Brianzecum

marzo 12, 2018

UN PAPATO MESSIANICO

LO SCARTO È FINITO, DIO NON SCARTA NESSUNO. CONTRAPPASSO NON È GIUSTIZIA, LA DIVINA COMMEDIA È FINITA. IL SIGNORE RITORNA, LA PAROLA CAMMINA, LA SUA VOCE RISUONA IN MOLTE VOCI, VOCE DEI POVERI VOCE DI TUTTI

di Raniero La Valle (Intervento alla Federazione Nazionale della Stampa, il 2 marzo 2018). Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2018/03/un-papato-messianico.html

Dopo cinque anni di papa Francesco, che si compiono il 13 marzo, certamente si può confermare ciò che già apparve all’inizio del pontificato, e cioè che egli fosse venuto per riaprire, a una modernità che l’aveva chiusa, la questione di Dio. E infatti il ministero di papa Francesco è un ininterrotto annuncio del Dio del vangelo, un Dio inedito, un Dio che sorprende, un Dio non più “tremendum” ma solo “fascinans”. Però oggi dire questo non basta più. Ci vuole una sorta di “relectio de papa Francisco”, una rilettura che vada al di là dei due stereotipi in base a cui oggi si parla di lui: quello dell’esaltazione e quello della denigrazione: apologetica contro riprovazione. Mi pare invece che l’approccio giusto sia quello di una interpretazione: il pontificato di Francesco va interpretato perché nasconde un mistero. Come si parlò di un “mistero Roncalli”, “le mystère Roncalli”, alludendo al mistero o carisma del papa che aveva convocato il Concilio, così c’è un segreto di questo pontificato che va interrogato, che va svelato. E forse da questa interpretazione, anche dopo che esso sarà concluso, dipenderà il futuro della Chiesa.
Profezia. C’è un’interpretazione diffusa di questo pontificato come di un pontificato profetico. E certamente è verissima, né è smentita dal fatto che esso sia contrastato, perché anzi è proprio della profezia essere combattuta. Però se fosse solo profetico, non ci sarebbe niente di veramente straordinario, perché la storia della Chiesa, sia sul versante della successione apostolica che sul versante della tradizione dei discepoli, è piena di profeti, papi compresi: basta pensare a Leone Magno che con la sua lettera a Flaviano dona alla Chiesa la fede di Calcedonia, o a Gregorio Magno che attraverso la figura di san Benedetto è il vero padre dell’Europa. Io però penso che si possa dare un’interpretazione ulteriore, come non solo di un pontificato profetico, ma di un pontificato messianico.
Messianico cioè cristiano. Neanche questo di per sé sarebbe straordinario; perché messianico non è che l’altro nome del cristiano, Cristo non è che il greco di Messia, quindi “un papa messianico” è come dire “un cristiano sul trono di Pietro”, come si disse di papa Giovanni; ma siccome ci siamo dimenticati di questa identità messianica e il popolo cristiano ignora il greco, non è così ovvio, e un pontificato messianico appare effettivamente straordinario. Ma di quale messianismo si tratta? Infatti non tutti i messianismi sono buoni, tanto che alcuni maestri talmudici hanno detto: “Se questo è il messia, non lo voglio vedere”. C’è un messianismo apocalittico, come quello di Qumram o del IV libro di Esdra, che annuncia un mondo nuovo ma attraverso la catastrofe del mondo presente, e non si tratta certo di questo, anzi come dice padre Antonio Spadaro nel suo ultimo libro, questo pontificato è una “sfida all’Apocalisse”, e come abbiamo detto noi nell’assemblea di Chiesa di tutti Chiesa dei poveri, semmai è una forza frenante, che resiste, che trattiene la catastrofe, come il katécon messianico paolino. C’è poi un messianismo utopico che si aspetta il realizzarsi delle promesse messianiche nella storia, ma soffre l’angoscia del loro non avverarsi, del loro ritardo; secondo lo storico e filosofo ebreo Gershom Scholem, ciò avrebbe fatto della vita ebraica una vita in condizioni di rinvio, una vita vissuta nel differimento, mentre secondo molti saggi dell’ebraismo, un attivismo messianico che cercasse di abbreviare questo ritardo si risolverebbe in tragedia. Il messianismo del pontificato di Francesco non assomiglia a nessuno di questi modelli. Non a quello apocalittico; semmai, come dice la biblista Rosanna Virgili, è escatologico, dove l’escatologia accende un’attesa in cui si apre lo spazio al presente.
L’oggi di Dio. Ma quello del pontificato di Francesco non assomiglia neanche al messianismo che, tutto proteso verso il futuro, vive, come dice Scholem, “in una situazione di irrealtà”; il significato messianico del pontificato di Francesco non sta nella logica del differimento. La sua vera patria è l’oggi di Dio, l’oggi biblico dell’ascolto della sua voce, come dice la lettera agli Ebrei (Eb. 3, 7), è un nunc, è il nun kairós paolino (Rm. 3,26; 8,18; 11,5), è il tempo presente investito dall’evento messianico, è l’irruzione del tempo di Dio nel tempo storico, nel tempo di ora. Non è il tempo che verrà, è il tempo che viene ed è questo, dice Gesù alla Samaritana. Sta qui, nella storia. Però è un presente, un oggi che non è chiuso nella conservazione e nell’eterna ripetizione di se stesso, non è “un tempo omogeneo e vuoto”, come dice Walter Benjamin, ma è il tempo dove il nuovo accade e la storia avanza. Ma non si tratta di una crescita continua, di uno sviluppo costante e graduale dall’antico al moderno, al postmoderno, come lo pensa il progressismo; no, questo non è un papato migliorista. Esso infatti assume il tempo di ora, ma lo assume nel senso della discontinuità, una discontinuità che accade nel presente. C’è un cambiamento, pacifico, certo, ma vero, è una rivoluzione. Restano allora da individuare alcuni momenti nodali, topici di questa discontinuità messianica, di questo cambiamento epocale (perché, come si dice, questa non è un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento d’epoca). Ne indicherei tre.
1) NON SCARTI, NON ESUBERI
Si chiude l’età dello scarto. Cioè si chiude un intero ciclo della storia dell’Occidente, e non solo dell’Occidente, che si è fondato e si è svolto nel pensiero della diseguaglianza tra gli uomini. Se vogliamo assumere simbolicamente il nome che più rappresenta questo pensiero della diseguaglianza, che gli ha dato autorità e lo ha fatto diventare cultura diffusa, prenderei, e spero di non scandalizzare nessuno, il nome di Aristotile. Ancora nel 1500, al tempo della conquista delle Americhe, per dimostrare che gli Indi non erano veramente uomini, e che perciò gli Spagnoli avevano il diritto di assoggettarli, si ricorreva all’antropologia di Aristotile, per la quale vi sono uomini e collettività che non essendo per limiti innati dotati di ragione sufficiente, sono schiavi per natura, naturaliter servi. È la tesi che cita anche Francisco De Vitoria nella sua Relectio de Indis, per confutarla: ma intanto gli Indios erano stati assoggettati come incapaci di essere liberi e padroni di se stessi, e questo pensiero della diseguaglianza arriverà fino ad Hegel, a Croce, a De Gobineau e ai razzismi del Novecento europeo. Ma alla teoria dell’inevitabile diversità di destino tra sommersi e salvati hanno dato spago anche le culture castali dell’Oriente e, da noi, le teologie dell’elezione, della predestinazione, della natura non risanata dalla grazia, dell’ “extra Ecclesiam nulla salus”, che sono le teologie di un privilegio.
Discontinuità messianica
. Il diritto aveva provato ad affermare che non c’è e non ci può essere un’umanità di scarto, ma basta vedere che fine fanno nel Mediterraneo gli scartati in nome del diritto, in nome della legge per la quale i perseguitati dalla fame, a differenza dei perseguitati dai signori del potere e della guerra, non hanno diritto di passare, per l’Europa non hanno diritto di esistere. La discontinuità messianica di papa Francesco sta in questo, che oggi, e non domani, nessuno deve essere scartato, nessuno deve essere escluso, non ci sono tante umanità quanti sono gli Stati, le lingue, le religioni, c’è una sola ed unica umanità, ed è Dio stesso che se ne fa garante, perché si è fatto umanità nel Figlio, si è rivestito dell’umanità come di una tunica che in nessun modo può essere lacerata e spartita. È in questo scatto, in questa discontinuità messianica che si colloca il paradosso di una teologia missionaria che respinge il proselitismo, di un papa che “sta in Roma ma sa che gli Indi sono sue membra”, come già aveva ricordato il Concilio citando san Giovanni Crisostomo, e quindi considera una sciocchezza l’annetterseli, perché già sono nell’unità di Dio.
2) NON IL CONTRAPPASSO COME GIUSTIZIA
L’uscita dall’ideologia del contrappasso è il secondo punto cruciale di questo messianismo. Il contrappasso è la giustizia della pesata uguale, come la chiamava Isacco di Ninive: tu hai fatto una cosa a me, io faccio una cosa a te. È la legge del taglione, occhio per occhio dente per dente. È la bilancia della giustizia che su un piatto mette il delitto, sull’altro la vendetta; una vendetta che poi, certo, l’incivilimento vuole non più privata, ma pubblica, ma a cui i privati non rinunciano e che continuano a pretendere, per loro soddisfazione, proprio dallo Stato. Quando dicono che “vogliono giustizia”, significa che vogliono vendetta. Anche Dio è incluso in questo girone infernale. Se non condanna non è giusto. Se lo si risarcisce, se lo si soddisfa, se gli si offre riparazione, sacrificio, allora può perdonare. Se vogliamo assumere il nome che più rappresenta questo pensiero, che gli ha dato autorità e lo ha fatto diventare cultura diffusa (e, di nuovo, non vorrei scandalizzare nessuno), prenderei il nome di Dante. L’Occidente non ha bisogno del catechismo, basta la Divina Commedia. L’immaginario è quello, inferno purgatorio e paradiso, contrappasso e stridor di denti. Il pontificato messianico sta in questo, che annuncia la misericordia, come il tutto di Dio. Non è l’alchimia della retribuzione, non c’è un do ut des divino. La divina commedia è finita.
Dio è il padre che non solo ti aspetta, ma accorcia il tempo dell’attesa, cancella il differimento, arriva per primo, “primerea”, come dice il papa con il suo neologismo argentino. E così devono fare gli uomini, secondo il vangelo: settanta volte sette, cioè sempre. Rimandare questo a domani è l’apocalisse, farlo oggi è messianismo. C’è una miriade di detti di papa Francesco che si potrebbero citare a questo proposito. Ne citerò solo uno, rivolto il 4 gennaio scorso a un gruppo di ragazzi romeni ospiti di un orfanotrofio. Un ragazzo gli aveva raccontato che di uno di loro, che era morto l’anno scorso, un prete ortodosso (perché i romeni sono ortodossi) aveva detto che era morto peccatore e per questo non sarebbe andato in paradiso. E il papa ha risposto: “Forse quel prete non sapeva quello che diceva, forse quel giorno quel prete non stava bene, aveva qualcosa nel cuore che l’aveva fatto rispondere così. Ti dico una cosa che forse ti stupisce: neppure di Giuda possiamo dirlo”. E ha aggiunto: “Io ti dico che Dio vuole portarci tutti in paradiso, nessuno escluso. Dio non se ne sta seduto, lui va, come ci fa vedere il vangelo, è sempre in cammino per trovare quella pecorella, e anche se siamo sporchi di peccati, se siamo abbandonati da tutto e dalla vita, lui ci abbraccia e ci bacia. Sono sicuro che questo è ciò che il Signore ha fatto con il vostro amico”.
Diventa possibile l’ecumenismo. La discontinuità messianica è tra ciò che quel prete aveva nel cuore, in base alla teologia che gli era stata insegnata, e la buona notizia che Francesco ha dato ai ragazzi, e che sta dando al mondo, che il Signore non lascia indietro nessuno. Se si pensa all’angoscia di Lutero riguardo alla salvezza e se si pensa alle prime quattro tesi di Wittenberg, secondo le quali tutta la vita dei fedeli deve essere un sacro pentimento, vissuto nella mortificazione della carne fino all’ingresso nel regno dei cieli , si vede che la vera Riforma è questa. La “sola misericordia” è la vera risposta alla “sola fide”, la trascende; è per questo che, 500 anni dopo, l’ecumenismo si può ora realizzare.
3) IL SIGNORE RITORNA, CONTINUA A PARLARE
Gesù continua a parlare. La terza discontinuità messianica sta nell’annuncio che Gesù veramente ritorna, e ritorna oggi. Il cuore del messianismo cristiano sta nella fiducia che il Signore torni. I cristiani aspettano il ritorno di Gesù. Ma egli non può tornare se tutto è già scritto, se la rivelazione è chiusa, e tutto quello che c’è da fare è di portare a buon fine ciò che la Tradizione ci ha già consegnato. C’è stato anche il buon lavoro fatto dall’esegesi, che al di là del Cristo della fede ha ritrovato il Gesù storico, ma proprio in quanto storico quel Gesù è definitivo. Se vogliamo assumere il nome che più rappresenta questo pensiero dell’impossibile ritorno di Gesù, prenderei quello del Grande Inquisitore di Dostoevskij, che dice a Gesù, tornato a Siviglia, di non venire a disturbare il loro lavoro. Il messianismo di questo pontificato sta nel mostrare che Gesù continua a parlare, non solo spiegando meglio e facendoci capire meglio le cose già dette, ma proprio dicendo cose nuove, inedite, che erano sconosciute anche a lui.
Non si può legare lo Spirito. Il papa sa che nel Vangelo non tutto è stato scritto, perché anzi, come dice Giovanni alla fine, se fossero scritte tutte le cose compiute da Gesù, “il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere”; e ci sono cose che Pietro non ha capito nemmeno quando aveva Gesù ai suoi piedi che glieli lavava, e che capirà solo dopo, non l’indomani, perché anzi l’indomani lo tradirà, ma nei secoli futuri; per esempio Pietro ha capito solo adesso che la pena di morte non ci deve stare nel Catechismo, e ha detto ai suoi di toglierla, perché “è necessario … che la Chiesa possa esprimere le novità del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce; questa Parola non può essere conservata in naftalina”: Gesù di Nazaret cammina con noi, lo Spirito Santo non si può legare e Dio non cessa di parlare alla Chiesa (discorso dell’11 ottobre 2017). Questo dice il papa: la rivelazione infatti non è chiusa e la notizia migliore è quella che oggi ancora non fa notizia, non si può dare, non ci può essere nei Telegiornali, perché è una notizia che ancora non c’è. E allora Gesù può tornare. Ma non per essere licenziato di nuovo con un bacio, come quello esangue del Grande Inquisitore, ma per essere accolto e fatto parlare e ascoltato, certo, attraverso le voci degli angeli che lo acclamano ma anche attraverso le voci della sterminata moltitudine di uomini, di donne, di poveri che lui ama e che sono, dopo di lui, i secondogeniti di Dio sulla terra, di noi che siamo i secondogeniti del Padre. Le loro voci, le nostre voci. Come disse papa Giovanni la sera dell’apertura del Concilio, affacciandosi alla finestra di piazza san Pietro nel buio illuminato dalle fiaccole: “Sento le vostre voci”, ascolto le vostre voci….

