Brianzecum

marzo 17, 2019

SCOPRIRE IL DIVINO IN NOI

PER LA SALVEZZA DEL MONDO E DELLA CHIESA: LA MAGIA DIVINA DELLA TRASFORMAZIONE ANCHE DEL CORPO SOCIALE
di don Giorgio De Capitani, omelia del 17 marzo 2019 (Dt 6,4a;11,18-28; Gal 6,1-10; Gv 4,5-42); fonte: http://www.dongiorgio.it/17/03/2019/omelie-2019-di-don-giorgio-seconda-di-quaresima/
LETTURA SPIRITUALE DEI VANGELI. I Vangeli non sono libri di cronache, ovvero narrazioni di fatti e di parole di Gesù Cristo. Non sono una biografia della vita di Cristo. Una volta si definivano i Vangeli: “facta et dicta memoriabilia vitae Christi”. Neppure sono scritti storici, se per storia s’intende una serie di racconti oggettivi o veritieri di eventi successi nel passato. I Vangeli, come tutti sanno, sono quattro, e anche gli stessi sinottici (Marco, Matteo e Luca), quando raccontano lo stesso episodio, lo raccontano ciascuno a modo suo: ci sono divergenze anche notevoli. Questo per dire che agli evangelisti non interessava il racconto del fatto in sé. Ciò che interessa, leggendo i Vangeli, non è il fatto o il detto che viene narrato, ma ciò che sta dietro il fatto o il detto di Gesù. Ecco perché possiamo dire che i Vangeli sono una lettura “spirituale” del ministero pubblico di Cristo.
GIOVANNI IL MISTICO. Se questo riguarda tutti e quattro i Vangeli, in particolare riguarda il Vangelo di Giovanni che, più degli altri tre, ha letto i fatti e le parole di Cristo come un “segno”, ovvero come una “rivelazione” in Gesù della sua realtà mistica, nascosta nella realtà umana. I fatti, soprattutto i miracoli, vengono da Giovanni interpretati nel loro significato più profondo. E così il miracolo di Cana non è tanto il racconto della trasformazione dell’acqua in vino, il miracolo del cieco nato non è tanto la restituzione della vista fisica, il miracolo di Lazzaro non è tanto il suo ritorno alla vita fisica. Tutto è “segno”, ovvero rivelazione di una realtà spirituale, ovvero di qualcosa di inerente al mondo dello Spirito. Sarebbe il caso di dire: Gesù Cristo non si è incarnato per esprimere solidarietà alla nostra esistenza umana, ovvero per dirci: Sono uno di voi, ma per aiutarci a comprendere che sotto la carne umana c’è un mondo, quello dello spirito, che è di straordinaria essenzialità. I Vangeli vanno letti in questa ottica, ed è Giovanni, ripeto, che ci aiuta a leggere i fatti e i detti di Cristo nella luce mistica.
GESÙ E LA DONNA SAMARITANA. Prima ho citato alcuni episodi scelti da Giovanni (il miracolo di Cana, del cieco nato e di Lazzaro), ma i Mistici medievali si sono soffermati su altri: il colloquio di Gesù con Nicodemo sul tema della rinascita interiore, il dialogo di Gesù con la samaritana sul tema della grazia e dello Spirito santo e infine la morte di Gesù con il dono dello Spirito. Il terzo brano della Messa di oggi ci ripropone l’incontro di Gesù con la samaritana. Su questo incontro particolarmente dialettico (c’è un serrato botta e risposta tra i due: Gesù risponde alla donna provocando in lei altre domande) si sono scritti articoli, libri, si sono tenute omelie di ogni tipo, evidenziando diversi aspetti: da quello psicologico a quello pedagogico, moralistico, teologico e mistico. Ogni aspetto ha una sua importanza, ma non possiamo non cogliere il cuore del dialogo.
CAVERNA DEL CUORE. Nel dialogo ricorrono due termini che riguardano cose materiali: pozzo e acqua, e ci sono due parole essenziali che riguardano realtà spirituali: grazia e spirito santo. Giocando quasi sulle parole, Gesù passa dal materiale allo spirituale. Dal pozzo fisico passa al cuore dell’essere umano, dall’acqua alla realtà della grazia, e dalla grazia allo Spirito santo. La samaritana sul momento non capisce e fraintende, ma Gesù insiste pensando non solo a quella donna, ma a tutti gli esseri umani assetati di grazia e di Spirito santo. Il pozzo richiama, anzitutto, il fondo dell’anima del nostro essere. Qualche mistico parla di “caverna del cuore”: l’idea di base è la stessa. Nel fondo, o profondo del nostro essere, c’è un’acqua che zampilla per la vita eterna, ma quanti di noi se ne accorgono? Non ce ne accorgiamo per la semplice ragione che restiamo fuori del nostro essere. Preferiamo prendere l’acqua fuori dal pozzo, le cose che sono all’esterno del nostro essere, e così mangiamo e ci dissetiamo solo di esteriorità, nutrendo sì il corpo, ma lasciando sterile lo spirito.
LA GRAZIA DIVINA. Noi credenti parliamo di grazia, e crediamo che provenga da qualcosa di esteriore: diciamo preghiere e pretendiamo grazie celesti, riceviamo i sacramenti e pretendiamo che automaticamente succeda qualcosa di eccezionale. Si chiede, si pretende, ma la grazia è grazia, ovvero un dono divino. Dio non ci dà nulla di suo, dietro nostre richieste o pretese. I Mistici parlavano di fare il vuoto dentro di noi, ed è questo il nostro compito: una necessità indispensabile perché Dio poi riempia il vuoto con il dono della grazia, che altro non è che la presenza stessa di Dio. Noi intendiamo la grazia divina come un insieme di grazie particolari riguardanti la salute, i soldi, il lavoro, la famiglia, ecc. La grazia, ripeto, è la stessa presenza di Dio in noi. È questa la grazia, a cui allude Gesù nel dialogo con la samaritana. Ecco perché poi passa a parlare di Spirito santo, che va adorato nel nostro spirito più profondo. Insisto: il pozzo richiama il fondo dell’anima, dove la grazia è il dono dello Spirito santo. Sembra un cerchio magico: pozzo, acqua, grazia e Spirito santo. Non è però qualcosa di chiuso, come se il Divino restasse dentro di noi, e il corpo fosse come un cadavere.
LA MAGIA DIVINA sta nel coinvolgere il corpo sociale in una radicale trasformazione, dovuta proprio alla scoperta del Divino in noi. Ad avvantaggiarsi di tale trasformazione non sarà solo il corpo sociale, ma la stessa Chiesa come struttura. Se la struttura della Chiesa è un altro corpo sociale “aggiunto”, allora è una prova che non ha ancora colto il cuore del messaggio di Cristo. Sembra che la Chiesa, lungo i secoli, non abbia fatto che proporci le sue strutture come gli unici mezzi per la nostra salvezza, dimenticando che Dio è dentro di noi ed è dalla scoperta del Divino in noi che ha origine la salvezza del mondo, e della Chiesa stessa come struttura. Il dramma della società e dell’essere umano sta nella contrapposizione tra due corpi sociali (Stato e Chiesa), e, ancor peggio, in una loro possibile alleanza, quando invece la salvezza dipende non dal corpo sociale, civile o religioso (il cosiddetto “grosso animale platoniano”), ma dall’interiorità del nostro essere, vera sorgente della grazia divina.

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dicembre 17, 2018

FUORI GLI IDOLI DAL NOSTRO ESSERE

IL PROCESSO DI ESTERIORIZZAZIONE CHE HA RIGUARDATO ANCHE LA CHIESA, MOLTIPLICA GLI IDOLI AL POSTO DELL’UNICO VERO MAESTRO INTERIORE

di don Giorgio De Capitani, omelia del 16 dicembre 2018: quinta di Avvento; (Is 30,18-26b; 2Cor 4,1-6; Gv 3,23-32a); fonte: http://www.dongiorgio.it/16/12/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-quinta-di-avvento/

AVVICINAMENTO A UNA DATA O A UN MISTERO? Ci stiamo avvicinando a passi spediti verso il Natale, inteso come celebrazione annuale di una data, precisamente il 25 dicembre, che dovrebbe ricordare la nascita in carne umana del Figlio di Dio, a Betlemme. In realtà, sappiamo che si tratta di una celebrazione convenzionale (non conosciamo né il giorno, né il mese e neppure l’anno della nascita di Gesù) e si tratta di una celebrazione liturgica, composta per lo più di riti da celebrare nella loro esteriorità più solenne. Ridurre tutto un Mistero divino (in effetti di Mistero si tratta) a un solo giorno è una cosa per lo meno semplicistica, visto che in quel giorno, il 25 dicembre, lo spazio dedicato al Mistero è forse di un’ora, e nulla di più. L’Avvento, più che avvicinamento progressivo ad una data, dovrebbe essere una riscoperta che si rinnova di anno in anno di quella Rinascita interiore che, tra l’altro, avviene ogni giorno dell’anno, appena il credente prenda coscienza della realtà del mondo del suo spirito.

LO SPIRITO DI DIO, IL “MAESTRO INTERIORE”. Il primo brano della Messa offre alcuni spunti di riflessione in chiave mistica. Facciamo anzitutto una premessa esegetica. Negli scritti del profeta Isaia sono frequenti i passaggi dall’invettiva, dalla paura, dal giudizio alla speranza e alla salvezza offerta dal Signore al suo popolo, purché questi ritorni ad aver fiducia nel suo Dio. Interessante come Isaia chiami Dio: “maestro”. Gli studiosi fanno notare che solamente nel versetto 20 capitolo 30 (fa parte del brano di oggi) troviamo la definizione di Dio come “maestro”, anche se in altri passi del suo libro il profeta usa il verbo “ammaestrare” per descrivere l’agire di Dio. In ogni caso, secondo gli esegeti ci sarebbe un collegamento tra la parola ebraica “moreh” (che significa “maestro”) e la parola “torah”, che significa “legge”. Il profeta Geremia è più esplicito quando scrive che la “legge” (“torah”) di Dio viene scritta dentro il cuore degli uomini. Quando ero chierico (più di sessanta anni fa), mi parlavano spesso dello Spirito santo come di un maestro interiore. Poi, tutto si è esteriorizzato, e i maestri sono diventati qualcosa di esteriore al nostro essere interiore. Sì, sentiamo parlare di una Chiesa come una maestra che ci insegna, ma la Chiesa senza lo Spirito santo sarebbe nulla: il nostro vero maestro è lo Spirito santo che parla all’interno del nostro essere, ovvero nel nostro spirito.

