile. Anche papa Francesco, suo malgrado, si è dovuto rassegnare a questa prospettiva.

*Il pensiero della settimana 497, fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/11/15/497-_-lintervento-militare-secondo-due-cardinali-16-11-2014/

2014-09-12 17.03.09

novembre 7, 2014

LE BUONE NOTIZIE CHE NON PIACCIONO AL POTERE

NON VUOLE CHE CI INTERROGHIAMO SULLE CAUSE E SUI FINI. PREFERISCE CHE VIVIAMO NEL PRESENTE, COME GLI ANIMALI

spunti da un incontro col prof. Piero Giorgi*

Salute Molte cose non si dicono sui giornali o alla televisione, ma chi se ne intende le sa. Ad es. i medici sanno che il 70-80% delle malattie che ci colpiscono, oggi sono prevenibili: con adeguata alimentazione, igiene, movimento, ecc. Si conoscono (ma non si diffondono) molte cause alimentari delle malattie, specificamente eccessi di cibi ricchi e carenze di cibi poveri (v. Sintesi di epidemiologia alimentare). Ma la buona notizia è che attraverso la flora intestinale si possono migliorare le difese naturali dell’organismo, quindi essere più protetti non solo da malattie, ma anche da inquinamenti, parassiti, ecc. (v. Quei microbi che ci governano). Ovviamente la flora dipende anzitutto da quanto e cosa si mangia: ci potremmo così avvicinare al 100% di protezione. Si deve anche premettere che le cause delle malattie non sono sempre uniche (come il bacillo di Koch per la TBC) ma dipendono da diverse cause che si possono anche potenziare a vicenda: sbaglia dunque chi si rifiuta di recepire certi consigli appellandosi a considerazioni fatalistiche del tipo: tanto siamo tutti inquinati. Quella potrebbe essere proprio la goccia che fa traboccare il vaso. In sintesi, con un’alimentazione più povera, spendendo meno per il cibo, potremmo migliorare di molto la salute!

Violenza. Un’altra buona notizia riguarda la formazione del carattere. Oggi sappiamo che l’uomo non è violento per natura, ma lo può diventare (di solito lo diventa) per una educazione sbagliata. Lo dimostra chi studia il cervello umano. Nei primi anni di vita, quando è ancora in fase di formazione, il cervello si plasma e recepisce moltissimo, specie per quanto riguarda gli aspetti fondamentali della vita: il linguaggio, ad es., ma anche l’attitudine alla violenza o all’individualismo, piuttosto che a empatia, collaborazione con gli altri, senso della comunità, ecc. Ancora, gli studiosi della fisiologia cerebrale hanno scoperto i neuroni-specchio, che hanno la funzione di “metterci nei panni degli altri”, stimolando l’empatia. In breve, lungi dall’essere violento, l’uomo è per natura empatico, collaborativo, solidale con i membri del suo gruppo. Lo confermano anche gli studi archeologici, che non hanno trovato su milioni di reperti paleolitici, alcuna scena di uccisione di uomini tra loro. Questo è conforme a quanto avviene per tutti gli altri animali: neppure i più feroci uccidono di norma membri della propria specie. Scene di uccisioni e violenza tra uomini si trovano regolarmente soltanto a partire dal tardo neolitico, dopo il raggiungimento di ampie dimensioni urbane, stratificazione e gerarchizzazione della società, nonché il sorgere di problemi di controllo e ordine sociale. La violenza è un sottoprodotto sgradito della civiltà.

Evoluzione. Per il lungo periodo della sua esistenza, risalente attorno ai 150 mila anni fa, l’homo sapiens è stato tale, cioè non violento. Certo, ci saranno state liti, violenze e talvolta anche uccisioni tra quegli uomini, ma non tali da stimolare l’immaginazione collettiva: probabilmente il contrario, riprovazione. Infatti i popoli primitivi hanno messo a punto raffinati strumenti di intervento per prevenire i conflitti: gli anziani o i saggi del gruppo si rivolgevano ai potenziali contendenti, convincendoli ad una soluzione pacifica. Solo da un periodo di circa 5 millenni l’uomo è invece diventato violento e guerriero. Ma il suo cervello è rimasto quello di prima. L’evoluzione culturale è sempre molto più rapida di quella biologica: basti pensare che i lobi frontali (area del nostro cervello di formazione più recente, deputata alla mediazione sociale, che distingue il genere Homo dagli altri primati) ha richiesto per la sua formazione evolutiva qualcosa come un milione di anni. È pertanto assurdo pensare che il cervello umano si sia adattato alla violenza nel giro di pochi millenni: resta quello dei nostri antenati paleolitici e dei pochi nomadi cacciatori-raccoglitori tuttora esistenti. Cioè adatto alla cooperazione empatica piuttosto che alla competizione, a vivere in senso comunitario piuttosto che individualistico, alla pace piuttosto che alla violenza o la guerra. Che l’uomo non è adatto alla guerra può essere verificato dai suicidi o comunque dai danni psicologici, spesso irreversibili, che segnano i reduci dalle guerre moderne – sempre più inumane.