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gennaio 3, 2018

LA PACE CHE VIENE DAL PROFONDO

RIMUOVENDO ETERNO E GRAZIA SI PERDE LA CAPACITÀ DI COGLIERE IL NESSO TRA COSE DIVERSE, CIOÈ DI MEDITARE

di don Giorgio De Capitani*

Vuoto. Dopo una bella o buona scorpacciata di buonismi sentimentaloidi, eccone subito un’altra, apparentemente diversa, ma in continuità sul piano della pelle. Resterà sempre difficile spiegare il repentino passaggio dalla scorpacciata di buonismi natalizi alla scorpacciata di folli frenesie di fine anno. Difficile da spiegare, se poi le vittime sono i credenti o le comunità cristiane. Pensate: nel Mistero natalizio il tempo si riempie di grazia divina, e con l’ultimo dell’anno si vuole quasi ammazzare un tempo di grazia, cadendo nel vuoto di un altro anno, che non sembra promettere quella novità di grazia che tutti vorremmo. Mancano le premesse di un’apertura di spirito interiore, indispensabile per accogliere la novità della grazia. Il Figlio di Dio, o il Logos come scrive Giovanni nel Prologo, entra nel tempo per riempirlo di grazia, e in una notte (in quel secondo di tempo che va dalla fine di un anno all’inizio dell’anno entrante) si pensa di compiere un rito di scongiuro, antico ma sempre moderno, talmente sterile da far naufragare ogni speranza nel vuoto del nulla.

Tempo ed eternità. Sarebbe interessante, ma non credo che sia la Messa giusta e il giorno giusto, soffermarsi sul rapporto tra tempo ed eternità. Ma una cosa la devo dire: purtroppo ancora oggi abbiamo una concezione materiale o esteriore del tempo, quasi un contenitore dove succede di tutto alla rinfusa, dove mettiamo di nostro ogni prodotto di cose che si consumano e muoiono. Il tempo è un contenitore chiuso alla novità, e la Novità è l’Infinito di Dio che dà valore al tempo. Eppure, nella Bibbia si parla di pienezza dei tempi (ovvero i tempi si compiono con l’arrivo di qualcosa di grande che appartiene al mondo del Divino) o, più specificatamente, si parla di un’Ora, quella di Dio, che è l’Ora dello Spirito santo che santifica il tempo con la sua presenza. Non dimentichiamo le parole di Gesù alla Samaritana: «Viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». Ecco come si santifica o si eternizza il tempo: adorare Dio in spirito e verità. Mi chiedo come l’uomo moderno viva il suo tempo: come un contenitore di cose da consumare per farsi poi consumare dal tempo, oppure come un tempo di grazia, da vivere nella libertà dello Spirito santo?

L’eterno nel presente. Ieri sera ho ascoltato il discorso di fine anno di Sergio Mattarella. Il solito discorso a fior di pelle! Mai una parola sull’essere umano nella sua realtà interiore. Ma soprattutto non mi è piaciuta la frase: «Non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l’avvenire, così deformando il rapporto con la realtà». Caro Presidente, se il presente non si fa eterno, tutto si fa una betoniera che stritola ogni essere umano. No! Non ci siamo! È l’eterno nel presente che dà valore al passato e al futuro. Altrimenti, il grosso animale, ovvero il sociale, che sembra l’ossessione del messaggio di una Chiesa che ha perso la testa uscendo fuori della realtà dello Spirito, divorerà anime e corpi.