DIO ASPETTA PER FARCI GRAZIA. Tornando al brano di oggi, troviamo all’inizio queste parole: «Il Signore aspetta con fiducia per farci grazia, per questo sorge per avere pietà di voi… beati coloro che sperano in lui». Al di là di ogni riferimento alla situazione storica del popolo ebraico, vorrei dire una parola che riguarda la nostra situazione diciamo spirituale: è questo che conta, se veramente la Parola di Dio parla sempre, e non solo ai tempi in cui è stata scritta. Che significa allora che il Signore “aspetta”? Da quanto tempo “aspetta”? Forse da secoli, forse da millenni, se ci riferiamo alla storia umana. Anche oggi ”aspetta”. In altre parole, l’Avvento, che è tempo di attesa, non riguarda tanto una nuova venuta di Cristo nel nostro essere interiore, quanto invece che ci risvegliamo per incontrare il Signore che è sempre pronto a donarci la sua grazia. Non siamo noi ad aspettare la venuta di Dio: è Dio che aspetta che noi lo incontriamo. Come ci aspetta? Con la sua grazia. Ed è qui il vero punto da capire. Sì, possiamo anche intendere grazia nel senso di perdono: Dio attende che ci pentiamo. Ma c’è molto di più. Non è tanto un perdono che riceviamo da Dio (e così tutto sarebbe risolto!), quanto invece la sua grazia, ovvero il suo stesso mondo divino.

IDOLI, APPARENZA ESTERIORE. Ma la grazia di dio, ovvero la stessa realtà divina, come viene comunicata nel nostro spirito? Ecco le parole di Isaia: «Considererai cose immonde le tue immagini ricoperte d’argento; i tuoi idoli rivestiti d’oro getterai via come un oggetto immondo. “Fuori!”, tu dirai loro». Anche qui, diamo una interpretazione mistica. La Parola di Dio, se non entra nel nostro essere, è sterile, buttata al vento della esteriorità. “Fuori”, urla il profeta agli idoli. Sì, fuori dal nostro essere. Lasciamoli in balìa del nulla. Gli idoli sono un nulla, dal momento che sono solo immagini (idolo vuol dire immagine), sono solo apparenze di cose che passano, di sensi legati al corpo che passa. Dio non è un idolo, ovvero una immagine delle nostre congetture, dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni, dei nostri progetti. Anche il dio della religione è l’immagine di una struttura, a sua volta immagine di un potere che, a differenza di quello politico, pretende di dominare sulle coscienze e sulla realtà dello spirito.

IL NOSTRO ESSERE INTERIORE non è nemmeno una immagine di Dio, tanto meno di un dio idolo. Il nostro essere interiore è proteso verso l’Infinito, che è l’Immenso Dio, Sommo Bene, da cui emana come una necessità di sovrabbondanza ogni realtà di bene. Sì, Dio necessariamente, in quanto Sommo Sovrabbondante Bene, si effonde fuori di Sé. “Fuori!”, allora, dal nostro essere più profondo ogni immagine riduttiva del Divino. E succede che non solo gli idoli riducono ad apparenze il mondo del Divino, ma credono di sostituirLo, con una tale supponenza e con una tale oscena blasfemia da frantumare l’Unità divina in tanti oggetti da adorare, oggetti che riducono a oggetto ogni cosa che toccano.

“LUI DEVE CRESCERE; IO, INVECE, DIMINUIRE”. Non c’è più tempo per riflettere sulle parole di Giovanni Battista: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire”. Solo una brevissima riflessione. Purtroppo, è successo nella Chiesa che tutto è cresciuto, nella sua struttura, nei suoi organismi, apparati, ritualismi, ecc. e Cristo è diventato non solo un nano, ma è quasi scomparso nella nullità delle nostre esteriorità religiose. Lui, Cristo, deve crescere; io, santo o non santo che sia, devo diminuire. Cristo nasce e cresce in me, e non fuori di me. Fuori di me, cresce il mio io.

novembre 4, 2018

ESCLUSIONE E INCLUSIONE

LO “SCANDALO” DEL VANGELO INCLUSIVISTA, CHE SI OPPONE AL NOSTRO RAZZISMO LATENTE E MENTALITÀ ESCLUSIVISTA
di don Giorgio De Capitani, omelia del 4 novembre 2018: seconda dopo la Dedicazione (Is 56,3-7; Ef 2,11-22; Lc 14,1a.15-24). Fonte: http://www.dongiorgio.it/04/11/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-seconda-dopo-la-dedicazione/

CONCEZIONI PERFEZIONISTE. Vorrei partire da una parola che troviamo nel secondo brano della Messa di oggi, quando l’apostolo Paolo parla dei pagani “esclusi dalla cittadinanza d’Israele”. Dunque, esclusione; da qui il suo contrario, “inclusione”. Ecco, mi sembra che questi due termini, esclusione e inclusione, siano il tema dominante dei tre brani proposti dalla Liturgia della Parola, e rappresentino le problematiche delle società e delle religioni, di sempre: di ieri e anche di oggi. Proviamo a riflettere seriamente, con onestà intellettuale. Chiediamoci, anzitutto: non è forse vero che l’esclusione e l’inclusione abbiano da sempre rappresentato, per il cittadino sia e il credente, un problema e un dramma per la loro salvezza? Quando parlo di salvezza, parlo di libertà, di giustizia, e, all’opposto, di emarginazione e di repressione. Ognuno di noi ha provato nella sua esistenza, sulla sua pelle e nell’anima, qualche momento di sofferenza per essere stato escluso in qualcosa di essenziale, subendo ingiustizie e sentendosi privato di una certa libertà d’azione. Ma, al di là dei fatti personali, che in ogni caso non si possono dimenticare, nei tre brani si parla soprattutto di realtà ben più vaste: esclusione di categorie di persone, di razze, di culture; si parla addirittura di popoli, per non parlare di continenti. La storia ci insegna che anche le civiltà più progredite del passato erano fondate su concezioni “perfezioniste”, e perciò esclusiviste, del genere umano, inteso anche nella sua realtà fisica e psichica, per cui chi non rientrava in un certo ordine di “perfezione” (stabilita da quale potere e in nome di chi?) era, anche per legge, escluso dal convivere sociale e religioso. Appena sento i termini “perfezionismo”, “ordine”, “disciplina”, “adeguamento” alla struttura, “integrazione” nel senso di “omologazione”, beh, mi sento morire dentro. La società viene ancora oggi vista come una grande macchina, dove ogni pezzo, ogni elemento, sia fisico che mentale, un oggetto o l’essere umano, deve funzionare secondo i ritmi imposti dalla produttività, che viene chiamata “progresso”. Per ciò, ogni pezzo difettoso, ogni rallentamento, ogni inghippo viene scartato, eliminato, anche distrutto.

GESÙ APRE AGLI ESCLUSI. Basterebbe pensare a ciò che ancora ai tempi di Cristo succedeva a proposito dei lebbrosi, di quanti avevano un handicap fisico e psichico (ciechi, sordi, zoppi, ecc.), dei bambini che nascevano con qualche deformazione fisica. Senza arrivare a pensare ai difetti fisici e psichici, come erano considerati i bambini in quanto bambini e le donne in quanto donne? Sappiamo l’atteggiamento di inclusione di Gesù nei riguardi dei lebbrosi, dei ciechi, dei sordi, degli zoppi, dei bambini e delle donne. D’altronde, già il profeta Isaia aveva predetto un Messia che avrebbe aperto gli occhi ai ciechi e schiuso gli orecchi ai sordi, avrebbe fatto saltare come un cervo gli zoppi. Ed è alle parole di Isaia che Gesù si riferisce quando il Battista, che era in carcere, invia alcuni discepoli chiedendo a Gesù se fosse lui il Messia, ed egli risponde: «Andate a riferire a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,2,5). Attenzione: ora arriva il bello. Gesù conclude dicendo: «E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Dunque, lo scandalo starebbe nel fatto che Gesù avrebbe aperto le porte agli esclusi, condannando perciò l’esclusione. Non è questo lo scandalo di oggi di tanti, troppi credenti che non accettano l’inclusione di coloro che vorrebbero un mondo aperto all’Umanità? Da notare che questi credenti vengono a Messa come se niente fosse, magari si nutrono di Cristo, come se Cristo avesse detto: all’inferno gli esclusi, gli ultimi, i poveri, i derelitti! Forse qualcosa non va, e non va perché abbiamo fatto della nostra mentalità esclusivista e del vangelo inclusivista una tale commistura da neppure renderci conto di quanto siamo fuori strada. Forse è inutile insistere, dal momento che viviamo in un momento storico particolarmente confuso e disordinato, per cui a prevalere e a dettare leggi è una mentalità borghesemente individualista per non dire egoista, che frantuma ogni diritto umano, ogni possibilità di un futuro migliore. E tutto in funzione di un falso benessere che include i soliti privilegiati ed esclude i soliti disgraziati.

IDEOLOGIA RAZZISTA. Qualcuno anni fa parlava di razza pura, oggi si parla ancora della supremazia o della difesa della razza bianca, dimostrando così di essere figli o nipotini di Hitler, la cui tracotanza lo ha portato alla rovina. Come tutti sappiamo. E non solo lui è caduto pancia a terra, anche il nostro Benito Mussolini. Sì, è sempre questione di un falso e deleterio concetto di razza, ovvero di una ideologia razzista che esclude altre razze, ritenute imperfette, scadenti, inferiori. Ma come si può sostenere che esistano altre razze, se è vero che esiste solo la razza umana? Tutti apparteniamo alla stessa Umanità. Ma che democrazia è mai quella fondata sulla esclusione di esseri umani, che non credo siano nati, nel disegno divino, da razze diverse in gara per escludersi a vicenda? Gesù Cristo è venuto per dirci che tutti gli esseri sono uguali, proprio perché nell’essere interiore di ciascuno è presente lo stesso Dio, padre di tutti. Non ci sono figli minori e figli maggiori, o figli di un dio maggiore e figli di un dio minore.

SPIRITI LIBERI. Infine (solo un brevissimo accenno), l’esclusione e l’inclusione rappresentano un vero problema, quando si tratta della libertà dello spirito interiore. E qui, il potere politico e il potere religioso hanno sempre costituito una violenza escludente. L’esclusione sembra anzitutto la condanna a morte degli spiriti liberi. Eppure, proprio gli spiriti liberi avrebbero potuto, se considerati e valutati, dare allo Stato e alla Chiesa un futuro diverso. E se siamo qui, oggi, costretti a vivere in una sociale “bestiale”, è perché sono stati esclusi gli spiriti liberi, la loro fede nel mondo interiore. Ancora oggi fanno paura. E il mondo non potrà migliorare escludendo il mondo “migliore”.

agosto 26, 2018

NON CAVALCARE LE PAURE

IL VANGELO INSEGNA A NON STRUMENTALIZZARE LA PAURA E A PERSEGUIRE LA LIBERTÀ DEI RESISTENTI

di Angelo Casati, omelia del 26 agosto 2018

MARTIRIO. Questa domenica è in vista della memoria di un martirio, quello di San Giovanni Battista che ricorrerà tra pochi giorni. L’ombra del martirio è drammaticamente evocata anche dalla lunga lettura tratta dal libro dei Maccabei, dove le parole di Gesù: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima” sembrano anticipate, nel tempo, dall’esempio di questa madre, madre di sette figli, che – dopo che di figli gliene hanno uccisi a motivo della fede sei – esorta l’ultimo a non rinnegare la fede dei padri. E l’ultimo, il più giovane, resiste al sovrano, con la sua fede limpida ma anche con la fierezza di chi non tace davanti all’oppressore. Io – ve lo confesso – leggevo il racconto e mi sentivo piccolo. Dentro di me riaffiorava a ondate una domanda. Mi chiedevo: “Ma io, in un’occasione simile, sarei stato capace di questo, capace di tanto? Oggi ne sarei capace?”. Ho molti dubbi. E poi – perdonate la connessione dei pensieri – il numero sette, sette figli, mi chiamava alla memoria un papà, anche lui sette figli – sette gliene avevano ammazzati nei giorni della resistenza – il papà Cervi. Alla fine riprese l’aratro e ritornò ai campi. “A raccolto distrutto, / uno nuovo se ne prepari” disse.

