Crediamo soltanto a ciò che vediamo. Perciò, da quando c’è la televisione, crediamo a tutto. (Hildebrandt Dieter)
Semplificare e ripetere sono i due pilastri su cui si regge la pubblicità – un’attività che tende a diventare sempre più rilevante nei paesi ricchi. Semplificare perchè il messaggio deve essere immediatamente recepibile da chiunque, non deve dar luogo a dubbi o equivoci, né, tanto meno, deve far pensare. Ripetere perché solo così può rimanere impresso nella mente o nell’inconscio dei consumatori. La regola (non scritta ma verificata) della pubblicità è che una menzogna ripetuta cento volte diventa verità, mille volte diventa dogma. L’estendersi della pratica e della mentalità pubblicitaria non è senza conseguenze: ne indichiamo alcune che vanno ben al di là del campo commerciale.
Pubblicità e politica. Possiamo partire dalle recenti vicende politiche del nostro Paese. Nel breve corso dell’ultimo governo Prodi l’opposizione ne ha provocato la caduta anticipata utilizzando un metodo essenzialmente pubblicitario: ha ripetuto in modo quasi ossessivo dalle reti televisive controllate da Berlusconi (quasi tutte) che Prodi non è capace di governare. Certo che la sua maggioranza era risicata; certo che ci sono stati imperdonabili divisioni e tradimenti nella compagine governativa; ma i parametri economici del Paese, specie quelli riguardanti le finanze pubbliche, erano stati dal governo Prodi migliorati nettamente, già nei pochi mesi: riduzione del debito pubblico, avanzo primario, progressività della pressione fiscale, lotta all’evasione e conseguente aumento delle entrate.. Ma la forza della ripetizione pubblicitaria ha dato i risultati sperati: ha confermato che una menzogna ripetuta diventa verità e la riconquista di una larga maggioranza da parte del centro destra è, certo in buona misura, attribuibile allo squilibrio nel potere mediatico. Questo squilibrio oggi caratterizza negativamente il nostro Paese, come caso pressoché unico nel mondo progredito.
Una sovra-semplificazione della realtà può essere scorta anche nell’avvio della legislatura berlusconiana, quando il consenso degli italiani è persino aumentato. Il ministro Maroni, come d’abitudine, ha associato furti, stupri ed altri crimini con la figura del nemico, lo straniero, l’immigrato. Brunetta ha pensato di risolvere le congenite inefficienze della burocrazia italiana (clientelare, gerontocratica..) con una semplice lotta contro i fannulloni assenteisti. La Gelmini ha aggiunto una venatura di nostalgico ritorno al passato con grembiulini, voto in condotta, maestra unica. Mara Carfagna ha pensato che saranno sufficienti divieti sulle strade e metodi polizieschi per risolvere il proliferante problema della prostituzione. Siamo di fronte a problemi complessi affrontati con soluzioni semplici o meglio semplicistiche. Ma gli italiani, abituati da tempo al linguaggio semplificato dei media, le hanno gradite, apprezzando il decisionismo e l’attivismo del nuovo governo. Le indagini politologiche hanno accertato che i maggiori consensi al centro destra provengono, oltre che dalle classi privilegiate, dagli strati più regressi della popolazione, cioè da quelli meno acculturati, più facilmente alienabili dallo sport-spettacolo o da altre forme di panem et circenses.
I mass-media si rivelano così nella loro realtà profonda: sono lungi dall’essere uno strumento nelle mani degli uomini. È vero invece l’esatto contrario: sono gli uomini ad essere ridotti a strumento da parte dei media. Chi li controlla è in grado di creare quella mentalità che serve per prolungare il potere sugli uomini. Mentalità di cui la semplificazione è un aspetto, ma certo non l’unico. Se ne possono ricordare altri come: il novismo, per cui l’ultimo prodotto è necessariamente migliore dei precedenti (attribuendo una sorta di magia alla tecnica); l’appiattimento dell’uomo a semplice consumatore, che vale cioè per quello che consuma, non per ciò che produce o pensa o, semplicemente, è. La stessa comunicazione mediatica viene ridotta a consumo usa e getta, senza profondità, né possibilità di introiezione, di simbolizzazione, di senso critico…
Diseducazione. In tal modo i media distraggono e alienano dai veri problemi umani e politici. Pertanto svolgono quasi sempre una funzione diseducativa, quindi dannosa, persino violenta, specie nei confronti delle persone più giovani e sprovvedute. L’opinione pubblica non si costruisce più nel confronto con gli altri, ma nel conformarsi al format televisivo. L’antidoto contro questa deriva sarebbe anzitutto la scuola, ma il governo del centro destra ha riservato ad essa, oltre ai grembiulini, sostanziosi.. tagli di bilancio. Sembra di intravedere il disegno di screditare e indebolire le scuole pubbliche a favore di quelle private, più facilmente gestibili da questo potere. Dai mass-media, che potrebbero supplire alle gravi carenze educative del nostro Paese, è vano attendersi qualcosa di diverso dal sostegno agli interessi di chi li controlla. L’interesse economico e quello politico del gruppo che controlla il Paese coincidono nel mantenere questo anomalo stato di inferiorità mentale, alimentato da sport-spettacolo, veline e pubblicità.
Nuove forme di totalitarismo? Tutto ciò ha indotto qualificati studiosi a domandarsi se non siamo di fronte a nuove forme di totalitarismo: non più determinato da un’ideologia autoritaria e dalla presenza di dittatori, come quelli che hanno tristemente caratterizzato il secolo scorso. Totalitarismo invece che nasce dall’interno della stessa società liberal-democratica e che si presenta – apparentemente – al di fuori di ogni ideologia, almeno quelle del secolo scorso. Diversi autori si sono chiesti se i regimi totalitari di Hitler e Mussolini, che sono arrivati al potere per vie quasi solo legali, siano connessi con le loro peculiarità personali o se invece non siano connaturali al sistema liberal-democratico da cui sono provenuti[1]. L’attuale caso italiano potrebbe essere un esempio lampante di questa seconda ipotesi. Il potere mediatico, quello economico e quello politico, concentrati nelle stesse mani, portano ad una forma inedita di totalitarismo. Non è vero che non sia sostenuto da un’ideologia: “la crescita è il dio nascosto e la pubblicità la sua liturgia demenziale”[2]. Il dio quattrino è il vero pericolo, quello che ci viene subdolamente propinato al posto di quello uno e trino.