Giornata della pace. Oggi è il primo dell’anno. La Chiesa, con Paolo VI, dal 1968, dedica il primo dell’anno alla pace. Sono passati cinquant’anni, sono stati scritti cinquanta messaggi da parte del papa, sono state fatte magari migliaia di marce per la pace. E tutto questo a che cosa è servito? Un tempo, si dava la colpa al potere, alle dittature, alle voglie espansionistiche di nazioni potenti, che creavano squilibri, ingiustizie, schiavitù dei più poveri che venivano sfruttati ai fini del benessere dei più ricchi. Sì, oggi c’è forse maggiore democrazia, maggiore coscienza di valori quali libertà e giustizia, si sono conquistati più diritti, ecc. Ma le cose non funzionano. Perché? A parte le planetarie ingiustizie del passato che pesano ancora, anche sulla società di oggi: il sangue vuole sangue, e c’è la vendetta dei poveri repressi. Ma c’è di più che non funziona, ed è il falso concetto di giustizia fondato sulla conquista dei diritti a discapito dei doveri. E questo si chiama egoismo. Ecco dove sta la cosa che oggi non funziona: uno squilibrio tra diritti e doveri. I veri doveri fanno parte del nostro essere: non sono quelli imposti dalla società o dalla chiesa, che sono obblighi più o meno istituzionali. I doveri dell’essere fanno parte di tutti, poveri e ricchi. Anche i poveri vanno educati al senso del dovere, perché, altrimenti, quando arriveranno a un certo benessere, diventeranno egoisti anche loro, contribuendo a creare una società squilibrata e ingiusta. Non dobbiamo accontentarci di dire: Oggi tocca a me star bene! Ne ho patite di ingiustizie! Il problema è un altro: come star bene tutti insieme. Ma che significa star bene?

Meditare. E qui tiro in ballo il terzo brano di oggi, ovvero le parole di Luca, quando scrive: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore»”. L’italiano “meditare” traduce il verbo greco συμβάλλειν, che significa “mettere insieme”. Notate: la parola “simbolo” deriva proprio dal verbo greco “sun-ballo”. Col simbolo riesco a mettere insieme più pezzi per trovare il senso più profondo di una cosa. Meditare, dunque, significa trovare l’unitarietà di qualcosa che con i nostri occhi superficiali vediamo come spezzettata, divisa, composta di più cose magari inconciliabili tra loro. Maria, dunque, ha meditato su ciò che era successo in quei giorni, per trovare il senso profondo, quello di Dio. Non si era limitata a notare il succedersi degli avvenimenti, ma ha cercato il loro nesso profondo. La differenza tra superficialità/esteriorità e interiorità sta proprio qui: si è superficiali quando si è fuori del nostro essere, e allora vediamo e giudichiamo gli avvenimenti staccati tra loro, senza afferrarne un nesso. Se invece rientriamo dentro di noi, nello spirito riusciamo a cogliere l’unitarietà di un disegno. Lo Spirito divino ci aiuta a cogliere un disegno che, se rimaniamo fuori, resterà sempre incomprensibile. Vedete quanto sia importante ritornare nel nostro essere, se vogliamo ricomporre la frammentazione delle cose, di ciò che succede nel mondo. Anche questo significa volere la pace, che è armonia da cogliere nello spirito interiore.

*omelia del 1 gennaio 2018: ottava del Natale nella circoncisione del Signore (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21). Fonte: http://www.dongiorgio.it/01/01/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-messa-primo-dellanno-2018/

novembre 27, 2017

QUELLA GIUSTIZIA CHE DÀ ORIGINE AD AMORE LIBERTÀ VERITÀ

PRINCIPIO DI ARMONIA CHE MANCA AGLI UOMINI MA CHE POSSIAMO RISVEGLIARE NEL NOSTRO ESSERE INTERIORE

di don Giorgio De Capitani*

Fare silenzio.  I tre brani della Messa sembrano fuori contesto. Forse avremmo preferito una scelta più appropriata al tempo liturgico dell’attesa del Salvatore. Ma facciamo uno sforzo, e cerchiamo di cogliere almeno qualche parola, che ci aiuti a riflettere in vista del Mistero natalizio. Questo, diciamolo ancora una volta, meriterebbe una concentrazione anche mentale più di quanto noi cristiani facciamo, sommersi come siamo, anche perché ci fa comodo, in una massa di banalità, oramai diventate una prassi doverosa, per non dire necessaria: la prassi di una vigilia che si prolunga in uno spasmodico consumo di companatico, dimenticando il vero pane sostanzioso, quello che nutre il nostro spirito interiore. Mi soffermo sul primo brano. Se leggiamo tutto il capitolo 51 del libro scritto dal Secondo Isaia, e l’inizio del 52, troviamo ripetuti i verbi all’imperativo: “ascoltatemi” e “risvegliati” oppure “ridestati”. Per ascoltare bisogna fare silenzio, altrimenti se parliamo non possiamo ascoltare chi ci parla, e succede, come avviene nei dibattiti politici, che le parole si sovrappongano, con  il caos che ne segue. Se poi a parlare è Dio, allora il silenzio deve essere ancor profondo e interiore: possiamo anche non dire parole con la nostra lingua, ma se siamo distratti nei nostri pensieri o nel nostro cuore, allora non c’è ascolto.

Ecco il senso del verbo “risvegliarsi” o ”ridestarsi”. Se dentro di noi facciamo silenzio e lasciamo parlare lo Spirito interiore, si ridesta in noi quel Sé che è il fondo della nostra anima. “Risvegliatevi!”. Quanto mi piace questo verbo! Avevano ragione i grandi filosofi greci, i mistici indù e i mistici cristiani medievali a dire che dentro di noi c’è un Sé addormentato, magari in coma, da risvegliare. Tutti nasciamo con un sé addormentato: il nostro compito è di risvegliarlo. Ma se noi lasciamo allo Spirito la possibilità di parlare, il Sé divino si risveglia. Più noi parliamo o lasciamo parlare chi non ha diritto di parlare con il linguaggio dello Spirito, il nostro sé, ovvero il nostro essere più interiore, rimane in coma. E allora ecco una società di alienati, di fuori testa: fuori di quel Sè che è il nostro vero essere. Detto questo, ci è più facile ora cogliere il significato della parola “giustizia”.

Giustizia, diritto o legge. Non solo nella società, dove la parola “giustizia” come l’insieme di diritti da conquistare ha forse superato la parola amore, ma anche nella Bibbia la parola “giustizia” ricorre frequentemente, anche sotto forma di diritto o di legge. I primi cinque libri dell’Antico Testamento, che formano il Pentateuco, sono chiamati dagli ebrei la Torah, ovvero la Legge. Pensate anche ai Salmi, dove la legge è quasi un ritornello. Del resto, la parola “testamento”, che significa patto o alleanza, richiama la legge. Ed ecco la domanda: che rapporto c’è tra la giustizia e la legge o il diritto? Nel campo sociale, c’è un rapporto così stretto che non si può parlare di giustizia senza il diritto o la legge. Purtroppo, ripeto purtroppo, nel campo religioso si è commesso l’errore di interpretare il nostro rapporto con Dio, facendo prevalere la legge, cadendo in quel fariseismo che non è mai morto. Per cui: tra il singolo e Dio c’è di mezzo la legge religiosa, che manipola a suo piacere sia il singolo che l’immagine stessa di Dio. Secondo gli studiosi, nella Bibbia la “giustizia” è associata al volere di Dio e spesso indica la sua volontà.

Volere di Dio. Può essere sinonimo di legge, intesa nel senso di rivelazione. Sempre secondo la Bibbia, “volere” o “seguire” la giustizia indica l’impegno a realizzarla; “conoscere” la giustizia implica la dedizione di tutta la persona nel vivere la volontà divina. Per questo equivale, come dice il profeta Geremia, ad “avere la legge nel cuore”. Che dire? Tante belle parole, ma sulle parole si può equivocare, e cadere sempre nel difetto del fariseismo. Se legge è rivelazione del volere di Dio, bisogna sapere qual è la volontà di Dio, che non va fatta coincidere con il volere umano, e nemmeno della religione o della Chiesa. Sta qui il punto: qual è il volere di Dio? E poi: che significa volere? Dio è il volere del Bene assoluto, e quindi del nostro bene come ricerca del Bene assoluto. La giustizia di Dio allora è Dio stesso come Bene assoluto. Giustizia umana è tendere alla giustizia di Dio come Bene assoluto. Sganciata dal Bene assoluto, la giustizia cade nell’egoismo più spietato o nella schiavitù più feroce.

Il nostro essere interiore. Ci tengo a parlare di giustizia, perché ritengo che sia la parola da scoprire nella sua essenza: una scoperta che precede quella dell’amore, della libertà e della verità. Se ben riflettiamo, i nostri concetti di amore, di libertà e di verità sono riduttivi o addirittura falsi, perché ci manca il vero concetto di giustizia, intesa come quell’armonia che dà ad ogni cosa il suo vero posto. Se in Dio tutto è giustizia o armonia, tra di noi e in noi non è così. Tutto è squilibrato, per quel senso di falsa giustizia che fa prevalere i nostri diritti sugli altri. In tal caso come possiamo parlare di amore, di libertà e di verità? Quando diciamo che Dio è giusto, quando parliamo dei giusti di Dio, non possiamo non ribaltare i nostri concetti di giustizia, di diritto e di legge. Poco fa ho citato Geremia. Il profeta spiega cos’è la nuova alleanza che Dio vuole concludere con il popolo d’Israele: «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò nel loro cuore». Dunque, la legge di Dio è nel nostro essere interiore. Da qui, dal nostro essere interiore, ha origine la vera giustizia, e dalla giustizia hanno origine l’amore, la libertà e la verità.