NON ABBIATE PAURA. Ritorno ai figli, alla madre, al padre, per farvi notare che queste parole di Gesù, “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”, parole, che, a un primo impatto, potrebbero quasi sembrare una sfida improponibile agli umani, sono diventate storia, storie limpide di uomini e donne lungo i tempi, uomini e donne in cui la paura non ha vinto. Raccogliamo le loro parole come un testamento, quasi un lascito, a dire a noi, oggi, che alla disumanità – perché di disumanità si tratta! – risposta non è il silenzio, non è la pavidità, non è l’acquiescenza, è la voce, è il coraggio, è la ribellione. Ricordo alcune delle parole che raccolse padre David Maria Turoldo, evocando la testimonianza di condannati a morte della resistenza. Così le annotava e senti bussare la commozione al leggerle:

Un altro che diceva: “mi hanno
messo in catene
ma il mio cuore è libero
di sperare di credere:
se domani muoio
slegatemi i piedi…”;

E un altro: “muoio
giovane, molto
giovane,
ma non mi uccideranno,
mi faranno vivere
per sempre”;

E un altro: “tutti voi a casa
Inginocchiatevi all’alba”,
e un altro: “ ricordatemi
con una parola sommessa
e senza rancore”;
e un altro:” alle sei
avremo la messa
poi la comunione,
poi la partenza”…

L’UOMO VALE. Perdonate se oggi mi sto fermando su queste parole di Gesù: “Non abbiate paura…”. Perché sono parole che, come abbiamo visto, hanno creato nel tempo donne e uomini liberi. Che hanno sfidato persecutori e morte. Con una certezza indubitabile in molti di loro. Quella che risuonava nelle parole di Gesù che racconta di un Dio per il quale tu conti, comunque tu conti: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!”. Dunque tu vali, proprio tu. Tu vali, per Dio. E non devi essere chissà chi per contare per Dio! Gesù prende ad esempio gli ultimi degli uccelli, quelli che si vendono per un soldo. Puoi essere fragile come un vaso di creta, ma in te opera la potenza di Dio. Pensate alla sfida custodita in queste parole di Paolo che oggi abbiamo ascoltato: “Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi”. E dunque “non abbiate paura”: continuo su queste parole e su queste parole vorrei finire.

NOVITÀ DI GESÙ. Gesù sta preparando i discepoli alla loro missione, e dopo aver parlato della mitezza e della sobrietà che li dovranno contraddistinguere nel mondo, non tiene nascoste loro difficoltà e opposizioni che potranno trovare lungo il cammino. Non vuole nascondere i giorni in cui il loro cuore sarà sorpreso da paura. E’ umano che sia così. E’ umano che a volte, anche oggi, ci prenda paura. Ma dove sta la novità di Gesù, del suo messaggio, del vangelo? La novità del rabbi di Nazaret è che Gesù non cavalca le paure, libera il cuore dalle paure.

LIBERTÀ DEI RESISTENTI. Ai suoi tempi, ma non solo ai suoi, autorità politiche e religiose, cavalcando la paura, tenevano assoggettato il popolo: legavano a sé, al potere la gente. Non sempre indugiamo a pensare come paura e schiavitù siano in stretta connessione e come una paura abilmente astutamente orchestrata faccia il successo e la fortuna di chi vuole strumentalizzare, a se stesso e ai propri fini, una società. Il vangelo è percorso dall’inizio alla fine – e dovremmo chiederci perché – da questo insistente richiamo: ”non temete… non abbiate paura”. Perché il vangelo è per la libertà, la libertà dei resistenti. Non sei dunque donna o uomo del vangelo se cavalchi la paura. Lo sei se liberi dalla paura. E’ la vittoria della fede sulle paure che ci rende liberi e resistenti. Non schiavi, ma donne e uomini del futuro. Ci slega i piedi. “Se domani muoio, slegatemi i piedi”.

aprile 26, 2018

RIFONDARE L’EUROPA

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALLA CONFERENZA “(RE)THINKING EUROPE”, ORGANIZZATA DALLA COMMISSIONE DELLE CONFERENZE EPISCOPALI DELL’UNIONE EUROPEA (COMECE) IN COLLABORAZIONE CON LA SEGRETERIA DI STATO 28 ottobre 2017

