Brianzecum

maggio 21, 2017

SPIRITO SANTO VERO MAESTRO

ALLONTANANDOSI DALLA CULTURA GRECA LA CHIESA HA PERSO LA MISTICA E SULLA SAPIENZA DEL NOSTRO ESSERE HA PRESO IL SOPRAVVENTO LA SAPIENZA DEL MONDO
di don Giorgio De Capitani*

Ancora e sempre Spirito santo. Anche nei brani della Messa di oggi si parla di Spirito santo. Nel primo, si dice che Pietro era colmo di Spirito santo, di quella presenza divina che gli dava l’energia per affrontare i capi ebrei e di accusarli addirittura di aver scartato la pietra angolare, ovvero Cristo salvatore, mettendolo su una croce maledetta. Nel secondo brano, Paolo contrappone la speranza umana alla sapienza dello Spirito. Nel brano del Vangelo, Gesù, nel discorso d’addio, promette ai discepoli il dono dello Spirito: sarà lui il vero maestro interiore.

Paure. Nel libro “Atti degli apostoli”, troviamo diversi momenti di tensioni, di contrasti, di scontri tra le autorità ebraiche e le autorità pagane nei confronti dei primi cristiani. Ciò che impressiona è constatare la paura del potere religioso (quello ebraico) e del potere politico (quello romano) per un gruppo di entusiasti ma nulla di più (la struttura stava per nascere, ma non era ancora imponente), seguaci di un Cristo che era morto sulla croce, con la condanna dei capi ebrei, ratificata dai capi romani. Ma perché aver paura di questi “scalmanati”, così erano giudicati, dal momento che l’ebraismo aveva radici ancora profonde e millenarie e l’impero romano aveva esteso il suo predominio sul mondo allora conosciuto? Avevano paura perché avevano colto in questa nuova “setta”, così giudicata, i semi di una prossima rivoluzione, oppure perché temevano una concorrenza?

Sobillatori del quieto vivere. Agli ebrei ortodossi, ligi alla Torah, non stava bene che molti di loro abbandonassero la religione dei padri per seguire il mito di uno che era stato crocifisso proprio perché aveva osato toccare l’eredità intoccabile di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e tanto più che la nuova religione era nata proprio all’interno dell’ebraismo. Al potere romano non stava bene che si predicassero verità che, direttamente o indirettamente, andassero poi a incidere negativamente sulla vita sociale o, meglio, sul quieto vivere dei cittadini romani. Sì, proprio così: i primi cristiani erano accusati di essere sobillatori dell’ordine pubblico, ovvero del quieto vivere.

La parte migliore della Chiesa. Ma la novità nascente dove effettivamente risiedeva? Era veramente una novità “essenziale”, una di quelle da rivoluzionare l’essere umano, prima ancora di incidere sulla vita religiosa, sociale e politica della società? Al contatto col vecchio, non c’era il rischio che o si arrivasse a dialogare per sopravvivere, dividendosi reciprocamente spazi del quieto vivere, o ci si chiudesse a riccio creando altre strutture, destinate poi a mortificare il nuovo nascente? La Chiesa finirà ben presto per contestare se stessa nella sua parte “migliore”. In altre parole, la Chiesa rischierà di suicidarsi, annullando quello Spirito interiore, da cui era nata. Più la Chiesa s’ingrosserà come struttura e come potere, più si svuoterà della sua vera anima, ovvero del fondo dell’anima, là dove lo Spirito risiede nella sua purezza. E questo che cos’è se non un suicidio?

Volto buonista. Sinceramente non sopporto di assistere oggi a qualche ripulitura esteriore, nel vestito, dando alla Chiesa un volto buonista, misericordioso, accogliente, ecumenico, dimenticando che la vera conversione (l’aveva già detto Gesù) sta nel cuore, nella caverna del cuore, nel profondo del nostro essere. Una conversione, che non riguarda tanto un cambio di diplomazia o di quell’arte di saper fare che è la prerogativa di una certa politica pragmatistica, ma una conversione che richiede quel radicale distacco che permette di cogliere la realtà dell’essere umano. Sì, un distacco radicale dall’inessenziale, dal contingente, dal superfluo, dal falso necessario.

Quando la Chiesa tradisce lo Spirito. Se, dunque, all’inizio del cristianesimo ci furono duri contrasti tra il potere religioso ebraico e il potere politico romano, la Chiesa, via via strutturandosi, finirà per crearsi problemi sempre più preoccupanti all’interno della propria struttura, a danno di quella realtà che ancora oggi costituisce il grosso problema dei credenti: in che cosa in realtà noi crediamo? Ciò che ritengo sconcertante è il fatto che la Chiesa abbia seriamente tradito lo Spirito. Eppure, Cristo aveva detto chiaramente ai discepoli, i primi eredi dell’opera cristiana, di porre fede anzitutto nello Spirito, che dovrà sempre restare il vero maestro interiore.

Siamo discepoli e non maestri. Ma che significa le parole che troviamo nel vangelo di oggi? “… lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che vi ho detto”? Che significa insegnare e ricordare? Insegnare e ricordare che cosa e a chi? Ma almeno una cosa deve essere chiara: tutti noi credenti, a iniziare dai capi gerarchici, siamo discepoli, e non maestri. Se abbiamo il compito di trasmettere la verità, non dobbiamo dimenticare che la verità non è “nostra”: è sempre da cercare, perché la verità è Dio stesso, e Dio non è un oggetto da conoscere, ma è lo Spirito che si genera in noi, quando però gli diamo spazio.

Sapienza umana e sapienza dello Spirito. Solo un breve accenno per quanto riguarda la contrapposizione tra la sapienza umana e la sapienza dello Spirito. Solitamente si è pensato che la sapienza umana di cui parla San Paolo fosse quella della cultura greca, e che la sapienza dello spirito fosse quella dello Spirito secondo la concezione ebraica. In realtà non è così’. Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che il retroterra culturale cristiano non è quello ebraico, ma greco: basterebbe pensare all’influsso che ha avuto Platone sui primi pensatori cristiani fino a Sant’Agostino. Gli ultimi libri sapienziali dell’Antico Testamento sono nati nel mondo greco. Il guaio è stato quando la Chiesa ha abbandonato la cultura greca, sorgente della vera mistica, per rifarsi al mondo giudaico. D’altronde, chi ha parlato in modo eminente e sublime dello spirito, della sapienza, del divino in noi? Non sono stati forse gli antichi filosofi greci? Oggi sembra che il primato della Parola di Dio, intesa in senso biblico-giudaico, abbia svuotato il mondo dello Spirito, ecco perché la sapienza di questo mondo (il mondo del maligno, come direbbe San Giovanni), ha preso il sopravvento sulla sapienza del nostro essere.

*Omelia del 21 maggio 2017, sesta di Pasqua (At 4,8-14; 1 Cor 2,12-16; Gv 14,25-29); fonte: http://www.dongiorgio.it/21/05/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-sesta-di-pasqua/

aprile 24, 2017

TRE ELEMENTI DELL’ESSERE UMANO

AL PIÙ PROFONDO, LO SPIRITO, PERTIENE LA BEATITUDINE, CHE NON È TRANSITORIA COME IL PIACERE

di don Giorgio De Capitani*

Corpo, anima, spirito. Secondo la concezione greca, e ripresa dallo stesso San Paolo nelle sue lettere, l’essere umano non è costituito solo da due elementi, corpo e anima, ma da tre elementi, corpo, anima e spirito. Lo spirito, che è la realtà più profonda, è stato dimenticato dalla stessa psicanalisi, la quale, come dice la parola (psiche significa anima), si limita a scandagliare l’anima, dimenticando però lo spirito, che è l’elemento più interiore, che i mistici chiamano “il fondo dell’anima”, ovvero la parte più profonda. Dunque, il corpo in particolare, ma anche l’anima appartengono alla parte più esterna, lo spirito appartiene invece alla parte più interiore, più profonda dell’essere umano.

Piacere, felicità. Al corpo è legato il cosiddetto piacere (d’ogni tipo), ma tutti quanti sappiamo, anche per esperienza personale, che questi piaceri corporali o fisici sono transitori: oggi ci sono, domani non più. Possono essere anche buoni, ma sono fugaci, passano in fretta, hanno il loro tempo, e, quando passano, lasciano spesso l’amaro in bocca. All’anima è legata la cosiddetta felicità o serenità, che può essere una bella cosa, come contemplare un cielo stellato, oppure un bel dipinto, oppure gioire per una bella amicizia. Ma anche la felicità è transitoria: passa in fretta, non è eterna. Ecco, sia il piacere fisico che la felicità dell’anima sono legate alle circostanze, alla buona sorte come dicevano gli antichi. Cambia una circostanza, la buona sorte volta le spalle, e si torna nella infelicità.