*Omelia del 26-11-2017 Terza domenica di Avvento (Is 51,1-6; 2Cor 2,14-16a; Gv 5,33-39); fonte: http://www.dongiorgio.it/26/11/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-terza-di-avvento/

agosto 8, 2017

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

PRELUDIO DELL’INVIO DEL PARACLITO, CHE SCRIVERÀ NON SULLA CARTA MA DIRETTAMENTE NEI CUORI

di don Giorgio De Capitani omelia del 6-8-2017 (Pt 1,16-19; Eb 1,2b-9; Mt 17,1-9). fonte: http://www.dongiorgio.it/06/08/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-trasfigurazione-del-signore/

Non bastano gli scritti L’episodio della trasfigurazione di Gesù davanti ai tre prediletti: Pietro, Giacomo e Giovanni, viene narrata da Matteo, Marco e Luca, ma non si trova nel vangelo di Giovanni. Già questo fa capire la differenza tra i tre sinottici e il quarto vangelo. Nei sinottici troviamo solo alcuni momenti in cui Gesù sembra uscire dalla sua realtà puramente storica (pensate al battesimo e pensate, appunto, alla trasfigurazione: due episodi, tra l’altro accomunati da identiche parole pronunciate dal Padre celeste), mentre il quarto vangelo è ricco di questi momenti di gloria divina. O, ancor meglio, possiamo dire che tutto il vangelo di Giovanni è una manifestazione in Gesù della gloria di Dio. Chiariamo meglio. Tutti e quattro i vangeli sono stati messi per iscritto parecchi anni dopo la morte e la risurrezione di Cristo, ovvero dopo la predicazione orale di Gesù e dopo la predicazione orale degli apostoli: un aspetto, questo, fondamentale, perché fa capire che non basta limitarci agli scritti, dimenticando la parte orale della predicazione di Cristo e degli apostoli. Se vogliamo cogliere in profondità e nella sua originalità il messaggio radicale di Cristo, bisognerebbe risalire alla fonte, che è, appunto, la predicazione orale di Gesù. Ma come è possibile, se Gesù stesso non ci ha lasciato nessun scritto e se nessuno al momento ha pensato di stenografare ciò che diceva Gesù? Sarebbe interessante, a questo punto, aprire una lunga parentesi, che non farò per ragioni di tempo, sulla importanza di conoscere l’insegnamento trasmesso a voce dei grandi maestri in genere. Leggere i loro scritti, se qualcuno di loro ha scritto qualcosa, o, ancor peggio, leggere ciò che gli altri, discepoli o discepoli dei discepoli, hanno scritto di loro, non basta. C’è qualcosa di importante che può sfuggirci, e talora queste verità sono le più importanti.

Verità fondamentali. Lo scritto non riesce a comunicare tutto il messaggio di un maestro, anzi talora lo fraintende o, per lo meno, può nasconderlo nelle sue verità fondamentali. E questo vale anche per la Bibbia scritta. Per quanto riguarda l’Antico Testamento, pensate alla predicazione dei profeti. La cosa già paradossale è che i profeti vengono classificati come maggiori e minori, in base ai loro scritti. Ma come si può dire che ad esempio Isaia sia stato più grande di Elia, il quale tra l’altro non ha scritto nemmeno una riga? E anche parlando di Isaia o di Geremia o di Ezechiele, chi ci dice che i loro scritti riportino le parole “migliori” che hanno detto? Non dimentichiamo che ci sono pervenuti tramite diverse mani e in un lungo periodo di tempo. Tra l’altro, un conto è leggere i loro scritti, un conto è sentire dal vivo la loro predicazione. E così si dica della predicazione di Gesù. Giovanni stesso scrive, al termine del suo Vangelo: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro… Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 20,3; 21,25). E, allora, ecco la domanda: ad esempio, Gesù che cosa ha detto in realtà di fondamentale, che i vangeli scritti magari fanno solo intuire, ma che non ci rivelano del tutto? Formuliamo la domanda in un’altra maniera: se i vangeli, come ha detto Giovanni, non riportano tutto il messaggio orale di Cristo, non è che, anche per l’intermediazione della chiesa che stava nascendo, sia sfuggito o sia stato taciuto, qualcosa di estremamente importante? Ma c’è di più: non è che Gesù abbia voluto trasmettere il suo messaggio attraverso un’altra via, oltre ad una fredda stesura di ciò che egli aveva detto o aveva fatto?

Parole spirituali. Ed ecco allora un’altra domanda: perché Gesù, verso la fine del suo ministero pubblico, dice ai suoi discepoli: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi»? E ancora Gesù dice: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità…». Che significano le parole: “per il momento non siete in grado di portarne il peso”? Eppure quei discepoli avevano davanti lo stesso Logos, Parola incarnata? No, non è stato sufficiente. Occorrerà lo Spirito a guidare gli esseri umani verso tutta la verità. E allora perché Gesù si è incarnato? Si è incarnato, sembra dire lo stesso Gesù, per inviarci lo Spirito santo: sarà lo Spirito a toglierci il velo che copre il nostro essere interiore. Altro che trasfigurazione come momento magico! Lo scritto di per sé stacca il maestro dai suoi lettori, e questo è più che naturale, dal momento che i maestri prima o poi muoiono e i discepoli sono costretti a ricordarne gli insegnamenti fissandoli sulla carta, e col tempo gli scritti diventano meno comprensibili, sia per il linguaggio usato e sia per il contesto che radicalmente cambia. Il lettore è davanti a un testo, come se fosse solo, e sullo sfondo l’autore, sempre più distaccato. Il maestro parla, dialoga, è vivo, mentre le parole fissate sulla carta diventano fredde. Manca quella dialettica che esiste tra il maestro e il discepolo. Ma c’è di più per la Bibbia. La Bibbia: prima nelle mani dei rabbini, e sappiamo quanto le loro interpretazioni fossero diventate tanto insopportabili da attirare le ire di Cristo, poi, nelle mani di una gerarchia ecclesiastica, che talora e spesso l’ha usata in funzione della propria struttura. Ed ecco che entra in scena lo Spirito, che scrive non sulla carta, ma nei cuori o nelle anime, ed è qui, nell’interiorità del proprio essere, che il Logos si fa generazione perenne, ovvero non solo parla con la voce dello spirito, ma addirittura ci trasforma nel mistero divino. E allora non ci basta più leggere i Vangeli, o la Bibbia in genere: dentro di noi, avviene quel dialogo, anche dialettico, tra la parola viva del Figlio di Dio e il nostro intelletto più puro. Non per nulla si dice che lo Spirito è il nostro maestro interiore.

maggio 21, 2017

SPIRITO SANTO VERO MAESTRO

ALLONTANANDOSI DALLA CULTURA GRECA LA CHIESA HA PERSO LA MISTICA E SULLA SAPIENZA DEL NOSTRO ESSERE HA PRESO IL SOPRAVVENTO LA SAPIENZA DEL MONDO
di don Giorgio De Capitani*

Ancora e sempre Spirito santo. Anche nei brani della Messa di oggi si parla di Spirito santo. Nel primo, si dice che Pietro era colmo di Spirito santo, di quella presenza divina che gli dava l’energia per affrontare i capi ebrei e di accusarli addirittura di aver scartato la pietra angolare, ovvero Cristo salvatore, mettendolo su una croce maledetta. Nel secondo brano, Paolo contrappone la speranza umana alla sapienza dello Spirito. Nel brano del Vangelo, Gesù, nel discorso d’addio, promette ai discepoli il dono dello Spirito: sarà lui il vero maestro interiore.

Paure. Nel libro “Atti degli apostoli”, troviamo diversi momenti di tensioni, di contrasti, di scontri tra le autorità ebraiche e le autorità pagane nei confronti dei primi cristiani. Ciò che impressiona è constatare la paura del potere religioso (quello ebraico) e del potere politico (quello romano) per un gruppo di entusiasti ma nulla di più (la struttura stava per nascere, ma non era ancora imponente), seguaci di un Cristo che era morto sulla croce, con la condanna dei capi ebrei, ratificata dai capi romani. Ma perché aver paura di questi “scalmanati”, così erano giudicati, dal momento che l’ebraismo aveva radici ancora profonde e millenarie e l’impero romano aveva esteso il suo predominio sul mondo allora conosciuto? Avevano paura perché avevano colto in questa nuova “setta”, così giudicata, i semi di una prossima rivoluzione, oppure perché temevano una concorrenza?

Sobillatori del quieto vivere. Agli ebrei ortodossi, ligi alla Torah, non stava bene che molti di loro abbandonassero la religione dei padri per seguire il mito di uno che era stato crocifisso proprio perché aveva osato toccare l’eredità intoccabile di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e tanto più che la nuova religione era nata proprio all’interno dell’ebraismo. Al potere romano non stava bene che si predicassero verità che, direttamente o indirettamente, andassero poi a incidere negativamente sulla vita sociale o, meglio, sul quieto vivere dei cittadini romani. Sì, proprio così: i primi cristiani erano accusati di essere sobillatori dell’ordine pubblico, ovvero del quieto vivere.

La parte migliore della Chiesa. Ma la novità nascente dove effettivamente risiedeva? Era veramente una novità “essenziale”, una di quelle da rivoluzionare l’essere umano, prima ancora di incidere sulla vita religiosa, sociale e politica della società? Al contatto col vecchio, non c’era il rischio che o si arrivasse a dialogare per sopravvivere, dividendosi reciprocamente spazi del quieto vivere, o ci si chiudesse a riccio creando altre strutture, destinate poi a mortificare il nuovo nascente? La Chiesa finirà ben presto per contestare se stessa nella sua parte “migliore”. In altre parole, la Chiesa rischierà di suicidarsi, annullando quello Spirito interiore, da cui era nata. Più la Chiesa s’ingrosserà come struttura e come potere, più si svuoterà della sua vera anima, ovvero del fondo dell’anima, là dove lo Spirito risiede nella sua purezza. E questo che cos’è se non un suicidio?

