Brianzecum

Marzo 4, 2009

ESISTE ANCORA LA NATURA?

La crescita delle informazioni, delle conoscenze, del pensiero, in breve, della cultura e del progresso, spinge molti a ritenere ormai inesistente, o comunque inutile, il richiamo alla natura. L’idea di natura è infatti assai complesso e mutevole, così da dar adito a interpretazioni divergenti, ambigue, contraddittorie. Anche in ambiti assai qualificati e autorevoli, come la Pontificia accademia delle scienze, si è ben lungi dal registrare in proposito convergenze di pareri.[1] Tuttavia, sia in diversi rami delle discipline scientifiche e umanistiche, sia nella pratica quotidiana di ciascuno di noi, l’idea di natura sembra assai feconda, utile per progredire. Si tratta, evidentemente, di definire limiti e ambiti di applicazione. Possiamo cominciare con alcuni esempi concreti.

In economia il ricorso alla natura fu attuato nei secoli 18° e 19° dai primi economisti, detti classici, proprio allo scopo di dare una veste scientifica a quella che in precedenza era considerata una branca della filosofia o della morale: i rapporti dell’uomo con le cose e i bisogni. La riflessione sistematica su questi temi, che risale all’età antica, dava largo spazio alla volontà dell’uomo e non pensava che questa potesse essere intaccata da un ordine economico naturale sovrastante. Oggi, anche se la prevalenza degli economisti si ispira ancora all’ordine naturale dei classici, pur con significative varianti (corrente neo classica), non mancano agguerrite correnti neo volontaristiche, secondo le quali si riconosce la capacità della volontà umana di realizzare un ordine economico razionale non previsto né imposto dalla natura, pur non nascondendo “certe resistenze naturali che limitano l’arbitrio umano.”[2]

Ed ecco alcuni temi portati avanti dagli economisti classici. Parlarono ad es. di salario di sussistenza, al di sotto del quale i salariati morirebbero di fame, come livello normale o naturale in un’economia di mercato. Se infatti le remunerazioni degli operai salissero al di sopra di quel livello, essi avrebbero avuto più figli e, nel lungo periodo, sarebbe aumentata l’offerta di salariati, spingendo in basso il loro prezzo, cioè il salario. Analogamente i classici hanno indicato nel costo di produzione il livello “naturale” del prezzo dei beni prodotti. A differenza della rozzezza e inumanità della precedente idea di salario di sussistenza, sarebbe bene riscoprire e rivalutare quest’ultima idea della tendenziale uguaglianza tra prezzo e costo di produzione. Oggi infatti molti prodotti tecnologici, avendo un alto contenuto immateriale, si prestano a speculazioni e scambi ineguali col mondo povero, se si prescinde dal costo di produzione, come vorrebbero le teorie neo classiche. Un ultimo esempio può essere tratto dall’idea neo classica di saggio di disoccupazione naturale, quella che consentirebbe di evitare l’inflazione. Poiché ci sono le possibilità tecnico economiche di eliminare completamente la disoccupazione, poiché questa è un danno gravissimo a livello umano, prima ancora che economico, va respinta radicalmente questa idea di disoccupazione naturale: accettarla significherebbe porre l’uomo al servizio dell’economia, anziché viceversa. In ogni caso va sottolineato che non si può applicare l’idea obbligante di natura alle istituzioni umane (lo sono, ad es. mercato e capitalismo), dato che in esse la volontà dell’uomo è prevalente; al contrario deve essere impegno di tutti lo sforzo per migliorare qualità, umanità ed efficacia delle istituzioni stesse.

In svariati campi anche di interesse quotidiano è stata applicata l’idea di natura, talvolta proficuamente, talaltra meno. Sull’idea di famiglia, ad es. gli antropologi hanno trovato una varietà di modelli che rende arduo ritenere “naturale” il modello prevalente da noi, costituito da un uomo, una donna e i loro figli. In certi popoli tribali ad es. scompare il padre naturale e le sue funzioni verso i figli sono sostituite dal fratello della madre o altre figure. Da noi in questo campo abbiamo assistito negli ultimi decenni al passaggio dalla sottolineatura dell’istituzione matrimoniale come vincolo esterno civile o religioso, alla sottolineatura di quella che può essere considerata la natura del matrimonio: l’amore tra i coniugi. Si tratta di partire dalle persone anziché dalle istituzioni. In questo caso oggi forse andrebbe rivalutato anche il valore della istituzione perché la dialettica natura-istituzione è di solito feconda e consente progressi reali. Al di fuori della famiglia si potrebbero ricordare i progressi resi possibili dall’idea che esistono diritti naturali dell’uomo (dichiarazioni universali, diritto costituzionale..), oppure, in tutt’altro settore, l’alterazione degli equilibri climatici planetari conseguenti al mancato rispetto della natura morfologica del pianeta, che ha impiegato miliardi di anni per sottrarre dall’atmosfera quei gas serra che oggi noi vi rigettiamo spensieratamente, nel giro di pochi decenni, bruciando i fossili.

Nel campo della salute può essere portato un ultimo importante esempio della fecondità del tema della natura. Un enorme vantaggio si potrebbe ottenere se, anziché curare le singole malattie una volta manifestatesi, si riuscisse a potenziare le difese immunologiche nei confronti delle diverse aggressioni esterne, di cui ogni organismo è dotato per natura. Questo potenziamento, del resto, è già implicito nello stesso concetto di salute elaborato dall’OMS, come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale” e non semplice assenza di patologie. Si può ritenere che le medicine usuali non operino nel senso del potenziamento delle difese generiche naturali, ma spesso le deprimano: così che, dopo la guarigione grazie ad es. agli antibiotici, si cade in altre malattie. Se è vero che, sul piano fisico, il potenziamento delle difese passa principalmente dalla flora batterica (detta eubiotica) che alberga nell’organismo, in particolare nell’intestino, è ovvio che il fattore principale della salute vada ricercato in ciò che più influenza la flora intestinale stessa, cioè la quantità e qualità dell’alimentazione. Senza dimenticare peraltro il fondamentale fattore psichico, nonché – ciò che riassume tutto – la qualità della vita. A tal fine può servire non solo l’osservazione della natura (ad es. l’approfondimento della anatomia comparata tra uomini e animali in relazione al cibo, la non naturalità di molte sostanze che il mondo moderno ci propina), ma anche la saggezza delle diverse tradizioni alimentari, createsi nel corso dei secoli, quando le conoscenze scientifiche erano assai meno progredite di oggi e la conservazione della salute era spesso questione di vita o di morte.

