Brianzecum

novembre 7, 2014

DIFENDIAMO I NOSTRI BAMBINI

  1. IL SISTEMA MEDIATICO È IN GRADO DI INCIDERE SUGLI ATTEGGIAMENTI UMANI PIÙ QUALIFICANTI SPECIE NELLA PRIMA INFANZIA

spunti da un incontro col prof. Piero Giorgi*

Le bambine-lupo. La leggenda di Romolo e Remo si avvera oggi abbastanza di frequente in India, dove permane l’idea che la nascita di una femmina sia una disgrazia. Si ha così che la neonata venga portata dalla nonna nel bosco e, dopo qualche preghiera e qualche lacrima, abbandonata al suo destino. Talvolta la piccola viene raccolta da una lupa, allattata e allevata nella sua tana. Quando vengono ritrovati dopo qualche tempo, questi bambini presentano gravi tratti patologici: non camminano in posizione eretta ma a quattro zampe; non parlano ma ululano, come i lupi; non hanno le mani prensili, perché nessuno ha loro offerto modelli umani di comportamento, incoraggiandone l’imitazione. Ciò significa che funzioni umane elementari come: camminare, parlare, destrezza manuale, non sono istintive, ma devono essere apprese dagli altri, in particolare dalla madre. Questo vale per gli umani, ma anche per gli animali superiori: se un cucciolo di leone non apprende dalla madre, con appositi esercizi, come si fa a cacciare, non diventerà mai un vero leone. A maggior ragione un bambino allevato da animali non diventerà mai un uomo, ma assumerà i comportamenti dell’animale che lo ha allevato.

L’apprendimento delle funzioni fondamentali della propria specie è particolarmente importante nel bambino perché il suo cervello, a differenza degli altri sistemi d’organo, è scarsamente formato alla nascita, ma plastico e malleabile: quello che apprende in quel periodo, mentre il cervello sta formandosi, lo segnerà profondamente per tutto il resto della vita. Inversamente, quello che non apprende, con grande difficoltà lo apprenderà in seguito. Qui si pone un problema: mentre per il lupo o il leone è abbastanza facile indicare le funzioni fondamentali, per l’uomo la questione è più complessa. Senza entrare nella vastissima problematica teologica o filosofica, ma restando sul piano strettamente biologico, quali sono le funzioni fondamentali dell’uomo in quanto animale? (certamente non è solo animale, ma anche animale). Si può indicare anzitutto, con Aristotele, che l’uomo è un animale sociale, che non vive da solo, ma in comunità più o meno vaste (oltre alla famiglia). Pensatori come Rousseau o Hobbes, che ipotizzavano un uomo isolato nello stato di natura, non beneficiavano delle nostre conoscenze scientifiche e, come le proposte di quei tempi antichi, non sono affidabili: non esiste un tale essere umano. Il suo ambiente naturale è una comunità. Per vivere socialmente l’uomo deve sviluppare qualità empatiche e avere fiducia negli altri.

I neuroni-specchio, presenti nel cervello umano (e di qualche altro animale, come le scimmie), sono forse deputati proprio alla creazione di empatia. Consentono di immedesimarsi negli altri e vedere il mondo con gli occhi degli altri. Grazie ad essi, quando vediamo qualcuno fare qualcosa, siamo portati, più o meno inconsciamente, a fare altrettanto. Inutile sottolineare l’importanza di tale caratteristica, specie oggi, al tempo della presenza pervasiva delle informazioni e degli schermi. Ingenuo pensare che questa caratteristica non venga sfruttata dal potere per rinforzarsi sempre più nei confronti del singolo, non protetto da una comunità e dai propri valori. Ma continuiamo con altri aspetti della nostra cultura, che ha una lunga storia.

Proprietà, obbedienza, dipendenza. Nel lungo periodo dell’era paleolitica (circa 150 mila anni) i nostri progenitori si spostavano alla ricerca di cibo in piccole tribù di persone egualitarie, che facevano le stesse cose, senza gerarchie. Con una vita nomade e senza possedere la terra, la proprietà era estremamente limitata: a qualche strumento o effetto personale che potevano portare con sé negli spostamenti. È solo col neolitico avanzato che si è avuta la proprietà della terra, col conseguente accumulo delle ricchezze da parte dei maggiorenti: quindi la gerarchizzazione nella società. Interesse di chi stava in alto nella gerarchia sociale era ovviamente quello di non mantenere le originarie qualità di socialità, empatia, comunità, eguaglianza; ma invece di avere persone obbedienti e dipendenti, pronte ad accettare ordini e osannare il capo, senza metterne in discussione la legittimità. Inoltre gli aggregati umani andavano aumentando sempre più, creando problemi di anonimato e ordine pubblico. Così si è diffusa anche nelle istituzioni la violenza.

Violenza: oltre a quella fisica (uomo contro uomo), si possono individuare altre forme di violenza: quella strutturale, quando si impedisce a qualcuno di realizzare le proprie potenzialità umane (due esempi estremi: le bambine discriminate nell’educazione scolastica rispetto ai maschi, le morti causate dalla fame o dalla globalizzazione); violenza culturale (razzismo, sessismo, repressione delle culture minoritarie, pubblicità: varie forme di lavaggio del cervello); guerra, come forma estrema di violenza, oggi, nell’era atomica, “fuori dalla ragione” (papa Giovanni), cioè folle. Di esaltazione della guerra è piena tutta la nostra cultura, dai poemi omerici fino ai nostri giorni, quando ai bambini vengono regalate le armi e la violenza viene proposta sotto mille forme, nei filmati ecc. Ma la cultura che il potere predilige, dispone oggi di ben altri strumenti.

Metamessaggi. I singoli messaggi pubblicitari sono del tipo: compra questo e sarai felice; compra quello e sarai felice. Ma cosa lasciano nella mente questi singoli messaggi? Che la felicità si raggiunge con gli acquisti, il denaro, il possesso; non già, come è vero, migliorando i rapporti interpersonali. Ecco come si plasma un uomo possessivo, che preferisce l’avere (e anche l’apparire) rispetto all’essere. Un’altra tecnica può essere quella di distrarre l’attenzione dalle cose importanti per orientarla su cose che non disturbano il potere: quella che potrebbe essere chiamata arma di distrazione di massa. Un esempio nel campo della pace potrebbe essere la convinzione che bastino manifestazioni oceaniche, anziché un impegno continuo e prolungato, a cominciare dal livello comunitario locale. Ma questi sono solo piccoli esempi delle possibilità studiate da quella che è diventata una vera e propria scienza a disposizione del potere: quella della comunicazione e della convinzione occulta. Eccone un altro esempio.

Indottrinamento subliminale. Il potere ha sempre l’interesse ad avere di fronte singole persone individualiste, piuttosto che comunità mature, competenti e solidali. Oggi l’indottrinamento avviene soprattutto attraverso televisione, videogiochi e simili: in questi programmi, specie quelli di passatempo passivi, sono facilmente individuabili messaggi, subliminali o anche espliciti, inneggianti all’individualismo egoistico e alla violenza – oltre, ovviamente, ad un consumismo senza controllo. Quello che è grave è che questi messaggi, anche senza accorgerci, vengono recepiti indirettamente dai bambini piccoli, che osservano il comportamento dei più grandicelli o degli adulti. E quanto acquisito da un cervello in formazione, come detto, rimane indelebile per tutta la vita. Di un bimbo piccolo si dice di solito: imparerà quando andrà a scuola. Grave errore: a 6 anni il cervello è praticamente già formato e i messaggi perversi della televisione sono già acquisiti. Se per insegnare agli studenti ci vogliono laureati, per insegnare ai bimbi in formazione ci vorrebbero persone con due lauree e un dottorato!

In definitiva, oggi l’infanzia è esposta a rischi gravissimi. Precisamente che la pressione del potere impedisca loro di acquisire le qualità fondamentali di una vera umanità. Bisogna stabilire assi tra famiglie e con gli insegnanti per studiare a fondo come difenderli. Perché il cucciolo di uomo possa diventare vero essere umano, anzitutto empatico, comunitario, solidale, nonviolento.