Beatitudine. Allo spirito invece è legata la “beatitudine”, ed è questa la realtà che veramente conta, perché risiede nello spirito, là dove è presente il Divino eterno. La beatitudine non è soggetta alle circostanze o alla buona sorte, ma permane immutabile. Usando l’immagine di un grande mistico, la porta può essere mossa e magari sbatte di qua e di là dalle circostanze di carattere fisico o dell’anima, ma resta sempre fissa sui cardini, che rappresentano lo spirito interiore che resta sempre fermo. Ecco perché Gesù stesso parla di beatitudini. Chi non ricorda la pagina di Matteo delle beatitudini che fa da porta d’ingresso al Discorso della Montagna? Pensate a quel “Beati i poveri…”. Certo, Gesù non si riferiva ai poveri materiali, ma a coloro che cercano di liberarsi delle cose futili, delle cose transitorie, accessorie. L’evangelista Matteo specifica: “beati i poveri in spirito”, che non significa: poveri di spirito, ma al contrario: poveri nella libertà dello spirito, coloro che si sono liberati da ogni peso inutile.

I veri beati. Ed ecco perché con una beatitudine si conclude non solo il terzo brano di questa domenica, ma il quarto Vangelo. Il capitolo 21, secondo gli studiosi, sarebbe un’appendice aggiunta posteriormente dallo stesso autore o da un suo discepolo. Qual è allora la beatitudine finale del quarto Vangelo? Gesù dice a Tommaso, l’incredulo: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Possiamo anche tradurre le parole di Gesù al presente: beati coloro che non vedono, non toccano, non hanno bisogno di prove, di miracoli, di manifestazioni straordinarie, e credono. Qui sta la vera beatitudine: credere senza aggrapparsi a qualcosa di esteriore. I beati, secondo Gesù, sono coloro che vivono nello Spirito di Dio, che è del tutto interiore. Mi chiedo se noi cattolici abbiamo veramente interpretato così le parole chiare di Gesù. Basterebbe pensare che ancora oggi per essere proclamati beati occorre una prova della santità, attraverso un miracolo e attraverso l’esercizio eroico delle virtù. Eppure Gesù ci ha detto che i veri beati sono coloro che hanno scoperto il segreto del loro essere, ovvero la parte più profonda che è la vita dello spirito.

Prendere sul serio il Vangelo. La beatitudine, dunque, è qualcosa di grande, come dice il termine greco “macarios” (da macros, grande): grande, ma in rapporto all’ampiezza del nostro spirito interiore, il quale, più si spoglia di cose esteriori, di cose futili, di accessori, del superfluo, più dà spazio alla presenza del Divino in noi. Paradossalmente, possiamo dire che siamo più grandi meno cose abbiamo, e siamo più piccoli più cose abbiamo. Secondo la logica terrena, non è così: felici sono coloro che hanno tanto, infelici sono coloro che hanno poco. È per questo che il Vangelo non è stato preso sul serio. Sento ancora cristiani che dicono: Sì, Gesù ha detto questo o quest’altro, però…, sì però… La nostra vita è piena di però: ma, se, però. E così poniamo le nostre riserve, le nostre condizioni, le nostre paure. Sì però… Quando ero chierico liceale a Venegono inferiore, il nostro Padre spirituale, don Ferdinando Baj, un prete eccezionale, un giorno ci fatto tutta una predica sul “però”. Ancora oggi, passati ormai 60 anni, me la ricordo. Siamo pieni di però, di ma, chissà, forse, e così mettiamo sempre le mani in avanti per paura di cadere, se osiamo troppo. Sì, il Vangelo è il nostro punto di riferimento, però… Gesù talora esagera, il suo Spirito è troppo esigente.

Dona lo Spirito. L’evangelista Giovanni scrive: Gesù, «chinato il capo, consegnò lo spirito». L’espressione può avere un doppio significato: morire, ma anche “donare lo Spirito”. Quindi, Gesù mentre muore fisicamente dona lo Spirito al mondo intero. Ancora. La sera del giorno di Pasqua, Gesù appare ai discepoli e, dopo averli salutati con il dono della pace, soffia su di loro, dicendo: “Ricevete lo Spirito santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Che significa uno Spirito dato per il perdono dei peccati? Commenta don Angelo Casati: «Perché altrimenti non è vita, altrimenti è vivere nell’incubo del peso di un passato, di un passato di ingiustizia. Perdono come sciogliere da tutto ciò che è chiusura, che è disamore, che è indifferenza, da tutto ciò che occupa, da tutto ciò che ci allontana dall’essere umani, per alitare ancora in noi il soffio di una vita libera, appassionata, aperta, solidale, bella, umanamente ricca. Perdono come guardare in avanti. Se no, non è risurrezione, ma proseguimento di opere di morte. E che speranza sarebbe?».

*omelia del 23 aprile 2017: seconda di Pasqua (At 4,8-24; Col 2,8-15; Gv 20,19-31). Fonte: http://www.dongiorgio.it/23/04/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-seconda-di-pasqua/

marzo 20, 2017

VERITÀ COME MOVIMENTO DI RIVELAZIONE DELL’ESSERE

LA MENZOGNA, PROPRIA DEL DEMONIO, RISIEDE NELL’AMORE DI SÈ STESSI. LA VERITÀ CI LIBERA DAL PECCATO

di don Giorgio De Capitani*

Binomi significativi. In particolare nel quarto Vangelo, ci sono diversi binomi che sono come sfaccettature del Mistero divino e del mistero dell’essere umano. Ne elenco alcuni: Logos e incarnazione (prologo); spirito e rinascita (incontro con Nicodemo); acqua e grazia, spirito e verità (incontro con la samaritana); acqua e spirito (festa delle Capanne); cecità e fede (miracolo del cieco nato); morte e vita (miracolo di Lazzaro). Da notare inoltre che questi temi, tra cui alcuni tra loro apparentemente contrastanti (morte e vita, ad esempio), sono sviluppati in contesti del tutto particolari: colloqui di Gesù con eretici (samaritana) o con capi religiosi ortodossi (Nicodemo); miracoli scandalosi per gli ebrei, ligi ad esempio alla legge del sabato (miracolo del cieco nato); duri scontri, ed è il brano di oggi.

Acerrimi nemici. Commenta don Raffaello Ciccone: «Il testo di Giovanni è molto complesso, poiché risente delle grandi polemiche, delle perplessità e dei drammi che portano allo scoperto la responsabilità dei puri e dei colti, l’ambiguità della loro fede, l’ideologia dominante dei perfetti, il rifiuto di mettersi in discussione. Si appoggia su un confronto terribilmente alto: tra Gesù ed Abramo (che qui è ricordato 8 volte). Il testo, così come viene presentato, offre alcune difficoltà interpretative. Tutta la polemica, ad esempio, non coinvolge “quei Giudei che gli avevano creduto” (8, 31). Ma la violenta requisitoria che segue, fino alla fine del capitolo, si rivolge alle autorità giudaiche, ostili a Gesù. È un dialogo terribile tra la rabbia degli interlocutori che si sentono sbugiardati e totalmente in balia della menzogna e Gesù che li affronta a viso aperto. Egli afferma persino che Abramo ha visto il suo tempo e se n’è rallegrato. Deve essere suonata come pazzia pura ma anche lucida e blasfema». Ecco, in questo contesto fortemente polemico, dove volano le accuse più infamanti, troviamo delle perle divine: è proprio il caso di dire che è solo di notte che si vedono le stelle, e più la notte è buia, più le stelle luccicano.

La verità vi farà liberi!” Tutta la violenta diatriba nasce da queste iniziali parole di Gesù. Parole così chiare, lampi così luminosi da squarciare l’ottusità di quegli ebrei, così testardi da credersi nel giusto solo perché fedeli seguaci di un capostipite, Abramo, la cui fede, lungo i secoli, si era dispersa tra i grovigli sempre più inestricabili di leggi e di tradizioni, tenute in vita con la violenza di una religione, che era riuscita perfino ad annullare ogni rispetto per la dignità dell’essere umano, in base al principio vincolante: prima la legge, poi la coscienza. Loro, quei caporioni, si sentivano liberi, solo perché si credevano figli di un antenato, ridotto a puro pretesto per giustificare la loro ottusità religiosa. E Gesù che cosa fa? Rimangia o attenua ciò che ha detto? No. Rincara la dose, accusandoli di essere schiavi del peccato: una parola, peccato, che non poteva lasciare indifferenti coloro che si sentivano puri per privilegio di fede. Loro erano gli eletti, perciò incontaminati! Non erano bastate le batoste di Dio e gli sferzanti rimproveri dei profeti per renderli umili e consapevoli dei loro tradimenti nei riguardi dell’Alleanza divina.