Indottrinamento subliminale. Ma perché l’uomo moderno, di natura nonviolenta, usa spesso la violenza? Perché è indottrinato dal potere, il quale ha sempre l’interesse ad avere di fronte persone individualiste ed egoiste, piuttosto che comunità mature, competenti e solidali. Oggi l’indottrinamento avviene soprattutto attraverso la televisione, nei cui programmi, specie di intrattenimento o di passatempo passivo, sono facilmente individuabili messaggi, subliminali o anche espliciti, inneggianti all’individualismo egoistico e alla violenza – oltre, ovviamente, al consumismo. Quello che è grave è che questi messaggi, anche senza accorgerci, vengono recepiti indirettamente dai bambini piccoli, che osservano il comportamento dei più grandi o degli adulti. E quanto acquisito da un cervello in formazione, come detto, rimane indelebile per tutta la vita.

Vivere nel presente, senza guardare al passato e tanto meno al futuro: questo è un altro messaggio subliminale che ci viene inculcato. Un motivo immediato sta nella spinta al consumismo: il consumatore non deve fare confronti, riflettere, pensare a cosa servirà il suo acquisto, ecc. Deve acquistare subito, compulsivamente. Ma forse c’è anche un motivo più profondo. Se si pensa ai due settori prima considerati, quello della salute e quello delle armi, si può notare che per entrambi manca la prevenzione. Le malattie potrebbero essere prevenute, se si facessero ricerche su ciò che le producono. Invece le ricerche sono solo sui farmaci per guarirle, dopo che si sono verificate. Questo evidentemente nell’interesse dell’imponente industria della malattia (case farmaceutiche, medici, ospedali…). Ma anche per la violenza e la guerra manca la prevenzione: a cominciare dall’educazione dei più piccoli, su su fino agli Stati, potrebbero essere messi in atto molti mezzi nonviolenti per prevenire e risolvere i conflitti (grandi illustratori dell’incredibile efficacia dei metodi nonviolenti sono, dopo Gandhi, Johan Galtung e Gene Sharp). Nel caso della violenza, oltre alla prevenzione, manca la vista lunga sul passato, nella fattispecie sulla nonviolenza dei nostri progenitori paleolitici. Due settori nei quali una vista lunga sul passato e sul futuro, nonché la considerazione delle cause e dei fini, davvero consentirebbero una enorme spending review, non solo per la società, ma anche per il singolo.

*il 20 sett. 2014 con i sigg. Brenna, Cesarini, Frey, Miori, Pasinetti, Ranci, in casa De Carlini. Bibliografia: Rivoluzione nonviolenta nella vita quotidiana, seconda parte http://www.neotopia.it/area_download.html

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DIFENDIAMO I NOSTRI BAMBINI

  1. IL SISTEMA MEDIATICO È IN GRADO DI INCIDERE SUGLI ATTEGGIAMENTI UMANI PIÙ QUALIFICANTI SPECIE NELLA PRIMA INFANZIA

spunti da un incontro col prof. Piero Giorgi*

Le bambine-lupo. La leggenda di Romolo e Remo si avvera oggi abbastanza di frequente in India, dove permane l’idea che la nascita di una femmina sia una disgrazia. Si ha così che la neonata venga portata dalla nonna nel bosco e, dopo qualche preghiera e qualche lacrima, abbandonata al suo destino. Talvolta la piccola viene raccolta da una lupa, allattata e allevata nella sua tana. Quando vengono ritrovati dopo qualche tempo, questi bambini presentano gravi tratti patologici: non camminano in posizione eretta ma a quattro zampe; non parlano ma ululano, come i lupi; non hanno le mani prensili, perché nessuno ha loro offerto modelli umani di comportamento, incoraggiandone l’imitazione. Ciò significa che funzioni umane elementari come: camminare, parlare, destrezza manuale, non sono istintive, ma devono essere apprese dagli altri, in particolare dalla madre. Questo vale per gli umani, ma anche per gli animali superiori: se un cucciolo di leone non apprende dalla madre, con appositi esercizi, come si fa a cacciare, non diventerà mai un vero leone. A maggior ragione un bambino allevato da animali non diventerà mai un uomo, ma assumerà i comportamenti dell’animale che lo ha allevato.

L’apprendimento delle funzioni fondamentali della propria specie è particolarmente importante nel bambino perché il suo cervello, a differenza degli altri sistemi d’organo, è scarsamente formato alla nascita, ma plastico e malleabile: quello che apprende in quel periodo, mentre il cervello sta formandosi, lo segnerà profondamente per tutto il resto della vita. Inversamente, quello che non apprende, con grande difficoltà lo apprenderà in seguito. Qui si pone un problema: mentre per il lupo o il leone è abbastanza facile indicare le funzioni fondamentali, per l’uomo la questione è più complessa. Senza entrare nella vastissima problematica teologica o filosofica, ma restando sul piano strettamente biologico, quali sono le funzioni fondamentali dell’uomo in quanto animale? (certamente non è solo animale, ma anche animale). Si può indicare anzitutto, con Aristotele, che l’uomo è un animale sociale, che non vive da solo, ma in comunità più o meno vaste (oltre alla famiglia). Pensatori come Rousseau o Hobbes, che ipotizzavano un uomo isolato nello stato di natura, non beneficiavano delle nostre conoscenze scientifiche e, come le proposte di quei tempi antichi, non sono affidabili: non esiste un tale essere umano. Il suo ambiente naturale è una comunità. Per vivere socialmente l’uomo deve sviluppare qualità empatiche e avere fiducia negli altri.