*il 20 sett. 2014 con i sigg. Brenna, Cesarini, Frey, Miori, Pasinetti, Ranci, in casa De Carlini. Bibliografia: Rivoluzione nonviolenta nella vita quotidiana, seconda parte http://www.neotopia.it/area_download.html

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novembre 6, 2014

BREVE STORIA DELLA VIOLENZA

LA SCOPERTA CHE NEL PALEOLITICO NON C’ERA VIOLENZA POTREBBE APRIRE NUOVE PROSPETTIVE FINORA TRASCURATE PER PIGRIZIA O IGNORANZA

spunti da un incontro col prof. Piero Giorgi*

Due anime. Il ladro trova l’occasione o l’occasione crea il ladro? Questo curioso quesito ne nasconde un altro, più profondo, riguardante la natura dell’uomo e la sua malleabilità: nel primo caso il ladro è tale per natura, irrimediabilmente ladro; nel secondo invece si ritiene che le condizioni esterne possano influire sul comportamento personale. La prima è da considerare una risposta conservatrice, che lascia le cose come stanno; la seconda progressista, che spinge ad agire per modificare le strutture sociali. Qualcosa di simile avviene per la violenza. Quando parliamo di violenza tra gli uomini di solito pensiamo a qualcosa di doloroso, anche tragico, ma inevitabile: l’essere umano è violento per natura, è sempre stato così e lo sarà anche in futuro. Possiamo fare qualcosa per cercare di contenere la violenza, attenuarne gli effetti, ma non più di tanto, perché essa è connaturata nell’uomo. In effetti se si studiano solamente i reperti storici (visione storicamente miope) si trovano sempre violenze, guerre, ecc. Da queste considerazioni prende le mosse l’anima maggioritaria negli studi sulla pace, anima che possiamo definire conservatrice. Una seconda anima allarga lo sguardo all’intera storia evolutiva di Homo sapiens, che è ben superiore al periodo della storia umana conosciuta (sull’ordine di 150 mila anni rispetto a 5 mila). È attendibile che i nostri progenitori del paleolitico si comportassero in modo diverso da tutte le altre specie animali, nelle quali solo eccezionalmente avvengono uccisioni tra membri di una stessa specie? O è più probabile che vivessero, comunitariamente, solidalmente e soprattutto pacificamente, come le tribù nomadi di cacciatori-raccoglitori di tempi recenti? Su queste ultime sono stati fatti accurati studi antropologici che hanno fornito conoscenze indirette – ma per il momento le più attendibili – sui nostri progenitori paleolitici.

Anche le neuroscienze possono oggi garantire che l’attitudine alla violenza non è connaturata nell’uomo, ma viene acquisita con l’educazione, specie nei primi anni di vita. Molte altre funzioni (parlare, afferrare, camminare), come risulta dall’esperienza dei bambini-lupo, non sono presenti istintivamente, ma devono essere apprese dal comportamento degli altri, in particolare della madre. Le donne cosiddette “primitive” hanno con i figli piccoli un contatto stretto e prolungato per anni, che probabilmente contribuisce a dar loro tranquillità e fiducia nei confronti degli altri. Similmente la leonessa, con esercizi specifici, insegna ai propri figli a cacciare, cioè a diventare veri leoni. Anche il bambino deve essere educato a diventare vero uomo: è da ritenere che un vero uomo – il cui corpo è privo di tutte le caratteristiche dell’animale aggressivo (artigli, denti canini rilevanti, ecc.) – sia quello nonviolento, oltre che comunitario e solidale, come gli uomini del paleolitico. Lo studio dell’arte paleolitica (una disciplina molto recente, che peraltro denota raffinate qualità artistiche) non fornisce nessuna prova in sostegno dell’idea comune che i nostri antenati fossero violenti e sanguinari: su milioni di immagini analizzate e interpretate in tutti i continenti, mancano sostanzialmente quelle che potrebbero far sospettare scene di violenza, uomo contro uomo. Violenza e nonviolenza sono comportamenti sociali complessi che non possano essere definiti dalla genetica, ma vengono recepiti attraverso la cultura. È importante notare che cambiando certe strutture della cultura si può riacquistare il comportamento nonviolento definito dalla selezione naturale che ha portato a Homo sapiens.

Uno studio faticoso. È su queste ed altre considerazioni che si fonda l’anima degli studi sulla pace aperta alla possibilità di arrivare ad una società meno violenta. Se lo è stato per i lunghi millenni dei nostri progenitori, perché non potremmo tornarci anche noi, studiando i fattori e le modalità che l’hanno determinata dal neolitico e che oggi mantengono la violenza? Si tratta di uno studio che investe diverse discipline e che richiede fatica e impegno, ma che forse merita di essere condotto. Il grande iniziatore di questo orientamento è stato Gandhi, il quale, anche attingendo ad antiche tradizioni di spiritualità della sua cultura, ha liberato l’India dalla colonizzazione inglese: l’arma – rivelatasi straordinariamente efficace – è stata la nonviolenza. Vediamo dunque quando e come è nata la violenza. Dai reperti archeologici si evince che Homo sapiens è emerso nel territorio alla radice del Corno d’Africa (corrispondente grossomodo all’attuale Eritrea). Il periodo, come detto, può essere ritenuto attorno ai 150 mila anni fa (taluni pensano di più, altri di meno). Ivi i nostri progenitori sono rimasti fino a circa 60 mila anni fa. Da allora cominciarono a spostarsi, dirigendosi verso il resto del mondo, approfittando anche dei periodi glaciali, che rendevano praticabili i futuri mari polari.

La rivoluzione neolitica si è verificata, con caratteristiche incredibilmente simili riguardo alla violenza, in diversi continenti e periodi: circa 12 mila anni fa nel Medio Oriente, 7 mila in Cina, 5 mila in America centrale. Consisteva sostanzialmente nell’addomesticamento della natura, per farle produrre i cibi in un determinato territorio, senza doversi spostare per raccoglierli o cacciarli. Diverse erano le specie vegetali e animali addomesticate: grano, ovini e bovini nel Medio Oriente, riso e suini in Cina, mais e lama in America. È noto il grande progresso conseguente a questa invenzione neolitica: si è potuta operare la divisione del lavoro, quindi gli scambi commerciali, il progresso tecnico (età del rame, del bronzo, del ferro), la creazione di grossi agglomerati urbani e la stratificazione (e gerarchizzazione) sociale. Solo più tardi la proprietà privata di oggetti di valore e della terra aumentò la stratificazione sociale e introdusse la violenza strutturale, cioè quella che impedisce la crescita di qualcuno (bambine, schiavi..). Dai reperti archeologici appare sistematicamente la violenza fisica (uomo che opprime, ferisce o uccide un altro uomo) soltanto nel tardo neolitico, in relazione, specificamente, all’allargamento degli aggregati urbani, dove il controllo sociale e le relazioni di gruppo necessariamente si attenuano. La violenza è un effetto indesiderato del grande progresso neolitico, come lo considerano gli storici.

Pigrizia mentale. Ma, a dispetto della retorica degli eroici guerrieri, rinvenibile nelle tradizioni letterarie, l’uomo non sembra ancor oggi adattato alla violenza: una riprova può essere data dai veterani che tornano da lunghe guerre con salute e psiche distrutte: se la violenza fosse naturale nell’uomo dovrebbero essere baldanzosi e felici. In effetti pochi millenni sono un’inezia per un adattamento biologico: il nostro cervello è fondamentalmente ancora quello del paleolitico, adatto a una società nonviolenta. Non manca quindi di ragioni la tesi progressista che ritiene possibile perseguire una società meno violenta. L’impegno massimo deve essere sul piano educativo. Bisognerebbe in certo senso invertire l’ordine dello sforzo educativo dall’infanzia all’università: investire assai di più sui piccoli in fase di formazione che non sugli studenti, ormai in grado di autogestirsi. Bisogna poi studiare attentamente le vie con cui le menti dei nostri bambini sono condizionate all’individualismo, all’egoismo e alla violenza dal potere economico e mediatico, smascherare gli interessi sottostanti e i mille ostacoli che sanno frapporre. Soprattutto vincere la pigrizia mentale di chi trova più comodo ritenere che l’uomo è violento per natura.

*il 20 sett. 2014 con i sigg. Brenna, Cesarini, Frey, Miori, Pasinetti, Ranci, in casa De Carlini. Bibliografia: Piero Giorgi, La violenza inevitabile, una menzogna moderna, Jaca Book, Milano 2008.

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aprile 26, 2014

DEMOCRAZIA E DIFESA

IL MONOPOLIO DEI MILITARI SULLA DIFESA CREA POPOLI PRIGIONIERI DEI PROTETTORI

di Enrico Peyretti, 5 febbraio 2014

Sul tema “Cominciamo dal disarmo” si è tenuto a Torino (Centro Studi Sereno Regis, 31 gennaio-2 febbraio 2014) il 24° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento. È utile continuare la riflessione sulla difesa, punto decisivo della politica e della civiltà di un popolo, nel concerto di tutti i popoli.