Ex propriis loquiturMa Gesù che cosa intende per peccato? Il peccato, al singolare, è la menzogna che attinge dal proprio io la falsificazione della verità. C’è un’espressione, che i Mistici hanno sempre ritenuto la chiave per capire dove sta l’inganno, quando Gesù dice a proposito del demonio: “Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna”. In latino si legge: “ex propriis loquitur”. L’inganno appartiene alla natura stessa del demonio, è qualcosa che gli è proprio. La menzogna è il suo mondo: appartiene all’ego del demonio. Dunque, le menzogne, al plurale, provengono da un’unica menzogna di fondo, che è quella di parlare “ex propriis”, come Gesù rimprovera a quei giudei, che sono figli del demonio, padre della menzogna, proprio per questo: perché parlano di ciò che è loro proprio: “ex propriis”. In altre parole, dice menzogne chi “ex propriis loquitur”, ovvero chi parla di ciò che deriva dall’amore di se stesso, secondo l’espressione dei Mistici: “amor sui”. La menzogna, dunque, risiede nell’amore del proprio ego; l’ego, secondo i Mistici, è l’ostacolo principale alla verità divina. Là dove c’è l’ego, l’amore del proprio io, non ci può essere verità.

Alètheia” e “Veritas”. È interessante spiegare il significato etimologico della parola “verità”. Dipende, però, se prendiamo il termine greco “a-lètheia” oppure il termine latino “veritas”. Già è indicativo che l’italiano “verità” derivi dal latino “veritas”. Il termine greco “a-lètheia”, che viene dal verbo “lanthano” (significa “sono nascosto”), preceduto dall’alfa privativo, sta a designare ciò che si scopre nel giudizio, ragionando. Il termine latino “veritas” vuol dire “fede” (per cui l’anello nuziale si può dire indifferentemente “fede” o “vera”): fede in un dato di fatto che non si discute. Dunque, la verità secondo il termine greco significa “svelatezza”, disvelamento, rivelazione. Mentre il termine latino “veritas” indica una certa protezione, difesa, custodia di una verità, appellandosi ad una fede cieca, il termine greco “a-lètheia” significa “non-nascondimento dell’essere”: l’essere che viene a galla, si manifesta appunto, man mano si tolgono le varie credenze religiose. Giustamente è stato scritto: la verità come “alètheia” è “un atto dinamico, mai concluso, attraverso cui avviene la confutazione dell’errore e il riconoscimento del falso: non un pensiero statico e definito una volta per tutte, bensì movimento di rivelazione dell’essere”.

Io sonoOra possiamo capire perché Gesù ha detto “Io sono”, togliendo così ogni sovrastruttura, ogni falsa credenza religiosa, smascherando l’ipocrisia di quei caporioni ebrei che tremavano al solo pensiero che Dio si presentasse come l’essere infinito e che perciò il vero credente dovesse adorarlo “in spirito e verità”, come Gesù aveva detto alla samaritana.


*Omelia del 19 marzo 2017; (Es 34,1-10; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59). Fonte: http://www.dongiorgio.it/19/03/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-terza-di-quaresima/

febbraio 6, 2017

UNITÀ NELLA DIVERSITÀ

LA VERITÀ DIVINA SI RIVELA PROGRESSIVAMENTE. LA PLURALITÀ DELLE LINGUE NON È UNA PUNIZIONE MA UNA BENEDIZIONE: IL PENSIERO UNICO È QUELLO DEL POTERE
di don Giorgio De Capitani*

La Bibbia spiega se stessa. C’è un principio basilare per studiare la Bibbia: “la Bibbia si spiega con la Bibbia” o, è la stessa cosa, “la Bibbia spiega se stessa”. La chiave per comprendere una parte della Bibbia è offerta dalla Bibbia intera. Se troviamo un versetto difficile, la spiegazione si troverà guardando in qualche altra parte della Scrittura. C’è di più: gli eventi del passato, anche i miti (pensate al peccato originale, al diluvio universale, alla torre di Babele, ecc.), lungo la storia ebraica vengono in continuazione ripresi e interpretati alla luce dei successivi eventi, insieme alla verità divina che si rivela progressivamente, di esperienza in esperienza umana. In altre parole: Dio non ha detto tutto di se stesso, subito, fin dall’inizio, ma si rivela progressivamente: neppure Gesù Cristo si è rivelato del tutto, ma (l’ha detto lui) ha lasciato allo Spirito santo di svelare man mano per intera la verità divina. E questo avverrà fino alla fine del mondo. Quindi attenzione: nessuno, neppure la Chiesa cattolica, dovrà imprigionare nei dogmi la Verità. D’altronde, se la Verità è infinita, come possiamo dire di conoscerla già tutta?

Il vero culto e l’universo rinnovato. Ho fatto questa doverosa premessa per comprendere meglio il primo brano della Messa, che è la parte conclusiva del terzo libro di Isaia, i capitoli dal 56 al 66, scritto da un anonimo profeta vissuto durante la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme (dal 520 a.C. in avanti). Il capitolo 66 inizia con un ammonimento nel più puro spirito profetico: non basta ricostruire il tempio e riprendere le celebrazioni rituali dei sacrifici e delle offerte; è necessario convertirsi radicalmente e impegnarsi nella lotta contro l’idolatria e l’ingiustizia. Solo così si entra a far parte della nuova comunità. E la nuova comunità sarà l’Umanità rinnovata, dove ci sarà la confluenza di tutti gli esseri umani, in una conversione cosmica, senza più distinzioni di sesso, di razza, di religione.

La Torre di Babele e l’unificazione cosmica. Ed è qui che indirettamente viene richiamato il mito della Torre di Babele. Il brano di oggi inizia proprio così: «Così dice il Signore Dio: “Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria…”». Il Signore convoca in Sion, simbolo della città ideale di Dio, tutte le nazioni attraverso un segno: ecco confluire verso Gerusalemme un’immensa carovana proveniente dai paesi più lontani allora conosciuti. Con loro marciano in posizione d’onore i figli di Israele, ma la sorpresa è che il Signore sceglierà anche tra i paesi pagani sacerdoti e leviti, con un gesto universale di straordinaria larghezza. Ecco il “segno” della nuova era. Che c’entra la Torre di Babele? Il racconto voleva simboleggiare il delirio di onnipotenza umana nel tentativo di sfidare Dio. Un racconto da non prendere alla lettera, ma come un mito, del resto presente presso tutte le religioni. Da sempre l’uomo ha voluto lanciare una sfida a Dio. Basterebbe già pensare ai nostri progenitori.

Uniformità come dominio. Ora vorrei chiarire come Dio ha reagito nel caso della Torre di Babele. Ci hanno sempre detto che il Signore ha annullato il folle tentativo introducendo lingue diverse, così da confondere gli uomini. Il racconto (capitolo 11 della Genesi) inizia così: «Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole». Sembrerebbe che prima della sfida a Dio con la Torre di Babele esistesse un unico linguaggio. Ma non è così. Basterebbe leggere i capitoli precedenti. E allora come interpretare la punizione divina? La divisione o la pluralità delle lingue non va vista come una punizione, ma al contrario come una benedizione di Dio. Con il racconto della Torre di Babele, l’autore sacro intendeva dirci una cosa, ovvero che il Signore ha punito il tentativo umano di imporre una uniformità come dominio. Allora la frase: «Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole» rivela la condizione di una umanità degenerata. “In realtà – osserva Enzo Bianchi – se c’è una parola unica, questa è la parola del più forte, del più potente, di colui che detiene il potere”.

Logica dell’onnipotenza. Capite allora dove sta la forza del potere che vuole dominare tutto! Sta nel suo disegno che vuole essere unico, nella lingua che vuole essere unica. Anche oggi si parla di un disegno unico, di un pensiero unico che si vorrebbe imporre a tutti. Quel tentativo degli antichi di sfidare Dio con il linguaggio unico, imponendo un unico disegno sul mondo, è sempre attuale. Il problema, dunque, non è quello di capirci perché parliamo lingue diverse, il problema è quando parliamo lo stesso linguaggio, secondo un unico disegno, che è quello di un potere che vuole dominare il mondo. Commenta don Angelo Casati: «Voler essere grandi, farsi un nome, svuotare il cielo, è l’anima del progetto. La logica che soggiace è la logica dell’onnipotenza, è la pretesa dell’immortalità. La logica non è “custodire il giardino”, il giardino dell’umanità, ma farsi un nome, avere successo, dominare sugli altri. La torre del controllo: tutto sotto controllo! Sembra di leggere qui l’origine di ogni razzismo, di ogni totalitarismo, di ogni soffocamento della diversità… Il Signore disse: “Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”… Un solo popolo, una sola lingua, un’unità che soffoca le diversità, un’unità che uccide l’immaginazione – il modello è unico, va globalizzato! – un’unità che è la propria lingua imposta a tutti: la lingua della propria religione, della propria cultura, della propria razza… E si dice: abbiamo fatto l’unità. Come quando in una casa parla uno solo. Dio smaschera questa unità, l’unità dell’unica lingua… L’ideale non è dunque un unico centro di potere religioso, politico, sociale, culturale, ma stare dentro la lingua mobile degli altri.