I neuroni-specchio, presenti nel cervello umano (e di qualche altro animale, come le scimmie), sono forse deputati proprio alla creazione di empatia. Consentono di immedesimarsi negli altri e vedere il mondo con gli occhi degli altri. Grazie ad essi, quando vediamo qualcuno fare qualcosa, siamo portati, più o meno inconsciamente, a fare altrettanto. Inutile sottolineare l’importanza di tale caratteristica, specie oggi, al tempo della presenza pervasiva delle informazioni e degli schermi. Ingenuo pensare che questa caratteristica non venga sfruttata dal potere per rinforzarsi sempre più nei confronti del singolo, non protetto da una comunità e dai propri valori. Ma continuiamo con altri aspetti della nostra cultura, che ha una lunga storia.

Proprietà, obbedienza, dipendenza. Nel lungo periodo dell’era paleolitica (circa 150 mila anni) i nostri progenitori si spostavano alla ricerca di cibo in piccole tribù di persone egualitarie, che facevano le stesse cose, senza gerarchie. Con una vita nomade e senza possedere la terra, la proprietà era estremamente limitata: a qualche strumento o effetto personale che potevano portare con sé negli spostamenti. È solo col neolitico avanzato che si è avuta la proprietà della terra, col conseguente accumulo delle ricchezze da parte dei maggiorenti: quindi la gerarchizzazione nella società. Interesse di chi stava in alto nella gerarchia sociale era ovviamente quello di non mantenere le originarie qualità di socialità, empatia, comunità, eguaglianza; ma invece di avere persone obbedienti e dipendenti, pronte ad accettare ordini e osannare il capo, senza metterne in discussione la legittimità. Inoltre gli aggregati umani andavano aumentando sempre più, creando problemi di anonimato e ordine pubblico. Così si è diffusa anche nelle istituzioni la violenza.

Violenza: oltre a quella fisica (uomo contro uomo), si possono individuare altre forme di violenza: quella strutturale, quando si impedisce a qualcuno di realizzare le proprie potenzialità umane (due esempi estremi: le bambine discriminate nell’educazione scolastica rispetto ai maschi, le morti causate dalla fame o dalla globalizzazione); violenza culturale (razzismo, sessismo, repressione delle culture minoritarie, pubblicità: varie forme di lavaggio del cervello); guerra, come forma estrema di violenza, oggi, nell’era atomica, “fuori dalla ragione” (papa Giovanni), cioè folle. Di esaltazione della guerra è piena tutta la nostra cultura, dai poemi omerici fino ai nostri giorni, quando ai bambini vengono regalate le armi e la violenza viene proposta sotto mille forme, nei filmati ecc. Ma la cultura che il potere predilige, dispone oggi di ben altri strumenti.

Metamessaggi. I singoli messaggi pubblicitari sono del tipo: compra questo e sarai felice; compra quello e sarai felice. Ma cosa lasciano nella mente questi singoli messaggi? Che la felicità si raggiunge con gli acquisti, il denaro, il possesso; non già, come è vero, migliorando i rapporti interpersonali. Ecco come si plasma un uomo possessivo, che preferisce l’avere (e anche l’apparire) rispetto all’essere. Un’altra tecnica può essere quella di distrarre l’attenzione dalle cose importanti per orientarla su cose che non disturbano il potere: quella che potrebbe essere chiamata arma di distrazione di massa. Un esempio nel campo della pace potrebbe essere la convinzione che bastino manifestazioni oceaniche, anziché un impegno continuo e prolungato, a cominciare dal livello comunitario locale. Ma questi sono solo piccoli esempi delle possibilità studiate da quella che è diventata una vera e propria scienza a disposizione del potere: quella della comunicazione e della convinzione occulta. Eccone un altro esempio.

Indottrinamento subliminale. Il potere ha sempre l’interesse ad avere di fronte singole persone individualiste, piuttosto che comunità mature, competenti e solidali. Oggi l’indottrinamento avviene soprattutto attraverso televisione, videogiochi e simili: in questi programmi, specie quelli di passatempo passivi, sono facilmente individuabili messaggi, subliminali o anche espliciti, inneggianti all’individualismo egoistico e alla violenza – oltre, ovviamente, ad un consumismo senza controllo. Quello che è grave è che questi messaggi, anche senza accorgerci, vengono recepiti indirettamente dai bambini piccoli, che osservano il comportamento dei più grandicelli o degli adulti. E quanto acquisito da un cervello in formazione, come detto, rimane indelebile per tutta la vita. Di un bimbo piccolo si dice di solito: imparerà quando andrà a scuola. Grave errore: a 6 anni il cervello è praticamente già formato e i messaggi perversi della televisione sono già acquisiti. Se per insegnare agli studenti ci vogliono laureati, per insegnare ai bimbi in formazione ci vorrebbero persone con due lauree e un dottorato!