In definitiva questi fugaci esempi mostrano quanto spesso l’osservazione della natura non vada disgiunta da saggezza, tradizione, buon senso. Questi costituiscono l’altra polarità da cui il progresso e il pensiero teorico non devono prescindere se vogliono essere efficaci e favorevoli all’uomo. Se oggi costatiamo macroscopiche incongruenze nello sviluppo economico e scientifico, come quelle sopra accennate (squilibri economici, effetto serra, diffusione delle malattie del benessere nel mondo ricco, della fame altrove..) è forse proprio perché è stata dimenticata quella polarità da parte della scienza, ma anche dei nostri comportamenti quotidiani – guidati dalla pubblicità più che dalla saggezza e dall’osservazione della natura. Siamo abbagliati dal progresso e trascuriamo la crescita umana, dalla scienza anziché dalla saggezza. Il progresso è diventato forse la più potente delle ideologie nascoste – se non addirittura un’idolatria – e va compensato con la polarità di natura e tradizione.

Da un incontro familiare con la partecipazione di economisti (Pasinetti, Brenna, Frey, Reati), don Alberto Sacco, imprenditori (Gavazzi), giuristi (Bellavite) il 30-8-08 in casa De Carlini.


[1] Changing concepts of nature at the turn of the millennium. Plenary Session, 26-29 October 1998, Vatican City, 2000, pp. 340.

[2] A. Fanfani, Storia delle dottrine economiche, in: Dizionario di economia politica, Ed. di Comunità, Milano 1956, pag. 1623.

Gennaio 27, 2009

BASI TEORICHE PER UNA RIVALUTAZIONE DELLA NATURA?

La tesi suggestiva di un giovane teologo e filosofo, Vito Mancuso, in un recente libro di successo[1], è che all’interno della natura (intesa nel senso dinamico originario, che fa nascere: infatti natura è contrazione di nascitura) Dio agisce “solo mediante un impersonale Principio Ordinatore che procede da lui nell’atto della creazione del mondo. Tale Principio è ciò che pone in ordine l’energia caotica in cui la natura inizialmente consiste. (..) A livello umano l’energia informe si chiama libertà e il Principio Ordinatore si chiama sapienza: l’intera vicenda umana consiste nell’ordinamento della libertà informe secondo la forma disciplinata e stabile della sapienza. Questo vale tanto per l’umanità nel suo insieme quanto per il singolo. (..) La sapienza, ben prima di essere una proprietà della mente umana, è la proprietà della natura e anzi può giungere a essere una proprietà della mente umana solo perché prima appartiene alla natura, di cui la mente umana è il risultato più alto” (pp. 303-304). L’idea che la sapienza è una proprietà della natura ribalta una tradizione millenaria secondo la quale si chiedeva agli uomini di prendere le distanze dalla natura, specie da quella inferiore (l’animalità), al fine di potersi elevare verso lo spirito. Secondo questa nuova proposta invece la natura potrebbe avere un importante ruolo normativo; pertanto sarebbe vantaggioso per l’uomo ricercare le leggi intrinseche alla natura e conformarsi ad esse.

Libertà. Sono interessanti anche le conseguenze deducibili da questa impostazione. “Il Dio trascendente e personale dà origine all’energia in cui il mondo materialmente consiste tramite l’impersonale Principio Ordinatore e poi, per suo tramite, solo per suo tramite, le dà forma. Tale ordinamento divino dell’energia ha un fine preciso: la nascita della libertà. Per questo il principio divino alla guida del mondo assume il volto dell’impersonalità. Se ci fosse un Supremo Ente personale alla guida del mondo (..) la libertà non potrebbe nascere. E infatti, non è nata in quelle coscienze che pensano il mondo supremamente governato dall’alto, di cui i fondamentalisti presenti in ogni religione sono la forma più emblematica. Non è certo un caso che chi pensa il mondo come governato inderogabilmente dall’alto generi sistemi politici in cui il potere (autoritario) discende inderogabilmente dall’alto” (pp. 304-305). “Ci sono persone per le quali il principio di fedeltà all’autorità è la cosa più importante, anche della luce della coscienza, e se la Chiesa gerarchica dice che una cosa è nera, essi, come voleva Ignazio di Loyola, dicono che è nera, anche se la vedono bianca. Si tratta di un atteggiamento anche riscontrabile altrove, per es. in politica, dove pure vi sono parrocchie, dogmi, autorità. C’è un bisogno di appartenenza dell’anima umana che spesso è più forte dell’esigenza di verità” (p. 314). Un’altra conseguenza è la conformità alla ragione – qualità intrinseca della natura umana – di ogni credenza che si accetta per fede, secondo un concetto che risale a S. Tommaso e Aristotele: porre “nei principi noti in base alla natura il criterio con cui leggere e vagliare la rivelazione storica, e non viceversa” (p. 312).

Evoluzione. Mancuso, come si sarà già capito, sostiene la visione evoluzionistica ereditata da Teilhard de Chardin. La sapienza cosmica, principio impersonale che governa il mondo, si manifesta nella crescita dell’ordine, della informazione, della complessità. L’impersonalità comporta che questa crescita avvenga spesso a spese del dolore dei singoli (sciagure naturali, malattie genetiche..). “Queste cose e molte altre ancora dimostrano che il mondo non è un disegno concluso, ma è un processo che si va in ogni minuto costruendo” (p. 309). Non c’è un settimo giorno in cui si possa considerare conclusa la creazione, come dice letteralmente la Bibbia. Questa cessazione va intesa, secondo Mancuso, come “il distacco tra il Dio personale trascendente che ha portato a termine il suo lavoro, e il processo evolutivo del mondo che non è per nulla terminato e che viene affidato all’impersonale sapienza cosmica quale Principio Ordinatore. È questo il volto con cui il Dio personale ed eterno si rende presente nel tempo. (..) Ancora oggi però per molti cattolici la forma abituale e naturale del pensare è rimasta l’altra: che il mondo è già costruito e che si tratta solo di conservarne intatta la natura” (p. 310).