La dispersione! Dio non vuole essere rinchiuso in una sola lingua, potremmo dire anche in una religione, se una religione tende a imprigionare Dio… Quando un uomo, una donna, un popolo diventa benedizione? Quando costruisce la torre, o quando discende? Al mito della scalata del cielo la Bibbia risponde con un Dio che scende e cammina: “sono stato con te dovunque sei andato” (2 Sam. 7,9). Risponde con la storia di Gesù, il Figlio di Dio, sceso nella carne dell’uomo. Davvero una benedizione». Alla luce del mito fortemente didattico e simbolico della Torre di Babele, possiamo comprendere come intendere l’unificazione da parte di Dio di tutte le popolazioni mondiali, nell’armonia delle loro identità culturali, razziali, religiose e politiche.

* omelia del 5 febbraio 2017: quinta dopo l’Epifania (Is 66,18b-22; Rm 4,13-17; Gv 4,46-54). Fonte: http://www.dongiorgio.it/05/02/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-quinta-dopo-lepifania/

ottobre 31, 2016

VERSO L’UNIFICAZIONE TOTALE

C’È UN PROGETTO DIVINO DI UNIFICAZIONE DELLA STORIA UMANA. SAREMO GIUDICATI SU QUANTO SAPREMO TROVARE DIO NEL NOSTRO ESSERE PROFONDO

di don Giorgio De Capitani, omelia del 30 ottobre 2016: seconda domenica dopo la dedicazione  (Is 25,6-10a; Rm 4,18-25; Mt 22,1-14)

Un ideale pranzo fantastico.  Nel testo di Isaia, scritto probabilmente dopo l’esilio babilonese, si profilano gli eventi gioiosi della conclusione definitiva della storia: il raduno sul monte del Signore, il banchetto, l’instaurazione del Regno eterno. Tutto questo viene intravisto all’orizzonte, anche se confusamente, dal profeta che però si fida della visione divina, e per renderla più espressiva ricorre all’immagine classica del banchetto. La vittoria finale sarà, dunque, contrassegnata da un pranzo universale, diciamo fantastico, organizzato dal Signore, su un monte ideale (Gerusalemme è in questo caso idealizzata), a cui tutti gli esseri umani sono invitati a festeggiare la fine del mondo vecchio e malvagio e l’inizio del nuovo. Anche il menu è fantastico: al massimo della sovrabbondanza e della bontà o prelibatezza dei cibi più gustosi e dei vini più raffinati. È interessante il commento dei rabbini: ripensando alla potenza di Dio che ha ucciso un mostro marino, chiamato Leviatan, dato quindi come “carne per il popolo che abitava nel deserto” (Salmo 74,14), hanno concluso che la vivanda principale dei giusti dovesse essere la carne di questo mitico pesce. Perciò, in Israele, ancora oggi, alla cena del venerdì sera, quando inizia il sabato, si è soliti mangiare pesce per richiamare a tutti gli uomini pii il banchetto celeste che li attende. Senza cercare di voler capire il pensiero del profeta, che ripeto, in quanto profeta del Divino, annuncia ciò che intravede all’orizzonte, senza determinare luoghi e tempi, circostanze o altro al di là di immagini che già parlano da sole agli spiriti liberi, vorrei dire quanto sia affascinante pensare che c’è un Progetto positivo sulla storia umana, e che questa storia non è nelle mani nostre.

Verso l’unificazione della storia.  Ma è già importante credere che il mondo va verso l’unificazione totale, e non verso la frantumazione dell’Uno, o la mitizzazione del molteplice: si va verso la Totalità che si armonizza nell’Unità. Qualcuno sta forse pensando: che cosa sta dicendo questo prete? Elucubrazioni personali, campate per aria! No, il punto di partenza è un’amara constatazione: noi viviamo in questo mondo, e il mondo è ritenuto “nostro”, dividendolo e suddividendolo, prendendo ciascuno la propria parte! Al domani penserà chi verrà dopo di noi! Credo, invece, a differenza di questi panciroli, che il futuro dipenderà dal modo con cui oggi viviamo in attesa della unificazione della storia. Ma, purtroppo, la storia è continuamente frantumata, in una serie di egoismi a non finire, e poi ci si lamenta perché ancora oggi ci siano guerre, violenze, egoismi fratricidi. È la visione dell’insieme che ci manca: di un insieme che è la composizione progressiva del molteplice verso l’unificazione cosmica.

Una parabola irritante, dura da digerire.  Anche nel brano del Vangelo si parla di un banchetto, attraverso una parabola di Gesù, che è forse una delle più irritanti e dure da digerire. Tutte le volte che sono costretto a spiegarla devo sempre ricorrere al contesto e anche al linguaggio apocalittico dell’evangelista che, rivolgendosi al mondo ebraico, non poteva non tener conto di ciò che in realtà era già successo, con la distruzione di Gerusalemme e del Tempio. Tuttavia, quando sento dire, da parte di Gesù, che alla fine, dopo che i suoi inviti a partecipare alle nozze sono stati disattesi e che addirittura i servi sono stati uccisi, il re ha deciso di mandare le sue truppe per uccidere quegli assassini e per dare alle fiamme la loro città, sapendo che il re è l’immagine di Dio Padre, beh, non posso essere del tutto d’accordo. E anche la storia del vestito nuziale non convince, anche se gli studiosi moderni tendono a ritenere la parabola come la fusione di due parabole distinte.

Oltre la parabola. Tentiamo ora qualche riflessione, andando al di là dei particolari della parabola, che poi non sono del tutto particolari, ma almeno al di là di quella che potrebbe essere una lettura troppo legata al testo. Anzitutto. Gesù si è rivolto ai caporioni del popolo ebraico, ovvero ai rappresentanti di una religione che aveva fatto dell’esclusivismo e del campanilismo più gretto, razziale, culturale e religioso, il cuore senza cuore di un dio ridotto a idolo. In questo senso, la parabola esce dal contesto storico dei tempi di Cristo, ma non avrà mai le ali abbastanza forti per superare anche le collinette più dolci. Ancora oggi siamo qui a morire di campanilismo, di razzismo e di barbarismo, di mobilitare i paesi per bloccare l’accoglienza ai più sfortunati. E così il pranzo si fa occasione solo culinaria, ovvero per riempirsi la pancia, per fare un’opera buona che non laverà certo l’onta razzista. Una seconda riflessione. I veri inviati di Dio, che vanno ad annunciare al mondo intero l’invito ad allargare gli orizzonti in vista del pranzo cosmico, non sono i servitori della religione, ma i profeti, gli spiriti liberi, i mistici, che vengono sistematicamente fatti fuori dalla stessa religione, ed è a questa religione che Dio si rivolge, perché apra le porte e le finestre sull’Umanità.

Unificarci scoprendo Dio in noi.  Che dire della veste nuziale, senza della quale non si può entrare nel nuovo Regno di Dio, presente già qui sulla terra: un Regno in fieri, ma da realizzare nel tempo, con la collaborazione di ogni essere umano? Si sono dette tante cose, si sono scritte pagine e pagine di interpretazioni, anche interessanti e suggestive, ma una cosa andrebbe ribadita: la veste non è qualcosa di formale, non è un apparato o una struttura che si indossa. Si tratta di qualcosa di interiore, quella veste che di per sé non è una veste, perché l’essere interiore è totalmente spoglio, è nudo, non è coperto da alcunché. L’essere è puro spirito, e dire umano non significa dire qualcosa che si indossa, ma l’essere umano è ciò che siamo. Dovremmo chiederci, se siamo veramente onesti, quanti tra i credenti avrebbero il diritto di dirsi cristiani, appartenenti al nuovo regno di Dio. Ma il vero problema non è tanto essere o non essere cattolici, ma essere o non essere umani. Anche il cattolicesimo può essere una veste inadatta al regno di Dio, quando copre o, peggio, sostituisce la realtà profonda del nostro essere con qualcosa di strutturale. Quando ci giudicherà, Dio non chiederà: quante opere buone hai fatto, quante volte sei andato in chiesa, quante volte hai pregato ecc., ma: Hai scoperto chi sei? Dov’è il tuo essere? Non ho bisogno di vedere cose e cose, pur buone e belle, ma se mi hai scoperto nel profondo del tuo cuore.

maggio 9, 2016

SIGNIFICATO DI CIELI APERTI

CONTESTANDO LA LEGGE E IL TEMPIO DELLA RELIGIONE EBRAICA, GESÙ HA VOLUTO CONTESTARE L’ESTERIORITÀ DI OGNI RELIGIONE

di don Giorgio De Capitani*

Due pilastri. Partirei dalla domanda: Gesù Cristo che cosa aveva combinato di così blasfemo da meritare la condanna a morte? Non ho che una risposta: Cristo si era permesso di fare ciò che nessun buon ebreo avrebbe potuto fare, ovvero scardinare i due pilastri della religiosità ebraica: la Legge e il Tempio. La vera ragione dei duri contrasti, tanto drammatici da arrivare a diversi tentativi di lapidazione, tra Cristo e i suoi nemici storici, ovvero i capi ebrei, sia religiosi che di potere, non consisteva nel fatto che Gesù compiva grandiosi miracoli, ma nel fatto che li compiva in giorno di sabato. E una delle accuse che gli sono state rivolte durante il processo davanti al Sinedrio era la dichiarazione di Gesù: “Posso distruggere il tempio e riedificarlo in tre giorni”. Certo, non avevano capito che si riferiva al suo corpo, ma per il Sinedrio già pronunciare la parola Tempio era una bestemmia.