Monopolio militare. Per una crescita civile e umana va anzitutto spezzato il monopolio militare della difesa. La difesa limitata ai mezzi e ai metodi armati riduce la possibilità e capacità di un popolo di difendersi da aggressioni e pericoli vari. E intanto dissangua, in senso fisico e in senso economico, il popolo che afferma di voler difendere. L’errore militare, troppo passivamente accettato dalle società, anche le più evolute, è radicale e concettuale: è la supposizione dogmatizzata che contro un’offesa c’è soltanto la controffesa: infatti, l’azione militare più tipica si chiama controffensiva. E il proverbio più militarista che ci sia dice: la miglior difesa è l’attacco.

Corruzione militare. «Il concetto militare è una vera e propria corruzione del pensiero politico» (Ekkehart Krippendorff, Azione Nonviolenta, marzo 1999). Il dominio della difesa armata sul pensiero e la prassi politica rivela un pessimismo antropologico distruttivo. Nessuno deve ignorare la capacità umana di violenza, la «banalità del male», che tutti noi, persone “normali”, possiamo compiere contro gli altri, e di più le potenze organizzate. La prima sorveglianza contro le minacce è la sorveglianza di noi stessi, l’autocontrollo, la formazione alla mitezza e alla collaborazione politica costruttiva invece della rivalità competitiva, eliminatoria. Ma il pensiero politico militarizzato lacera l’umanità in “qui dentro” e “là fuori”, noi e loro, «amici o nemici» (Carl Schmitt); fa di questa lacerazione l’essenza della politica, ed è il maggiore impedimento ad addomesticare la belva che dorme in noi, pronta a scatenarsi appena un altro essere umano viene de-umanizzato, espulso dalla “mia-nostra” umanità, confinata in questa tutta “nostra” cerchia di mura mentali.

Offesa militare. Gli eserciti sono offensivi, e dissipativi, e persino dannosi in rapporto alle vere minacce. Gli eserciti, che si vantano e si esibiscono come gloria nazionale (miles gloriosus; vedi la parata del 2 giugno, offesa alla Costituzione pacifica), sono essi stessi una avversità ingloriosa. Come ricorda Pugliese, l’Italia, ultima in Europa «per le spese per la cultura, penultima per le spese per l’istruzione, ultima per le politiche sociali, la disoccupazione giovanile e via degradando, ossia indifesa di fronte alle minacce dell’analfabetismo, della precarietà, della povertà, del dissesto idrogeologico, del rischio sismico e così via, è tornata ad essere tra le prime quattro potenze dell’UE e tra le prime dieci al mondo per spesa pubblica militare». Ogni società ha davvero problemi e minacce da cui difendersi, e chi ha responsabilità politica ne ha il dovere. L’esistenza ha anche aspetti tragici. Ma quali minacce (per limitarci all’oggi)? Quelle appena ora citate sono le vere minacce. Possiamo aggiungere il terrorismo internazionale, sul quale ogni serio osservatore (p. es. Luigi Bonanate) riconosce che solo la politica estera amichevole, la giustizia economica planetaria, la cultura del dialogo, la pace tra le religioni, hanno probabilità di creare rapporti capaci di smontare le cause della disperazione terroristica, che invade le menti, anziché alimentarle come fanno la politica militare, il dominio finanziario sui popoli e la guerra. Del resto, all’economia militare mondiale non interessa affatto la difesa della vita dei popoli. Interessa il proprio profitto gigantesco. A questo fine serve enfatizzare e creare i pericoli e la paura. Chi difenderà i popoli dai difensori? Chi li proteggerà dai protettori? Saranno i popoli stessi, se acquisteranno coscienza e conoscenza.

Scomparsa militare. Kant, con insuperata e inascoltata saggezza, alla fine del Settecento scriveva: «Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono col tempo interamente scomparire». «Essi, infatti, dovendo sempre mostrarsi pronti a combattere, rappresentano per gli altri una continua minaccia di guerra; li invitano a superarsi reciprocamente nella quantità di armamenti, al quale non c’è limite. Dato poi che il costo di una simile pace viene ad essere più opprimente di quello di una breve guerra, tali eserciti permanenti sono essi stessi causa di guerre aggressive intraprese per liberarsi di un tal peso». Tutto il pensiero serio, umanistico e morale, condanna gli eserciti, ma, nella logica del potere non davvero democratico – anche nelle democrazie formali – l’esercito è ancora il cuore falso e avvelenato della struttura politica. La democrazia, autogoverno dei popoli, ha i suoi propri e veri strumenti nei mezzi della vita e non della morte. L’apparato militare – sia il personale, sia le enormi dissanguanti megamacchine per uccidere – crea un potere, un ceto e una potenza da cui la società è posta in posizione di dipendenza, con riduzione grave della democrazia. Nei casi di assenza o compressione della politica, popoli disperati si mettono nelle mani dei militari (vedi oggi l’Egitto). Ma una società che affida ai militari e alle armi la propria sopravvivenza, libertà e diritti, è gravemente malata, debolissima, disorientata. La finanza militare mondiale è un governo occulto che governa sui governi, anche quelli liberamente eletti. La contraddizione tra il fatto militare e la democrazia sta nel risucchio di risorse vitali e nell’inquinamento delle procedure decisionali e finalità democratiche, ciò che sfibra l’essenza stessa della democrazia, conquista umana della storia moderna. La libertà civile e democratica deve crescere nella autoliberazione consapevole dei popoli dalla sottomissione a quel supergoverno assoluto, loro nemico.

Dimagrimento militare. Il pensiero e la prassi nonviolenta chiedono il disarmo, e cioè lo sviluppo delle potenziali capacità proprie, civili, nonviolente, presenti in ogni società, di difendersi da aggressioni interne o esterne con la forza umana nonviolenta. Sappiamo bene che un tale passo è ancora politicamente impossibile: non ha la maggioranza. Allora vogliamo almeno il “transarmo” (Galtung), cioè la trasformazione degli armamenti attualmente offensivi – gravemente offensivi – in mezzi puramente e strettamente difensivi, quindi (come dicevano i pacifisti tedeschi nella lotta contro i missili negli anni ’80) «strutturalmente incapaci di aggressione», come non sono le portaerei e gli aerei di attacco a lungo raggio. Da qui l’esigenza dei movimenti nonviolenti che il cittadino abbia diritto di opzione fiscale tra la difesa militare tradizionale e la difesa popolare con mezzi nonviolenti; che tutti i giovani abbiano diritto di svolgere il Servizio Civile Nazionale e che si costituiscano i Corpi Civili di Pace. «La difesa è soprattutto quella dei diritti costituzionali, la cui graduale erosione è la vera e grande minaccia di questa epoca. Insomma una vera riappropriazione civile della difesa e delle sue risorse» (Pugliese).

Abbiamo bisogno dei militari. Il discorso contro gli eserciti non è contro i militari. Già tanti anni fa scrivevamo «Abbiamo bisogno dei militari per la pace non armata» (il foglio, n. 169, febbraio 1990). Per quanto molti, specialmente nei comandi più alti e incontrollati, siano impregnati di pensiero disperatamente mortale, rassegnato al distruttivismo – «L’esercito è mortale, anche in tempo di pace» (Peter Bichsel, Il virus della ricchezza, Marcos y Marcos 1990, p. 83 e 41-43, 81-94) – nessuno più dei militari conosce l’orrore e la falsità della guerra. Per lo più, la guerra non è colpa loro. Molte delle analisi più critiche della fallacia e del male della guerra sono opera meritoria di saggi e liberi militari, anche di alto grado (si veda ora: Fabio Mini, La guerra spiegata a… , Einaudi 2013). La conoscenza realistica delle situazioni e delle dinamiche dei conflitti è un patrimonio della cultura militare, della sua tradizione e organizzazione, che può diventare un valoroso contributo alla gestione non militare dei conflitti stessi, scopo della nonviolenza positiva e attiva.

Fonte: http://enricopeyretti.blogspot.it/

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Giglio Martagone

aprile 8, 2014

STATI UNITI D’AMERICA — UNO STATO FALLITO?