In definitiva, se si esce dalla logica tradizionale e si recepisce questa prospettiva evoluzionistica, ecco che si delineano per l’uomo molteplici nuovi impegni: appellarsi alla razionalità e alla ricerca piuttosto che al principio di autorità, favorire l’evoluzione del mondo ai diversi livelli: educativi, politici, mediatici.., allargare la sfera delle libertà, ricercare la sapienza anche nella natura e sforzarsi per conformarvisi. Quest’ultimo obiettivo sembra particolarmente promettente nel campo della salute, dell’agricoltura, dell’alimentazione, forse anche dello sport, gli ambiti cioè che più hanno a che fare con gli equilibri naturali.


[1] Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, ed. Cortina, Milano 2007.

Ottobre 16, 2008

QUALE PERCORSO EVOLUTIVO NELLA NATURA?

Circa 3,5 miliardi di anni fa ebbero origine le prime forme di vita sul pianeta Terra, il quale si era formato un miliardo di anni prima. La materia ha intrinseche capacità di evolversi, con il passaggio a molecole e forme di vita sempre più complesse. Recenti esperimenti hanno dimostrato la possibilità della formazione di forme iniziali di vita partendo dalla materia inerte. Pertanto l’idea che la vita vegetale e animale abbia avuto origine dalla terra è abbastanza accettata dagli studiosi. Non sono mancati coloro che hanno tentato di estendere il processo evoluzionistico anche al campo religioso e spirituale. Forse il caso più emblematico è quello di Teilhard de Chardin, il “gesuita proibito”. Pur vivendo in un contesto altamente ostile al materialismo dilagante, ribaltò il giudizio esprimendo una particolare attenzione per la materia:

Benedetta sii Tu, universale Materia,
Durata senza fine, Etere senza sponde,
triplice abisso delle stelle, degli atomi e delle generazioni,
Tu che eccedendo e dissolvendo le nostre anguste misure
ci riveli le dimensioni di Dio
.[1]

Dai suoi studi di paleoantropologia allargò l’orizzonte fino ad affermare: “Credo che l’Universo è un’Evoluzione. Credo che l’Evoluzione va verso lo Spirito. Credo che lo Spirito si compie in qualcosa di Personale. Credo che il Personale supremo è il Cristo-Universale.”[2]

Il pensiero evoluzionistico di Teilhard de Chardin comporta alcuni termini a lui propri come noosfera: si tratta della sfera del pensiero umano, che va sviluppandosi dopo la geosfera (materia inanimata) e la biosfera (vita biologica). Come lo sviluppo della vita ha trasformato in maniera significativa la geosfera, così lo sviluppo della conoscenza sta trasformando radicalmente la biosfera. Nel passaggio dalla geosfera, alla biosfera e alla noosfera, si può constatare quella che Teilhard ha chiamato legge di complessità e coscienza. L’universo è in costante evoluzione verso livelli più elevati di complessità e di coscienza. Il punto supremo verso cui converge è chiamato da Teilhard Punto Omega: un nome che rimanda al libro dell’Apocalisse. Non è solo il punto di arrivo del processo evolutivo, ma la causa per la quale l’universo si muove in quella direzione. È indipendente dall’universo che si evolve, quindi trascendente, e identificato nel Logos biblico, ossia in Gesù Cristo, persona per eccellenza. Pertanto, oltre a complessità e coscienza, l’evoluzione comporta anche una maggiore personalizzazione. Pur in quest’ampia prospettiva e nonostante difficoltà e tentennamenti verso quella direzione, la noosfera è un’opera umana, e l’umanità deve assumersi la responsabilità del futuro non solo della specie ma del cosmo tutto intero. In effetti oggi possiamo riconoscere che lo sviluppo della noosfera (di cui internet è un’espressione evidente e di proporzioni forse inattese) si accompagna a una probabile distruzione della biosfera. Occorre riconoscere a Teilhard una sensibilità ecologica non comune, in tempi nei quali questa espressione non era neppure usata.

La gerarchia cattolica ha pesantemente ostacolato l’opera e la vita di Teilhard. Già inizialmente, nel primo dopoguerra, quando lui, nel tentativo di conciliare la teoria evoluzionista e la dottrina del peccato originale, aveva espresso opinioni non conformi alla dottrina ufficiale della Chiesa, i superiori del suo ordine, con un provvedimento disciplinare, lo costrinsero a dimettersi dall’insegnamento di materie filosofico-teologiche, lo invitarono a non pubblicare più nulla su questi temi e gli imposero il trasferimento in Cina, dove rimase dal 1926 al 1946. Tornato in Francia ebbe incarichi nel campo della ricerca scientifica, ma il suo pensiero religioso fu sempre osteggiato, anche per l’eccessivo rilievo dato alla natura. Nel 1951 fu mandato negli Stati Uniti, dove morì nel 1955. Nel 1958 un decreto del Sant’Uffizio, presieduto dal cardinale Ottaviani, impose alle congregazioni religiose di ritirare le opere del gesuita da tutte le biblioteche. Nel documento si può leggere come i suoi testi “racchiudono tali ambiguità ed anche errori tanto gravi che offendono la dottrina cattolica” per cui si imponeva al clero di allertarsi per “difendere gli spiriti, particolarmente dei giovani, dai pericoli delle opere di P. Theilard de Chardin e dei suoi discepoli”. Può aver commesso errori metodologici o salti logici nel passare dalle scoperte evolutive nel campo della paleoantropologia al ruolo del divino negli accadimenti della storia, ma non si vede quale pericolo possa costituire, specie per i giovani, l’indicazione, prospettata da Teilhard, di una finalizzazione, di una evoluzione anche dello spirito, oltre alla riaffermazione dell’universalità del messaggio cristiano – spesso dimenticata da una chiesa che fatica ad aprirsi alle realtà esterne. Il riconoscimento più autorevole dell’ottusità e miopia della gerarchia ecclesiastica nei confronti del gesuita francese venne forse dall’allora cardinale Ratzinger, adesso papa Benedetto XVI, quando ammise che uno dei documenti principali del Concilio Vaticano II, la Gaudium et Spes sulla chiesa nel mondo contemporaneo, è fortemente permeato dal pensiero di Teilhard[3] (con l’ottimismo che manifesta verso il mondo e la materia, l’attenzione ai segni dei tempi..).