IL CONTRIBUTO CRISTIANO. Il Dialogo di questi giorni ha fornito l’opportunità di riflettere in modo ampio sul futuro dell’Europa da una molteplicità di angolature, grazie alla presenza tra voi di diverse personalità ecclesiali, politiche, accademiche o semplicemente provenienti dalla società civile. I giovani hanno potuto proporre le loro attese e speranze, confrontandosi con i più anziani, i quali, a loro volta, hanno avuto l’occasione di offrire il loro bagaglio carico di riflessioni ed esperienze. È significativo che questo incontro abbia voluto essere anzitutto un dialogo nello spirito di un confronto libero e aperto, attraverso il quale arricchirsi vicendevolmente e illuminare la via del futuro dell’Europa, ovvero il cammino che tutti insieme siamo chiamati a percorrere per superare le crisi che attraversiamo e affrontare le sfide che ci attendono. Parlare di un contributo cristiano al futuro del continente significa anzitutto interrogarsi sul nostro compito come cristiani oggi, in queste terre così riccamente plasmate nel corso dei secoli dalla fede. Qual è la nostra responsabilità in un tempo in cui il volto dell’Europa è sempre più connotato da una pluralità di culture e di religioni, mentre per molti il cristianesimo è percepito come un elemento del passato, lontano ed estraneo?
PERSONA E COMUNITÀ
NUOVA CONCEZIONE DELL’UOMO. Nel tramonto della civiltà antica, mentre le glorie di Roma divenivano quelle rovine che ancora oggi possiamo ammirare in città; mentre nuovi popoli premevano sui confini dell’antico Impero, un giovane fece riecheggiare la voce del Salmista: «Chi è l’uomo che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?». [1] Nel proporre questo interrogativo nel Prologo della Regola, san Benedetto pose all’attenzione dei suoi contemporanei, e anche nostra, una concezione dell’uomo radicalmente diversa da quella che aveva contraddistinto la classicità greco-romana, e ancor più di quella violenta che aveva caratterizzato le invasioni barbariche. L’uomo non è più semplicemente un civis, un cittadino dotato di privilegi da consumarsi nell’ozio; non è più un miles, combattivo servitore del potere di turno; soprattutto non è più un servus, merce di scambio priva di libertà destinata unicamente al lavoro e alla fatica. San Benedetto non bada alla condizione sociale, né alla ricchezza, né al potere detenuto. Egli fa appello alla natura comune di ogni essere umano, che, qualunque sia la sua condizione, brama certamente la vita e desidera giorni felici. Per Benedetto non ci sono ruoli, ci sono persone: non ci sono aggettivi, ci sono sostantivi. È proprio questo uno dei valori fondamentali che il cristianesimo ha portato: il senso della persona, costituita a immagine di Dio. A partire da tale principio si costruiranno i monasteri, che diverranno nel tempo culla della rinascita umana, culturale, religiosa ed anche economica del continente.
PERSONE NON NUMERI. Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all’Europa di oggi è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone. Purtroppo, si nota come spesso qualunque dibattito si riduca facilmente ad una discussione di cifre. Non ci sono i cittadini, ci sono i voti. Non ci sono i migranti, ci sono le quote. Non ci sono lavoratori, ci sono gli indicatori economici. Non ci sono i poveri, ci sono le soglie di povertà. Il concreto della persona umana è così ridotto ad un principio astratto, più comodo e tranquillizzante. Se ne comprende la ragione: le persone hanno volti, ci obbligano ad una responsabilità reale, fattiva, “personale”; le cifre ci occupano con ragionamenti, anche utili ed importanti, ma rimarranno sempre senz’anima. Ci offrono l’alibi di un disimpegno, perché non ci toccano mai nella carne.
RELAZIONE. Riconoscere che l’altro è anzitutto una persona, significa valorizzare ciò che mi unisce a lui. L’essere persone ci lega agli altri, ci fa essere comunità. Dunque il secondo contributo che i cristiani possono apportare al futuro dell’Europa è la riscoperta del senso di appartenenza ad una comunità. Non a caso i Padri fondatori del progetto europeo scelsero proprio tale parola per identificare il nuovo soggetto politico che andava costituendosi. La comunità è il più grande antidoto agli individualismi che caratterizzano il nostro tempo, a quella tendenza diffusa oggi in Occidente a concepirsi e a vivere in solitudine. Si fraintende il concetto di libertà, interpretandolo quasi fosse il dovere di essere soli, sciolti da qualunque legame, e di conseguenza si è costruita una società sradicata priva di senso di appartenenza e di eredità. E per me questo è grave. I cristiani riconoscono che la loro identità è innanzitutto relazionale. Essi sono inseriti come membra di un corpo, la Chiesa (cfr 1 Cor 12,12), nel quale ciascuno con la propria identità e peculiarità partecipa liberamente all’edificazione comune. Analogamente tale relazione si dà anche nell’ambito dei rapporti interpersonali e della società civile. Dinanzi all’altro, ciascuno scopre i suoi pregi e i difetti; i suoi punti di forza e le sue debolezze: in altre parole scopre il suo volto, comprende la sua identità. La famiglia, come prima comunità, rimane il più fondamentale luogo di tale scoperta. In essa, la diversità è esaltata e nello stesso tempo è ricompresa nell’unità. La famiglia è l’unione armonica delle differenze tra l’uomo e la donna, che è tanto più vera e profonda quanto più è generativa, capace di aprirsi alla vita e agli altri. Parimenti, una comunità civile è viva se sa essere aperta, se sa accogliere la diversità e le doti di ciascuno e nello stesso tempo se sa generare nuove vite, come pure sviluppo, lavoro, innovazione e cultura. Persona e comunità sono dunque le fondamenta dell’Europa che come cristiani vogliamo e possiamo contribuire a costruire. I mattoni di tale edificio si chiamano: dialogo, inclusione, solidarietà, sviluppo e pace.
UN LUOGO DI DIALOGO
INTERRELIGIOSO. Oggi tutta l’Europa, dall’Atlantico agli Urali, dal Polo Nord al Mare Mediterraneo, non può permettersi di mancare l’opportunità di essere anzitutto un luogo di dialogo, sincero e costruttivo allo stesso tempo, in cui tutti i protagonisti hanno pari dignità. Siamo chiamati a edificare un’Europa nella quale ci si possa incontrare e confrontare a tutti i livelli, in un certo senso come lo era l’agorà antica. Tale era infatti la piazza della polis. Non solo spazio di scambio economico, ma anche cuore nevralgico della politica, sede in cui si elaboravano le leggi per il benessere di tutti; luogo in cui si affacciava il tempio così che alla dimensione orizzontale della vita quotidiana non mancasse mai il respiro trascendente che fa guardare oltre l’effimero, il passeggero e il provvisorio. Ciò spinge a considerare il ruolo positivo e costruttivo che in generale la religione possiede nell’edificazione della società. Penso ad esempio al contributo del dialogo interreligioso nel favorire la conoscenza reciproca tra cristiani e musulmani in Europa. Purtroppo, un certo pregiudizio laicista, ancora in auge, non è in grado di percepire il valore positivo per la società del ruolo pubblico e oggettivo della religione, preferendo relegarla ad una sfera meramente privata e sentimentale. Si instaura così pure il predominio di un certo pensiero unico,[2] assai diffuso nei consessi internazionali, che vede nell’affermazione di un’identità religiosa un pericolo per sé e per la propria egemonia, finendo così per favorire un’artefatta contrapposizione fra il diritto alla libertà religiosa e altri diritti fondamentali. C’è un divorzio fra loro.
POLITICO. Favorire il dialogo – qualunque dialogo – è una responsabilità basilare della politica, e, purtroppo, si nota troppo spesso come essa si trasformi piuttosto in sede di scontro fra forze contrastanti. Alla voce del dialogo si sostituiscono le urla delle rivendicazioni. Da più parti si ha la sensazione che il bene comune non sia più l’obiettivo primario perseguito e tale disinteresse è percepito da molti cittadini. Trovano così terreno fertile in molti Paesi le formazioni estremiste e populiste che fanno della protesta il cuore del loro messaggio politico, senza tuttavia offrire l’alternativa di un costruttivo progetto politico. Al dialogo si sostituisce, o una contrapposizione sterile, che può anche mettere in pericolo la convivenza civile, o un’egemonia del potere politico che ingabbia e impedisce una vera vita democratica. In un caso si distruggono i ponti e nell’altro si costruiscono muri. E oggi l’Europa conosce ambedue. I cristiani sono chiamati a favorire il dialogo politico, specialmente laddove esso è minacciato e sembra prevalere lo scontro. I cristiani sono chiamati a ridare dignità alla politica, intesa come massimo servizio al bene comune e non come un’occupazione di potere. Ciò richiede anche un’adeguata formazione, perché la politica non è “l’arte dell’improvvisazione”, bensì un’espressione alta di abnegazione e dedizione personale a vantaggio della comunità. Essere leader esige studio, preparazione ed esperienza.
UN AMBITO INCLUSIVO
VALORIZZARE LE DIFFERENZE. Responsabilità comune dei leader è favorire un’Europa che sia una comunità inclusiva, libera da un fraintendimento di fondo: inclusione non è sinonimo di appiattimento indifferenziato. Al contrario, si è autenticamente inclusivi allorché si sanno valorizzare le differenze, assumendole come patrimonio comune e arricchente. In questa prospettiva, i migranti sono una risorsa più che un peso. I cristiani sono chiamati a meditare seriamente l’affermazione di Gesù: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Soprattutto davanti al dramma dei profughi e dei rifugiati, non ci si può dimenticare il fatto di essere di fronte a delle persone, le quali non possono essere scelte o scartate a proprio piacimento, secondo logiche politiche, economiche o perfino religiose. Tuttavia, ciò non è in contrasto con il dovere di ogni autorità di governo di gestire la questione migratoria «con la virtù propria del governante, cioè la prudenza»,[3] che deve tener conto tanto della necessità di avere un cuore aperto, quanto della possibilità di integrare pienamente coloro che giungono nel paese a livello sociale, economico e politico. Non si può pensare che il fenomeno migratorio sia un processo indiscriminato e senza regole, ma non si possono nemmeno ergere muri di indifferenza o di paura. Da parte loro, gli stessi migranti non devono tralasciare l’onere grave di conoscere, rispettare e anche assimilare la cultura e le tradizioni della nazione che li accoglie.
UNO SPAZIO DI SOLIDARIETÀ
I PIÙ DEBOLI. Adoperarsi per una comunità inclusiva significa edificare uno spazio di solidarietà. Essere comunità implica infatti che ci si sostenga a vicenda e dunque che non possono essere solo alcuni a portare pesi e compiere sacrifici straordinari, mentre altri rimangono arroccati a difesa di posizioni privilegiate. Un’Unione Europea che, nell’affrontare le sue crisi, non riscoprisse il senso di essere un’unica comunità che si sostiene e si aiuta – e non un insieme di piccoli gruppi d’interesse – perderebbe non solo una delle sfide più importanti della sua storia, ma anche una delle più grandi opportunità per il suo avvenire. La solidarietà, quella parola che tante volte sembra che si voglia cacciare via dal dizionario. La solidarietà, che nella prospettiva cristiana trova la sua ragion d’essere nel precetto dell’amore (cfr Mt 22,37-40), non può che essere la linfa vitale di una comunità viva e matura. Insieme all’altro principio cardine della sussidiarietà, essa riguarda non solo i rapporti fra gli Stati e le Regioni d’Europa. Essere una comunità solidale significa avere premura per i più deboli della società, per i poveri, per quanti sono scartati dai sistemi economici e sociali, a partire dagli anziani e dai disoccupati. Ma la solidarietà esige anche che si recuperi la collaborazione e il sostegno reciproco fra le generazioni.
CONFLITTO GENERAZIONALE. A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso è in atto un conflitto generazionale senza precedenti. Nel consegnare alle nuove generazioni gli ideali che hanno fatto grande l’Europa, si può dire iperbolicamente che alla tradizione si è preferito il tradimento. Al rigetto di ciò che giungeva dai padri, è seguito così il tempo di una drammatica sterilità. Non solo perché in Europa si fanno pochi figli – il nostro inverno demografico -, e troppi sono quelli che sono stati privati del diritto di nascere, ma anche perché ci si è scoperti incapaci di consegnare ai giovani gli strumenti materiali e culturali per affrontare il futuro. L’Europa vive una sorta di deficit di memoria. Tornare ad essere comunità solidale significa riscoprire il valore del proprio passato, per arricchire il proprio presente e consegnare ai posteri un futuro di speranza. Tanti giovani si trovano invece smarriti davanti all’assenza di radici e di prospettive, sono sradicati, «in balia delle onde e trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina» (Ef 4,14); talvolta anche “prigionieri” di adulti possessivi, che faticano a sostenere il compito che spetta loro. Grave è l’onere di educare, non solo offrendo un insieme di conoscenze tecniche e scientifiche, ma soprattutto adoperandosi «per promuovere la perfezione integrale della persona umana, come anche per il bene della società terrena e per la edificazione di un mondo più umano».[4] Ciò esige il coinvolgimento di tutta la società. L’educazione è un compito comune, che richiede l’attiva partecipazione allo stesso tempo dei genitori, della scuola e delle università, delle istituzioni religiose e della società civile. Senza educazione, non si genera cultura e s’inaridisce il tessuto vitale delle comunità.
UNA SORGENTE DI SVILUPPO
INTEGRALE. L’Europa che si riscopre comunità sarà sicuramente una sorgente di sviluppo per sé e per tutto il mondo. Sviluppo è da intendersi nell’accezione che il Beato Paolo VI diede a tale parola. «Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: “noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera”».[5] Certamente allo sviluppo dell’uomo contribuisce il lavoro, che è un fattore essenziale per la dignità e la maturazione della persona. Serve lavoro e servono condizioni adeguate di lavoro. Nel secolo scorso non sono mancati esempi eloquenti di imprenditori cristiani che hanno compreso come il successo delle loro iniziative dipendeva anzitutto dalla possibilità di offrire opportunità di impiego e condizioni degne di occupazione. Occorre ripartire dallo spirito di quelle iniziative, che sono anche il miglior antidoto agli scompensi provocati da una globalizzazione senz’anima, una globalizzazione “sferica”, che, più attenta al profitto che alle persone, ha creato diffuse sacche di povertà, disoccupazione, sfruttamento e di malessere sociale.
OGNI LAVORO. Sarebbe opportuno anche riscoprire la necessità di una concretezza del lavoro, soprattutto per i giovani. Oggi molti tendono a rifuggire lavori in settori un tempo cruciali, perché ritenuti faticosi e poco remunerativi, dimenticando quanto essi siano indispensabili per lo sviluppo umano. Che ne sarebbe di noi, senza l’impegno delle persone che con il lavoro contribuiscono al nostro nutrimento quotidiano? Che ne sarebbe di noi senza il lavoro paziente e ingegnoso di chi tesse i vestiti che indossiamo o costruisce le case che abitiamo? Molte professioni oggi ritenute di second’ordine sono fondamentali. Lo sono dal punto di vista sociale, ma soprattutto lo sono per la soddisfazione che i lavoratori ricevono dal poter essere utili per sé e per gli altri attraverso il loro impegno quotidiano. Spetta parimenti ai governi creare le condizioni economiche che favoriscano una sana imprenditoria e livelli adeguati di impiego. Alla politica compete specialmente riattivare un circolo virtuoso che, a partire da investimenti a favore della famiglia e dell’educazione, consenta lo sviluppo armonioso e pacifico dell’intera comunità civile.
UNA PROMESSA DI PACE
Infine, l’impegno dei cristiani in Europa deve costituire una promessa di pace. Fu questo il pensiero principale che animò i firmatari dei Trattati di Roma. Dopo due guerre mondiali e violenze atroci di popoli contro popoli, era giunto il tempo di affermare il diritto alla pace.[6] È un diritto. Ancora oggi però vediamo come la pace sia un bene fragile e le logiche particolari e nazionali rischiano di vanificare i sogni coraggiosi dei fondatori dell’Europa.[7] Tuttavia, essere operatori di pace (cfr Mt 5,9) non significa solamente adoperarsi per evitare le tensioni interne, lavorare per porre fine a numerosi conflitti che insanguinano il mondo o recare sollievo a chi soffre. Essere operatori di pace significa farsi promotori di una cultura della pace. Ciò esige amore alla verità, senza la quale non possono esistere rapporti umani autentici, e ricerca della giustizia, senza la quale la sopraffazione è la norma imperante di qualunque comunità.
CREATIVITÀ. La pace esige pure creatività. L’Unione Europea manterrà fede alla suo impegno di pace nella misura in cui non perderà la speranza e saprà rinnovarsi per rispondere alle necessità e alle attese dei propri cittadini. Cent’anni fa, proprio in questi giorni iniziava la battaglia di Caporetto, una delle più drammatiche della Grande Guerra. Essa fu l’apice di una guerra di logoramento, quale fu il primo conflitto mondiale, che ebbe il triste primato di mietere innumerevoli vittime a fronte di risibili conquiste. Da quell’evento impariamo che se ci si trincera dietro le proprie posizioni, si finisce per soccombere. Non è dunque questo il tempo di costruire trincee, bensì quello di avere il coraggio di lavorare per perseguire appieno il sogno dei Padri fondatori di un’Europa unita e concorde, comunità di popoli desiderosi di condividere un destino di sviluppo e di pace.
ESSERE ANIMA DELL’EUROPA
L’autore della Lettera a Diogneto afferma che «come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani».[8] In questo tempo, essi sono chiamati a ridare anima all’Europa a ridestarne la coscienza, non per occupare degli spazi – questo sarebbe proselitismo – ma per animare processi[9] che generino nuovi dinamismi nella società. È proprio quanto fece san Benedetto, non a caso da Paolo VI proclamato patrono d’Europa: egli non si curò di occupare gli spazi di un mondo smarrito e confuso. Sorretto dalla fede, egli guardò oltre e da una piccola spelonca di Subiaco diede vita ad una movimento contagioso e inarrestabile che ridisegnò il volto dell’Europa. Egli, che fu «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà»,[10] mostri anche a noi cristiani di oggi come dalla fede sgorga sempre una speranza lieta, capace di cambiare il mondo. Grazie.