SI PUÒ FALLIRE VERSO I PROPRI CITTADINI O VERSO GLI ALTRI STATI; CRESCITA DELLE DISEGUAGLIANZE E INSUCCESSO DELLE GUERRE CONFERMANO LA TESI. COME LA GERMANIA DI HITLER O LA FRANCIA DI NAPOLEONE

di JOHAN GALTUNG*

Due criteri. Dipende, ovviamente, dai criteri. Uno stato ha una politica interna verso i propri cittadini, e una esterna verso il sistema statuale. Dipende dalla politica interna ed estera, in altre parole. Questo vuol dire che può fallire in due modi, col non occuparsi dei propri cittadini e col non venire a patti con altri stati. Effettivamente i due aspetti sono strettamente correlati come sovente è stato fatto notare: un regime (che gestisce lo stato) può compensare un fallimento a casa con vittorie fuori casa. E inversamente compensare fallimenti esteri prendendosi molto cura dei propri cittadini. E anche, la riuscita in casa per mobilitare cittadini riconoscenti in guerre patriottiche all’estero.

Mezza America in povertà. L’America, o anzi gli USA, al presente non si prendono granché cura dei propri cittadini. In un recente studio1 il “Centro sulle Priorità Politiche e di Bilancio” stima che una famiglia media di tre persone ha bisogno di 48.000$ per soddisfare i propri bisogni di base, molto vicino al reddito della famiglia mediana di 51.000$. Dagli anni 1950 i costi alimentari sono raddoppiati, quelli per l’abitazione triplicati, i costi medici sestuplicati, e quelli per un’istruzione universitaria 11 volte maggiori – appunto quattro bisogni fondamentali chiave. Cibo, abitazione, sanità, cura dei figli, trasporti e tasse consumano quasi tutto il reddito mediano – senza contare l’istruzione – quindi, “mezza America è in povertà o giù di lì”. E quella metà inferiore della popolazione USA possiede solo l’1.1% della ricchezza nazionale – tanto quanto i 30 americani più ricchi – con ricchezza uguale a zero per il 47% più in basso. Nulla su cui fare affidamento. Misure di sicurezza come Medicare e Medicaid, buoni pasto, ricoveri pubblici e mense popolari aiutano. Ma molti non sono in grado di beneficiarne e inoltre sono minacciati politicamente.

Iniquità. Si aggiunga il rischio alla sicurezza per suicidi-omicidi-incidenti; una causa importante è costituita dalle pistole, facilmente disponibili. Inoltre, le pensioni in calo per molti a causa delle perdite speculative dei fondi di gestione. E le famiglie della popolazione nera soffrono ancora di più, anche per via dei redditi in calo. Tutto questo indebolisce la maggior fonte d’identità, il Sogno Americano, un tempo accessibile a tanti di varia provenienza. Tuttavia, cos’è rimasto della terra dei liberi, il paese libero? Di libertà di parola ce n’è molta fintanto che nessuno ascolta, salvo l’NSA (National Security Agency). Di libertà economica per usare il denaro per fare altro denaro ce n’è anche molta, ma solo per quelli che hanno denaro. Risultato: una società imbavagliata di iniquità.

Politica estera. Con quasi 250 interventi all’estero dai tempi di Thomas Jefferson, il volume di odio in cerca di reazione di rivalsa violenta (blowback), “conseguenze non intenzionali” – dev’essere notevole. “Non siamo mai stati così al sicuro”, dicono taluni oggi, grazie alla “guerra al terrorismo” e allo spionaggio NSA nazionale ed estero. Ma la vendetta sa trovare le sue vie nuove e molto creative, come l’11 settembre. La politica estera USA ha messo a rischio notevole gli americani sia in patria sia all’estero quando viaggiano. Recentemente quella bellicosa politica estera è stata anche notevolmente priva d’intelligenza. Nel giro di un decennio gli USA sono riusciti a consegnare l’Iraq alla propria maggioranza sciita – sogno dell’Iran avveratosi grazie a Bush Jr – e la Libia, nonché presto, probabilmente, la Siria ad Al Qaeda, movimento arabo sunnita – grazie a Obama. E l’Afghanistan allo status quo, grazie a tutti e due.

Abbiamo già vissuto una tale situazione. Grandi Potenze che trattano bene i cittadini, mobilitandoli per la guerra, dapprima con successo, poi scivolando a valle perdendo le guerre e la soddisfazione dei cittadini. Emergono nomi non gradevoli negli USA: la Francia sotto Napoleone, la Germania sotto Hitler. È appena uscito un libro dell’ex-primo ministro francese Leonel Jospin, Le mal napoleonéen, il male napoleonico. All’inizio egli consolidò la Rivoluzione con grandi benefici per la gente, fece molto per riconciliare le due parti della Francia; il codice civile. Poi giunse una fase autoritaria e corrotta (“Napoléon, Quel Désastre!”, Le Nouvel Observateur, 6 marzo 2014, p. 91), poi l’impero, incoronandosi nel 1804, brillanti battaglie (vedi le stazioni del metro parigino) – e poi Waterloo nel 1815. La fine. E dopo di ciò, una Francia che inciampava in una crisi dopo l’altra.

Quando fermare l’espansione. Sotto Hitleri comuni cittadini tedeschi riuscivano a vivere con posti di lavoro, identità e libertà di cui le famiglie dei ceti inferiori non avevano mai goduto; facilmente mobilitati, con il Kriegsbegeisterung [entusiasmo bellico, ndt], per ristabilire il posto della Germania nel mondo. Battaglie brillanti; come Napoleone, cercò di sconfiggere, perdendo alla fine. I tre casi hanno in comune un fattore importante: né Hitler, né Napoleone, né gli USA seppero quando fermare l’espansione, ma seguirono il copione fino in fondo. Hitler avrebbe potuto fermarsi nel 1940, non attaccando la Russia; Napoleone nel 1807 dopo le sue battaglie vinte; gli USA nel 1945, giungendo a un patto informale con la Russia anziché con Churchill. La Russia sopravvisse a Napoleone e Hitler, occupandone entrambe le capitali dopo terribili perdite. Proprio adesso, se Putin sa dove fermarsi, la Russia sopravviverà anche agli USA. Occupando Washington? Può darsi di no. Quel che invece proprio Washington potrebbe fare è molto ovvio ma non così facile, con molti di coloro che al vertice degli USA vogliono sia più belligeranza sia più iniquità, senza freni né retromarcia.

Si cessino le guerre, si organizzino conferenze di pace con tutte le parti coinvolte, anche quelle non gradite a Washington, si tenga conto di ciò che esse vogliono, si cerchi un nuovo ordine mediante il soddisfacimento, in misura sufficientemente ragionevole, di tutti gli obiettivi legittimi – compresi quelli degli USA. Si dia spazio alla riconciliazione riconoscendo gli errori, disponibili a una qualche compensazione. Si sollevino i ceti al fondo della società USA, cominciando dai più poveri tra i poveri; si arresti la speculazione – il gemello della guerra, si diminuiscano i costi per i bisogni fondamentali permettendo a un numero crescente di persone di coltivare il proprio cibo in cooperative e vivere in coabitazioni pubbliche. Si tragga ispirazione dalla sanità pubblica dell’Europa occidentale; si renda economicamente accessibile l’università invitando a insegnare professori in pensione. Molto semplice, ma va a sbattere contro il muro di pietra di una ideologia trincerata su se stessa. Gli USA come proprio peggior nemico. Gli Stati Uniti d’America uno stato fallito? Non c’è dubbio, come la Francia di Napoleone e la Germania di Hitler. Per una democrazia, ci vuole più tempo per fallire. Essendo una democrazia sui generis, ci potrà volere ancora più tempo per rinnovarsi. Ma dovrà farlo. E – come ha detto una volta qualcuno – Sì, lo possiamo! (Yes, we can!)

 


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Titolo originale: America — A Failed State?https://www.transcend.org/tms/2014/04/america-a-failed-state/

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis. Fonte: http://serenoregis.org/2014/04/05/stati-uniti-damerica-uno-stato-fallito-johan-galtung/

1 citato in Nation of Change, More Evidence That Half of America Is in or Near Poverty, (Altre prove che mezza America è in povertà o giù di lì) del 24 marzo 2014, di Paul Buchheit.

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marzo 24, 2014

UN DIO PUNITORE?