Parole radicali. Immaginate: se Cristo tornasse di nuovo sulla terra e dovesse mettere in crisi tutto l’ordinamento della Chiesa e la maestosità dei luoghi sacri, che cosa succederebbe? Non sarebbe di nuovo condannato? Non è quanto è successo ai tempi dell’Inquisizione, quando furono mandati al rogo quei mistici, giudicati e condannati come visionari e pericolosi, perciò eretici, solo perché si erano permessi di ricordare alla gerarchia della Chiesa le parole radicali di Cristo sulla Legge e sul Tempio? Certo, oggi sembra che la Chiesa si sia addomesticata, almeno nei suoi metodi violenti, ma mi chiedo che differenza ci sia tra far morire le persone fisicamente o farle morire togliendo loro la libertà di pensare e di agire. La ragione, comunque, dell’apparente addomesticamento, che qualcuno chiama pacifica sopportazione o, ancor peggio, abilità diplomatica di vanificare la dissidenza, sta forse nel fatto che oggi sembrano spariti i profeti o i mistici. Oggi ciò che fa paura è l’omologazione generale ad una Chiesa-struttura che, nonostante tutto, continua imperterrita a idolatrare la Legge e il Tempio. Eppure, ogni domenica, la Liturgia ci ripresenta brani della Bibbia, in particolare dei Vangeli, che dovrebbero farci riflettere, ma probabilmente torna comodo fingere di non capire la Parola vivente, o forse abbiamo perso effettivamente la capacità di capirne il messaggio.

Perché, dunque, Cristo è stato ucciso? Anch’io devo ammettere, purtroppo, di aver vissuto tanti anni, troppi, del mio ministero pastorale, come se Cristo fosse venuto sulla terra per dare la sua vita per il genere umano, dando alla parola sacrificio (da qui il sacrificio della Messa) un qualcosa di fine a stesso, senza chiedermi: ma perché ha scelto di morire? Non me lo ero mai chiesto, anche perché sarebbe stato sconvolgente a quei tempi, negli anni giovanili della mia vita sacerdotale, che Cristo fosse stato condannato per una ragione per la quale valeva la pena di affrontare la condanna e la morte. Secondo voi, basta dire: Cristo ha scelto la croce, perché ci ha amato? Tutto cambia se il Figlio di Dio si è incarnato, non per andare a morire su una croce, ma per fare rivivere il genere umano, scardinando sì la Legge e il Tempio, ma perché questi avevano esteriorizzato il credente, togliendogli il suo mondo interiore per renderlo funzionale ad una religione, che era arrivata al punto di sacrificare la dignità dell’essere umano, in funzione della Legge e del Tempio.

Il sabato per l’uomo. Il Figlio di Dio si è incarnato per riportare l’essere umano nel suo stato di essere umano, per farci riscoprire la realtà dello Spirito, che è il fondo dell’anima, come dicono i Mistici. E allora capite perché Cristo se l’è presa con la religiosità ebraica, proprio perché aveva estromesso lo Spirito dall’essere umano. In breve, la religiosità ebraica aveva tradito l’essere umano nella sua più autentica dignità interiore. Basterebbe citare le note parole di Gesù: “Il sabato (o la legge) è al servizio dell’essere umano e non l’essere umano al servizio del sabato (o della legge!)”, oppure le dichiarazioni di Gesù alla donna samaritana: “Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre”. Ecco la stoccata contro il Tempio. Poi aggiunge la stoccata contro la legge: “Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. Potrei aggiungere il bellissimo dialogo tra Gesù e il fariseo Nicodemo. Gesù parla di rinascita spirituale, ovvero interiore, parla di Spirito che è libero di agire, come il vento che soffia da ogni parte senza poterlo guidare.

I cieli aperti. Il primo brano della Messa parla del diacono Stefano, che, poco prima di essere preso a sassate da furibondi giudei, esclama: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”. Nell’espressione “cieli aperti” c’è tutto il nuovo mondo inaugurato da Gesù. Quando Gesù uscì dalle acque del Giordano dopo il battesimo di Giovanni il Precursore, “si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio… venire sopra di lui”. La religione ebraica aveva chiuso i cieli, Cristo li ha aperti, come alle origini del mondo.

Ogni religione chiude i cieli. Non posso soffermarmi sul brano del Vangelo, ma ci sarà un’altra occasione per parlare dell’unità divina e dell’unità mistica dell’essere umano con il divino. Preferisco, in questi ultimi minuti, chiarire una cosa. Ho parlato della religione ebraica contro cui Cristo si è scagliato, ma non vorrei che si pensasse che Cristo, inaugurando un nuovo Ordine, non si rendesse conto degli eventuali pericoli e tradimenti, a cui sarebbe stata esposta anche la Chiesa. Cristo, contestando la Legge e il Tempio della religione ebraica, ha voluto contestare, nello stesso tempo, l’esteriorità della legge e l’esteriorità del tempio presso ogni religione. E, dal momento che la religione in sé è un rischio strutturale, Cristo non ha voluto istituire una nuova religione. I primi cristiani l’avevano capito, chiamando “Via” il cristianesimo. Ma questa originaria intuizione svanirà presto di fronte allo sviluppo inarrestabile del cristianesimo che assumerà man mano il volto di una nuova religione, cadendo negli stessi errori in cui era caduta la religione ebraica. A prevalere, ancora una volta, sarà la Legge e il Tempio, nei loro reali rischi di offuscare e di far tacere la voce del mondo interiore o dello Spirito, chiudendo così di nuovo i cieli infiniti.

*omelia dell’8 maggio 2016: dopo l’Ascensione (At 7,48-57; Ef 1,17-23; Gv 17,1b-20-26). Fonte: http://www.dongiorgio.it/08/05/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-dopo-lascensione/

maggio 2, 2016

LA VERITÀ È UN CAMMINO

RICHIEDE FLESSIBILITÀ E ABBANDONO DEI NOSTRI DOGMI. META FINALE È L’INFINITÀ DIVINA

di don Giorgio De Capitani*

Perseguitati dal dio religioso. Una prima considerazione. Si parla di persecuzioni. Nel brano degli “Atti degli Apostoli”, troviamo l’apostolo Paolo costretto a difendersi prima di essere incarcerato dai suoi ex connazionali in nome proprio del dio ebraico. Gesù, nel suo secondo Discorso d’addio, all’inizio del capitolo 16, poco prima dei versetti del brano di oggi, avverte i suoi apostoli: «Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio» (16,2). Dunque, una lotta fratricida, tra i seguaci della stessa religione, oppure tra i seguaci di religioni diverse, in nome di ciò che ciascuna chiama dio: un dio che divide, che ordina di uccidere. Commenta a proposito don Angelo Casati: «Fa pensare il fatto che spesso per la Bibbia le persecuzioni vengano dagli uomini religiosi, in nome della religione, sembra quasi una costante: oggi, nella prima lettura, ci veniva raccontata la vicenda di Paolo, prima persecutore in nome della religione e poi, una volta convertito, perseguitato dagli uomini religiosi». Lo stesso farà la Chiesa nei riguardi di coloro che la ostacoleranno o la contesteranno. Non c’è bisogno di portarvi delle prove.

Idoli. Perché succede tutto questo? Perché la religione si crea un proprio dio, un proprio idolo, e per difenderlo come l’assoluto, perseguita e uccide coloro che adorano un altro dio, un altro idolo. È sempre questione di uno pseudo-dio. I Mistici preferiscono alla parola Dio la parola Divinità: la Divinità sfugge ad ogni classificazione, a qualità o caratteristiche tali dargli un nome specifico, come invece succede per le religioni che hanno un loro dio, un loro idolo, con nomi propri, caratteristiche e qualità tali da distinguere il dio cattolico dal dio islamico o dal dio ebraico. Sono stati per primi gli ebrei a monopolizzare dio, poi sono arrivati i cattolici e gli islamici. Ognuno si porta dietro il proprio dio, e in nome di questo dio va in guerra. La Divinità, di cui parlano i Mistici, è quel profondo Divino che sfugge ad ogni manipolazione: non è il dio di nessuna religione. Il Divino in noi affratella tutti, proprio perché non è di nessuno.