[1] Benedetto, Regola, Prologo, 14. Cfr Sal 33,13.
[2] La dittatura del pensiero unico. Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctæ Marthæ, 10 aprile 2014.
[3] Conferenza stampa durante il volo di ritorno dalla Colombia, 10 settembre 2017.
[4] Concilio Ecumenico Vaticano II, Dich. Gravissimum educationis, 28 ottobre 1965, 3.
[5] Paolo VI, Lett. enc. Popolorum progressio, 26 marzo 1967, 14.
[6] Cfr Discorso agli studenti e al mondo accademico, Bologna, 1° ottobre 2017, n. 3.
[7] Cfr ibid.
[8] Lettera a Diogneto, VI.
[9] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 223.
[10] Paolo VI, Lett. ap. Pacis Nuntius, 24 ottobre 1964.

marzo 12, 2018

UN PAPATO MESSIANICO

LO SCARTO È FINITO, DIO NON SCARTA NESSUNO. CONTRAPPASSO NON È GIUSTIZIA, LA DIVINA COMMEDIA È FINITA. IL SIGNORE RITORNA, LA PAROLA CAMMINA, LA SUA VOCE RISUONA IN MOLTE VOCI, VOCE DEI POVERI VOCE DI TUTTI

di Raniero La Valle (Intervento alla Federazione Nazionale della Stampa, il 2 marzo 2018). Fonte: http://ranierolavalle.blogspot.it/2018/03/un-papato-messianico.html

Dopo cinque anni di papa Francesco, che si compiono il 13 marzo, certamente si può confermare ciò che già apparve all’inizio del pontificato, e cioè che egli fosse venuto per riaprire, a una modernità che l’aveva chiusa, la questione di Dio. E infatti il ministero di papa Francesco è un ininterrotto annuncio del Dio del vangelo, un Dio inedito, un Dio che sorprende, un Dio non più “tremendum” ma solo “fascinans”. Però oggi dire questo non basta più. Ci vuole una sorta di “relectio de papa Francisco”, una rilettura che vada al di là dei due stereotipi in base a cui oggi si parla di lui: quello dell’esaltazione e quello della denigrazione: apologetica contro riprovazione. Mi pare invece che l’approccio giusto sia quello di una interpretazione: il pontificato di Francesco va interpretato perché nasconde un mistero. Come si parlò di un “mistero Roncalli”, “le mystère Roncalli”, alludendo al mistero o carisma del papa che aveva convocato il Concilio, così c’è un segreto di questo pontificato che va interrogato, che va svelato. E forse da questa interpretazione, anche dopo che esso sarà concluso, dipenderà il futuro della Chiesa.
Profezia. C’è un’interpretazione diffusa di questo pontificato come di un pontificato profetico. E certamente è verissima, né è smentita dal fatto che esso sia contrastato, perché anzi è proprio della profezia essere combattuta. Però se fosse solo profetico, non ci sarebbe niente di veramente straordinario, perché la storia della Chiesa, sia sul versante della successione apostolica che sul versante della tradizione dei discepoli, è piena di profeti, papi compresi: basta pensare a Leone Magno che con la sua lettera a Flaviano dona alla Chiesa la fede di Calcedonia, o a Gregorio Magno che attraverso la figura di san Benedetto è il vero padre dell’Europa. Io però penso che si possa dare un’interpretazione ulteriore, come non solo di un pontificato profetico, ma di un pontificato messianico.
Messianico cioè cristiano. Neanche questo di per sé sarebbe straordinario; perché messianico non è che l’altro nome del cristiano, Cristo non è che il greco di Messia, quindi “un papa messianico” è come dire “un cristiano sul trono di Pietro”, come si disse di papa Giovanni; ma siccome ci siamo dimenticati di questa identità messianica e il popolo cristiano ignora il greco, non è così ovvio, e un pontificato messianico appare effettivamente straordinario. Ma di quale messianismo si tratta? Infatti non tutti i messianismi sono buoni, tanto che alcuni maestri talmudici hanno detto: “Se questo è il messia, non lo voglio vedere”. C’è un messianismo apocalittico, come quello di Qumram o del IV libro di Esdra, che annuncia un mondo nuovo ma attraverso la catastrofe del mondo presente, e non si tratta certo di questo, anzi come dice padre Antonio Spadaro nel suo ultimo libro, questo pontificato è una “sfida all’Apocalisse”, e come abbiamo detto noi nell’assemblea di Chiesa di tutti Chiesa dei poveri, semmai è una forza frenante, che resiste, che trattiene la catastrofe, come il katécon messianico paolino. C’è poi un messianismo utopico che si aspetta il realizzarsi delle promesse messianiche nella storia, ma soffre l’angoscia del loro non avverarsi, del loro ritardo; secondo lo storico e filosofo ebreo Gershom Scholem, ciò avrebbe fatto della vita ebraica una vita in condizioni di rinvio, una vita vissuta nel differimento, mentre secondo molti saggi dell’ebraismo, un attivismo messianico che cercasse di abbreviare questo ritardo si risolverebbe in tragedia. Il messianismo del pontificato di Francesco non assomiglia a nessuno di questi modelli. Non a quello apocalittico; semmai, come dice la biblista Rosanna Virgili, è escatologico, dove l’escatologia accende un’attesa in cui si apre lo spazio al presente.
L’oggi di Dio. Ma quello del pontificato di Francesco non assomiglia neanche al messianismo che, tutto proteso verso il futuro, vive, come dice Scholem, “in una situazione di irrealtà”; il significato messianico del pontificato di Francesco non sta nella logica del differimento. La sua vera patria è l’oggi di Dio, l’oggi biblico dell’ascolto della sua voce, come dice la lettera agli Ebrei (Eb. 3, 7), è un nunc, è il nun kairós paolino (Rm. 3,26; 8,18; 11,5), è il tempo presente investito dall’evento messianico, è l’irruzione del tempo di Dio nel tempo storico, nel tempo di ora. Non è il tempo che verrà, è il tempo che viene ed è questo, dice Gesù alla Samaritana. Sta qui, nella storia. Però è un presente, un oggi che non è chiuso nella conservazione e nell’eterna ripetizione di se stesso, non è “un tempo omogeneo e vuoto”, come dice Walter Benjamin, ma è il tempo dove il nuovo accade e la storia avanza. Ma non si tratta di una crescita continua, di uno sviluppo costante e graduale dall’antico al moderno, al postmoderno, come lo pensa il progressismo; no, questo non è un papato migliorista. Esso infatti assume il tempo di ora, ma lo assume nel senso della discontinuità, una discontinuità che accade nel presente. C’è un cambiamento, pacifico, certo, ma vero, è una rivoluzione. Restano allora da individuare alcuni momenti nodali, topici di questa discontinuità messianica, di questo cambiamento epocale (perché, come si dice, questa non è un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento d’epoca). Ne indicherei tre.
1) NON SCARTI, NON ESUBERI
Si chiude l’età dello scarto. Cioè si chiude un intero ciclo della storia dell’Occidente, e non solo dell’Occidente, che si è fondato e si è svolto nel pensiero della diseguaglianza tra gli uomini. Se vogliamo assumere simbolicamente il nome che più rappresenta questo pensiero della diseguaglianza, che gli ha dato autorità e lo ha fatto diventare cultura diffusa, prenderei, e spero di non scandalizzare nessuno, il nome di Aristotile. Ancora nel 1500, al tempo della conquista delle Americhe, per dimostrare che gli Indi non erano veramente uomini, e che perciò gli Spagnoli avevano il diritto di assoggettarli, si ricorreva all’antropologia di Aristotile, per la quale vi sono uomini e collettività che non essendo per limiti innati dotati di ragione sufficiente, sono schiavi per natura, naturaliter servi. È la tesi che cita anche Francisco De Vitoria nella sua Relectio de Indis, per confutarla: ma intanto gli Indios erano stati assoggettati come incapaci di essere liberi e padroni di se stessi, e questo pensiero della diseguaglianza arriverà fino ad Hegel, a Croce, a De Gobineau e ai razzismi del Novecento europeo. Ma alla teoria dell’inevitabile diversità di destino tra sommersi e salvati hanno dato spago anche le culture castali dell’Oriente e, da noi, le teologie dell’elezione, della predestinazione, della natura non risanata dalla grazia, dell’ “extra Ecclesiam nulla salus”, che sono le teologie di un privilegio.
Discontinuità messianica
. Il diritto aveva provato ad affermare che non c’è e non ci può essere un’umanità di scarto, ma basta vedere che fine fanno nel Mediterraneo gli scartati in nome del diritto, in nome della legge per la quale i perseguitati dalla fame, a differenza dei perseguitati dai signori del potere e della guerra, non hanno diritto di passare, per l’Europa non hanno diritto di esistere. La discontinuità messianica di papa Francesco sta in questo, che oggi, e non domani, nessuno deve essere scartato, nessuno deve essere escluso, non ci sono tante umanità quanti sono gli Stati, le lingue, le religioni, c’è una sola ed unica umanità, ed è Dio stesso che se ne fa garante, perché si è fatto umanità nel Figlio, si è rivestito dell’umanità come di una tunica che in nessun modo può essere lacerata e spartita. È in questo scatto, in questa discontinuità messianica che si colloca il paradosso di una teologia missionaria che respinge il proselitismo, di un papa che “sta in Roma ma sa che gli Indi sono sue membra”, come già aveva ricordato il Concilio citando san Giovanni Crisostomo, e quindi considera una sciocchezza l’annetterseli, perché già sono nell’unità di Dio.
2) NON IL CONTRAPPASSO COME GIUSTIZIA
L’uscita dall’ideologia del contrappasso è il secondo punto cruciale di questo messianismo. Il contrappasso è la giustizia della pesata uguale, come la chiamava Isacco di Ninive: tu hai fatto una cosa a me, io faccio una cosa a te. È la legge del taglione, occhio per occhio dente per dente. È la bilancia della giustizia che su un piatto mette il delitto, sull’altro la vendetta; una vendetta che poi, certo, l’incivilimento vuole non più privata, ma pubblica, ma a cui i privati non rinunciano e che continuano a pretendere, per loro soddisfazione, proprio dallo Stato. Quando dicono che “vogliono giustizia”, significa che vogliono vendetta. Anche Dio è incluso in questo girone infernale. Se non condanna non è giusto. Se lo si risarcisce, se lo si soddisfa, se gli si offre riparazione, sacrificio, allora può perdonare. Se vogliamo assumere il nome che più rappresenta questo pensiero, che gli ha dato autorità e lo ha fatto diventare cultura diffusa (e, di nuovo, non vorrei scandalizzare nessuno), prenderei il nome di Dante. L’Occidente non ha bisogno del catechismo, basta la Divina Commedia. L’immaginario è quello, inferno purgatorio e paradiso, contrappasso e stridor di denti. Il pontificato messianico sta in questo, che annuncia la misericordia, come il tutto di Dio. Non è l’alchimia della retribuzione, non c’è un do ut des divino. La divina commedia è finita.
Dio è il padre che non solo ti aspetta, ma accorcia il tempo dell’attesa, cancella il differimento, arriva per primo, “primerea”, come dice il papa con il suo neologismo argentino. E così devono fare gli uomini, secondo il vangelo: settanta volte sette, cioè sempre. Rimandare questo a domani è l’apocalisse, farlo oggi è messianismo. C’è una miriade di detti di papa Francesco che si potrebbero citare a questo proposito. Ne citerò solo uno, rivolto il 4 gennaio scorso a un gruppo di ragazzi romeni ospiti di un orfanotrofio. Un ragazzo gli aveva raccontato che di uno di loro, che era morto l’anno scorso, un prete ortodosso (perché i romeni sono ortodossi) aveva detto che era morto peccatore e per questo non sarebbe andato in paradiso. E il papa ha risposto: “Forse quel prete non sapeva quello che diceva, forse quel giorno quel prete non stava bene, aveva qualcosa nel cuore che l’aveva fatto rispondere così. Ti dico una cosa che forse ti stupisce: neppure di Giuda possiamo dirlo”. E ha aggiunto: “Io ti dico che Dio vuole portarci tutti in paradiso, nessuno escluso. Dio non se ne sta seduto, lui va, come ci fa vedere il vangelo, è sempre in cammino per trovare quella pecorella, e anche se siamo sporchi di peccati, se siamo abbandonati da tutto e dalla vita, lui ci abbraccia e ci bacia. Sono sicuro che questo è ciò che il Signore ha fatto con il vostro amico”.
Diventa possibile l’ecumenismo. La discontinuità messianica è tra ciò che quel prete aveva nel cuore, in base alla teologia che gli era stata insegnata, e la buona notizia che Francesco ha dato ai ragazzi, e che sta dando al mondo, che il Signore non lascia indietro nessuno. Se si pensa all’angoscia di Lutero riguardo alla salvezza e se si pensa alle prime quattro tesi di Wittenberg, secondo le quali tutta la vita dei fedeli deve essere un sacro pentimento, vissuto nella mortificazione della carne fino all’ingresso nel regno dei cieli , si vede che la vera Riforma è questa. La “sola misericordia” è la vera risposta alla “sola fide”, la trascende; è per questo che, 500 anni dopo, l’ecumenismo si può ora realizzare.
3) IL SIGNORE RITORNA, CONTINUA A PARLARE
Gesù continua a parlare. La terza discontinuità messianica sta nell’annuncio che Gesù veramente ritorna, e ritorna oggi. Il cuore del messianismo cristiano sta nella fiducia che il Signore torni. I cristiani aspettano il ritorno di Gesù. Ma egli non può tornare se tutto è già scritto, se la rivelazione è chiusa, e tutto quello che c’è da fare è di portare a buon fine ciò che la Tradizione ci ha già consegnato. C’è stato anche il buon lavoro fatto dall’esegesi, che al di là del Cristo della fede ha ritrovato il Gesù storico, ma proprio in quanto storico quel Gesù è definitivo. Se vogliamo assumere il nome che più rappresenta questo pensiero dell’impossibile ritorno di Gesù, prenderei quello del Grande Inquisitore di Dostoevskij, che dice a Gesù, tornato a Siviglia, di non venire a disturbare il loro lavoro. Il messianismo di questo pontificato sta nel mostrare che Gesù continua a parlare, non solo spiegando meglio e facendoci capire meglio le cose già dette, ma proprio dicendo cose nuove, inedite, che erano sconosciute anche a lui.
Non si può legare lo Spirito. Il papa sa che nel Vangelo non tutto è stato scritto, perché anzi, come dice Giovanni alla fine, se fossero scritte tutte le cose compiute da Gesù, “il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere”; e ci sono cose che Pietro non ha capito nemmeno quando aveva Gesù ai suoi piedi che glieli lavava, e che capirà solo dopo, non l’indomani, perché anzi l’indomani lo tradirà, ma nei secoli futuri; per esempio Pietro ha capito solo adesso che la pena di morte non ci deve stare nel Catechismo, e ha detto ai suoi di toglierla, perché “è necessario … che la Chiesa possa esprimere le novità del Vangelo di Cristo che, pur racchiuse nella Parola di Dio, non sono ancora venute alla luce; questa Parola non può essere conservata in naftalina”: Gesù di Nazaret cammina con noi, lo Spirito Santo non si può legare e Dio non cessa di parlare alla Chiesa (discorso dell’11 ottobre 2017). Questo dice il papa: la rivelazione infatti non è chiusa e la notizia migliore è quella che oggi ancora non fa notizia, non si può dare, non ci può essere nei Telegiornali, perché è una notizia che ancora non c’è. E allora Gesù può tornare. Ma non per essere licenziato di nuovo con un bacio, come quello esangue del Grande Inquisitore, ma per essere accolto e fatto parlare e ascoltato, certo, attraverso le voci degli angeli che lo acclamano ma anche attraverso le voci della sterminata moltitudine di uomini, di donne, di poveri che lui ama e che sono, dopo di lui, i secondogeniti di Dio sulla terra, di noi che siamo i secondogeniti del Padre. Le loro voci, le nostre voci. Come disse papa Giovanni la sera dell’apertura del Concilio, affacciandosi alla finestra di piazza san Pietro nel buio illuminato dalle fiaccole: “Sento le vostre voci”, ascolto le vostre voci….