Segni dei tempi. Si legge ad es., nella Gaudium et spes, che “è dovere permanente della Chiesa scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini” (n. 4); subito delinea in fame, ingiustizie, squilibri, guerre i principali motivi di inquietudine di quel periodo. Meno presenti invece le preoccupazioni per gli aspetti ambientali, scoppiate con evidenza più tardi, ma già anticipate da Teilhard e indicate alla responsabilità degli uomini. Un analogo appello alla responsabilità si è levato, sempre mezzo secolo fa, da un altro profeta e martire della follia nazista: Dietrich Bonhoeffer. Partendo più specificamente dalla meditazione biblica, intuì l’autonomia delle realtà terrestri rispetto al divino, in un mondo diventato “adulto”; parlò di laicità, di un “cristianesimo non religioso”, del dovere di assumersi le proprie responsabilità, anche verso la collettività. Non è vero che non cade foglia che Dio non voglia; le foglie cadono per l’autunno, il vento… cioè per cause naturali, che Dio rispetta. Anche l’uomo deve rispettare la natura e impedire con ogni mezzo che si compi la distruzione della biosfera, in pochi decenni di consumi impazziti, dopo tre miliardi e mezzo di anni di evoluzione. E nessuno dovrebbe permettersi di chiedere a Dio di salvare l’ambiente, senza aver fatto prima quanto è in suo potere fare, ad es. con i propri consumi o con l’impegno politico. L’ambiente, dunque, assieme alla pace e alla giustizia, dovrebbero essere oggi al vertice delle responsabilità di tutti gli uomini, credenti o non credenti che siano.


[1] Teilhard de Chardin, Inno alla Materia

[2] Teilhard de Chardin, In che modo io credo, 1934

[3] Joseph Ratzinger, Principi di Teologia cattolica, Roma 1987

Agosto 12, 2008

STRATEGIA LOCALISTA CONTRO LA MERCIFICAZIONE DELLA VITA*

Oggi i climatologi non dispongono ancora di modelli di simulazione della realtà mondiale che consentano di valutare con grande precisione l’andamento della temperatura del globo e gli effetti conseguenti sulla vita. È accertato però che se l’aumento dovesse superare i 4-5° la vita sulla terra scomparirebbe nel giro di due decenni. Secondo i 3.500 esperti che lavorano attorno all’IPCC (International Panel on Climatic Change), un obbiettivo ragionevole e necessario é quello di contenerlo al di sotto dei 2°. A questo fine bisogna ridurre del 50% (media mondiale) le emissioni di CO2 entro il 2050 rispetto al 1990. Se si pensa che attualmente si sta contrattando tra i paesi più accorti una riduzione di appena il 20%, che il massimo inquinatore del mondo, gli Stati Uniti, rifiuta di prendere qualsiasi impegno (perché “the american way of life is not negotiable” come hanno ripetuto da anni Bush padre e figlio) e che in paesi grandi come la Cina e l’India stanno esplodendo i consumi energetici, si comprende quale sia il compito immane che dovrà affrontare l’umanità se vuole sopravvivere.

Fare sistema. Indagare sulle cause dell’aumento del CO2 nell’atmosfera equivale a mettere in discussione il modello di vita e di sviluppo dell’umanità e soprattutto le filosofie – spesso nascoste – da cui è animato, ad es. la mercificazione della vita, l’identificazione tra qualità e quantità del consumo. Richiede quindi cambiamenti radicali, profondi e urgenti. La risposta dei potenti a chi esprime esigenze di cambiamento di solito è la seguente: comincia a cambiare tu; sanno benissimo che in tal modo nulla cambierà (per loro). Se anche tutti noi mettessimo pannelli solari sul tetto, il risparmio energetico sarebbe un’inezia rispetto a quanto consuma un aereo militare o alle cifre enormi (quasi 1500 miliardi di $ all’anno) che si spendono nel mondo per fare o preparare guerre. Maggiori possibilità di incidere si avrebbero se, anziché iniziative di persone isolate, ci si muovesse in gruppo ed a livello collettivo: l’adozione, ad es., di energie rinnovabili per interi quartieri o Comuni. Ciò che è importante è fare sistema: questo dovrebbe essere recepito soprattutto in Italia, dove non mancano operatori geniali ai vari livelli (artigiani, imprenditori, docenti..), che però di solito sono incapaci di operare in coordinamento con gli altri. Oggi diventa sempre più necessaria questa capacità di operare “in rete”, assieme ad altri per poter incidere e cambiare le cose. Per quanto riguarda il nostro tema, è a livello locale che risulta più facile mostrare come la mercificazione della vita comporta l’esproprio dei beni pubblici e la riduzione della qualità della vita. Il bene comune del proprio territorio è più facilmente percepibile di quello di ambiti maggiori. Il che spiega perché l’opinione pubblica é più facilmente incline a mobilitarsi contro la mercificazione dell’acqua comunale, la privatizzazione degli ospedali locali o il dissesto ambientale sul proprio territorio anziché lottare contro gli stessi eventi a livello europeo; sul quale peraltro é di solito meno informata. Il livello locale può essere il cavallo di Troia per avvicinarsi al livello globale, per salvare il pianeta.

Una nuova narrazione del mondo e della vita è certamente la prima azione da intraprendere. La narrazione oggi dominante della globalizzazione liberista e individualistica si fonda su una mistificazione totale e sistematica di quel che sta avvenendo nel mondo. Equipara la concorrenza economica alla lotta “naturale” per la sopravvivenza degli animali predatori. Capitale, mercato e impresa è il nuovo dio trinitario che salverà il mondo attraverso liberalizzazioni, deregolamentazioni, privatizzazioni. Ha fatto accettare l’idea che non vi siano più le condizioni per assicurare il diritto alla vita a tutti. La logica del profitto è quella di allargare sempre più l’area delle risorse da sfruttare. Non solo i beni comuni, ma anche il lavoro umano diventano merce, proprietà del capitale privato e, quindi, un costo da ridurre il più possibile o addirittura da eliminare. Così sono sempre più frequenti fabbriche automatizzate senza personale, treni senza guidatori, scuole senza insegnanti e così via. Il valore di un lavoratore, quale che siano le sue funzioni, manuali o direzionali, dipende dal suo contributo alla creazione di valore per il capitale finanziario. Bassa creazione, basso valore; creazione inferiore ad un altro lavoratore, biglietto per la disoccupazione.