NON È PIÙ POSSIBILE ATTRIBUIRE LE GUERRE ALL’”IRA DI DIO”. RISCHIO DI FARNE PROIEZIONE DEI NOSTRI BISOGNI

di Piero Stefani*

Guerra come punizione? Un secolo fa, l’8 settembre 1914, appena due giorni dopo la sua incoronazione, Benedetto XV emanò un’accorata esortazione alla pace. La guerra, iniziata da poche settimane, aveva già fatto versare molto sangue cristiano. Siamo dunque in un’epoca ben anteriore alla lettera del 1 agosto del 1917, nota a causa dell’espressione che definiva un’«inutile strage» quella immane guerra. In quel precoce intervento, la preoccupazione del papa per la pace era assai viva. Forte era l’invito alla preghiera fervorosa perché giungesse il tempo in cui i capi delle nazioni arrivassero a stringersi la mano. La guerra doveva finire al più presto. Eppure nell’esortazione Ubi primum in beati si leggono anche passaggi come il seguente: «Mentre, pertanto, Noi stessi, levando gli occhi e le mani al cielo, non cesseremo di supplicare l’Altissimo, esortiamo e scongiuriamo, come fece vivamente lo stesso Nostro predecessore [Pio X], tutti i figli della Chiesa, specialmente quelli che sono ministri del Signore, affinché proseguano, insistano, si sforzino, sia privatamente con umili loro preghiere, sia pubblicamente con solenni suppliche, a implorare da Dio, arbitro e signore di tutte le cose, che memore della sua misericordia, deponga questo “flagello dell’ira sua”, col quale fa giustizia dei peccati delle nazioni».1 Quest’ultima affermazione va considerata un’espressione stereotipata; ma ciò non fa che confermare quanto essa fosse radicata e data quasi per ovvia. Resta comunque evidente il dramma connesso a essere costretti a giudicare un male da cui si chiede di essere liberati quanto, per altri versi, è ritenuto esercizio della volontà punitrice di Dio.

Lettura teologica. È passato un secolo, e, se le preoccupazioni espresse nella prima parte del passo citato sono ancora le nostre, il contenuto della seconda parte appare tanto lontano da far pensare a un’altra religione. L’uso della violenza esercitata in nome di Dio è una realtà che ha trovato riscontri in anni recenti. Assolutamente remota appare invece una lettura teologica della storia che intendeva le guerre come forme di punizione volute da Dio a causa dei peccati dei popoli. Eppure è fuor di dubbio che l’interpretazione abbia precisi antecedenti biblici. Tutta la cosiddetta storiografia deuteronomistica ragionava infatti in questo modo. D’altra parte è forse possibile pensare a una signoria divina sulla storia senza proporre una qualche forma di lettura teologica delle guerre? Chi potrà mai sostenere che nella vicenda umana le guerre rappresentino solo una folle e saltuaria eccezione? L’espressione «ira di Dio» un tempo era lungi dall’essere assunta solo come un modo di dire più o meno scherzoso. Al contrario ci si appellava ad essa per cercare di interpretare effettivamente l’accaduto.

Nemico assoluto. Nella comune precomprensione storiografica la pace di Vestfalia del 1648 pose fine a una certa modalità di condurre le guerre di religione. L’eccesso della violenza esercitata aveva indotto a dar spazio alla diplomazia abbandonando la precomprensione che giudicava l’avversario un nemico assoluto. Mutatis mutandis, nella seconda metà del Novecento sul piano teologico sembra aver avuto luogo una dinamica paragonabile a quella ora evocata. A seguito delle due guerre mondiali, dei totalitarismi e dell’angoscia per un possibile conflitto nucleare, non si è più nelle condizioni di affermare che Dio si serve delle guerre. Come nel XVII secolo anche nel XX è stato l’eccesso di violenza a porre la parola fine a un determinato modo di leggere la storia.

Rottura epocale. Nella rinuncia definitiva a giustificare la violenza in nome di Dio vi è una quantità enorme di violenza. Questa precondizione getta ombre non lievi sul prezzo che si è dovuto pagare al fine di riacquistare un’immagine più evangelica di Dio. La constatazione sembra esigere un approccio più esigente di una sorvegliata ermeneutica della tradizione. L’incapacità di affermare il volto punitivo di Dio costituisce una rottura epocale che comporta una rilettura radicalmente diversa sia di questo mondo sia dell’aldilà. Quanto per secoli è stato creduto ora appare incredibile. Guerre volute da Dio e inferni eterni non sono più accolti come forme di esercizio della signoria di Dio. Ci si può chiedere: questa visione del tutto differente di Dio costituisce davvero una comprensione più profonda della tradizione o è dovuta soprattutto a un nostro bisogno?

Rischio di ambiguità. Gianfranco Bonola chiude un suo recente articolo dedicato a discutere le tesi di Jan Assmann relative a rivelazione, monoteismo e violenza con queste parole: «E siccome oggi la posizione più progredita in termini morali è considerata quella di chi rifugge dalla violenza nei suoi rapporti interpersonali come pure nei confronti della natura, pare che ciò non possa rimanere senza effetti nei confronti della concezione della divinità. Quasi che il monito biblico: “siate santi, come io sono santo” (Lv 19,2; 20,7; 20,26), da esortazione rivolta agli uomini, si rovesciasse in un’esigenza posta alla figura divina».2 Il linguaggio scelto da Bonola è volutamente paradossale; tuttavia la teologia non dovrebbe sottovalutare simili sfide. Esse, sul piano del pensiero, sono più penetranti di quelle lanciate dal fondamentalismo. Non è dato di prendere alla leggera l’ipotesi stando alla quale la visione di un Dio incapace di esercitare la violenza sia frutto, almeno in parte, della proiezione che noi facciamo in lui dei nostri bisogni. Occorre sicuramente purificare l’immagine di Dio da incrostazioni violente, senza però dimenticare il rischio di cadere, inconsapevolmente, in operazioni che, per quanto di segno opposto, sono anch’esse non esenti da ambiguità.

*il pensiero della settimana n. 470, fonte: http://pierostefani.myblog.it/2014/03/22/470_un-dio-punitore-23-03-2014/

1  Cf. Enchiridion della pace, vol 1,Pio X- Giovanni XXIII. EDB, Bologna 2004, nn- 19-20.

2 G. Bonola, Rivelazione, monoteismo e violenza. Variazioni con controcanto su temi di Jan Assmann, in Humanitas 5/2103.

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gennaio 28, 2014

VIOLENZA: NON AVRAI ALTRO DIO

ACCUSA DI VIOLENZA AL MONOTEISMO CRISTIANO E DIFESA CATTOLICA, CHE PECCA DI SCARSA UMILTÀ

di Vito Mancuso, La Repubblica 21-1-2014 pag.45

Monoteismo violento. La Commissione Teologia Internazionale (Cti) è un organismo di 30 teologi di ogni parte del mondo scelti dal Papa in quanto «eminenti per scienza, prudenza e fedeltà verso il Magistero della Chiesa» con l’incarico di «studiare i problemi dottrinali di grande importanza» (così gli statuti ufficiali). Pochi giorni fa è stato pubblicato su Civiltà Cattolica l’ultimo suo lavoro, disponibile anche nel sito della Santa Sede, dal titolo: Dio, Trinità, unità degli uomini. È però il sottotitolo che chiarisce l’argomento: Il monoteismo cristiano contro la violenza. Lo scritto prende infatti spunto da una tesi sempre più diffusa in Occidente secondo cui vi sarebbe «un rapporto necessario tra il monoteismo e la violenza», con la conseguenza che il monoteismo, prima considerato la forma più alta del divino, ora viene ritenuto potenzialmente violento. Le religioni monoteistiche sono ebraismo, cristianesimo e islam, ma secondo la Cti è soprattutto il cristianesimo a essere sotto tiro da parte di ampi settori dell’intellighenzia occidentale definiti «ateismo umanistico, agnosticismo, laicismo», i quali invece risparmierebbero l’ebraismo per rispetto della shoà e perché privo di proselitismo, e legherebbero l’intolleranza islamica più a motivi politici che teologici. Il che per la Cti dimostra l’aria anticristiana che tira in occidente, ingiustificabile anche alla luce del fatto che è proprio il cristianesimo la religione che oggi cerca di più il dialogo con la cultura laica. A favore del monoteismo la Cti propone la tesi opposta secondo cui «la purezza religiosa della fede nell’unico Dio può essere riconosciuta come principio e fonte dell’amore tra gli uomini». Ribalta quindi l’equazione: non monoteismo = violenza, bensì monoteismo (trinitario) = amore universale. Con la logica conseguenza che «l’eccitazione alla violenza in nome di Dio è la massima corruzione della religione».