gennaio 3, 2018

LA PACE CHE VIENE DAL PROFONDO

RIMUOVENDO ETERNO E GRAZIA SI PERDE LA CAPACITÀ DI COGLIERE IL NESSO TRA COSE DIVERSE, CIOÈ DI MEDITARE

di don Giorgio De Capitani*

Vuoto. Dopo una bella o buona scorpacciata di buonismi sentimentaloidi, eccone subito un’altra, apparentemente diversa, ma in continuità sul piano della pelle. Resterà sempre difficile spiegare il repentino passaggio dalla scorpacciata di buonismi natalizi alla scorpacciata di folli frenesie di fine anno. Difficile da spiegare, se poi le vittime sono i credenti o le comunità cristiane. Pensate: nel Mistero natalizio il tempo si riempie di grazia divina, e con l’ultimo dell’anno si vuole quasi ammazzare un tempo di grazia, cadendo nel vuoto di un altro anno, che non sembra promettere quella novità di grazia che tutti vorremmo. Mancano le premesse di un’apertura di spirito interiore, indispensabile per accogliere la novità della grazia. Il Figlio di Dio, o il Logos come scrive Giovanni nel Prologo, entra nel tempo per riempirlo di grazia, e in una notte (in quel secondo di tempo che va dalla fine di un anno all’inizio dell’anno entrante) si pensa di compiere un rito di scongiuro, antico ma sempre moderno, talmente sterile da far naufragare ogni speranza nel vuoto del nulla.

Tempo ed eternità. Sarebbe interessante, ma non credo che sia la Messa giusta e il giorno giusto, soffermarsi sul rapporto tra tempo ed eternità. Ma una cosa la devo dire: purtroppo ancora oggi abbiamo una concezione materiale o esteriore del tempo, quasi un contenitore dove succede di tutto alla rinfusa, dove mettiamo di nostro ogni prodotto di cose che si consumano e muoiono. Il tempo è un contenitore chiuso alla novità, e la Novità è l’Infinito di Dio che dà valore al tempo. Eppure, nella Bibbia si parla di pienezza dei tempi (ovvero i tempi si compiono con l’arrivo di qualcosa di grande che appartiene al mondo del Divino) o, più specificatamente, si parla di un’Ora, quella di Dio, che è l’Ora dello Spirito santo che santifica il tempo con la sua presenza. Non dimentichiamo le parole di Gesù alla Samaritana: «Viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». Ecco come si santifica o si eternizza il tempo: adorare Dio in spirito e verità. Mi chiedo come l’uomo moderno viva il suo tempo: come un contenitore di cose da consumare per farsi poi consumare dal tempo, oppure come un tempo di grazia, da vivere nella libertà dello Spirito santo?

L’eterno nel presente. Ieri sera ho ascoltato il discorso di fine anno di Sergio Mattarella. Il solito discorso a fior di pelle! Mai una parola sull’essere umano nella sua realtà interiore. Ma soprattutto non mi è piaciuta la frase: «Non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l’avvenire, così deformando il rapporto con la realtà». Caro Presidente, se il presente non si fa eterno, tutto si fa una betoniera che stritola ogni essere umano. No! Non ci siamo! È l’eterno nel presente che dà valore al passato e al futuro. Altrimenti, il grosso animale, ovvero il sociale, che sembra l’ossessione del messaggio di una Chiesa che ha perso la testa uscendo fuori della realtà dello Spirito, divorerà anime e corpi.

Giornata della pace. Oggi è il primo dell’anno. La Chiesa, con Paolo VI, dal 1968, dedica il primo dell’anno alla pace. Sono passati cinquant’anni, sono stati scritti cinquanta messaggi da parte del papa, sono state fatte magari migliaia di marce per la pace. E tutto questo a che cosa è servito? Un tempo, si dava la colpa al potere, alle dittature, alle voglie espansionistiche di nazioni potenti, che creavano squilibri, ingiustizie, schiavitù dei più poveri che venivano sfruttati ai fini del benessere dei più ricchi. Sì, oggi c’è forse maggiore democrazia, maggiore coscienza di valori quali libertà e giustizia, si sono conquistati più diritti, ecc. Ma le cose non funzionano. Perché? A parte le planetarie ingiustizie del passato che pesano ancora, anche sulla società di oggi: il sangue vuole sangue, e c’è la vendetta dei poveri repressi. Ma c’è di più che non funziona, ed è il falso concetto di giustizia fondato sulla conquista dei diritti a discapito dei doveri. E questo si chiama egoismo. Ecco dove sta la cosa che oggi non funziona: uno squilibrio tra diritti e doveri. I veri doveri fanno parte del nostro essere: non sono quelli imposti dalla società o dalla chiesa, che sono obblighi più o meno istituzionali. I doveri dell’essere fanno parte di tutti, poveri e ricchi. Anche i poveri vanno educati al senso del dovere, perché, altrimenti, quando arriveranno a un certo benessere, diventeranno egoisti anche loro, contribuendo a creare una società squilibrata e ingiusta. Non dobbiamo accontentarci di dire: Oggi tocca a me star bene! Ne ho patite di ingiustizie! Il problema è un altro: come star bene tutti insieme. Ma che significa star bene?