In definitiva, oggi l’infanzia è esposta a rischi gravissimi. Precisamente che la pressione del potere impedisca loro di acquisire le qualità fondamentali di una vera umanità. Bisogna stabilire assi tra famiglie e con gli insegnanti per studiare a fondo come difenderli. Perché il cucciolo di uomo possa diventare vero essere umano, anzitutto empatico, comunitario, solidale, nonviolento.

*il 20 sett. 2014 con i sigg. Brenna, Cesarini, Frey, Miori, Pasinetti, Ranci, in casa De Carlini. Bibliografia: Rivoluzione nonviolenta nella vita quotidiana, seconda parte http://www.neotopia.it/area_download.html

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novembre 6, 2014

BREVE STORIA DELLA VIOLENZA

LA SCOPERTA CHE NEL PALEOLITICO NON C’ERA VIOLENZA POTREBBE APRIRE NUOVE PROSPETTIVE FINORA TRASCURATE PER PIGRIZIA O IGNORANZA

spunti da un incontro col prof. Piero Giorgi*

Due anime. Il ladro trova l’occasione o l’occasione crea il ladro? Questo curioso quesito ne nasconde un altro, più profondo, riguardante la natura dell’uomo e la sua malleabilità: nel primo caso il ladro è tale per natura, irrimediabilmente ladro; nel secondo invece si ritiene che le condizioni esterne possano influire sul comportamento personale. La prima è da considerare una risposta conservatrice, che lascia le cose come stanno; la seconda progressista, che spinge ad agire per modificare le strutture sociali. Qualcosa di simile avviene per la violenza. Quando parliamo di violenza tra gli uomini di solito pensiamo a qualcosa di doloroso, anche tragico, ma inevitabile: l’essere umano è violento per natura, è sempre stato così e lo sarà anche in futuro. Possiamo fare qualcosa per cercare di contenere la violenza, attenuarne gli effetti, ma non più di tanto, perché essa è connaturata nell’uomo. In effetti se si studiano solamente i reperti storici (visione storicamente miope) si trovano sempre violenze, guerre, ecc. Da queste considerazioni prende le mosse l’anima maggioritaria negli studi sulla pace, anima che possiamo definire conservatrice. Una seconda anima allarga lo sguardo all’intera storia evolutiva di Homo sapiens, che è ben superiore al periodo della storia umana conosciuta (sull’ordine di 150 mila anni rispetto a 5 mila). È attendibile che i nostri progenitori del paleolitico si comportassero in modo diverso da tutte le altre specie animali, nelle quali solo eccezionalmente avvengono uccisioni tra membri di una stessa specie? O è più probabile che vivessero, comunitariamente, solidalmente e soprattutto pacificamente, come le tribù nomadi di cacciatori-raccoglitori di tempi recenti? Su queste ultime sono stati fatti accurati studi antropologici che hanno fornito conoscenze indirette – ma per il momento le più attendibili – sui nostri progenitori paleolitici.

Anche le neuroscienze possono oggi garantire che l’attitudine alla violenza non è connaturata nell’uomo, ma viene acquisita con l’educazione, specie nei primi anni di vita. Molte altre funzioni (parlare, afferrare, camminare), come risulta dall’esperienza dei bambini-lupo, non sono presenti istintivamente, ma devono essere apprese dal comportamento degli altri, in particolare della madre. Le donne cosiddette “primitive” hanno con i figli piccoli un contatto stretto e prolungato per anni, che probabilmente contribuisce a dar loro tranquillità e fiducia nei confronti degli altri. Similmente la leonessa, con esercizi specifici, insegna ai propri figli a cacciare, cioè a diventare veri leoni. Anche il bambino deve essere educato a diventare vero uomo: è da ritenere che un vero uomo – il cui corpo è privo di tutte le caratteristiche dell’animale aggressivo (artigli, denti canini rilevanti, ecc.) – sia quello nonviolento, oltre che comunitario e solidale, come gli uomini del paleolitico. Lo studio dell’arte paleolitica (una disciplina molto recente, che peraltro denota raffinate qualità artistiche) non fornisce nessuna prova in sostegno dell’idea comune che i nostri antenati fossero violenti e sanguinari: su milioni di immagini analizzate e interpretate in tutti i continenti, mancano sostanzialmente quelle che potrebbero far sospettare scene di violenza, uomo contro uomo. Violenza e nonviolenza sono comportamenti sociali complessi che non possano essere definiti dalla genetica, ma vengono recepiti attraverso la cultura. È importante notare che cambiando certe strutture della cultura si può riacquistare il comportamento nonviolento definito dalla selezione naturale che ha portato a Homo sapiens.