Io sono la Via” Seconda considerazione. San Paolo, nella sua auto-difesa, dice: «Io perseguitai a morte questa Via», riferendosi al Cristianesimo. Al capitolo 9, sempre del libro “Atti degli Apostoli”, i cristiani vengono chiamati “i seguaci della Via”. Prima della nuova traduzione della Cei, il termine originale greco “odòs”, che significa via, veniva tradotto con dottrina. Ma Gesù non aveva forse dichiarato: “Io sono la via”? Sì, aveva anche aggiunto: “Io sono la verità”, che però è un cosa diversa dalla dottrina, che è un insieme di verità strettamente legate alla religione. Dire via significa dire cammino, come espansione della vita. Dio è verità che chiede da parte nostra una particolare disponibilità a muoverci dai nostri punti fermi, dai nostri dogmi intoccabili. Il cammino richiede un punto di partenza e un punto di arrivo, che è la stessa infinità di Dio. La religione, purtroppo, tende sempre ad anticipare il punto di arrivo, e dargli subito un nome. Non lo dice, ma è così. Oppure, se parla di cammino, mette tali e tanti paletti che la strada è quella, ovvero quella fissata dalla religione. E su questa strada bisogna camminare. Altrimenti, fuori, c’è solo morte. Ma lo Spirito di Cristo non è una strada a senso unico: è un crocevia di strade. Dallo Spirito di Cristo diramano infinite strade che trovano il punto di convergenza nel profondo dell’essere umano. Le religioni cercano di dirottare i credenti su altre strade, che non portano all’essere umano.

Lo Spirito della verità. Una cosa è certa: neppure il Cristo storico ha voluto rivelarci tutta la verità, per cui perché rifarci solo a quanto ha detto o ha fatto il Gesù Cristo dei Vangeli? Gesù ha detto chiaramente che la verità nella sua completezza è sempre aperta al futuro, e che bisogna camminare sulle ali dello Spirito santo, o del Cristo della fede. La verità non è una dottrina già fissa in un dogma indiscutibile, qualcosa di immobile, di intoccabile, già scritto una volta per sempre. La verità, opera dello Spirito, non è neppure tutta presente nei Vangeli scritti. C’è sempre un oltre, che è una graduale conoscenza della verità divina, che lo Spirito scrive man mano nella storia dell’Umanità, e che bisogna leggere e interpretare con gli occhi della Mistica, e non con gli occhi carnali di una religione, che ha tutto l’interesse di imprigionare della verità ciò che fa comodo alla sua struttura. In fondo al nostro cuore, nel fondo dell’anima, c’è una miniera da scavare ogni giorno, se vogliamo vivere di quella libertà, che è il frutto della verità divina, che ama le strade dello Spirito, e non della carne, come direbbe San Paolo.

La verità che opera nel profondo. La Bibbia è certamente un aiuto a scoprire la verità: non dimentichiamo che è sempre un libro scritto, ma lo Spirito non ama scrivere libri. Attenzione, dunque, ed è qui, secondo me, il limite di una Chiesa che si rifà sempre alla Sacra Scrittura, che è sempre e solo una Scrittura con tutti i rischi che può avere uno scritto. La Bibbia termina con l’Apocalisse, ma, dopo l’Apocalisse, si è aperto un mondo nuovo, quello dello Spirito. Stiamo attenti a dire che la verità è tutta dentro la Bibbia. In ogni caso, per rivelazioni dello Spirito non intendo affatto le rivelazioni di santi o di madonne. Anche qui, lo Spirito agisce a modo suo: in modo del tutto invisibile, ma reale. Ed è qui la sua libertà d’agire. Ed è qui il fascino di una verità che sfugge al mondo visibile, ma opera nel mondo del nostro essere più profondo, là dove non esiste alcuna distinzione tra credenti e non credenti.

*dall’omelia del 1 maggio 2016: sesta di Pasqua (At 21,40b-22,22; Eb 7,17-26; Gv 16,12-22). Fonte: http://www.dongiorgio.it/01/05/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-sesta-di-pasqua/

aprile 18, 2016

L’AMORE CHE RENDE TUTTI AMICI

PROFEZIA, MARTIRIO, AMORE SONO PER TUTTI GLI UMANI, AL DI LÀ DI SESSO, RELIGIONE O ALTRO

di don Giorgio De Capitani*

Profezia al femminile. L’apostolo Paolo, al termine del suo terzo faticoso viaggio apostolico, durato circa due anni, giunge a Tiro, porto della costa fenicia. Già qui alcuni cristiani, dotati del carisma profetico, sconsigliano Paolo di andare a Gerusalemme. Da Tiro il viaggio prosegue alla volta di Cesarea, dove gli apostoli trovano alloggio per vari giorni presso il diacono Filippo (uno dei sette consacrati diaconi dagli apostoli, per prendersi cura delle vedove e dei poveri). Filippo aveva quattro figlie nubili, con il dono della profezia. Fermiamoci per un attimo su questa notizia particolarmente interessante: fa intravedere una grande apertura delle prime comunità cristiane, in cui lo Spirito agiva in tutta libertà, senza distinzione tra maschi e femmine. Distinzione, invece, che man mano, lungo la storia della Chiesa, assumerà sempre più marcature a dir poco umilianti e repressive nei riguardi del mondo femminile, anche se per fortuna non mancheranno casi eccezionali di donne illuminate e illuminanti, capaci di contestare la stessa gerarchia. La Chiesa, tuttavia, fece sempre sentire il peso del suo potere maschilista soggiogando ogni alito di profezia, anche se non riuscirà mai a estirparne il seme.

Senza mediazioni. La profezia non è una questione di genere, ovvero riservata alle donne o riservata agli uomini. È qualcosa di essenzialmente interiore: l’essere non è né maschio né femmina. Ed è proprio l’essere che la struttura della Chiesa teme, perché non ha etichette, non è soggetto ad alcuna schematizzazione, non è né religioso né laico. L’essere è il regno dello Spirito, e perciò della profezia che non ha bisogno di alcuna mediazione, neppure della mediazione della religione. Ecco perché, quando la Chiesa pensò a strutturarsi, a crearsi un suo potere, nonostante andasse contro il pensiero originario del Fondatore, fece di tutto per governare la profezia, assoggettandola in funzione della sua struttura. E, quando non ci riusciva, scomunicava i profeti, li metteva al rogo, bruciava i loro scritti. Già la parola “profezia” che cosa significa? Parlare in nome di qualcuno, ovvero, nel nostro caso, parlare in nome di Dio. Ma… di quale Dio? Anche qui, i mistici preferivano parlare di Divinità e non di Dio, perché Dio è il nome dato dalla religione a un idolo da essa stessa costruito. La Divinità, invece, è una realtà misteriosa, che sfugge ad ogni potere. La Divinità è di tutti ed è di nessuno. È lo Spirito che, come ha detto Gesù, nessuno sa da dove provenga e dove vada. È come il vento. Nello stesso brano si parla di un altro profeta, Àgapo, il quale imitando i gesti simbolici dei profeti antichi per predire il futuro con segni particolari, prende la cintura di Paolo e si lega mani e piedi, dicendo: «Allo stesso modo Paolo sarà legato dai giudei a Gerusalemme e poi consegnato nelle mani dei pagani». Come era già successo a Tiro, anche i cristiani di Cesarea e gli stessi compagni di Paolo lo scongiurano, questa volta tra gemiti e singhiozzi, di non proseguire verso Gerusalemme. Ma l’Apostolo, pur vivamente commosso, non si lascia convincere.

Importanza della conoscenza. Questa determinazione di Paolo a compiere la volontà di Dio, sfidando anche la morte, la troviamo nel secondo brano della Messa. Siamo probabilmente intorno al 61-63 d.C. L’Apostolo è prigioniero a Roma, in attesa di giudizio, che potrebbe essere di condanna a morte. Dalla prigione scrive una lettera ai cristiani di Filippi (città della Macedonia, oggi Grecia settentrionale), di cui fa parte il brano di oggi. In questo scritto troviamo un Paolo fiducioso, preoccupato non tanto per le accuse che gli sono state rivolte, ma di sostenere la fede e la testimonianza delle comunità da lui precedentemente fondate. Interessanti i consigli che dà, le raccomandazioni, tra cui troviamo anche elementi della filosofia greca che sa proporre la figura del saggio. Paolo suggerisce l’importanza della conoscenza (“la vostra carità cresca sempre più in conoscenza”), suggerisce inoltre l’atteggiamento di attenzione all’altro con sentimenti di discrezione (“in pieno discernimento”), infine suggerisce l’apprezzamento per le cose migliori (“perché possiamo distinguere ciò che è meglio”). Al termine del brano, troviamo l’orgoglio di Paolo di essere prigioniero in nome di Cristo. Un orgoglio non fine a se stesso, ma come testimonianza per i fratelli nel Signore, che devono sempre essere pronti ad annunciare in libertà la Parola.

Sintesi dei comandamenti. Qui mi aggancio al Vangelo. Non ho il tempo per soffermarmi sul contesto in cui si trova il brano: dico solo che fa parte dei cosiddetti “Discorsi di addio”, che gli esegeti distinguono in due. Gesù li avrebbe pronunciati durante l’Ultima Cena, appena Giuda se ne era andato per la sua strada. Sono discorsi fatti a modo di conversazione e di lunghi monologhi: concetti e raccomandazioni si rincorrono, coinvolgendo passato, presente e futuro; ai nostri occhi si sovrappongono la realtà di Cristo e il cammino della Chiesa. Il brano di oggi fa parte del secondo Discorso di addio. Siamo all’inizio. Dopo l’allegoria della vite e dei tralci, Gesù parla di amore come di unico comandamento, sintesi di tutti gli altri comandamenti, che perciò trovano la loro ragion d’essere nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo, tanto uniti da essere inscindibili.