Meditare. E qui tiro in ballo il terzo brano di oggi, ovvero le parole di Luca, quando scrive: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore»”. L’italiano “meditare” traduce il verbo greco συμβάλλειν, che significa “mettere insieme”. Notate: la parola “simbolo” deriva proprio dal verbo greco “sun-ballo”. Col simbolo riesco a mettere insieme più pezzi per trovare il senso più profondo di una cosa. Meditare, dunque, significa trovare l’unitarietà di qualcosa che con i nostri occhi superficiali vediamo come spezzettata, divisa, composta di più cose magari inconciliabili tra loro. Maria, dunque, ha meditato su ciò che era successo in quei giorni, per trovare il senso profondo, quello di Dio. Non si era limitata a notare il succedersi degli avvenimenti, ma ha cercato il loro nesso profondo. La differenza tra superficialità/esteriorità e interiorità sta proprio qui: si è superficiali quando si è fuori del nostro essere, e allora vediamo e giudichiamo gli avvenimenti staccati tra loro, senza afferrarne un nesso. Se invece rientriamo dentro di noi, nello spirito riusciamo a cogliere l’unitarietà di un disegno. Lo Spirito divino ci aiuta a cogliere un disegno che, se rimaniamo fuori, resterà sempre incomprensibile. Vedete quanto sia importante ritornare nel nostro essere, se vogliamo ricomporre la frammentazione delle cose, di ciò che succede nel mondo. Anche questo significa volere la pace, che è armonia da cogliere nello spirito interiore.

*omelia del 1 gennaio 2018: ottava del Natale nella circoncisione del Signore (Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21). Fonte: http://www.dongiorgio.it/01/01/2018/omelie-2018-di-don-giorgio-messa-primo-dellanno-2018/

novembre 27, 2017

QUELLA GIUSTIZIA CHE DÀ ORIGINE AD AMORE LIBERTÀ VERITÀ

PRINCIPIO DI ARMONIA CHE MANCA AGLI UOMINI MA CHE POSSIAMO RISVEGLIARE NEL NOSTRO ESSERE INTERIORE

di don Giorgio De Capitani*

Fare silenzio.  I tre brani della Messa sembrano fuori contesto. Forse avremmo preferito una scelta più appropriata al tempo liturgico dell’attesa del Salvatore. Ma facciamo uno sforzo, e cerchiamo di cogliere almeno qualche parola, che ci aiuti a riflettere in vista del Mistero natalizio. Questo, diciamolo ancora una volta, meriterebbe una concentrazione anche mentale più di quanto noi cristiani facciamo, sommersi come siamo, anche perché ci fa comodo, in una massa di banalità, oramai diventate una prassi doverosa, per non dire necessaria: la prassi di una vigilia che si prolunga in uno spasmodico consumo di companatico, dimenticando il vero pane sostanzioso, quello che nutre il nostro spirito interiore. Mi soffermo sul primo brano. Se leggiamo tutto il capitolo 51 del libro scritto dal Secondo Isaia, e l’inizio del 52, troviamo ripetuti i verbi all’imperativo: “ascoltatemi” e “risvegliati” oppure “ridestati”. Per ascoltare bisogna fare silenzio, altrimenti se parliamo non possiamo ascoltare chi ci parla, e succede, come avviene nei dibattiti politici, che le parole si sovrappongano, con  il caos che ne segue. Se poi a parlare è Dio, allora il silenzio deve essere ancor profondo e interiore: possiamo anche non dire parole con la nostra lingua, ma se siamo distratti nei nostri pensieri o nel nostro cuore, allora non c’è ascolto.

Ecco il senso del verbo “risvegliarsi” o ”ridestarsi”. Se dentro di noi facciamo silenzio e lasciamo parlare lo Spirito interiore, si ridesta in noi quel Sé che è il fondo della nostra anima. “Risvegliatevi!”. Quanto mi piace questo verbo! Avevano ragione i grandi filosofi greci, i mistici indù e i mistici cristiani medievali a dire che dentro di noi c’è un Sé addormentato, magari in coma, da risvegliare. Tutti nasciamo con un sé addormentato: il nostro compito è di risvegliarlo. Ma se noi lasciamo allo Spirito la possibilità di parlare, il Sé divino si risveglia. Più noi parliamo o lasciamo parlare chi non ha diritto di parlare con il linguaggio dello Spirito, il nostro sé, ovvero il nostro essere più interiore, rimane in coma. E allora ecco una società di alienati, di fuori testa: fuori di quel Sè che è il nostro vero essere. Detto questo, ci è più facile ora cogliere il significato della parola “giustizia”.

Giustizia, diritto o legge. Non solo nella società, dove la parola “giustizia” come l’insieme di diritti da conquistare ha forse superato la parola amore, ma anche nella Bibbia la parola “giustizia” ricorre frequentemente, anche sotto forma di diritto o di legge. I primi cinque libri dell’Antico Testamento, che formano il Pentateuco, sono chiamati dagli ebrei la Torah, ovvero la Legge. Pensate anche ai Salmi, dove la legge è quasi un ritornello. Del resto, la parola “testamento”, che significa patto o alleanza, richiama la legge. Ed ecco la domanda: che rapporto c’è tra la giustizia e la legge o il diritto? Nel campo sociale, c’è un rapporto così stretto che non si può parlare di giustizia senza il diritto o la legge. Purtroppo, ripeto purtroppo, nel campo religioso si è commesso l’errore di interpretare il nostro rapporto con Dio, facendo prevalere la legge, cadendo in quel fariseismo che non è mai morto. Per cui: tra il singolo e Dio c’è di mezzo la legge religiosa, che manipola a suo piacere sia il singolo che l’immagine stessa di Dio. Secondo gli studiosi, nella Bibbia la “giustizia” è associata al volere di Dio e spesso indica la sua volontà.

Volere di Dio. Può essere sinonimo di legge, intesa nel senso di rivelazione. Sempre secondo la Bibbia, “volere” o “seguire” la giustizia indica l’impegno a realizzarla; “conoscere” la giustizia implica la dedizione di tutta la persona nel vivere la volontà divina. Per questo equivale, come dice il profeta Geremia, ad “avere la legge nel cuore”. Che dire? Tante belle parole, ma sulle parole si può equivocare, e cadere sempre nel difetto del fariseismo. Se legge è rivelazione del volere di Dio, bisogna sapere qual è la volontà di Dio, che non va fatta coincidere con il volere umano, e nemmeno della religione o della Chiesa. Sta qui il punto: qual è il volere di Dio? E poi: che significa volere? Dio è il volere del Bene assoluto, e quindi del nostro bene come ricerca del Bene assoluto. La giustizia di Dio allora è Dio stesso come Bene assoluto. Giustizia umana è tendere alla giustizia di Dio come Bene assoluto. Sganciata dal Bene assoluto, la giustizia cade nell’egoismo più spietato o nella schiavitù più feroce.

Il nostro essere interiore. Ci tengo a parlare di giustizia, perché ritengo che sia la parola da scoprire nella sua essenza: una scoperta che precede quella dell’amore, della libertà e della verità. Se ben riflettiamo, i nostri concetti di amore, di libertà e di verità sono riduttivi o addirittura falsi, perché ci manca il vero concetto di giustizia, intesa come quell’armonia che dà ad ogni cosa il suo vero posto. Se in Dio tutto è giustizia o armonia, tra di noi e in noi non è così. Tutto è squilibrato, per quel senso di falsa giustizia che fa prevalere i nostri diritti sugli altri. In tal caso come possiamo parlare di amore, di libertà e di verità? Quando diciamo che Dio è giusto, quando parliamo dei giusti di Dio, non possiamo non ribaltare i nostri concetti di giustizia, di diritto e di legge. Poco fa ho citato Geremia. Il profeta spiega cos’è la nuova alleanza che Dio vuole concludere con il popolo d’Israele: «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò nel loro cuore». Dunque, la legge di Dio è nel nostro essere interiore. Da qui, dal nostro essere interiore, ha origine la vera giustizia, e dalla giustizia hanno origine l’amore, la libertà e la verità.

*Omelia del 26-11-2017 Terza domenica di Avvento (Is 51,1-6; 2Cor 2,14-16a; Gv 5,33-39); fonte: http://www.dongiorgio.it/26/11/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-terza-di-avvento/

agosto 8, 2017

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

PRELUDIO DELL’INVIO DEL PARACLITO, CHE SCRIVERÀ NON SULLA CARTA MA DIRETTAMENTE NEI CUORI

di don Giorgio De Capitani omelia del 6-8-2017 (Pt 1,16-19; Eb 1,2b-9; Mt 17,1-9). fonte: http://www.dongiorgio.it/06/08/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-trasfigurazione-del-signore/

Non bastano gli scritti L’episodio della trasfigurazione di Gesù davanti ai tre prediletti: Pietro, Giacomo e Giovanni, viene narrata da Matteo, Marco e Luca, ma non si trova nel vangelo di Giovanni. Già questo fa capire la differenza tra i tre sinottici e il quarto vangelo. Nei sinottici troviamo solo alcuni momenti in cui Gesù sembra uscire dalla sua realtà puramente storica (pensate al battesimo e pensate, appunto, alla trasfigurazione: due episodi, tra l’altro accomunati da identiche parole pronunciate dal Padre celeste), mentre il quarto vangelo è ricco di questi momenti di gloria divina. O, ancor meglio, possiamo dire che tutto il vangelo di Giovanni è una manifestazione in Gesù della gloria di Dio. Chiariamo meglio. Tutti e quattro i vangeli sono stati messi per iscritto parecchi anni dopo la morte e la risurrezione di Cristo, ovvero dopo la predicazione orale di Gesù e dopo la predicazione orale degli apostoli: un aspetto, questo, fondamentale, perché fa capire che non basta limitarci agli scritti, dimenticando la parte orale della predicazione di Cristo e degli apostoli. Se vogliamo cogliere in profondità e nella sua originalità il messaggio radicale di Cristo, bisognerebbe risalire alla fonte, che è, appunto, la predicazione orale di Gesù. Ma come è possibile, se Gesù stesso non ci ha lasciato nessun scritto e se nessuno al momento ha pensato di stenografare ciò che diceva Gesù? Sarebbe interessante, a questo punto, aprire una lunga parentesi, che non farò per ragioni di tempo, sulla importanza di conoscere l’insegnamento trasmesso a voce dei grandi maestri in genere. Leggere i loro scritti, se qualcuno di loro ha scritto qualcosa, o, ancor peggio, leggere ciò che gli altri, discepoli o discepoli dei discepoli, hanno scritto di loro, non basta. C’è qualcosa di importante che può sfuggirci, e talora queste verità sono le più importanti.