Quattro patti. Per capovolgere questo sistema, inefficiente ed iniquo, si deve operare in vista della realizzazione di quattro patti fondamentali a livello globale: patto per la vita, patto per la Terra, patto per la democrazia e patto per l’alterità. La vita è un valore supremo da garantire non solo a tutti gli esseri umani, ma anche a tutte le specie viventi. Per quanto riguarda il patto per la Terra, la priorità deve essere data alle politiche di cura, salvaguardia, risparmio e valorizzazione giusta delle risorse del pianeta, tenendo presenti anche le esigenze delle generazioni future. In realtà, le politiche e le pratiche ecologiche – si pensi a ciò che significa concretamente e quotidianamente il tanto proclamato “sviluppo durevole”, che di durevole ha soprattutto la retorica – restano ancora oggi prevalentemente antropocentriche. Non sono pensate in funzione del diritto alla vita di ogni vivente. Ora, la terra può vivere anche senza l’uomo, ma non viceversa. É urgente modificare radicalmente i sistemi di produzione agricola, riorientando l’agricoltura verso la soddisfazione dei bisogni locali e non per la produzione competitiva di prodotti per l’esportazione: sia per evitare assurdi costi di trasporto, sia per sollecitare il controllo dei consumatori su quello che mangiano. L’impronta ambientale dell’agricoltura attuale é insostenibile da tutti i punti di vista. Riguardo il patto per la democrazia é evidente che non si può far morire la democrazia rappresentativa lasciando il reale potere politico alla potenza dei soggetti forti dell’economia finanziaria multinazionale. La democrazia rappresentativa deve essere rivalutata e rigenerata promuovendo al tempo stesso forme effettive di democrazia partecipativa e diretta. Siamo ben lontani, oggi, da una reale partecipazione dei cittadini agli affari collettivi. Infine, il patto per l’alterità parte dal principio fondamentale che senza l’altro non posso esistere, non posso definire me stesso. L’esistenza dell’altro é condizione indispensabile per la mia propria esistenza e benessere. Non “si cresce” contro l’altro, in rivalità con l’altro, ma in cooperazione e solidarietà (corresponsablità) con l’altro. L’individualismo egoistico competitivo è una piaga del nostro modello di sviluppo da combattere con ogni mezzo.

*Dalla relazione del prof. Riccardo Petrella alla 39a sessione della Scuola di pace nazionale Ofs Minori, tenutasi a Roma il 27 aprile 2008, sul tema generale “Creato, finanza e beni comuni, Bene comune e rischio di mercificazione globale”.

Bibliografia: R. Petrella, Una nuova narrazione del mondo, EMI, Bologna 2007.

Agosto 9, 2008

VIOLENTARE O IMITARE LA NATURA?

Alla natura si comanda soltanto obbedendole.” Questa affermazione di Bacone può essere verificata da chiunque abbia a che fare con agricoltura, biologia, salute e altre attività che la riguardano. Invece oggi è più frequente per tutti noi assistere ad episodi di vera e propria violenza contro la natura: in campo urbanistico, ma anche biologico, agricolo, forestale ecc. Cosa si può intendere per violenza? Letteralmente vuol dire alterare con la forza le intenzioni o le finalità dell’essere violentato. E implicito anche un atteggiamento soggettivo: chi esercita violenza non riconosce l’essere violentato come titolare di diritti ma, viceversa, pone se stesso come detentore di potere sull’altro, come misura, in certo senso, del diritto altrui. Esercitare violenza sulla natura vuol dire, oltre a negarle valori e finalità, non riconoscerla come essere che vive, che, anzi, è la fonte di ogni forma di vita. Forse questa idea di natura è più diffusa presso la gente comune rispetto a chi opera in campo scientifico, ma la sua realtà ha accompagnato l’uomo fin dalle sue origini. Possiamo individuare tre concezioni principali, sviluppatesi nel corso dei secoli e in parte tuttora coesistenti.

Concezione arcaica. I primitivi probabilmente percepivano nella natura una forza originaria che genera, e non può pertanto che essere viva. Pur esprimendo presto la volontà di comprenderla e anche di dominarla, non le negarono la riverenza e il timore. Quindi la natura fu essenzialmente concepita come animata, tanto che furono operate innumerevoli personificazioni o deificazioni delle forze naturali, nel quadro di un ricco linguaggio simbolico. Alcuni aspetti di questa concezione mitica e animistica della natura permangono ancora oggi. Basti pensare ai fiumi sacri dell’oriente, all’albero natalizio, o alle disparate proposte che oggi vengono avanzate specie nei confronti degli animali, di cui talvolta si negano differenze rispetto agli uomini. Altri sostengono che bisogna seguire in tutto la natura, considerata sempre positivamente, una sorta di paradiso terrestre.

Concezione biblica. Come altre religioni trascendenti, il messaggio biblico operò anzitutto una netta separazione tra la natura e Dio, il creato e il creatore. La natura creata, nella Bibbia, viene inoltre affidata da Dio all’uomo perché la domini e la custodisca. Viene pertanto assegnato un posto centrale all’uomo, che diventa, in certo senso, il fine della natura. Va sottolineato tuttavia che, secondo una corretta interpretazione del messaggio biblico, la natura viene affidata all’uomo non perché quest’ultimo la sfrutti arbitrariamente per fini egoistici, ma perché la viva nella fraternità. Se ciò è vero, si comprende di quanto se ne sia allontanato l’uomo moderno, con il suo vorace sfruttamento della natura, senza esitare a distruggere risorse naturali che dovrebbero servire ad altre persone o alle generazioni future. Tuttavia non è infondata l’opinione che la visione biblica, con la sdivinizzazione della natura e la sua finalizzazione all’uomo, abbia costituito una premessa per lo sviluppo occidentale (registratosi in gran parte in paesi con religioni bibliche). Va infine sottolineato che nella visione biblica la natura non è un oggetto amorfo e privo di significato. Dio, in ciascuna delle tappe della creazione (i giorni della genesi), la definiva “buona” e questa bontà ha il significato di perfezione intrinseca, di ordine, di bellezza e di finalizzazione[2].