Gli argomenti presentati a sostegno sono molteplici. In primo luogo si contesta l’idea secondo cui il politeismo sarebbe più tollerante, visto che la persecuzione ellenista contro gli ebrei e quella romana contro i cristiani indicano il contrario. Ma è soprattutto il cuore del cristianesimo a mostrare come dall’insegnamento e dalla vita di Gesù non può che scaturire un umanesimo non violento per cui la rivelazione cristiana «consente di neutralizzare la giustificazione religiosa della violenza sulla base che si evoca «un atteggiamento di conversione permanente che implica anche la parresia (ossia la coraggiosa franchezza) della necessaria autocritica», ma invano si cerca tra i 100 paragrafi del documento almeno un esempio di tale parresia. Al contrario l’argomentare si risolve spesso in una concatenazione di pensieri speculativi con un linguaggio non sempre limpido e perspicuo.

Le lacune. Oltre all’insufficienza a livello storico, in sede concettuale le lacune sono soprattutto tre: 1) la violenza nella Bibbia viene considerata solo per l’Antico Testamento senza mai menzionare il Nuovo, dove pure è presente, si pensi all’Apocalisse e ad alcuni passaggi di san Paolo, con la conseguenza di riprodurre la contrapposizione «Dio di Gesù buono – Dio dell’ebraismo cattivo» altrove condannata dalla stessa Cti; 2) non si spiega perché la Chiesa abbia preso congedo dalla violenza solo in tempi relativamente recenti; 3) vi è una problematica considerazione delle religioni non cristiane. Tralasciando per motivi di spazio il primo punto, riguardo al secondo occorre chiedersi perché la Chiesa, che per secoli praticava e giustificava la violenza, ha poi mutato atteggiamento. La risposta è semplice: grazie alle battaglie del mondo laico che, togliendole potere, le hanno permesso di tornare a essere più fedele alla propria essenza. La Cti però non spende una parola su questo, al contrario ripropone la campagna di Benedetto XVI contro il relativismo, dimenticando il bene che deriva dal prendere coscienza della relatività delle proprie posizioni. Non è dal relativismo, infatti, ma è dal suo contrario, l’assolutismo, che nascono l’intolleranza e la violenza. Il che non significa che il relativismo non abbia i suoi limiti, ma occorre una saggezza disposta a riconoscere il bene e a denunciare il male ovunque siano, anche e soprattutto a casa propria, insegna il Vangelo (Matteo 7,3: «perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?»), mentre tutto ciò nel documento dei teologi prescelti dal Vaticano scarseggia.

Non-violenza orientale. C’è poi il punto sulle religioni non cristiane. Con l’affermare più volte che «la rivelazione cristiana purifica la religione», quale immagine delle religioni non cristiane consegna la Commissione? Scrivendo che la purezza della religione e della giustizia viene dalla fede in Gesù Cristo», quale immagine dei credenti non cristiani propone la Cti? Sembra inevitabile concludere che le religioni senza Gesù siano destinate all’ingiustizia e alla violenza, sennonché la realtà insegna che sono proprio religioni come induismo, buddhismo, giainismo a essere giunte all’ideale della non-violenza (anche a livello alimentare!) secoli prima della nascita di Gesù e millenni prima che vi arrivasse la Chiesa cattolica. L’intento della Cti è più che lodevole, ma su temi tanto delicati la Chiesa di papa Francesco avrebbe meritato un documento diverso, più umile sul passato e più coraggioso sul presente, capace così di vero dialogo con i non cristiani e di smuovere le acque nella Chiesa, invocando al suo interno quella libertà religiosa che ieri la Chiesa negava a tutti, oggi promuove nel rapporto tra credenti e potere politico e domani dovrà giungere a riconoscere in materia teologica, etica e di pratica sacramentale ai singoli credenti se vorrà essere veramente del tutto libera dalla violenza.

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gennaio 26, 2014

VIOLENZA: QUEL GIUSTO EQUILIBRIO TRA CUORE E MENTE

ALLARGAMENTO DELL’ETICA: OGNI ESSERE VIVENTE NON DEVE ESSERE SOLO STRUMENTO

di VITO MANCUSO, La Repubblica 21 gennaio 2014, pag. 45

Vegetarianesimo. Caterina Simonsen, studentessa di veterinaria all’Università di Bologna da tempo seriamente malata, qualche giorno fa su Facebook ha scritto così a favore della sperimentazione animale in ambito medico: «Ho 25 anni grazie alla vera ricerca, che include la sperimentazione animale, senza la ricerca sarei morta a 9 anni». Ha aggiunto di studiare veterinaria «per salvare gli animali», di essere vegetariana, e nel suo profilo mostra una foto che la ritrae mentre bacia il suo criceto di nome Illy. Nel giro di qualche ora ha ricevuto centinaia di messaggi offensivi, tra cui una trentina di questo tipo: «Era meglio se morivi a 9 anni brutta imbecille, io sperimenterei su persone come te»; oppure: «Se per darti un anno di vita sono morti anche solo 3 topi, per me potevi morire pure a 2 anni». Penso sia lecito chiedersi dove siamo finiti e che ne sia ormai della solidarietà umana. Come Caterina Simonsen, anch’io ho scelto di non mangiare più carne, è una scelta che mi fa sentire solidale con la vita, che reputo sacra in ogni sua manifestazione, umana e animale. Anzi, penso che la vita sia sacra già a livello vegetale e che di per sé non si dovrebbero mangiare neppure le patate e le cipolle che sono tuberi e possono generare vita, e infatti i monaci giainisti non le mangiano cibandosi solo di frutti. Ma non basta, occorrerebbe chiedersi se un albero voglia darci i suoi frutti, che non ha certo prodotto per noi, e se raccoglierli non implichi una forma di violenza, per lo meno di quella legata al furto.

Violenza inevitabile. Non a caso Gandhi scriveva che «il consumo dei vegetali implica violenza», aggiungendo però subito dopo: «Ma trovo che non posso rinunciarvi». Da qui il profeta della non-violenza concludeva che «la violenza è una necessità connaturata alla vita corporea». La nostra vita, in altri termini, per esistere si deve nutrire di altra vita che deve necessariamente sopprimere. Per questo nessuno è innocente e nessuno è in grado di stabilire con certezza dove si debba attestare il rispetto per la vita.Tale conclusione sull’alimentazione vale anche per la cura medica: anche qui c’è un’inevitabile dose di violenza, come mostra già il nostro sistema immunitario del tutto simile a un esercito di professionisti senza scrupoli. Si potrebbe obiettare che i batteri eliminati dai globuli bianchi e le cavie su cui viene condotta la sperimentazione nei laboratori non sono la stessa cosa perché i primi sono aggressori e gli altri no, ma io penso che anche i batteri che entrano nel nostro corpo siano innocenti perché fanno solo il loro mestiere senza nessuna intenzione di aggredirci. In realtà la violenza è intrinseca in ogni sistema di difesa: se vuole continuare a vivere, nessun vivente può uscire indenne dalla catena di violenza di cui è impastata la vita, e per questo nessuno ha il diritto di tirare la prima pietra condannando chi mangia carne o chi sostiene la ricerca mediante sperimentazione animale.

Superiorità dell’uomo. Tuttavia dalla catena di violenza di cui è intrisa la vita alcuni esseri umani desiderano emanciparsi, e questo è un nobile ideale che a mio avviso va sostenuto. Nessun altro essere vivente può concepire tale emancipazione, solamente l’uomo lo può, mostrando in questo di essere ben al di là della vita animale. Sto dicendo che gli animalisti, con il loro sostenere un comportamento del tutto privo di violenza verso gli animali e con il loro volere per gli animali gli stessi diritti dell’uomo, mettono in atto un comportamento che li distanzia al massimo dal mondo animale. Nessun animale carnivoro infatti cesserà mai di mangiare carne, nessun animale erbivoro deciderà mai di astenersi dai bulbi e dai tuberi, nessuna specie animale estenderà mai alle altre specie i diritti di supremazia che la natura lungo la sequenza della selezione naturale le ha concesso. A parte quella umana, nessuna specie cesserà mai di seguire l’istinto sotto cui è nata. L’uomo al contrario ha imparato a poco a poco a estendere gli ideali di giustizia a tutti gli esseri umani, compresi quelli dalla pelle diversa, e oggi alcune avanguardie stanno lottando per allargare tali ideali ad altri esseri viventi. Tutto ciò, esattamente al contrario del naturalismo professato da alcuni animalisti, mostra in modo lampante lo iato esistente tra Homo sapiens e gli altri viventi. Se gli esseri umani lottano per estendere agli animali gli stessi diritti dell’uomo non è quindi perché non c’è differenza tra vita umana e vita animale, ma esattamente al contrario perché tra le due vi è una differenza qualitativamente infinita.