Uno studio faticoso. È su queste ed altre considerazioni che si fonda l’anima degli studi sulla pace aperta alla possibilità di arrivare ad una società meno violenta. Se lo è stato per i lunghi millenni dei nostri progenitori, perché non potremmo tornarci anche noi, studiando i fattori e le modalità che l’hanno determinata dal neolitico e che oggi mantengono la violenza? Si tratta di uno studio che investe diverse discipline e che richiede fatica e impegno, ma che forse merita di essere condotto. Il grande iniziatore di questo orientamento è stato Gandhi, il quale, anche attingendo ad antiche tradizioni di spiritualità della sua cultura, ha liberato l’India dalla colonizzazione inglese: l’arma – rivelatasi straordinariamente efficace – è stata la nonviolenza. Vediamo dunque quando e come è nata la violenza. Dai reperti archeologici si evince che Homo sapiens è emerso nel territorio alla radice del Corno d’Africa (corrispondente grossomodo all’attuale Eritrea). Il periodo, come detto, può essere ritenuto attorno ai 150 mila anni fa (taluni pensano di più, altri di meno). Ivi i nostri progenitori sono rimasti fino a circa 60 mila anni fa. Da allora cominciarono a spostarsi, dirigendosi verso il resto del mondo, approfittando anche dei periodi glaciali, che rendevano praticabili i futuri mari polari.

La rivoluzione neolitica si è verificata, con caratteristiche incredibilmente simili riguardo alla violenza, in diversi continenti e periodi: circa 12 mila anni fa nel Medio Oriente, 7 mila in Cina, 5 mila in America centrale. Consisteva sostanzialmente nell’addomesticamento della natura, per farle produrre i cibi in un determinato territorio, senza doversi spostare per raccoglierli o cacciarli. Diverse erano le specie vegetali e animali addomesticate: grano, ovini e bovini nel Medio Oriente, riso e suini in Cina, mais e lama in America. È noto il grande progresso conseguente a questa invenzione neolitica: si è potuta operare la divisione del lavoro, quindi gli scambi commerciali, il progresso tecnico (età del rame, del bronzo, del ferro), la creazione di grossi agglomerati urbani e la stratificazione (e gerarchizzazione) sociale. Solo più tardi la proprietà privata di oggetti di valore e della terra aumentò la stratificazione sociale e introdusse la violenza strutturale, cioè quella che impedisce la crescita di qualcuno (bambine, schiavi..). Dai reperti archeologici appare sistematicamente la violenza fisica (uomo che opprime, ferisce o uccide un altro uomo) soltanto nel tardo neolitico, in relazione, specificamente, all’allargamento degli aggregati urbani, dove il controllo sociale e le relazioni di gruppo necessariamente si attenuano. La violenza è un effetto indesiderato del grande progresso neolitico, come lo considerano gli storici.

Pigrizia mentale. Ma, a dispetto della retorica degli eroici guerrieri, rinvenibile nelle tradizioni letterarie, l’uomo non sembra ancor oggi adattato alla violenza: una riprova può essere data dai veterani che tornano da lunghe guerre con salute e psiche distrutte: se la violenza fosse naturale nell’uomo dovrebbero essere baldanzosi e felici. In effetti pochi millenni sono un’inezia per un adattamento biologico: il nostro cervello è fondamentalmente ancora quello del paleolitico, adatto a una società nonviolenta. Non manca quindi di ragioni la tesi progressista che ritiene possibile perseguire una società meno violenta. L’impegno massimo deve essere sul piano educativo. Bisognerebbe in certo senso invertire l’ordine dello sforzo educativo dall’infanzia all’università: investire assai di più sui piccoli in fase di formazione che non sugli studenti, ormai in grado di autogestirsi. Bisogna poi studiare attentamente le vie con cui le menti dei nostri bambini sono condizionate all’individualismo, all’egoismo e alla violenza dal potere economico e mediatico, smascherare gli interessi sottostanti e i mille ostacoli che sanno frapporre. Soprattutto vincere la pigrizia mentale di chi trova più comodo ritenere che l’uomo è violento per natura.

*il 20 sett. 2014 con i sigg. Brenna, Cesarini, Frey, Miori, Pasinetti, Ranci, in casa De Carlini. Bibliografia: Piero Giorgi, La violenza inevitabile, una menzogna moderna, Jaca Book, Milano 2008.

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aprile 26, 2014

DEMOCRAZIA E DIFESA

IL MONOPOLIO DEI MILITARI SULLA DIFESA CREA POPOLI PRIGIONIERI DEI PROTETTORI

di Enrico Peyretti, 5 febbraio 2014

Sul tema “Cominciamo dal disarmo” si è tenuto a Torino (Centro Studi Sereno Regis, 31 gennaio-2 febbraio 2014) il 24° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento. È utile continuare la riflessione sulla difesa, punto decisivo della politica e della civiltà di un popolo, nel concerto di tutti i popoli.

Monopolio militare. Per una crescita civile e umana va anzitutto spezzato il monopolio militare della difesa. La difesa limitata ai mezzi e ai metodi armati riduce la possibilità e capacità di un popolo di difendersi da aggressioni e pericoli vari. E intanto dissangua, in senso fisico e in senso economico, il popolo che afferma di voler difendere. L’errore militare, troppo passivamente accettato dalle società, anche le più evolute, è radicale e concettuale: è la supposizione dogmatizzata che contro un’offesa c’è soltanto la controffesa: infatti, l’azione militare più tipica si chiama controffensiva. E il proverbio più militarista che ci sia dice: la miglior difesa è l’attacco.