Volto buonista. Sinceramente non sopporto di assistere oggi a qualche ripulitura esteriore, nel vestito, dando alla Chiesa un volto buonista, misericordioso, accogliente, ecumenico, dimenticando che la vera conversione (l’aveva già detto Gesù) sta nel cuore, nella caverna del cuore, nel profondo del nostro essere. Una conversione, che non riguarda tanto un cambio di diplomazia o di quell’arte di saper fare che è la prerogativa di una certa politica pragmatistica, ma una conversione che richiede quel radicale distacco che permette di cogliere la realtà dell’essere umano. Sì, un distacco radicale dall’inessenziale, dal contingente, dal superfluo, dal falso necessario.

Quando la Chiesa tradisce lo Spirito. Se, dunque, all’inizio del cristianesimo ci furono duri contrasti tra il potere religioso ebraico e il potere politico romano, la Chiesa, via via strutturandosi, finirà per crearsi problemi sempre più preoccupanti all’interno della propria struttura, a danno di quella realtà che ancora oggi costituisce il grosso problema dei credenti: in che cosa in realtà noi crediamo? Ciò che ritengo sconcertante è il fatto che la Chiesa abbia seriamente tradito lo Spirito. Eppure, Cristo aveva detto chiaramente ai discepoli, i primi eredi dell’opera cristiana, di porre fede anzitutto nello Spirito, che dovrà sempre restare il vero maestro interiore.

Siamo discepoli e non maestri. Ma che significa le parole che troviamo nel vangelo di oggi? “… lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che vi ho detto”? Che significa insegnare e ricordare? Insegnare e ricordare che cosa e a chi? Ma almeno una cosa deve essere chiara: tutti noi credenti, a iniziare dai capi gerarchici, siamo discepoli, e non maestri. Se abbiamo il compito di trasmettere la verità, non dobbiamo dimenticare che la verità non è “nostra”: è sempre da cercare, perché la verità è Dio stesso, e Dio non è un oggetto da conoscere, ma è lo Spirito che si genera in noi, quando però gli diamo spazio.

Sapienza umana e sapienza dello Spirito. Solo un breve accenno per quanto riguarda la contrapposizione tra la sapienza umana e la sapienza dello Spirito. Solitamente si è pensato che la sapienza umana di cui parla San Paolo fosse quella della cultura greca, e che la sapienza dello spirito fosse quella dello Spirito secondo la concezione ebraica. In realtà non è così’. Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che il retroterra culturale cristiano non è quello ebraico, ma greco: basterebbe pensare all’influsso che ha avuto Platone sui primi pensatori cristiani fino a Sant’Agostino. Gli ultimi libri sapienziali dell’Antico Testamento sono nati nel mondo greco. Il guaio è stato quando la Chiesa ha abbandonato la cultura greca, sorgente della vera mistica, per rifarsi al mondo giudaico. D’altronde, chi ha parlato in modo eminente e sublime dello spirito, della sapienza, del divino in noi? Non sono stati forse gli antichi filosofi greci? Oggi sembra che il primato della Parola di Dio, intesa in senso biblico-giudaico, abbia svuotato il mondo dello Spirito, ecco perché la sapienza di questo mondo (il mondo del maligno, come direbbe San Giovanni), ha preso il sopravvento sulla sapienza del nostro essere.

*Omelia del 21 maggio 2017, sesta di Pasqua (At 4,8-14; 1 Cor 2,12-16; Gv 14,25-29); fonte: http://www.dongiorgio.it/21/05/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-sesta-di-pasqua/

aprile 24, 2017

TRE ELEMENTI DELL’ESSERE UMANO

AL PIÙ PROFONDO, LO SPIRITO, PERTIENE LA BEATITUDINE, CHE NON È TRANSITORIA COME IL PIACERE

di don Giorgio De Capitani*

Corpo, anima, spirito. Secondo la concezione greca, e ripresa dallo stesso San Paolo nelle sue lettere, l’essere umano non è costituito solo da due elementi, corpo e anima, ma da tre elementi, corpo, anima e spirito. Lo spirito, che è la realtà più profonda, è stato dimenticato dalla stessa psicanalisi, la quale, come dice la parola (psiche significa anima), si limita a scandagliare l’anima, dimenticando però lo spirito, che è l’elemento più interiore, che i mistici chiamano “il fondo dell’anima”, ovvero la parte più profonda. Dunque, il corpo in particolare, ma anche l’anima appartengono alla parte più esterna, lo spirito appartiene invece alla parte più interiore, più profonda dell’essere umano.

Piacere, felicità. Al corpo è legato il cosiddetto piacere (d’ogni tipo), ma tutti quanti sappiamo, anche per esperienza personale, che questi piaceri corporali o fisici sono transitori: oggi ci sono, domani non più. Possono essere anche buoni, ma sono fugaci, passano in fretta, hanno il loro tempo, e, quando passano, lasciano spesso l’amaro in bocca. All’anima è legata la cosiddetta felicità o serenità, che può essere una bella cosa, come contemplare un cielo stellato, oppure un bel dipinto, oppure gioire per una bella amicizia. Ma anche la felicità è transitoria: passa in fretta, non è eterna. Ecco, sia il piacere fisico che la felicità dell’anima sono legate alle circostanze, alla buona sorte come dicevano gli antichi. Cambia una circostanza, la buona sorte volta le spalle, e si torna nella infelicità.

Beatitudine. Allo spirito invece è legata la “beatitudine”, ed è questa la realtà che veramente conta, perché risiede nello spirito, là dove è presente il Divino eterno. La beatitudine non è soggetta alle circostanze o alla buona sorte, ma permane immutabile. Usando l’immagine di un grande mistico, la porta può essere mossa e magari sbatte di qua e di là dalle circostanze di carattere fisico o dell’anima, ma resta sempre fissa sui cardini, che rappresentano lo spirito interiore che resta sempre fermo. Ecco perché Gesù stesso parla di beatitudini. Chi non ricorda la pagina di Matteo delle beatitudini che fa da porta d’ingresso al Discorso della Montagna? Pensate a quel “Beati i poveri…”. Certo, Gesù non si riferiva ai poveri materiali, ma a coloro che cercano di liberarsi delle cose futili, delle cose transitorie, accessorie. L’evangelista Matteo specifica: “beati i poveri in spirito”, che non significa: poveri di spirito, ma al contrario: poveri nella libertà dello spirito, coloro che si sono liberati da ogni peso inutile.

I veri beati. Ed ecco perché con una beatitudine si conclude non solo il terzo brano di questa domenica, ma il quarto Vangelo. Il capitolo 21, secondo gli studiosi, sarebbe un’appendice aggiunta posteriormente dallo stesso autore o da un suo discepolo. Qual è allora la beatitudine finale del quarto Vangelo? Gesù dice a Tommaso, l’incredulo: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Possiamo anche tradurre le parole di Gesù al presente: beati coloro che non vedono, non toccano, non hanno bisogno di prove, di miracoli, di manifestazioni straordinarie, e credono. Qui sta la vera beatitudine: credere senza aggrapparsi a qualcosa di esteriore. I beati, secondo Gesù, sono coloro che vivono nello Spirito di Dio, che è del tutto interiore. Mi chiedo se noi cattolici abbiamo veramente interpretato così le parole chiare di Gesù. Basterebbe pensare che ancora oggi per essere proclamati beati occorre una prova della santità, attraverso un miracolo e attraverso l’esercizio eroico delle virtù. Eppure Gesù ci ha detto che i veri beati sono coloro che hanno scoperto il segreto del loro essere, ovvero la parte più profonda che è la vita dello spirito.

Prendere sul serio il Vangelo. La beatitudine, dunque, è qualcosa di grande, come dice il termine greco “macarios” (da macros, grande): grande, ma in rapporto all’ampiezza del nostro spirito interiore, il quale, più si spoglia di cose esteriori, di cose futili, di accessori, del superfluo, più dà spazio alla presenza del Divino in noi. Paradossalmente, possiamo dire che siamo più grandi meno cose abbiamo, e siamo più piccoli più cose abbiamo. Secondo la logica terrena, non è così: felici sono coloro che hanno tanto, infelici sono coloro che hanno poco. È per questo che il Vangelo non è stato preso sul serio. Sento ancora cristiani che dicono: Sì, Gesù ha detto questo o quest’altro, però…, sì però… La nostra vita è piena di però: ma, se, però. E così poniamo le nostre riserve, le nostre condizioni, le nostre paure. Sì però… Quando ero chierico liceale a Venegono inferiore, il nostro Padre spirituale, don Ferdinando Baj, un prete eccezionale, un giorno ci fatto tutta una predica sul “però”. Ancora oggi, passati ormai 60 anni, me la ricordo. Siamo pieni di però, di ma, chissà, forse, e così mettiamo sempre le mani in avanti per paura di cadere, se osiamo troppo. Sì, il Vangelo è il nostro punto di riferimento, però… Gesù talora esagera, il suo Spirito è troppo esigente.

Dona lo Spirito. L’evangelista Giovanni scrive: Gesù, «chinato il capo, consegnò lo spirito». L’espressione può avere un doppio significato: morire, ma anche “donare lo Spirito”. Quindi, Gesù mentre muore fisicamente dona lo Spirito al mondo intero. Ancora. La sera del giorno di Pasqua, Gesù appare ai discepoli e, dopo averli salutati con il dono della pace, soffia su di loro, dicendo: “Ricevete lo Spirito santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Che significa uno Spirito dato per il perdono dei peccati? Commenta don Angelo Casati: «Perché altrimenti non è vita, altrimenti è vivere nell’incubo del peso di un passato, di un passato di ingiustizia. Perdono come sciogliere da tutto ciò che è chiusura, che è disamore, che è indifferenza, da tutto ciò che occupa, da tutto ciò che ci allontana dall’essere umani, per alitare ancora in noi il soffio di una vita libera, appassionata, aperta, solidale, bella, umanamente ricca. Perdono come guardare in avanti. Se no, non è risurrezione, ma proseguimento di opere di morte. E che speranza sarebbe?».