Amici di tutti gli uomini. Gesù parla di amici, da non intendere come una categoria ristretta come se appartenessero ad una setta. L’amore non sopporta schemi, strutture ecclesiastiche o movimenti chiusi, dove l’amico è solo chi vi appartiene. L’amore rende tutti amici, anche i nostri nemici, perché gli orizzonti di Dio sono vasti quanto la sua paternità universale. L’amore non è solo qualcosa di emotivo o di sentimentale, ma impegna tutta la vita, partendo dal proprio essere, dove l’amore ha origine, trova le sue vere motivazioni. Potrebbe essere riduttivo parlare di amore spirituale, ma non lo è se per amore spirituale s’intende l’amore che nasce dallo Spirito per poi incarnarsi nella realtà umana. Se tutti siamo amici, perché siamo figli dello stesso Padre celeste, allora l’amore si allarga al mondo intero, allora non c’è amore cristiano o amore laico, amore degli atei o amore dei credenti. Chi lotta per un ideale umano, costui testimonia l’amore autentico, indipendentemente se crede o non crede in un dio. Dio è presente nell’amore come testimonianza di vita, come offerta della propria vita fino al sangue. I martiri sono martiri, e basta, senza aggiungere etichette. L’amore autentico parte dal proprio essere, che è sì a immagine di Dio, ma di un Dio che non appartiene di per sé ad alcuna religione.

* dall’omelia del 17 aprile 2016: quarta domenica di Pasqua (At 21,8b-14; Fil 1,8-14; Gv 15,9-17) Fonte: http://www.dongiorgio.it/17/04/2016/omelie-2016-di-don-giorgio-quarta-di-pasqua/

novembre 26, 2015

LA CONCRETEZZA DELLA VIA VERSO IL SOGNO

CI VIENE AFFIDATO IL COMPITO DI COSTRUIRE CANALI DI COMUNICAZIONE TRA I POPOLI

di don Angelo Casati*

La buona notizia è una persona. Vorrei sostare su una parola: “la via”. La rinveniamo nelle letture di questa domenica di avvento, ma, penso, come desiderio, anche dentro tanti pensieri di questi giorni: una “via”, una via da aprire, urgenza di una via da aprire. Una via che sia una vera via e non un imbroglio o un fallimento, che non sia una strada che poi, a conti fatti, si riveli malauguratamente strada senza vie di uscita, sbarrata, strada cieca. Una via da aprire a chi? Certo a Gesù. Che è la notizia buona secondo l’evangelista Marco. Marco introduce il suo racconto con queste parole: “Inizio del vangelo – ‘inizio della buona notizia’ – che è Gesù, il Messia, Figlio di Dio”. E già questo mi fa sospeso il cuore e mi intriga: dire che il vangelo, la notizia buona, per me oggi, per noi oggi, per questa terra che amiamo, è una persona, è Gesù. Dire che l’inizio di una notizia buona – e chi non desidererebbe l’inizio finalmente di una notizia buona? – è Gesù!

Un invito corale. E subito Marco, tralasciando gli anni dell’infanzia e della adolescenza di Gesù, mette in campo nel suo racconto un Gesù ormai adulto che viene da Nazaret a si fa battezzare nel Giordano da Giovanni il Battista. Prima ancora che Gesù arrivi al Giordano, Giovanni ne anticipa la venuta e, rifacendosi alla profezia di Isaia, invita con urgenza a preparare la via. A chi tocca preparare la via? Nella citazione di Isaia dapprima sembra che debba essere un messaggero a fare da apripista: “Ecco dinanzi a te io mando il mio messaggero. Egli preparerà la tua via”. Ma subito una voce dal deserto, voce che è grido, rilancia una chiamata al plurale, un invito corale. Quasi che preparare la strada non fosse affare di uno, ma compito che spetta a tutti, entrano in scena tutti: “Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate” – al plurale – “preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”.

Concretezza di una strada. Non so se a volte prende anche voi come la sensazione di scoramento nel non sapere più che strada scegliere, sensazione di essere come smarriti. Smarrimento. Un po’ come se si annebbiasse l’orizzonte e si facesse fatica a intravedere la via. Succede quando le nebbie sono fitte e quasi non bastano i propri occhi a intravvedere un pezzo di strada. Che sia sicura, affidabile. Ebbene mi sembra molto concreto questo invito a preparare una strada, e che sia la strada di Gesù: quella che emergerà – sembra dirci Marco – dal racconto del suo vangelo. Si delineerà davanti agli occhi una via. Concreta, perché è una persona in carne e ossa. Concreta come la sua vita. Non dunque una astruseria, il vangelo non è una dottrina, un raduno di parole o di definizioni, è una via, ha la concretezza di una strada. Apri questa strada nella tua vita. Anzi l’invito è al plurale: “Apriamola insieme”. Non è solo strada per un singolo, è strada per l’umanità.

Sulle tracce di Gesù. Perdonate se insisto sulla via. E’ una parola da cui vengo sempre affascinato quando leggo il libro degli Atti che racconta delle prime comunità cristiane. Affascinato da quella sorta di definizione dei seguaci di Gesù, sono chiamati: “quelli della via”. Quasi portassero, pur con tutti i loro limiti – e noi con i nostri – quasi portassero stampata nel viso, nei loro pensieri, nelle loro passioni, nel loro modo di intendere la vita, nel loro modo di operare, la via di Gesù, quella via fatta di tracce precise, inconfondibili, fuori dalla indeterminatezza delle nebbie umane. Entusiasti ed entusiasmanti, le prime generazioni cristiane non invitavano ad aderire a chissà quale sistema religioso, fatto di definizioni incomprensibili o di pratiche complicate, invitavano a intraprendere una via, una esperienza. Giocata sulle tracce di Gesù di Nazaret. La via. Penso alla concretezza della strada. Ognuno la sua strada. Penso anche alle avventure della strada, penso alle avventure della vita di ognuno di noi; sì, anche alle nostre stanchezze, ai nostri smarrimenti, pur se abbiamo scelto di fare strada al Signore nella nostra vita. E l’avvento suona per me, che a volte ho deviato e mi sono perso, per la chiesa che a volte ha deviato e si è persa, per questa terra che a volte ha deviato e si è persa, come un invito a raddrizzare i sentieri: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”. E’ un occasione l’avvento. Purché io ci creda.

Solo con i sogni si va avanti. Vorrei fare un passo successivo per identificare un tratto della via del Signore. Non è l’unico, ma è decisivo e ci è stato ricordato con parole colme di poesia, ma anche di concretezza, del rotolo del profeta Isaia. E’ come se dalle parole sgusciasse il sogno di Dio. Guardate che è da valutare come una grazia avere ancora dei sogni, senza sogni si va indietro. E’ solo con i sogni – se poi sono i sogni di Dio! – che si va avanti. Diffidate delle parole che non hanno più vibrazione di sogni, diffidate dalle parole che spengono inesorabilmente accensioni e sogni.

Per tutti i popoli. Il profeta annuncia un futuro, annuncia giorni, in cui popoli, che per Israele erano stati causa di devastazioni e deportazioni, si ritroveranno a vivere una comunione di intenti, una riconciliazione. Tutto il brano andrebbe riletto – lo lascio a voi – come spinta a sognare. Ma vorrei fermarmi sul passaggio che riguarda la via, la via da preparare. Perché si parla di strada. Riascoltiamo: “In quel giorno ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria, e gli Egiziani renderanno culto insieme con gli Assiri. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti dicendo: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”. E’ stupefacente e voi l’avete senz’altro intuito. La via di Dio, la via da preparare è una via di comunicazione, una via che mette in connessione, in dialogo, in condivisione, i popoli, popoli così diversi, assiri, egiziani, Israeliti, popoli, anche religiosamente, così diversi.

Per mettere in comunicazione. Tocca a noi, a ciascuno di noi – Dio ce lo affida, ci affida il suo sogno – creare strade di comunicazione, di connessione, di comunione. Ed è questa la vera benedizione. Mi colpisce molto questo verbo di benedizione che conclude le ultime parole del brano di Isaia. I tre diventano una benedizione in mezzo alla terra. “Li benedirà il Signore degli eserciti dicendo: Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”. A noi il compito di preparare a tutti i livelli, da quelli più personali a quelli più universali, vie che mettano in comunicazione. E tutti – nessuno escluso – vi possano transitare. Prepariamo una benedizione per la terra.