Verità fondamentali. Lo scritto non riesce a comunicare tutto il messaggio di un maestro, anzi talora lo fraintende o, per lo meno, può nasconderlo nelle sue verità fondamentali. E questo vale anche per la Bibbia scritta. Per quanto riguarda l’Antico Testamento, pensate alla predicazione dei profeti. La cosa già paradossale è che i profeti vengono classificati come maggiori e minori, in base ai loro scritti. Ma come si può dire che ad esempio Isaia sia stato più grande di Elia, il quale tra l’altro non ha scritto nemmeno una riga? E anche parlando di Isaia o di Geremia o di Ezechiele, chi ci dice che i loro scritti riportino le parole “migliori” che hanno detto? Non dimentichiamo che ci sono pervenuti tramite diverse mani e in un lungo periodo di tempo. Tra l’altro, un conto è leggere i loro scritti, un conto è sentire dal vivo la loro predicazione. E così si dica della predicazione di Gesù. Giovanni stesso scrive, al termine del suo Vangelo: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro… Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 20,3; 21,25). E, allora, ecco la domanda: ad esempio, Gesù che cosa ha detto in realtà di fondamentale, che i vangeli scritti magari fanno solo intuire, ma che non ci rivelano del tutto? Formuliamo la domanda in un’altra maniera: se i vangeli, come ha detto Giovanni, non riportano tutto il messaggio orale di Cristo, non è che, anche per l’intermediazione della chiesa che stava nascendo, sia sfuggito o sia stato taciuto, qualcosa di estremamente importante? Ma c’è di più: non è che Gesù abbia voluto trasmettere il suo messaggio attraverso un’altra via, oltre ad una fredda stesura di ciò che egli aveva detto o aveva fatto?

Parole spirituali. Ed ecco allora un’altra domanda: perché Gesù, verso la fine del suo ministero pubblico, dice ai suoi discepoli: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi»? E ancora Gesù dice: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità…». Che significano le parole: “per il momento non siete in grado di portarne il peso”? Eppure quei discepoli avevano davanti lo stesso Logos, Parola incarnata? No, non è stato sufficiente. Occorrerà lo Spirito a guidare gli esseri umani verso tutta la verità. E allora perché Gesù si è incarnato? Si è incarnato, sembra dire lo stesso Gesù, per inviarci lo Spirito santo: sarà lo Spirito a toglierci il velo che copre il nostro essere interiore. Altro che trasfigurazione come momento magico! Lo scritto di per sé stacca il maestro dai suoi lettori, e questo è più che naturale, dal momento che i maestri prima o poi muoiono e i discepoli sono costretti a ricordarne gli insegnamenti fissandoli sulla carta, e col tempo gli scritti diventano meno comprensibili, sia per il linguaggio usato e sia per il contesto che radicalmente cambia. Il lettore è davanti a un testo, come se fosse solo, e sullo sfondo l’autore, sempre più distaccato. Il maestro parla, dialoga, è vivo, mentre le parole fissate sulla carta diventano fredde. Manca quella dialettica che esiste tra il maestro e il discepolo. Ma c’è di più per la Bibbia. La Bibbia: prima nelle mani dei rabbini, e sappiamo quanto le loro interpretazioni fossero diventate tanto insopportabili da attirare le ire di Cristo, poi, nelle mani di una gerarchia ecclesiastica, che talora e spesso l’ha usata in funzione della propria struttura. Ed ecco che entra in scena lo Spirito, che scrive non sulla carta, ma nei cuori o nelle anime, ed è qui, nell’interiorità del proprio essere, che il Logos si fa generazione perenne, ovvero non solo parla con la voce dello spirito, ma addirittura ci trasforma nel mistero divino. E allora non ci basta più leggere i Vangeli, o la Bibbia in genere: dentro di noi, avviene quel dialogo, anche dialettico, tra la parola viva del Figlio di Dio e il nostro intelletto più puro. Non per nulla si dice che lo Spirito è il nostro maestro interiore.

maggio 21, 2017

SPIRITO SANTO VERO MAESTRO

ALLONTANANDOSI DALLA CULTURA GRECA LA CHIESA HA PERSO LA MISTICA E SULLA SAPIENZA DEL NOSTRO ESSERE HA PRESO IL SOPRAVVENTO LA SAPIENZA DEL MONDO
di don Giorgio De Capitani*

Ancora e sempre Spirito santo. Anche nei brani della Messa di oggi si parla di Spirito santo. Nel primo, si dice che Pietro era colmo di Spirito santo, di quella presenza divina che gli dava l’energia per affrontare i capi ebrei e di accusarli addirittura di aver scartato la pietra angolare, ovvero Cristo salvatore, mettendolo su una croce maledetta. Nel secondo brano, Paolo contrappone la speranza umana alla sapienza dello Spirito. Nel brano del Vangelo, Gesù, nel discorso d’addio, promette ai discepoli il dono dello Spirito: sarà lui il vero maestro interiore.

Paure. Nel libro “Atti degli apostoli”, troviamo diversi momenti di tensioni, di contrasti, di scontri tra le autorità ebraiche e le autorità pagane nei confronti dei primi cristiani. Ciò che impressiona è constatare la paura del potere religioso (quello ebraico) e del potere politico (quello romano) per un gruppo di entusiasti ma nulla di più (la struttura stava per nascere, ma non era ancora imponente), seguaci di un Cristo che era morto sulla croce, con la condanna dei capi ebrei, ratificata dai capi romani. Ma perché aver paura di questi “scalmanati”, così erano giudicati, dal momento che l’ebraismo aveva radici ancora profonde e millenarie e l’impero romano aveva esteso il suo predominio sul mondo allora conosciuto? Avevano paura perché avevano colto in questa nuova “setta”, così giudicata, i semi di una prossima rivoluzione, oppure perché temevano una concorrenza?

Sobillatori del quieto vivere. Agli ebrei ortodossi, ligi alla Torah, non stava bene che molti di loro abbandonassero la religione dei padri per seguire il mito di uno che era stato crocifisso proprio perché aveva osato toccare l’eredità intoccabile di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e tanto più che la nuova religione era nata proprio all’interno dell’ebraismo. Al potere romano non stava bene che si predicassero verità che, direttamente o indirettamente, andassero poi a incidere negativamente sulla vita sociale o, meglio, sul quieto vivere dei cittadini romani. Sì, proprio così: i primi cristiani erano accusati di essere sobillatori dell’ordine pubblico, ovvero del quieto vivere.

La parte migliore della Chiesa. Ma la novità nascente dove effettivamente risiedeva? Era veramente una novità “essenziale”, una di quelle da rivoluzionare l’essere umano, prima ancora di incidere sulla vita religiosa, sociale e politica della società? Al contatto col vecchio, non c’era il rischio che o si arrivasse a dialogare per sopravvivere, dividendosi reciprocamente spazi del quieto vivere, o ci si chiudesse a riccio creando altre strutture, destinate poi a mortificare il nuovo nascente? La Chiesa finirà ben presto per contestare se stessa nella sua parte “migliore”. In altre parole, la Chiesa rischierà di suicidarsi, annullando quello Spirito interiore, da cui era nata. Più la Chiesa s’ingrosserà come struttura e come potere, più si svuoterà della sua vera anima, ovvero del fondo dell’anima, là dove lo Spirito risiede nella sua purezza. E questo che cos’è se non un suicidio?

Volto buonista. Sinceramente non sopporto di assistere oggi a qualche ripulitura esteriore, nel vestito, dando alla Chiesa un volto buonista, misericordioso, accogliente, ecumenico, dimenticando che la vera conversione (l’aveva già detto Gesù) sta nel cuore, nella caverna del cuore, nel profondo del nostro essere. Una conversione, che non riguarda tanto un cambio di diplomazia o di quell’arte di saper fare che è la prerogativa di una certa politica pragmatistica, ma una conversione che richiede quel radicale distacco che permette di cogliere la realtà dell’essere umano. Sì, un distacco radicale dall’inessenziale, dal contingente, dal superfluo, dal falso necessario.

Quando la Chiesa tradisce lo Spirito. Se, dunque, all’inizio del cristianesimo ci furono duri contrasti tra il potere religioso ebraico e il potere politico romano, la Chiesa, via via strutturandosi, finirà per crearsi problemi sempre più preoccupanti all’interno della propria struttura, a danno di quella realtà che ancora oggi costituisce il grosso problema dei credenti: in che cosa in realtà noi crediamo? Ciò che ritengo sconcertante è il fatto che la Chiesa abbia seriamente tradito lo Spirito. Eppure, Cristo aveva detto chiaramente ai discepoli, i primi eredi dell’opera cristiana, di porre fede anzitutto nello Spirito, che dovrà sempre restare il vero maestro interiore.

Siamo discepoli e non maestri. Ma che significa le parole che troviamo nel vangelo di oggi? “… lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che vi ho detto”? Che significa insegnare e ricordare? Insegnare e ricordare che cosa e a chi? Ma almeno una cosa deve essere chiara: tutti noi credenti, a iniziare dai capi gerarchici, siamo discepoli, e non maestri. Se abbiamo il compito di trasmettere la verità, non dobbiamo dimenticare che la verità non è “nostra”: è sempre da cercare, perché la verità è Dio stesso, e Dio non è un oggetto da conoscere, ma è lo Spirito che si genera in noi, quando però gli diamo spazio.

Sapienza umana e sapienza dello Spirito. Solo un breve accenno per quanto riguarda la contrapposizione tra la sapienza umana e la sapienza dello Spirito. Solitamente si è pensato che la sapienza umana di cui parla San Paolo fosse quella della cultura greca, e che la sapienza dello spirito fosse quella dello Spirito secondo la concezione ebraica. In realtà non è così’. Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che il retroterra culturale cristiano non è quello ebraico, ma greco: basterebbe pensare all’influsso che ha avuto Platone sui primi pensatori cristiani fino a Sant’Agostino. Gli ultimi libri sapienziali dell’Antico Testamento sono nati nel mondo greco. Il guaio è stato quando la Chiesa ha abbandonato la cultura greca, sorgente della vera mistica, per rifarsi al mondo giudaico. D’altronde, chi ha parlato in modo eminente e sublime dello spirito, della sapienza, del divino in noi? Non sono stati forse gli antichi filosofi greci? Oggi sembra che il primato della Parola di Dio, intesa in senso biblico-giudaico, abbia svuotato il mondo dello Spirito, ecco perché la sapienza di questo mondo (il mondo del maligno, come direbbe San Giovanni), ha preso il sopravvento sulla sapienza del nostro essere.

*Omelia del 21 maggio 2017, sesta di Pasqua (At 4,8-14; 1 Cor 2,12-16; Gv 14,25-29); fonte: http://www.dongiorgio.it/21/05/2017/omelie-2017-di-don-giorgio-sesta-di-pasqua/

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