*omelia del 23 aprile 2017: seconda di Pasqua (At 4,8-24; Col 2,8-15; Gv 20,19-31). Fonte: http://www.dongiorgio.it/23/04/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-seconda-di-pasqua/

marzo 20, 2017

VERITÀ COME MOVIMENTO DI RIVELAZIONE DELL’ESSERE

LA MENZOGNA, PROPRIA DEL DEMONIO, RISIEDE NELL’AMORE DI SÈ STESSI. LA VERITÀ CI LIBERA DAL PECCATO

di don Giorgio De Capitani*

Binomi significativi. In particolare nel quarto Vangelo, ci sono diversi binomi che sono come sfaccettature del Mistero divino e del mistero dell’essere umano. Ne elenco alcuni: Logos e incarnazione (prologo); spirito e rinascita (incontro con Nicodemo); acqua e grazia, spirito e verità (incontro con la samaritana); acqua e spirito (festa delle Capanne); cecità e fede (miracolo del cieco nato); morte e vita (miracolo di Lazzaro). Da notare inoltre che questi temi, tra cui alcuni tra loro apparentemente contrastanti (morte e vita, ad esempio), sono sviluppati in contesti del tutto particolari: colloqui di Gesù con eretici (samaritana) o con capi religiosi ortodossi (Nicodemo); miracoli scandalosi per gli ebrei, ligi ad esempio alla legge del sabato (miracolo del cieco nato); duri scontri, ed è il brano di oggi.

Acerrimi nemici. Commenta don Raffaello Ciccone: «Il testo di Giovanni è molto complesso, poiché risente delle grandi polemiche, delle perplessità e dei drammi che portano allo scoperto la responsabilità dei puri e dei colti, l’ambiguità della loro fede, l’ideologia dominante dei perfetti, il rifiuto di mettersi in discussione. Si appoggia su un confronto terribilmente alto: tra Gesù ed Abramo (che qui è ricordato 8 volte). Il testo, così come viene presentato, offre alcune difficoltà interpretative. Tutta la polemica, ad esempio, non coinvolge “quei Giudei che gli avevano creduto” (8, 31). Ma la violenta requisitoria che segue, fino alla fine del capitolo, si rivolge alle autorità giudaiche, ostili a Gesù. È un dialogo terribile tra la rabbia degli interlocutori che si sentono sbugiardati e totalmente in balia della menzogna e Gesù che li affronta a viso aperto. Egli afferma persino che Abramo ha visto il suo tempo e se n’è rallegrato. Deve essere suonata come pazzia pura ma anche lucida e blasfema». Ecco, in questo contesto fortemente polemico, dove volano le accuse più infamanti, troviamo delle perle divine: è proprio il caso di dire che è solo di notte che si vedono le stelle, e più la notte è buia, più le stelle luccicano.

La verità vi farà liberi!” Tutta la violenta diatriba nasce da queste iniziali parole di Gesù. Parole così chiare, lampi così luminosi da squarciare l’ottusità di quegli ebrei, così testardi da credersi nel giusto solo perché fedeli seguaci di un capostipite, Abramo, la cui fede, lungo i secoli, si era dispersa tra i grovigli sempre più inestricabili di leggi e di tradizioni, tenute in vita con la violenza di una religione, che era riuscita perfino ad annullare ogni rispetto per la dignità dell’essere umano, in base al principio vincolante: prima la legge, poi la coscienza. Loro, quei caporioni, si sentivano liberi, solo perché si credevano figli di un antenato, ridotto a puro pretesto per giustificare la loro ottusità religiosa. E Gesù che cosa fa? Rimangia o attenua ciò che ha detto? No. Rincara la dose, accusandoli di essere schiavi del peccato: una parola, peccato, che non poteva lasciare indifferenti coloro che si sentivano puri per privilegio di fede. Loro erano gli eletti, perciò incontaminati! Non erano bastate le batoste di Dio e gli sferzanti rimproveri dei profeti per renderli umili e consapevoli dei loro tradimenti nei riguardi dell’Alleanza divina.

Ex propriis loquiturMa Gesù che cosa intende per peccato? Il peccato, al singolare, è la menzogna che attinge dal proprio io la falsificazione della verità. C’è un’espressione, che i Mistici hanno sempre ritenuto la chiave per capire dove sta l’inganno, quando Gesù dice a proposito del demonio: “Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna”. In latino si legge: “ex propriis loquitur”. L’inganno appartiene alla natura stessa del demonio, è qualcosa che gli è proprio. La menzogna è il suo mondo: appartiene all’ego del demonio. Dunque, le menzogne, al plurale, provengono da un’unica menzogna di fondo, che è quella di parlare “ex propriis”, come Gesù rimprovera a quei giudei, che sono figli del demonio, padre della menzogna, proprio per questo: perché parlano di ciò che è loro proprio: “ex propriis”. In altre parole, dice menzogne chi “ex propriis loquitur”, ovvero chi parla di ciò che deriva dall’amore di se stesso, secondo l’espressione dei Mistici: “amor sui”. La menzogna, dunque, risiede nell’amore del proprio ego; l’ego, secondo i Mistici, è l’ostacolo principale alla verità divina. Là dove c’è l’ego, l’amore del proprio io, non ci può essere verità.

Alètheia” e “Veritas”. È interessante spiegare il significato etimologico della parola “verità”. Dipende, però, se prendiamo il termine greco “a-lètheia” oppure il termine latino “veritas”. Già è indicativo che l’italiano “verità” derivi dal latino “veritas”. Il termine greco “a-lètheia”, che viene dal verbo “lanthano” (significa “sono nascosto”), preceduto dall’alfa privativo, sta a designare ciò che si scopre nel giudizio, ragionando. Il termine latino “veritas” vuol dire “fede” (per cui l’anello nuziale si può dire indifferentemente “fede” o “vera”): fede in un dato di fatto che non si discute. Dunque, la verità secondo il termine greco significa “svelatezza”, disvelamento, rivelazione. Mentre il termine latino “veritas” indica una certa protezione, difesa, custodia di una verità, appellandosi ad una fede cieca, il termine greco “a-lètheia” significa “non-nascondimento dell’essere”: l’essere che viene a galla, si manifesta appunto, man mano si tolgono le varie credenze religiose. Giustamente è stato scritto: la verità come “alètheia” è “un atto dinamico, mai concluso, attraverso cui avviene la confutazione dell’errore e il riconoscimento del falso: non un pensiero statico e definito una volta per tutte, bensì movimento di rivelazione dell’essere”.

Io sonoOra possiamo capire perché Gesù ha detto “Io sono”, togliendo così ogni sovrastruttura, ogni falsa credenza religiosa, smascherando l’ipocrisia di quei caporioni ebrei che tremavano al solo pensiero che Dio si presentasse come l’essere infinito e che perciò il vero credente dovesse adorarlo “in spirito e verità”, come Gesù aveva detto alla samaritana.


*Omelia del 19 marzo 2017; (Es 34,1-10; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59). Fonte: http://www.dongiorgio.it/19/03/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-terza-di-quaresima/

febbraio 6, 2017

UNITÀ NELLA DIVERSITÀ

LA VERITÀ DIVINA SI RIVELA PROGRESSIVAMENTE. LA PLURALITÀ DELLE LINGUE NON È UNA PUNIZIONE MA UNA BENEDIZIONE: IL PENSIERO UNICO È QUELLO DEL POTERE
di don Giorgio De Capitani*

La Bibbia spiega se stessa. C’è un principio basilare per studiare la Bibbia: “la Bibbia si spiega con la Bibbia” o, è la stessa cosa, “la Bibbia spiega se stessa”. La chiave per comprendere una parte della Bibbia è offerta dalla Bibbia intera. Se troviamo un versetto difficile, la spiegazione si troverà guardando in qualche altra parte della Scrittura. C’è di più: gli eventi del passato, anche i miti (pensate al peccato originale, al diluvio universale, alla torre di Babele, ecc.), lungo la storia ebraica vengono in continuazione ripresi e interpretati alla luce dei successivi eventi, insieme alla verità divina che si rivela progressivamente, di esperienza in esperienza umana. In altre parole: Dio non ha detto tutto di se stesso, subito, fin dall’inizio, ma si rivela progressivamente: neppure Gesù Cristo si è rivelato del tutto, ma (l’ha detto lui) ha lasciato allo Spirito santo di svelare man mano per intera la verità divina. E questo avverrà fino alla fine del mondo. Quindi attenzione: nessuno, neppure la Chiesa cattolica, dovrà imprigionare nei dogmi la Verità. D’altronde, se la Verità è infinita, come possiamo dire di conoscerla già tutta?

Il vero culto e l’universo rinnovato. Ho fatto questa doverosa premessa per comprendere meglio il primo brano della Messa, che è la parte conclusiva del terzo libro di Isaia, i capitoli dal 56 al 66, scritto da un anonimo profeta vissuto durante la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme (dal 520 a.C. in avanti). Il capitolo 66 inizia con un ammonimento nel più puro spirito profetico: non basta ricostruire il tempio e riprendere le celebrazioni rituali dei sacrifici e delle offerte; è necessario convertirsi radicalmente e impegnarsi nella lotta contro l’idolatria e l’ingiustizia. Solo così si entra a far parte della nuova comunità. E la nuova comunità sarà l’Umanità rinnovata, dove ci sarà la confluenza di tutti gli esseri umani, in una conversione cosmica, senza più distinzioni di sesso, di razza, di religione.