*Omelia seconda domenica di avvento 22 novembre 2015; fonte: http://www.sullasoglia.it/omelie/ambrosiano/2dom-avvento-22-novembre-2015.htm

2015-11-02 11.52.51

novembre 23, 2015

CRISTIANI GENTE DELL’INIZIO

CERCARE L’ESSENZIALE, TOGLIERE GLI OSTACOLI ACCUMULATISI NELLA STORIA ALLA NOVITÀ IMPREVEDIBILE DEL VANGELO

di don Giorgio De Capitani*

Il vangelo più antico. Secondo la Liturgia Ambrosiana, siamo alla seconda Domenica di Avvento. Per me, oggi è iniziato il vero Avvento cristiano, estendendo l’aggettivo “cristiano” al suo aspetto più cosmico. Sì, perché è proprio con la parola “inizio” che prende l’avvio il Vangelo secondo Marco, di cui la Liturgia ci ripropone i primi otto versetti. A proposito del Vangelo secondo Marco, vorrei ricordare, benché brevemente, alcune cose interessanti. Siamo probabilmente negli anni 60 d.C. Il fenomeno cristiano non solo aveva sconvolto la Palestina, ma si stava diffondendo, a macchia d’olio, anche nel mondo pagano, senza risparmiare il cuore dell’Impero romano, ovvero Roma. Proprio qui, a Roma, la piccola comunità cristiana sente il bisogno di avere qualcosa di scritto, mentre sono ancora viventi coloro che sono stati i primi testimoni diretti. Una prima cosa strana è questa: a compiere quest’opera diciamo letteraria viene incaricato Marco, che non apparteneva al Gruppo dei Dodici, comunque era un discepolo molto stimato che aveva seguito Pietro e Paolo nel loro ministero. Fino a qualche tempo fa, si pensava che Marco avesse scritto il Vangelo dopo quello di Matteo. Elencando i quattro evangelisti, ancora oggi diciamo: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. In realtà, gli studiosi moderni concordano nel riconoscere che il Vangelo più antico sia proprio quello secondo Marco. Una prova è anche il fatto che, a differenza di Matteo e Luca, Marco nel suo racconto parte subito dalla vita pubblica di Gesù, saltando i racconti dell’infanzia. Non dimentichiamo che il primo nucleo (cherigma) del Vangelo era: Gesù ha patito, è morto ed è risorto. Tutto il resto, è venuto dopo. Nel Vangelo secondo Marco la passione di Cristo ha una importanza essenziale. Un’osservazione. Invece che dire: Vangelo di Marco o di Matteo o di Luca o di Giovanni, dovremmo dire: Vangelo secondo Marco o, meglio, secondo la versione di Marco, ecc. I quattro Vangeli sono quattro versioni dell’unico Vangelo, che è la Buona Novella di Cristo.

All’inizio del pensiero di Dio. Torniamo alla parola “inizio” con cui Marco esordisce. Intendere già male questa prima parola significherebbe fraintendere tutto il Vangelo di Gesù. Ed è quanto è successo lungo i secoli del Cristianesimo, e succede ancora oggi. Sarebbe già bello e affascinante partire in grande, collegando l’”inizio” del Vangelo con l’”inizio” della creazione. Ma ciò non sarebbe solo bello e affascinante: sarebbe doveroso, se volessimo leggere la Bibbia nel suo insieme armonico. L’autore sacro, quando scrive: «All’inizio Dio creò il cielo e la terra…» (Gen 1,1), non intendeva dire banalmente e semplicisticamente: “Così ebbe inizio la creazione del mondo!”. L’espressione “all’inizio” rimanda molto più indietro, così indietro da anticipare l’inizio del tempo: all’inizio del pensiero di Dio. Così Marco, con la parola “inizio”, spinge il credente ad entrare in un altro mondo, al di fuori della storia terrena. Marco, illuminato dallo Spirito (ecco dove sta la vera ispirazione divina, che, dunque, va oltre la cronaca e i particolari storici) ci aiuta a cogliere qualche passaggio di questo inizio della Buona Novella.

Novità del Vangelo. Sarebbe interessante confrontarci, nella fede e nelle opere, con la parola “inizio”, intesa nel suo senso più pieno: quello mistico. Noi cristiani siamo gente dell’inizio, oppure gente che procede tenendo intoccabili le sicurezze del passato? Sembra quasi che la Chiesa, con il passare del tempo, si sia costruita un castello di ferro, dove l’inizio è scomparso, o fatto scomparire per la paura di quanto questa parola possa rappresentare. Le parole “conversione”, “pentimento”, “cambiamento” hanno assunto, nei secoli, un significato prettamente moralistico. Ovvero: tu devi cambiare, non in rapporto ad una Novità che è sempre un inizio, ma in rapporto ad una struttura dogmatica intoccabile. Sarà questo anche il rischio del Giubileo. Che cosa significa, allora, essere sempre all’inizio? Togliere ciò che man mano si è creato di ostacolo alla Novità imprevedibile del Vangelo.

La novità è una persona. L’”inizio” non riguarda qualcosa di materiale, ma il “vangelo”, che in greco significa “buona notizia” o “bella novità”. Dire buono, dire bello e dire vero è la stessa cosa: in filosofia si parla di trascendentali, ovvero di entità che si richiamano a vicenda, che sono talmente connesse tra di loro che l’una non può fare a meno dell’altra. Dunque, il Vangelo è la buona o bella o vera Novità. Non è solo una storia o un evento. La Novità è una Persona: Gesù, Cristo, il Figlio di Dio che si è incarnato nella storia. Capite ora dove sta la Novità? La Novità non sta nelle vicende storiche di un personaggio pur straordinario, ma nel Figlio di Dio che si è incarnato. Ma come e dove si è incarnato? Qui sta il punto. Dire che il Figlio di Dio si è incarnato nell’Umanità, nel cuore dell’essere umano, è già tentare di dire qualcosa, ma tutti sanno quanto sia difficile trattare alcuni temi elevati con l’uomo contemporaneo, terra e pancia.

Nel deserto. Procediamo. Ho già anticipato che il Vangelo secondo Marco parte subito da Gesù oramai trentenne. In che modo? Introducendo un personaggio caratteristico, Giovanni il Battista. E Giovanni Battista dove si trova? In mezzo alla folla, tra le strade, al mercato? No, nel deserto! Come a dire che la buona o bella o vera Notizia non inizia nel frastuono, ma là dove è deserto, la dov’è spogliazione di cose. L’inizio sta nell’intimità dell’essere più nudo, nella sua estrema radicalità. Qualche mistico parla di nudità di Dio, ovvero di essenzialità assoluta. Pensate già al fatto che Gesù è morto nudo sulla croce! Nudo, non solo in senso fisico! Sulla croce Cristo non era nient’altro che se stesso! Ma Giovanni Battista, in tutta la sua buona fede e rettitudine morale, forse non ha capito fino in fondo – e come avrebbe potuto trattandosi di una Novità imprevedibile? – che quella gente che lui invitava a pentirsi, rinnovarsi, a convertirsi, in realtà aveva bisogno di una ben altra rivoluzione, che non fosse semplicemente moralistica o religiosa. Ma Cristo non voleva chiedergli più di quanto Giovanni stava facendo. Se non altro, Giovanni aveva portato la folla nel deserto, e da lì, nel deserto, Cristo partirà, affrontando anzitutto quel diavolo, che, come dice la parola, ha il compito di dividere, separare. Secondo i mistici, qui sta il vero male: nella separazione, nella divisione, nella molteplicità. Cristo avrà la missione di ricomporre il Tutto nell’unità, non di separare. Ma il Tutto non è il dogma della Chiesa-struttura. Il Tutto è quel Divino che fa parte di ogni realtà umana, diciamo cosmica.

Il divino che è in noi. Giovanni Battista invita le folle a preparare la via del Signore, a raddrizzare i suoi sentieri. Qualche traduzione sbagliata delle parole di Giovanni ha contribuito a intenderle nel modo errato, e di conseguenza ad applicarle male. Il Battista non dice: “Preparate la via al Signore che viene”, come se la via fosse nostra, costringendo così il Signore a percorrerla. Ed è qui l’equivoco che ha portato la religione cattolica a credersi detentrice della verità. Non deve essere la Chiesa a indicarci la via, ma aiutarci ad essere disponibili a cogliere la via retta, che è quella del Divino in noi. Il nostro compito, supportato dalla Chiesa, deve essere questo: togliere tutto ciò che è inutile, il superfluo, l’inessenziale, ciò che è di ostacolo al Divino, che è sempre, per la sua stessa natura, sorprendente, inimmaginabile. In altre parole, il compito della Chiesa ha solo un intento, ed è negativo: togliere, e non ha invece un intento positivo: aggiungere. Lo scopo della Chiesa ha valore solo di auto-distruzione: deve auto-distruggersi, in quanto religione, in quanto struttura, per lasciare via libera alla via del Signore. Se la Chiesa non capirà di fare quest’opera di auto-distruzione, essa ci porterà a spegnere del tutto il Divino che è in noi.

*Omelia del 22 novembre 2015: Seconda di Avvento (Is 19, 18-24; Ef 3,8-13; Mc 1,1-8)

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