Fini, mai solo mezzi. Ponendosi in tale prospettiva di estensione degli ideali di non-violenza anche al mondo animale, Gandhi scriveva: «Aborrisco la vivisezione con tutta la mia anima. Detesto l’imperdonabile macello di vita innocente nel nome della scienza e della cosiddetta umanità, e considero del tutto prive di valore le scoperte scientifiche macchiate di sangue innocente». Per questo, al di là delle ignobili offese a Caterina Sirnonsen che meritano solo l’oblio, io ritengo che nella campagna animalista contro la sperimentazione sugli animali vi sia qualcosa di importante. Si tratta dell’appello a estendere a tutti i viventi l’imperativo categorico della vita etica, formulato da Kant alla fine del Settecento solo in prospettiva antropocentrica: «Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai solo come mezzo». Oggi si tratta di giungere a trattare «sempre come fine e mai solo come mezzo» non solo l’umanità, ma, per quanto è possibile, tutto ciò che vive: gli animali, le piante, i mari, le montagne, il pianeta, il cosmo… tutto dovrebbe essere visto in una prospettiva non utilitaristica ma vorrei dire contemplativa, in cui si contempla la natura delle cose rispettandole per quello che sono e cessando di calcolare solo l’utile che ne viene a noi, per una filosofia ecologica di cui il nostro tempo e il nostro spazio hanno urgente bisogno. Attenzione però alla saggezza del grande filosofo: dicendo «mai solo come mezzo», Kant ricordava che un elemento di strumentalità è sempre connaturato al vivere, nel senso che ognuno di noi in alcune circostanze è anche un mezzo per la vita degli altri. Ciò dovrebbe portarci a quel saggio equilibrio del cuore e della mente che mette al riparo da ogni radicalismo fanatico e che porta ad appoggiare la liceità etica della sperimentazione animale laddove davvero non vi sia altra possibilità per sconfiggere le malattie degli uomini e degli stessi animali.

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ottobre 26, 2013

NON ESISTE VIOLENZA NATURALE NELL’UOMO

LA VIOLENZA È INDOTTA DALL’EDUCAZIONE NEI PRIMI ANNI DI VITA, MA SOLO DAL NEOLITICO.

da una conversazione di Piero Giorgi*

Nel regno animale l’uomo “gode” di una peculiarità poco invidiabile: è l’unica specie che uccide altri membri della stessa specie in modo generalizzato e sistematico (si pensi alle guerre). Tra gli animali queste uccisioni sono rare e dovute a situazioni del tutto fuori dell’ordinario. È normale che il leone uccida la gazzella per cibarsene (aggressività alimentare), ma non che un leone uccida un altro leone. È normale che i maschi esercitino aggressività nei confronti di altri maschi (aggressività sessuale), ma ciò non porta quasi mai all’uccisione: dopo qualche scontro, chi capisce di essere più debole se ne va. Un altro motivo di contesa potrebbe essere la difesa del proprio territorio. Oltre a questi motivi gli uomini uccidono per diverse altre ragioni e anche gratuitamente, senza motivi. Il rischio della guerra e la necessità preventiva di armarsi vengono esaltati ad arte in ogni tempo, così che l’uccisione del nemico diventa una preoccupazione continua. Non è sempre stato così, per fortuna.

Nel periodo paleolitico, cioè prima che fosse stato scoperto il modo di produrre il cibo (attraverso l’agricoltura e la pastorizia) anziché raccoglierlo o cacciarlo, è provato che i nostri predecessori non si uccidevano, né, tanto meno, facessero la guerra. Quest’ultima infatti richiede una organizzazione politico-militare che non avevano per nulla, vivendo in modo nomade in piccoli gruppi (non superiori al centinaio di persone), dediti alla raccolta (in prevalenza dalle donne) e alla caccia (preferita dagli uomini). Quando il gruppo superava la soglia si divideva, ma senza rancore. È pure provato – in analogia a quanto ancora avveniva fino alla metà del secolo scorso tra le bande di nomadi cacciatori-raccoglitori, accuratamente studiati da valorosi antropologi – che i gruppi paleolitici fossero organizzati non in modo gerarchico, ma secondo principi di solidarietà e condivisione. Avevano infine elaborato raffinati criteri per prevenire e risolvere in modo nonviolento eventuali conflitti d’interesse che potessero sorgere all’interno del gruppo, quindi il conflitto (scontro) non si verificava. Non è vero che il conflitto sia un’occasione formativa (idea diffusa dai professionisti della soluzione dei conflitti).

Solo dopo la nascita dell’agricoltura (Neolitico Medio), con la stanzialità subentrata al nomadismo, si hanno le prime rappresentazioni della violenza tra gli uomini. Cos’era cambiato? Prima l’uomo si adeguava all’ambiente, spostandosi alla ricerca di condizioni migliori, poi, invece, l’uomo cerca di adeguare l’ambiente a sé, esercitando un certo imperio su di esso. Di solito si pensa alla necessità di difendere terreni, insediamenti, opere, diventati sua proprietà (vecchia proposta di Marx ed Engels). Oggi si pensa di più alle dimensioni degli insediamenti umani, che avrebbero portato prima a una violenza strutturale (ad es. per mantenere l’ordine), poi alla guerra: specializzazione professionale, stratificazione sociale, classi privilegiate che devono garantire ordine sociale, polizia, leggi ingiuste, accumulazioni di ricchezze, invidia esterna, convenienza del “re” ad attaccare o difendere con armi inventate per uccidere altri uomini, non più solo cacciagione. Non si dice cosa nuova ricordando che il passaggio al Neolitico Avanzato ha portato grandi progressi, anzitutto nella produzione del cibo, consentendo lo sviluppo di cultura, civiltà, scrittura, storia ecc. Ma purtroppo ha anche aperto le porte alla violenza e alla guerra. Solo dopo questo passaggio – avvenuto tre volte indipendentemente attorno a 12 millenni fa nell’area medio orientale, 7 nella Cina meridionale e 5 nel centro America – appaiono, in ciascuno dei tre casi, i primi reperti archeologici (soprattutto vasi e piatti) indicanti l’uccisione di altri uomini. A proposito dell’arte, va ricordato che già nell’arte rupestre veniva rappresentato ciò che più occupava le attività quotidiane e le emozioni dell’uomo. Del lungo periodo del Paleolitico (circa 150 mila anni), si dispone di qualcosa come tre-quattro milioni di immagini, tra le quali una quantità del tutto trascurabile (una cinquantina) potrebbe indicare scene cruente tra uomini. Peraltro si riferiscono tutte ad una penisola del nord dell’Australia che aveva avuto contatti con neolitici violenti. Statisticamente si può concludere che nei lunghi millenni del Paleolitico gli uomini non erano violenti; questo è confermato dal comportamento dei cacciatori-raccoglitori contemporanei.

Homo homini lupus:  questa concezione pessimistica dell’uomo è stata teorizzata nel ‘600 dal filosofo inglese Hobbes, pur essendo già presente anche in precedenza (ad es. in Plauto). Hobbes si basava su un’ipotetica idea di stato di natura dell’uomo, che però non ha avuto alcun riscontro nella ricerca antropologica e archeologica moderna, arrivata invece ai risultati sopra accennati. Analogamente è stato abbondantemente superato in campo pedagogico Rousseau, che pure ipotizzava uno stato di natura, avendo dell’uomo una visione meno negativa. Riteneva che la nonviolenza dei nostri antenati fosse dovuta a loro immaturità o stupidità! Quello che stupisce è come la vecchia idea dell’homo homini lupus (priva di alcuna dimostrazione scientifica) permanga diffusa ancora oggi nei media, nella cultura, nella politica, nonostante le smentite della ricerca antropologica, biologica, psicologica. Si deve pensare che questo faccia comodo alle élites di potere per non mettere in discussione le basi (violente) dell’attuale società.

Una conferma  della natura nonviolenta dell’uomo proviene dalle acquisizioni degli studi sulla neurologia umana. I comportamenti, specificamente riguardanti la violenza, non fanno parte del patrimonio genetico (Dna), in quanto comportamento sociale complesso e diverso nelle diverse culture, ma vengono acquisiti con l’educazione, in particolare quella recepita dall’ambiente nei primi 6 anni di vita. “La violenza è un comportamento sociale e nella specie umana i comportamenti sociali non possono essere definiti prima della nascita. Basta considerare come funziona l’informazione genetica, come funziona il nostro cervello, come si sviluppa e come si sono sviluppati cervello e comportamento sociali, per rendersi conto che la violenza non può essere parte della natura umana.” (Giorgi, pag.49).