Concezione moderna. Agli albori della rivoluzione scientifica fu ripresa la dottrina fisica degli antichi atomisti epicurei: avevano avanzato una visione disincantata della natura, togliendovi l’intervento divino. L’avevano ridotta a un movimento di atomi, dal quale l’uomo non ha più nulla da temere né da sperare; deve soltanto cercare la propria felicità nella serenità dell’animo e nelle gioie dell’amicizia: con “sovrana indifferenza” di fronte alla natura. L’era moderna riprese questa concezione atomistica della natura, operandovi però un profondo cambiamento nella finalità. Invece della sovrana indifferenza fu proposto un interesse attivo: conoscere la natura per poterla dominare. Analogamente si negò ogni valore attribuibile alla natura per essere stata creata “buona” ed evocare la perfezione del Creatore. Ecco aperta la via per la progressiva riduzione della natura fino a considerarla un puro oggetto, nelle mani dell’unico soggetto: l’uomo; un oggetto che non esprime intenzioni, valori, finalità, ma che deve esclusivamente servire per gli interessi dell’uomo. In questo contesto oggi può apparire persino inusuale parlare di violenza verso la natura.

L’esplodere del problema ecologico spinge oggi a rivedere la nozione di natura che ci è più comune, quella moderna. Va riconosciuta alla natura un suo valore intrinseco, una sua soggettività; vanno evitate in tutti i modi le violenze contro la natura, quasi sempre dovute a miopi speculazioni o alla ricerca sfrenata del profitto. Certo non va dimenticato che la natura oltre ad essere madre, è anche matrigna: non esita a distruggere e uccidere con le calamità naturali e con le leggi inesorabili dei limiti alla vita. Ma quel “buono” pronunciato dal Dio biblico invita a ricercare maggiormente quello che c’è di positivo nella natura, così come, in certa misura, di “lasciar fare” alla natura, di affidarsi a lei. La positività della natura è stata accentuata, di recente, dalla scoperta delle capacità intrinseche della materia di evolvere, con il passaggio a molecole e forme di vita sempre più complesse. Così la natura può acquisire un valore normativo che esula dal campo biologico per arrivare anche a quello filosofico e spirituale.


[1] A. Rizzi, “Oikos”, la teologia di fronte al problema ecologico, in: “Rassegna di teologia” n.1 1989, pag.29.

COLONIZZAZIONE DEL TEMPO

Il tempo non è denaro. È spazio dell’amore. Uno spazio in cui la prodigalità è un investimento, lo sperpero è un affare e le uscite, invece di impoverirlo, raddoppiano il capitale. Grazie allora a voi che date anima alle tante opere di volontariato, perché le pagine più belle di questo strano trattato di economia (l’unico che non condurrà mai sull’orlo del fallimento) il nostro vecchio mondo di furbi inutili le sta imparando da voi”. Con queste parole, rivolte ad un convegno sul volontariato, un profeta del nostro tempo, Mons. Tonino Bello, contestava la “banalità e l’impoeticità” del noto detto, che esprime l’idea di tempo oggi invalsa.

Gratuità del tempo. S. Francesco fu testimone e acerrimo nemico dei primi passi che portarono all’attuale concezione del tempo, legata appunto al denaro: il sistema mercantile, incarnato da suo padre Bernardone, con il prestito del denaro a interesse. Scalzava l’idea della sacralità del tempo, che appartiene a Dio e che non può essere oggetto di appropriazione da parte dell’uomo perché sfugge; tempo che deve avere una ciclicità (come quella della natura) e lasciare spazi per la rigenerazione, garantendo così la continuità e la durevolezza della vita. La parabola degli operai pagati allo stesso modo per tempi di lavoro diversi (Mt 20,1-16) è un esempio significativo dell’idea di gratuità del tempo (dono di Dio) che prevale nel Vangelo. Del resto la chiesa si è per lunghi secoli opposta al prestito ad interesse, proprio in nome della gratuità e del fatto che per coloro che possono prestare denaro, questo è superfluo.

Concezione lineare del tempo. Con la modernità il tempo è stato ridotto a quantità e misurato sempre più secondo i parametri dell’utilità, del profitto, del successo. Divenne quindi fonte di competizione e ricerca di spazi di conquista. Con l’idea di progresso e di sviluppo, si affermò una concezione lineare del tempo, secondo cui esso progredisce in una certa direzione. E la direzione fu individuata in quella percorsa dai paesi più sviluppati. Così la storia è stata ridotta a quella dell’occidente e i punti di vista non occidentali tacciati di passatismo o primitivismo. “Da quando il modellarsi sull’esempio dei colonizzatori sta alla base della nozione di sviluppo imposto, la storia è stata ridotta all’imitazione della cultura più egoista che esista, e tale imitazione viene definita come progresso e modernizzazione.”[1] Ciò comporta, in altri termini, indicare la smemoratezza come un dovere, un invito a dimenticare il proprio passato individuale e collettivo, in quanto privato dei ricchi valori e significati che aveva in precedenza, in nome del denaro e degli altri valori sostenuti dai poteri dominanti. Per questo il novellista cecoslovacco Milan Kundera ha sostenenuto che “la battaglia dei popoli contro il potere è la battaglia della memoria contro l’oblio”. In occasione di ricorrenze tragiche, come olocausti o guerre, si ribadisce il dovere della memoria, ma nella quotidianità questa resta schiacciata dalla “marmellata” mediatica, dove la memoria del passato “non paga”.

Le utopie sociali sono un altro esempio dello sforzo che è stato fatto nella modernità di dominare il tempo, in questo caso il futuro. La più importante di esse è certamente il comunismo marxista, crollato miseramente col muro di Berlino: oltre alla pretesa di dominare il tempo, conteneva altri errori di fondo, come la concezione materialistica della storia e la sostanziale negazione della libertà dell’uomo, in quanto mosso in prevalenza dagli interessi economici. L’oblio della memoria collettiva è oggi particolarmente percepibile negli ex paesi dell’est.