La Torre di Babele e l’unificazione cosmica. Ed è qui che indirettamente viene richiamato il mito della Torre di Babele. Il brano di oggi inizia proprio così: «Così dice il Signore Dio: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria…”». Il Signore convoca in Sion, simbolo della città ideale di Dio, tutte le nazioni attraverso un segno: ecco confluire verso Gerusalemme un’immensa carovana proveniente dai paesi più lontani allora conosciuti. Con loro marciano in posizione d’onore i figli di Israele, ma la sorpresa è che il Signore sceglierà anche tra i paesi pagani sacerdoti e leviti, con un gesto universale di straordinaria larghezza. Ecco il “segno” della nuova era. Che c’entra la Torre di Babele? Il racconto voleva simboleggiare il delirio di onnipotenza umana nel tentativo di sfidare Dio. Un racconto da non prendere alla lettera, ma come un mito, del resto presente presso tutte le religioni. Da sempre l’uomo ha voluto lanciare una sfida a Dio. Basterebbe già pensare ai nostri progenitori.

Uniformità come dominio. Ora vorrei chiarire come Dio ha reagito nel caso della Torre di Babele. Ci hanno sempre detto che il Signore ha annullato il folle tentativo introducendo lingue diverse, così da confondere gli uomini. Il racconto (capitolo 11 della Genesi) inizia così: «Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole». Sembrerebbe che prima della sfida a Dio con la Torre di Babele esistesse un unico linguaggio. Ma non è così. Basterebbe leggere i capitoli precedenti. E allora come interpretare la punizione divina? La divisione o la pluralità delle lingue non va vista come una punizione, ma al contrario come una benedizione di Dio. Con il racconto della Torre di Babele, l’autore sacro intendeva dirci una cosa, ovvero che il Signore ha punito il tentativo umano di imporre una uniformità come dominio. Allora la frase: «Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole» rivela la condizione di una umanità degenerata. “In realtà – osserva Enzo Bianchi – se c’è una parola unica, questa è la parola del più forte, del più potente, di colui che detiene il potere”.

Logica dell’onnipotenza. Capite allora dove sta la forza del potere che vuole dominare tutto! Sta nel suo disegno che vuole essere unico, nella lingua che vuole essere unica. Anche oggi si parla di un disegno unico, di un pensiero unico che si vorrebbe imporre a tutti. Quel tentativo degli antichi di sfidare Dio con il linguaggio unico, imponendo un unico disegno sul mondo, è sempre attuale. Il problema, dunque, non è quello di capirci perché parliamo lingue diverse, il problema è quando parliamo lo stesso linguaggio, secondo un unico disegno, che è quello di un potere che vuole dominare il mondo. Commenta don Angelo Casati: «Voler essere grandi, farsi un nome, svuotare il cielo, è l’anima del progetto. La logica che soggiace è la logica dell’onnipotenza, è la pretesa dell’immortalità. La logica non è “custodire il giardino”, il giardino dell’umanità, ma farsi un nome, avere successo, dominare sugli altri. La torre del controllo: tutto sotto controllo! Sembra di leggere qui l’origine di ogni razzismo, di ogni totalitarismo, di ogni soffocamento della diversità… Il Signore disse: “Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”… Un solo popolo, una sola lingua, un’unità che soffoca le diversità, un’unità che uccide l’immaginazione – il modello è unico, va globalizzato! – un’unità che è la propria lingua imposta a tutti: la lingua della propria religione, della propria cultura, della propria razza… E si dice: abbiamo fatto l’unità. Come quando in una casa parla uno solo. Dio smaschera questa unità, l’unità dell’unica lingua… L’ideale non è dunque un unico centro di potere religioso, politico, sociale, culturale, ma stare dentro la lingua mobile degli altri.

La dispersione! Dio non vuole essere rinchiuso in una sola lingua, potremmo dire anche in una religione, se una religione tende a imprigionare Dio… Quando un uomo, una donna, un popolo diventa benedizione? Quando costruisce la torre, o quando discende? Al mito della scalata del cielo la Bibbia risponde con un Dio che scende e cammina: “sono stato con te dovunque sei andato” (2 Sam. 7,9). Risponde con la storia di Gesù, il Figlio di Dio, sceso nella carne dell’uomo. Davvero una benedizione». Alla luce del mito fortemente didattico e simbolico della Torre di Babele, possiamo comprendere come intendere l’unificazione da parte di Dio di tutte le popolazioni mondiali, nell’armonia delle loro identità culturali, razziali, religiose e politiche.

* omelia del 5 febbraio 2017: quinta dopo l’Epifania (Is 66,18b-22; Rm 4,13-17; Gv 4,46-54). Fonte: http://www.dongiorgio.it/05/02/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-quinta-dopo-lepifania/

ottobre 31, 2016

VERSO L’UNIFICAZIONE TOTALE

C’È UN PROGETTO DIVINO DI UNIFICAZIONE DELLA STORIA UMANA. SAREMO GIUDICATI SU QUANTO SAPREMO TROVARE DIO NEL NOSTRO ESSERE PROFONDO

di don Giorgio De Capitani, omelia del 30 ottobre 2016: seconda domenica dopo la dedicazione  (Is 25,6-10a; Rm 4,18-25; Mt 22,1-14)

Un ideale pranzo fantastico.  Nel testo di Isaia, scritto probabilmente dopo l’esilio babilonese, si profilano gli eventi gioiosi della conclusione definitiva della storia: il raduno sul monte del Signore, il banchetto, l’instaurazione del Regno eterno. Tutto questo viene intravisto all’orizzonte, anche se confusamente, dal profeta che però si fida della visione divina, e per renderla più espressiva ricorre all’immagine classica del banchetto. La vittoria finale sarà, dunque, contrassegnata da un pranzo universale, diciamo fantastico, organizzato dal Signore, su un monte ideale (Gerusalemme è in questo caso idealizzata), a cui tutti gli esseri umani sono invitati a festeggiare la fine del mondo vecchio e malvagio e l’inizio del nuovo. Anche il menu è fantastico: al massimo della sovrabbondanza e della bontà o prelibatezza dei cibi più gustosi e dei vini più raffinati. È interessante il commento dei rabbini: ripensando alla potenza di Dio che ha ucciso un mostro marino, chiamato Leviatan, dato quindi come “carne per il popolo che abitava nel deserto” (Salmo 74,14), hanno concluso che la vivanda principale dei giusti dovesse essere la carne di questo mitico pesce. Perciò, in Israele, ancora oggi, alla cena del venerdì sera, quando inizia il sabato, si è soliti mangiare pesce per richiamare a tutti gli uomini pii il banchetto celeste che li attende. Senza cercare di voler capire il pensiero del profeta, che ripeto, in quanto profeta del Divino, annuncia ciò che intravede all’orizzonte, senza determinare luoghi e tempi, circostanze o altro al di là di immagini che già parlano da sole agli spiriti liberi, vorrei dire quanto sia affascinante pensare che c’è un Progetto positivo sulla storia umana, e che questa storia non è nelle mani nostre.

Verso l’unificazione della storia.  Ma è già importante credere che il mondo va verso l’unificazione totale, e non verso la frantumazione dell’Uno, o la mitizzazione del molteplice: si va verso la Totalità che si armonizza nell’Unità. Qualcuno sta forse pensando: che cosa sta dicendo questo prete? Elucubrazioni personali, campate per aria! No, il punto di partenza è un’amara constatazione: noi viviamo in questo mondo, e il mondo è ritenuto “nostro”, dividendolo e suddividendolo, prendendo ciascuno la propria parte! Al domani penserà chi verrà dopo di noi! Credo, invece, a differenza di questi panciroli, che il futuro dipenderà dal modo con cui oggi viviamo in attesa della unificazione della storia. Ma, purtroppo, la storia è continuamente frantumata, in una serie di egoismi a non finire, e poi ci si lamenta perché ancora oggi ci siano guerre, violenze, egoismi fratricidi. È la visione dell’insieme che ci manca: di un insieme che è la composizione progressiva del molteplice verso l’unificazione cosmica.

Una parabola irritante, dura da digerire.  Anche nel brano del Vangelo si parla di un banchetto, attraverso una parabola di Gesù, che è forse una delle più irritanti e dure da digerire. Tutte le volte che sono costretto a spiegarla devo sempre ricorrere al contesto e anche al linguaggio apocalittico dell’evangelista che, rivolgendosi al mondo ebraico, non poteva non tener conto di ciò che in realtà era già successo, con la distruzione di Gerusalemme e del Tempio. Tuttavia, quando sento dire, da parte di Gesù, che alla fine, dopo che i suoi inviti a partecipare alle nozze sono stati disattesi e che addirittura i servi sono stati uccisi, il re ha deciso di mandare le sue truppe per uccidere quegli assassini e per dare alle fiamme la loro città, sapendo che il re è l’immagine di Dio Padre, beh, non posso essere del tutto d’accordo. E anche la storia del vestito nuziale non convince, anche se gli studiosi moderni tendono a ritenere la parabola come la fusione di due parabole distinte.