Corruzione militare. «Il concetto militare è una vera e propria corruzione del pensiero politico» (Ekkehart Krippendorff, Azione Nonviolenta, marzo 1999). Il dominio della difesa armata sul pensiero e la prassi politica rivela un pessimismo antropologico distruttivo. Nessuno deve ignorare la capacità umana di violenza, la «banalità del male», che tutti noi, persone “normali”, possiamo compiere contro gli altri, e di più le potenze organizzate. La prima sorveglianza contro le minacce è la sorveglianza di noi stessi, l’autocontrollo, la formazione alla mitezza e alla collaborazione politica costruttiva invece della rivalità competitiva, eliminatoria. Ma il pensiero politico militarizzato lacera l’umanità in “qui dentro” e “là fuori”, noi e loro, «amici o nemici» (Carl Schmitt); fa di questa lacerazione l’essenza della politica, ed è il maggiore impedimento ad addomesticare la belva che dorme in noi, pronta a scatenarsi appena un altro essere umano viene de-umanizzato, espulso dalla “mia-nostra” umanità, confinata in questa tutta “nostra” cerchia di mura mentali.

Offesa militare. Gli eserciti sono offensivi, e dissipativi, e persino dannosi in rapporto alle vere minacce. Gli eserciti, che si vantano e si esibiscono come gloria nazionale (miles gloriosus; vedi la parata del 2 giugno, offesa alla Costituzione pacifica), sono essi stessi una avversità ingloriosa. Come ricorda Pugliese, l’Italia, ultima in Europa «per le spese per la cultura, penultima per le spese per l’istruzione, ultima per le politiche sociali, la disoccupazione giovanile e via degradando, ossia indifesa di fronte alle minacce dell’analfabetismo, della precarietà, della povertà, del dissesto idrogeologico, del rischio sismico e così via, è tornata ad essere tra le prime quattro potenze dell’UE e tra le prime dieci al mondo per spesa pubblica militare». Ogni società ha davvero problemi e minacce da cui difendersi, e chi ha responsabilità politica ne ha il dovere. L’esistenza ha anche aspetti tragici. Ma quali minacce (per limitarci all’oggi)? Quelle appena ora citate sono le vere minacce. Possiamo aggiungere il terrorismo internazionale, sul quale ogni serio osservatore (p. es. Luigi Bonanate) riconosce che solo la politica estera amichevole, la giustizia economica planetaria, la cultura del dialogo, la pace tra le religioni, hanno probabilità di creare rapporti capaci di smontare le cause della disperazione terroristica, che invade le menti, anziché alimentarle come fanno la politica militare, il dominio finanziario sui popoli e la guerra. Del resto, all’economia militare mondiale non interessa affatto la difesa della vita dei popoli. Interessa il proprio profitto gigantesco. A questo fine serve enfatizzare e creare i pericoli e la paura. Chi difenderà i popoli dai difensori? Chi li proteggerà dai protettori? Saranno i popoli stessi, se acquisteranno coscienza e conoscenza.

Scomparsa militare. Kant, con insuperata e inascoltata saggezza, alla fine del Settecento scriveva: «Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono col tempo interamente scomparire». «Essi, infatti, dovendo sempre mostrarsi pronti a combattere, rappresentano per gli altri una continua minaccia di guerra; li invitano a superarsi reciprocamente nella quantità di armamenti, al quale non c’è limite. Dato poi che il costo di una simile pace viene ad essere più opprimente di quello di una breve guerra, tali eserciti permanenti sono essi stessi causa di guerre aggressive intraprese per liberarsi di un tal peso». Tutto il pensiero serio, umanistico e morale, condanna gli eserciti, ma, nella logica del potere non davvero democratico – anche nelle democrazie formali – l’esercito è ancora il cuore falso e avvelenato della struttura politica. La democrazia, autogoverno dei popoli, ha i suoi propri e veri strumenti nei mezzi della vita e non della morte. L’apparato militare – sia il personale, sia le enormi dissanguanti megamacchine per uccidere – crea un potere, un ceto e una potenza da cui la società è posta in posizione di dipendenza, con riduzione grave della democrazia. Nei casi di assenza o compressione della politica, popoli disperati si mettono nelle mani dei militari (vedi oggi l’Egitto). Ma una società che affida ai militari e alle armi la propria sopravvivenza, libertà e diritti, è gravemente malata, debolissima, disorientata. La finanza militare mondiale è un governo occulto che governa sui governi, anche quelli liberamente eletti. La contraddizione tra il fatto militare e la democrazia sta nel risucchio di risorse vitali e nell’inquinamento delle procedure decisionali e finalità democratiche, ciò che sfibra l’essenza stessa della democrazia, conquista umana della storia moderna. La libertà civile e democratica deve crescere nella autoliberazione consapevole dei popoli dalla sottomissione a quel supergoverno assoluto, loro nemico.