In definitiva quando si parla di violenza umana si pensa ad un problema morale, religioso o simili. Raramente si pensa ad un problema scientifico. Le recenti acquisizioni, specie in campo antropologico e neurobiologico, possono riportarlo su un terreno squisitamente scientifico. Possono fare di questo tema, diventare nonviolenti, un obiettivo educativo, oltre che umano e politico. Essendo l’uomo il vivente con più intelligenza e capacità, ciò che dovrebbe distinguerlo dalle altre specie animali è proprio la nonviolenza, la quale è il prodotto della nostra evoluzione bioculturale (non solo biologica), come la parola, il camminare e la destrezza manuale. E’ sbagliato pensare che la nonviolenza sia la capacità di controllare l’animalità dei propri istinti, semplicemente perché gli uomini non hanno istinti, né impulsi nel loro comportamento sociale (con buona pace di Freud e delle credenze popolari). Dai nostri antenati Paleolitici potremmo oggi imparare anche a porre limiti alla modifica dell’ambiente, oggi che potremmo essere prossimi al suo collasso. Infine vanno ricordate le indagini scientifiche, dalle quali risulta che là dove è stata adottata la nonviolenza le persone sono più felici, più sane, più ricche.

*tenuta il 22-9-2013 con i sigg. Cesarini, Eccher, Frey, Miori, Onida, Pasinetti, Ranci, in casa De Carlini. Bibliografia: Piero P. Giorgi, La violenza inevitabile, una menzogna moderna, Jaca Book, Milano 2008.

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settembre 26, 2013

AL PRINCIPIO DELL’AUTUNNO

IL CAMBIO DI STAGIONE EVOCA UN SIGILLO DELLA PACE: CREARE AMICIZIA TRA VECCHIO E NUOVO

di Piero Stefani*

Riposo sabbatico. Un simbolo della pienezza dell’hic et nunc è la luce dorata dei meriggi del primo autunno. Se ci si proietta con l’immaginazione a quello che verrà dopo o se li si coglie come ultimo scampolo dell’estate, l’incanto è già incrinato. Nessun’altra epoca dell’anno trasmette un simile senso di riposo sabbatico. Quelle ore evocano un tempo sospeso. In questi giorni il sole ha rinunciato al suo dardeggiare, senza aver ancora abdicato alla propria forza. I brevi e insidiati pomeriggi invernali sono tuttora lontani. I raggi esprimono una potenza trattenuta che, ora, si sta prendendo cura delle realtà che, in precedenza, aveva violentato e fiaccato per eccesso di vigore. Adesso il sole accarezza le ferite delle foglie che, grazie a questo tocco, da qui a breve si congederanno dalla loro esistenza nel giallo e nel rosso, colori molto più intimamente solari di quanto non lo fosse il verde raggrinzito della piena estate.

La sospensione del “qui e ora” ci ha riconsegnati alla vicenda che la precede. Anche il sabato è pensabile solo come settimo giorno, esito finale dei giorni dedicati al lavoro. Il tempo del riposo è la corona dell’operare; è tempo diverso, ma non indipendente. Al principio dell’autunno ciò che dardeggiava nel suo erompere ci culla nel suo trattenersi. In questo periodo non si avverte ancora il bisogno di essere riscaldati: all’ombra si sta bene. Non vi è nulla di paragonabile al sole d’inverno, opposto e simmetrico all’ombra estiva; situazioni entrambe vissute all’insegna della compensazione dei loro opposti. La luce calda di fine settembre è aurea mediocritas in senso classico. Là dove prima non avresti potuto stare per eccesso di energia, nel posto in cui sarà arduo collocarsi a causa di un penetrante rigore, ora ci si siede avvolti dalla tranquillità. Si è collocati in un istante sottratto agli eccessi. È un vissuto situato in quella mezza stagione che, in realtà, non è mai scomparsa.

Fruire come immobile quanto in se stesso è fase di un processo è il sigillo della pace. Si è di fronte al cessare di ciò che per necessità mai si arresta: è illusione o trasfigurazione? Anche i moti degli elementi, al pari del nascere e del morire, non conoscono il riposo del settimo giorno, eppure è dato di vivere il sabato: un “tempo non-tempo” che sarà mangiato anch’esso dal tempo. Il ciclo esprime la legge che mira a creare amicizia tra il vecchio e il nuovo facendo sì che il primo si trasformi nel secondo e viceversa: l’estate diverrà inverno e l’inverno estate. Alle nostre latitudini il susseguirsi delle stagioni è il segno più esistenzialmente vissuto del tempo circolare. La legge, però, non custodisce l’incanto. Quest’ultimo è racchiuso nel frammento sospeso che ci è concesso di cogliere come tale anche se, in realtà, è solo un momento di passaggio che viene da altro per lasciare a sua volta posto ad altro.

*Il pensiero della settimana, n. 444.

Fonte: http://pierostefani.myblog.it/archive/2013/09/21/444-al-principio-dell-autunno-22-09-2013-5703938.html

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settembre 18, 2013

INTERVISTA A VERONESI

QUELLA DI BERGOGLIO È UNA PROTESTA LAICA; LA VIOLENZA È CONTRO NATURA, LO DICE LA SCIENZA

di CARLO BRAMBILLA, La Repubblica 4 sett. 2013, pag. 13

«Il digiuno come protesta laica». «Come contestazione di un mondo consumistico che ignora la solidarietà». «Il digiuno come valore simbolico: la forza del controllo della mente sul corpo». «La vittoria del pensiero sui bisogni dell’organismo». Umberto Veronesi spiega la sua scelta di osservare, sabato 7 settembre, un giorno di digiuno per la pace in Siria, nel Medio Oriente e nel mondo intero. E perché ha esteso l’invito a digiunare a tutti i membri del movimento Science for Peace di cui è presidente e fondatore, e di cui fanno parte 21 premi Nobel.

Professor Veronesi, un grande laico come lei accetta l’appello di Papa Francesco? «Questo terreno è un punto di incontro tra scienza e pensiero evangelico. Le parole del Papa “non è la cultura dello scontro e del conflitto che produce la convivenza” coincidono con le conclusioni riportate nella carta di Siviglia, il documento che riporta gli studi più recenti su biologia e antropologia umana, che confermano come la natura umana sia incline alla solidarietà e all’aiuto reciproco. La violenza è una reazione a situazioni avverse, prima di tutto ad altra violenza. Biologicamente la violenza genera violenza. Rispondere alle armi con le armi non risolve i conflitti, ma, al contrario, li amplifica».

Lei pensa davvero che l’alleanza tra tutte le forze pacifiste mondiali, credenti o non credenti, possa indurre il Congresso Usa a fermare il suo presidente? «Vale la pena di provare. È impensabile che le armi, per quanto sofisticate, colpiscano solo obiettivi militari. Siamo certi che moriranno centinaia di civili, molti dei quali bambini».

Lei è convinto che la guerra sia un atto contro natura. «La posizione di Bergoglio si rifà alla grande cultura pacifista di molti suoi predecessori, come Giovanni XXIII che con l’enciclica “Pacem in Terris” ha posto le basi del pacifismo moderno, condiviso dai movimenti laici. Riecheggia anche il pensiero agostinano nella sua teoria della “privatio boni”: il bene è la regola della vita umana e il male non è che la sua privazione. Dunque, anche dal punto di vista filosofico, se l’uomo è buono per natura ogni violenza è un atto contro natura. E quindi la guerra è contro natura».

Il digiuno come grande mobilitazione popolare? «Nel mondo moderno la volontà popolare è quella che fa la Storia. Con il web e la globalizzazione siamo entrati nell’era della partecipazione. È chiaro a tutti che è un’assurdità, anzi un atto di crudeltà, andare ad uccidere in un Paese che già conta oltre 90 mila morti». Come contrastare però l’uso delle armi chimiche? «Reagire uccidendo con armi convenzionali non è meno grave. La campagna contro l’intervento militare in Siria deve essere l’occasione per riaffermare il principio della pace, che sta prevalendo quasi ovunque salvo che negli Usa. Gli Stati Uniti con la loro tradizione western continuano ad avere un approccio violento come mezzo di controllo e di dominio. Non a caso sono l’unico Paese occidentale a mantenere la pena di morte».

Un digiuno allora come giornata di riflessione? «Sì. Il cibo non predispone né alla meditazione né alla semplice riflessione».

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