Oltre la parabola. Tentiamo ora qualche riflessione, andando al di là dei particolari della parabola, che poi non sono del tutto particolari, ma almeno al di là di quella che potrebbe essere una lettura troppo legata al testo. Anzitutto. Gesù si è rivolto ai caporioni del popolo ebraico, ovvero ai rappresentanti di una religione che aveva fatto dell’esclusivismo e del campanilismo più gretto, razziale, culturale e religioso, il cuore senza cuore di un dio ridotto a idolo. In questo senso, la parabola esce dal contesto storico dei tempi di Cristo, ma non avrà mai le ali abbastanza forti per superare anche le collinette più dolci. Ancora oggi siamo qui a morire di campanilismo, di razzismo e di barbarismo, di mobilitare i paesi per bloccare l’accoglienza ai più sfortunati. E così il pranzo si fa occasione solo culinaria, ovvero per riempirsi la pancia, per fare un’opera buona che non laverà certo l’onta razzista. Una seconda riflessione. I veri inviati di Dio, che vanno ad annunciare al mondo intero l’invito ad allargare gli orizzonti in vista del pranzo cosmico, non sono i servitori della religione, ma i profeti, gli spiriti liberi, i mistici, che vengono sistematicamente fatti fuori dalla stessa religione, ed è a questa religione che Dio si rivolge, perché apra le porte e le finestre sull’Umanità.

Unificarci scoprendo Dio in noi.  Che dire della veste nuziale, senza della quale non si può entrare nel nuovo Regno di Dio, presente già qui sulla terra: un Regno in fieri, ma da realizzare nel tempo, con la collaborazione di ogni essere umano? Si sono dette tante cose, si sono scritte pagine e pagine di interpretazioni, anche interessanti e suggestive, ma una cosa andrebbe ribadita: la veste non è qualcosa di formale, non è un apparato o una struttura che si indossa. Si tratta di qualcosa di interiore, quella veste che di per sé non è una veste, perché l’essere interiore è totalmente spoglio, è nudo, non è coperto da alcunché. L’essere è puro spirito, e dire umano non significa dire qualcosa che si indossa, ma l’essere umano è ciò che siamo. Dovremmo chiederci, se siamo veramente onesti, quanti tra i credenti avrebbero il diritto di dirsi cristiani, appartenenti al nuovo regno di Dio. Ma il vero problema non è tanto essere o non essere cattolici, ma essere o non essere umani. Anche il cattolicesimo può essere una veste inadatta al regno di Dio, quando copre o, peggio, sostituisce la realtà profonda del nostro essere con qualcosa di strutturale. Quando ci giudicherà, Dio non chiederà: quante opere buone hai fatto, quante volte sei andato in chiesa, quante volte hai pregato ecc., ma: Hai scoperto chi sei? Dov’è il tuo essere? Non ho bisogno di vedere cose e cose, pur buone e belle, ma se mi hai scoperto nel profondo del tuo cuore.

maggio 9, 2016

SIGNIFICATO DI CIELI APERTI

CONTESTANDO LA LEGGE E IL TEMPIO DELLA RELIGIONE EBRAICA, GESÙ HA VOLUTO CONTESTARE L’ESTERIORITÀ DI OGNI RELIGIONE

di don Giorgio De Capitani*

Due pilastri. Partirei dalla domanda: Gesù Cristo che cosa aveva combinato di così blasfemo da meritare la condanna a morte? Non ho che una risposta: Cristo si era permesso di fare ciò che nessun buon ebreo avrebbe potuto fare, ovvero scardinare i due pilastri della religiosità ebraica: la Legge e il Tempio. La vera ragione dei duri contrasti, tanto drammatici da arrivare a diversi tentativi di lapidazione, tra Cristo e i suoi nemici storici, ovvero i capi ebrei, sia religiosi che di potere, non consisteva nel fatto che Gesù compiva grandiosi miracoli, ma nel fatto che li compiva in giorno di sabato. E una delle accuse che gli sono state rivolte durante il processo davanti al Sinedrio era la dichiarazione di Gesù: “Posso distruggere il tempio e riedificarlo in tre giorni”. Certo, non avevano capito che si riferiva al suo corpo, ma per il Sinedrio già pronunciare la parola Tempio era una bestemmia.

Parole radicali. Immaginate: se Cristo tornasse di nuovo sulla terra e dovesse mettere in crisi tutto l’ordinamento della Chiesa e la maestosità dei luoghi sacri, che cosa succederebbe? Non sarebbe di nuovo condannato? Non è quanto è successo ai tempi dell’Inquisizione, quando furono mandati al rogo quei mistici, giudicati e condannati come visionari e pericolosi, perciò eretici, solo perché si erano permessi di ricordare alla gerarchia della Chiesa le parole radicali di Cristo sulla Legge e sul Tempio? Certo, oggi sembra che la Chiesa si sia addomesticata, almeno nei suoi metodi violenti, ma mi chiedo che differenza ci sia tra far morire le persone fisicamente o farle morire togliendo loro la libertà di pensare e di agire. La ragione, comunque, dell’apparente addomesticamento, che qualcuno chiama pacifica sopportazione o, ancor peggio, abilità diplomatica di vanificare la dissidenza, sta forse nel fatto che oggi sembrano spariti i profeti o i mistici. Oggi ciò che fa paura è l’omologazione generale ad una Chiesa-struttura che, nonostante tutto, continua imperterrita a idolatrare la Legge e il Tempio. Eppure, ogni domenica, la Liturgia ci ripresenta brani della Bibbia, in particolare dei Vangeli, che dovrebbero farci riflettere, ma probabilmente torna comodo fingere di non capire la Parola vivente, o forse abbiamo perso effettivamente la capacità di capirne il messaggio.

Perché, dunque, Cristo è stato ucciso? Anch’io devo ammettere, purtroppo, di aver vissuto tanti anni, troppi, del mio ministero pastorale, come se Cristo fosse venuto sulla terra per dare la sua vita per il genere umano, dando alla parola sacrificio (da qui il sacrificio della Messa) un qualcosa di fine a stesso, senza chiedermi: ma perché ha scelto di morire? Non me lo ero mai chiesto, anche perché sarebbe stato sconvolgente a quei tempi, negli anni giovanili della mia vita sacerdotale, che Cristo fosse stato condannato per una ragione per la quale valeva la pena di affrontare la condanna e la morte. Secondo voi, basta dire: Cristo ha scelto la croce, perché ci ha amato? Tutto cambia se il Figlio di Dio si è incarnato, non per andare a morire su una croce, ma per fare rivivere il genere umano, scardinando sì la Legge e il Tempio, ma perché questi avevano esteriorizzato il credente, togliendogli il suo mondo interiore per renderlo funzionale ad una religione, che era arrivata al punto di sacrificare la dignità dell’essere umano, in funzione della Legge e del Tempio.

Il sabato per l’uomo. Il Figlio di Dio si è incarnato per riportare l’essere umano nel suo stato di essere umano, per farci riscoprire la realtà dello Spirito, che è il fondo dell’anima, come dicono i Mistici. E allora capite perché Cristo se l’è presa con la religiosità ebraica, proprio perché aveva estromesso lo Spirito dall’essere umano. In breve, la religiosità ebraica aveva tradito l’essere umano nella sua più autentica dignità interiore. Basterebbe citare le note parole di Gesù: “Il sabato (o la legge) è al servizio dell’essere umano e non l’essere umano al servizio del sabato (o della legge!)”, oppure le dichiarazioni di Gesù alla donna samaritana: “Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre”. Ecco la stoccata contro il Tempio. Poi aggiunge la stoccata contro la legge: “Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. Potrei aggiungere il bellissimo dialogo tra Gesù e il fariseo Nicodemo. Gesù parla di rinascita spirituale, ovvero interiore, parla di Spirito che è libero di agire, come il vento che soffia da ogni parte senza poterlo guidare.

I cieli aperti. Il primo brano della Messa parla del diacono Stefano, che, poco prima di essere preso a sassate da furibondi giudei, esclama: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”. Nell’espressione “cieli aperti” c’è tutto il nuovo mondo inaugurato da Gesù. Quando Gesù uscì dalle acque del Giordano dopo il battesimo di Giovanni il Precursore, “si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio… venire sopra di lui”. La religione ebraica aveva chiuso i cieli, Cristo li ha aperti, come alle origini del mondo.

Ogni religione chiude i cieli. Non posso soffermarmi sul brano del Vangelo, ma ci sarà un’altra occasione per parlare dell’unità divina e dell’unità mistica dell’essere umano con il divino. Preferisco, in questi ultimi minuti, chiarire una cosa. Ho parlato della religione ebraica contro cui Cristo si è scagliato, ma non vorrei che si pensasse che Cristo, inaugurando un nuovo Ordine, non si rendesse conto degli eventuali pericoli e tradimenti, a cui sarebbe stata esposta anche la Chiesa. Cristo, contestando la Legge e il Tempio della religione ebraica, ha voluto contestare, nello stesso tempo, l’esteriorità della legge e l’esteriorità del tempio presso ogni religione. E, dal momento che la religione in sé è un rischio strutturale, Cristo non ha voluto istituire una nuova religione. I primi cristiani l’avevano capito, chiamando “Via” il cristianesimo. Ma questa originaria intuizione svanirà presto di fronte allo sviluppo inarrestabile del cristianesimo che assumerà man mano il volto di una nuova religione, cadendo negli stessi errori in cui era caduta la religione ebraica. A prevalere, ancora una volta, sarà la Legge e il Tempio, nei loro reali rischi di offuscare e di far tacere la voce del mondo interiore o dello Spirito, chiudendo così di nuovo i cieli infiniti.

*omelia dell’8 maggio 2016: dopo l’Ascensione (At 7,48-57; Ef 1,17-23; Gv 17,1b-20-26). Fonte: http://www.dongiorgio.it/08/05/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-dopo-lascensione/

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