Dimagrimento militare. Il pensiero e la prassi nonviolenta chiedono il disarmo, e cioè lo sviluppo delle potenziali capacità proprie, civili, nonviolente, presenti in ogni società, di difendersi da aggressioni interne o esterne con la forza umana nonviolenta. Sappiamo bene che un tale passo è ancora politicamente impossibile: non ha la maggioranza. Allora vogliamo almeno il “transarmo” (Galtung), cioè la trasformazione degli armamenti attualmente offensivi – gravemente offensivi – in mezzi puramente e strettamente difensivi, quindi (come dicevano i pacifisti tedeschi nella lotta contro i missili negli anni ’80) «strutturalmente incapaci di aggressione», come non sono le portaerei e gli aerei di attacco a lungo raggio. Da qui l’esigenza dei movimenti nonviolenti che il cittadino abbia diritto di opzione fiscale tra la difesa militare tradizionale e la difesa popolare con mezzi nonviolenti; che tutti i giovani abbiano diritto di svolgere il Servizio Civile Nazionale e che si costituiscano i Corpi Civili di Pace. «La difesa è soprattutto quella dei diritti costituzionali, la cui graduale erosione è la vera e grande minaccia di questa epoca. Insomma una vera riappropriazione civile della difesa e delle sue risorse» (Pugliese).

Abbiamo bisogno dei militari. Il discorso contro gli eserciti non è contro i militari. Già tanti anni fa scrivevamo «Abbiamo bisogno dei militari per la pace non armata» (il foglio, n. 169, febbraio 1990). Per quanto molti, specialmente nei comandi più alti e incontrollati, siano impregnati di pensiero disperatamente mortale, rassegnato al distruttivismo – «L’esercito è mortale, anche in tempo di pace» (Peter Bichsel, Il virus della ricchezza, Marcos y Marcos 1990, p. 83 e 41-43, 81-94) – nessuno più dei militari conosce l’orrore e la falsità della guerra. Per lo più, la guerra non è colpa loro. Molte delle analisi più critiche della fallacia e del male della guerra sono opera meritoria di saggi e liberi militari, anche di alto grado (si veda ora: Fabio Mini, La guerra spiegata a… , Einaudi 2013). La conoscenza realistica delle situazioni e delle dinamiche dei conflitti è un patrimonio della cultura militare, della sua tradizione e organizzazione, che può diventare un valoroso contributo alla gestione non militare dei conflitti stessi, scopo della nonviolenza positiva e attiva.

Fonte: http://enricopeyretti.blogspot.it/

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Giglio Martagone

aprile 8, 2014

STATI UNITI D’AMERICA — UNO STATO FALLITO?

SI PUÒ FALLIRE VERSO I PROPRI CITTADINI O VERSO GLI ALTRI STATI; CRESCITA DELLE DISEGUAGLIANZE E INSUCCESSO DELLE GUERRE CONFERMANO LA TESI. COME LA GERMANIA DI HITLER O LA FRANCIA DI NAPOLEONE

di JOHAN GALTUNG*

Due criteri. Dipende, ovviamente, dai criteri. Uno stato ha una politica interna verso i propri cittadini, e una esterna verso il sistema statuale. Dipende dalla politica interna ed estera, in altre parole. Questo vuol dire che può fallire in due modi, col non occuparsi dei propri cittadini e col non venire a patti con altri stati. Effettivamente i due aspetti sono strettamente correlati come sovente è stato fatto notare: un regime (che gestisce lo stato) può compensare un fallimento a casa con vittorie fuori casa. E inversamente compensare fallimenti esteri prendendosi molto cura dei propri cittadini. E anche, la riuscita in casa per mobilitare cittadini riconoscenti in guerre patriottiche all’estero.

Mezza America in povertà. L’America, o anzi gli USA, al presente non si prendono granché cura dei propri cittadini. In un recente studio1 il “Centro sulle Priorità Politiche e di Bilancio” stima che una famiglia media di tre persone ha bisogno di 48.000$ per soddisfare i propri bisogni di base, molto vicino al reddito della famiglia mediana di 51.000$. Dagli anni 1950 i costi alimentari sono raddoppiati, quelli per l’abitazione triplicati, i costi medici sestuplicati, e quelli per un’istruzione universitaria 11 volte maggiori – appunto quattro bisogni fondamentali chiave. Cibo, abitazione, sanità, cura dei figli, trasporti e tasse consumano quasi tutto il reddito mediano – senza contare l’istruzione – quindi, “mezza America è in povertà o giù di lì”. E quella metà inferiore della popolazione USA possiede solo l’1.1% della ricchezza nazionale – tanto quanto i 30 americani più ricchi – con ricchezza uguale a zero per il 47% più in basso. Nulla su cui fare affidamento. Misure di sicurezza come Medicare e Medicaid, buoni pasto, ricoveri pubblici e mense popolari aiutano. Ma molti non sono in grado di beneficiarne e inoltre sono minacciati politicamente.

Iniquità. Si aggiunga il rischio alla sicurezza per suicidi-omicidi-incidenti; una causa importante è costituita dalle pistole, facilmente disponibili. Inoltre, le pensioni in calo per molti a causa delle perdite speculative dei fondi di gestione. E le famiglie della popolazione nera soffrono ancora di più, anche per via dei redditi in calo. Tutto questo indebolisce la maggior fonte d’identità, il Sogno Americano, un tempo accessibile a tanti di varia provenienza. Tuttavia, cos’è rimasto della terra dei liberi, il paese libero? Di libertà di parola ce n’è molta fintanto che nessuno ascolta, salvo l’NSA (National Security Agency). Di libertà economica per usare il denaro per fare altro denaro ce n’è anche molta, ma solo per quelli che hanno denaro. Risultato: una società imbavagliata di iniquità.