Usi impropri del tempo non mancano oggi ancora. Aumenta il tempo libero, ma si vede sempre più gente indaffarata. In molti casi si tratta di una posa. Parecchie persone considerate importanti credono che il farsi sospirare sia piuttosto una prova del loro potere che una manifestazione di cattivo gusto. È solo un secolo che è “scoppiata” la velocità, e con essa il turismo, anche lontano. Ma si può ben dire che è morto il viaggio. Viaggiare vorrebbe dire innanzitutto osservare, ascoltare, valutare le diversità e domandarsene il perché, cercare di capire, fare confronti. Andare piano, riflettere e accumulare esperienze. Viaggiare per sapere, viaggiare per cambiare. La velocità e il consumismo turistico nascondono tutto ciò, lasciano solo ricordi superficiali: stazioni, aeroporti… tutti uguali.

In definitiva una riflessione sull’uso del tempo nella nostra società, la sua monetarizzazione ed il confronto con altre culture o con il nostro uso in altri tempi, può essere un primo campo per un esame critico del nostro benessere e lo sforzo di capire quanto possiamo imparare dalle altre culture.



[1] Vandana Shiva, La fine della storia. Un mondo che vive alle spalle del futuro, in: “Azione nonviolenta” nov 1992, p.IV.

COLONIZZAZIONE DELLA TERRA

Il Far West è sinonimo di grandi spazi liberi, abbondanza di risorse naturali a disposizione di chiunque voglia “metterle a frutto”. Evoca pure una scarsità di regole cui doversi sottoporre. La mentalità del Far West è diventata una sorta di ideologia nascosta nel nostro atteggiamento occidentale, qualcosa di cui non ci rendiamo conto, ma che risulta con certezza se ben riflettiamo. Si pensi ad es. alla vicenda delle colonie, con cui le potenze europee vedevano nei territori oltremare spazi disponibili per il loro interesse. Si pensi, ancora oggi, alla distruzione del patrimonio forestale, anche nel nostro stesso paese, causa vera della carenza di acqua nel caso di siccità e dei disastri idro-geologici nel caso di forti intemperie. Nei paesi del terzo mondo la folle distruzione delle foreste tropicali, che continua ad avanzare quasi ovunque, magari col pretesto dall’urgenza della fame, è un altro esempio dell’operare di questa inarrestabile ideologia, che ormai ha contaminato tutto il globo.

Il profitto, non la fame, è di solito il vero motore dello sfruttamento della terra, in particolare il profitto delle multinazionali e di coloro che le controllano. Basti ricordare quanto sta avvenendo in India: dispone di abbondanti giacimenti di bauxite (il minerale da cui, con l’impiego di molta energia, si ricava l’alluminio), ma questi giacimenti sono in buona parte in territori abitati da popoli tribali. Per sfruttare i giacimenti e produrre alluminio, è necessario scacciarli dalle loro terre, sia perché di solito si preferisce fare miniere a cielo aperto, sia per potere costruire dighe e bacini per produrre energia elettrica. L’ambiente viene pure compromesso dagli inquinamenti che derivano da queste produzioni e per l’alterazione dei corsi d’acqua. Ma perché si produce alluminio? Non certo per i bisogni locali, ma per venderlo a noi, paesi ricchi, che possiamo così evitare i connessi danni ambientali e mantenere la nostra qualità di vita. Come conseguenza della costruzione di una diga completata nel 1984[1], per la quale si seguì la formula “soldi in cambio di terra”, oggi 50.000 persone soffrono di una situazione di fame cronica.

I costi sociali e ambientali dello sviluppo sono quindi pagati dai poveri, anche del terzo mondo; analoghe a quelle indicate sono le vie attraverso cui si producono i “profughi dello sviluppo”, si incrementano le file degli urbanizzati e degli immigrati, si alimentano i fenomeni deprecabili della prostituzione, delinquenza…: sono sottoprodotti dello sviluppo, conseguenza del nostro benessere! Per valutare appieno i danni che si provocano, si deve anche ricordare che molti popoli tribali hanno con la terra un rapporto ben più stretto del nostro: considerano la terra come madre, talvolta si sentono indissolubilmente legati con essa e la considerano inalienabile. Quando, come conseguenza della ideologia occidentale, diventa oggetto di compra-vendita, cioè merce, anche loro si sentono merce. Del resto è un fatto storico ben noto che, nell’era coloniale, nel pieno dell’ideologia del Far West, è diventata comune la compra-vendita degli schiavi.

Purtroppo questa ideologia è ancora imperante ai nostri giorni; anzi, il vento liberista pretende di togliere regole e vincoli all’azione degli operatori economici, vede con favore l’avanzare della privatizzazione e della monetarizzazione di certe terre, di altre risorse naturali e persino di servizi, che dovrebbero essere a disposizione gratuitamente per tutti: si pensi agli usi civici su pascoli o boschi, che nel passato restavano a disposizione dei poveri, mentre oggi si cerca di liquidare al più presto perché di intralcio al commercio; si pensi all’acqua, dovunque di importanza fondamentale, il cui accesso dovrebbe essere garantito gratuitamente per tutti, specie nei paesi poveri; si pensi a certe conoscenze, anche attinenti al settore pubblico, che sempre più spesso vengono privatizzate e diventano accessibili solo a pagamento.

Nella visione biblica la terra appartiene a Dio: “perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini” (Levitico 25,23); quindi non può appartenere definitivamente agli uomini. Le norme giubilari prevedono, al massimo ogni 50 anni, la restituzione ai proprietari originari delle terre acquistate, in modo che a nessun povero possa mancare ciò che è indispensabile per la sua sopravvivenza. Noi invece facciamo della terra oggetto di avidità, di sfruttamento, di guerra… Forse dovremmo ancora riuscire a scorgere il messaggio della saggezza biblica che ci invita al rispetto della terra nei suoi primari valori sociali e ambientali.


[1] Upper Kolab Multipurpose Project, cfr: J. Colajacono, India, quando arrivano le multinazionali, in: Cipsi, “Solidarietà internazionale” n.3, 2000, p.17.