Politica estera. Con quasi 250 interventi all’estero dai tempi di Thomas Jefferson, il volume di odio in cerca di reazione di rivalsa violenta (blowback), “conseguenze non intenzionali” – dev’essere notevole. “Non siamo mai stati così al sicuro”, dicono taluni oggi, grazie alla “guerra al terrorismo” e allo spionaggio NSA nazionale ed estero. Ma la vendetta sa trovare le sue vie nuove e molto creative, come l’11 settembre. La politica estera USA ha messo a rischio notevole gli americani sia in patria sia all’estero quando viaggiano. Recentemente quella bellicosa politica estera è stata anche notevolmente priva d’intelligenza. Nel giro di un decennio gli USA sono riusciti a consegnare l’Iraq alla propria maggioranza sciita – sogno dell’Iran avveratosi grazie a Bush Jr – e la Libia, nonché presto, probabilmente, la Siria ad Al Qaeda, movimento arabo sunnita – grazie a Obama. E l’Afghanistan allo status quo, grazie a tutti e due.

Abbiamo già vissuto una tale situazione. Grandi Potenze che trattano bene i cittadini, mobilitandoli per la guerra, dapprima con successo, poi scivolando a valle perdendo le guerre e la soddisfazione dei cittadini. Emergono nomi non gradevoli negli USA: la Francia sotto Napoleone, la Germania sotto Hitler. È appena uscito un libro dell’ex-primo ministro francese Leonel Jospin, Le mal napoleonéen, il male napoleonico. All’inizio egli consolidò la Rivoluzione con grandi benefici per la gente, fece molto per riconciliare le due parti della Francia; il codice civile. Poi giunse una fase autoritaria e corrotta (“Napoléon, Quel Désastre!”, Le Nouvel Observateur, 6 marzo 2014, p. 91), poi l’impero, incoronandosi nel 1804, brillanti battaglie (vedi le stazioni del metro parigino) – e poi Waterloo nel 1815. La fine. E dopo di ciò, una Francia che inciampava in una crisi dopo l’altra.

Quando fermare l’espansione. Sotto Hitleri comuni cittadini tedeschi riuscivano a vivere con posti di lavoro, identità e libertà di cui le famiglie dei ceti inferiori non avevano mai goduto; facilmente mobilitati, con il Kriegsbegeisterung [entusiasmo bellico, ndt], per ristabilire il posto della Germania nel mondo. Battaglie brillanti; come Napoleone, cercò di sconfiggere, perdendo alla fine. I tre casi hanno in comune un fattore importante: né Hitler, né Napoleone, né gli USA seppero quando fermare l’espansione, ma seguirono il copione fino in fondo. Hitler avrebbe potuto fermarsi nel 1940, non attaccando la Russia; Napoleone nel 1807 dopo le sue battaglie vinte; gli USA nel 1945, giungendo a un patto informale con la Russia anziché con Churchill. La Russia sopravvisse a Napoleone e Hitler, occupandone entrambe le capitali dopo terribili perdite. Proprio adesso, se Putin sa dove fermarsi, la Russia sopravviverà anche agli USA. Occupando Washington? Può darsi di no. Quel che invece proprio Washington potrebbe fare è molto ovvio ma non così facile, con molti di coloro che al vertice degli USA vogliono sia più belligeranza sia più iniquità, senza freni né retromarcia.

Si cessino le guerre, si organizzino conferenze di pace con tutte le parti coinvolte, anche quelle non gradite a Washington, si tenga conto di ciò che esse vogliono, si cerchi un nuovo ordine mediante il soddisfacimento, in misura sufficientemente ragionevole, di tutti gli obiettivi legittimi – compresi quelli degli USA. Si dia spazio alla riconciliazione riconoscendo gli errori, disponibili a una qualche compensazione. Si sollevino i ceti al fondo della società USA, cominciando dai più poveri tra i poveri; si arresti la speculazione – il gemello della guerra, si diminuiscano i costi per i bisogni fondamentali permettendo a un numero crescente di persone di coltivare il proprio cibo in cooperative e vivere in coabitazioni pubbliche. Si tragga ispirazione dalla sanità pubblica dell’Europa occidentale; si renda economicamente accessibile l’università invitando a insegnare professori in pensione. Molto semplice, ma va a sbattere contro il muro di pietra di una ideologia trincerata su se stessa. Gli USA come proprio peggior nemico. Gli Stati Uniti d’America uno stato fallito? Non c’è dubbio, come la Francia di Napoleone e la Germania di Hitler. Per una democrazia, ci vuole più tempo per fallire. Essendo una democrazia sui generis, ci potrà volere ancora più tempo per rinnovarsi. Ma dovrà farlo. E – come ha detto una volta qualcuno – Sì, lo possiamo! (Yes, we can!)

 


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Titolo originale: America — A Failed State?https://www.transcend.org/tms/2014/04/america-a-failed-state/

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis. Fonte: http://serenoregis.org/2014/04/05/stati-uniti-damerica-uno-stato-fallito-johan-galtung/

1 citato in Nation of Change, More Evidence That Half of America Is in or Near Poverty, (Altre prove che mezza America è in povertà o giù di lì) del 24 marzo 2014, di Paul Buchheit.

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