Agosto 6, 2008

FINE DELLE IDEOLOGIE?*

Quando funzionavano le scuole-quadri del PCI, della DC, del PSI, nel nostro paese venivano tramandate ideologie politiche coerenti in sé stesse. Oggi sono finiti i vecchi partiti e si è decretata la fine delle ideologie. I partiti sono stati sostituiti da coalizioni elettorali, verso le quali l’atteggiamento degli elettori dovrebbe essere simile a quello del tifo sportivo. Quale ideologia spinge a preferire una squadra a un’altra, un corridore a un altro? Nessuna ideologia, evidentemente, solo un atteggiamento epidermico di simpatia, pregiudiziale, preconcetto. Qualcosa di simile sta avvenendo alla politica: diventa sempre più assimilabile a uno spettacolo (il “teatrino” della politica, appunto), sempre più soggetta agli umori fluttuanti di telespettatori distratti, piuttosto che a una maturazione razionale e a scelte convinte di elettori responsabili. Si possono così porre alcuni interrogativi: si può vivere senza ideologie o credenze o idee forti? Siamo di fronte a una deriva politica ineluttabile o a una scelta voluta da qualcuno? Sono davvero finite le ideologie o sono sostituite da qualcos’altro?

Credenze nascoste. È uno sforzo indispensabile – quanto raro – cercare di comprendere quali sono le nostre credenze nascoste, rendendole visibili e comprensibili, perché, “quanto più restano sotterranee e non identificate, tanto più sono potenti e possono trasformarsi in ideologie strette e persino in fondamentalismi” (pag. 176). Di solito siamo portati ad associare questi ultimi e le credenze fanatiche, al campo della religione, ma se ne possono trovare anche altrove, in politica, scienza, economia. Si può ritenere che ci sia fondamentalismo quando una ideologia, che offre una spiegazione totale del mondo e della condizione umana, esercita il potere considerando chi non vi aderisce eretico, nemico, addirittura il Male, non meritevole di dialogo ma da eliminare. Questa era, ad es. l’atteggiamento politico teorizzato da Stalin e praticato pure dai totalitarismi di destra. Anche per i loro simboli, erano facilmente identificabili. Le grandi credenze contemporanee (fiducia nella potenza del denaro, della scienza, del consumo, del successo…) non sono invece connotare da simboli precisi e possono essere particolarmente insidiose. Di solito sono caratterizzate dal rifiuto del trascendente, del mistero, delle fedi religiose, considerate per loro natura reazionarie. Portano spesso all’inversione tra mezzi e fini, tra sacro e profano e persino tra soggetto e oggetto (pag. 181). Ecco alcuni esempi.

Fiducia nella crescita economica. Il potere economico (multinazionali, finanzieri, grandi ricchi, associazioni padronali..) tende ad appropriarsi anche del potere mediatico (tv, cine, stampa..). Il motivo è evidente: se la gente ragiona in un certo modo, il potere stesso ne trae beneficio. E il modo suo di ragionare è quello di porre l’economia al vertice dei valori umani. Sessant’anni fa, quando fu scritta la Costituzione della Repubblica con largo accordo tra le componenti di opposto schieramento, liberale, marxista e cattolico, si parlava molto di bene comune: ad esso facevano continuo riferimento i dibattiti politici e le leggi. Oggi questa nozione è quasi scomparsa, sostituita da un’altra: quella della crescita economica. Caduta l’ideologia marxista sulla conquista rivoluzionaria del potere, si è affermata quella liberale secondo cui con una maggiore crescita economica si potrebbero risolvere tutti i problemi degli stati e del mondo, compresi quelli posti dalla crescita stessa (squilibri, disuguaglianze, privilegi, crisi ambientale..). È questo, secondo l’ideologia dominante nella globalizzazione, il dogma dell’one way, l’unica via percorribile, seguito dal dogma corollario definito dalla signora Thatcher negli anni ’80 TINA (acronimo di there is no alternative, non ci sono alternative). Peccato che la logica di questo pensiero unico comporti che gli uomini debbano essere subordinati all’economia: il mezzo diventa il fine. Gli effetti più macroscopico sono la crescita della disoccupazione, del precariato, degli squilibri.

Fiducia nel consumo. Un aspetto della fede nella crescita è dare connotazione acriticamente positiva al consumo: consumare vuol dire far “girare” l’economia. La pubblicità (ma non solo) è preposta a questa funzione. Essa infatti “parla di libertà per meglio alienarci al consumo e presenta un volto allegro per meglio chiuderci in un mondo unidimensionale profondamente triste” (pag. 180), se non addirittura mortale. Infatti il consumismo, specie quello alimentare, ha un risvolto tragico: tutte le statistiche nei paesi “progrediti” indicano che la maggioranza delle morti sono attribuibili alle patologie del benessere, a loro volta connesse con l’abnorme arricchimento alimentare. Del resto è sempre più evidente che in un mondo dalle risorse finite, i consumi materiali e l’economia tradizionale non possono crescere all’infinito: i nostri consumi eccessivi andranno a ridurre quelli già bassi del terzo mondo, così come la scelta di dedicare parte dei limitati terreni agricoli alla produzione di carburanti per sostituire la scarsità di petrolio, mette in competizione 600 milioni di auto – spesso usate per consumi superflui – con due miliardi di poveri del terzo mondo, già oggi sulla soglia della fame.

Fiducia nel progresso tecnico-scientifico. La scienza è basata sul dubbio, perché solo mettendo in discussione le conoscenze acquisite è possibile progredire. Uno scientista – cioè chi crede nel valore assoluto della scienza, intesa come capace di progresso indefinito, di dare risposte certe, di risolvere tutti i problemi umani – invece non può avere dubbi. Per lui la scienza non è più un mezzo, è diventato un fine, la Verità. Chi vuole far prevalere l’etica e la morale sulla scienza non può che essere definito reazionario, nemico. Si scivola così nel fondamentalismo, per cui il contraddittore è il Male, da eliminare con ogni mezzo (pag. 181). In ogni caso la fede nel progresso è assai più diffusa di quanto si pensi. Un esempio è la ricerca sulla fusione nucleare, nella quale si continua a investire miliardi, anche se – a detta di numerosi esperti – appartiene più alla fede nella scienza che alla realizzabilità tecnica. Analogamente si continua a investire nella fissione, pensando di riuscire prima o poi a neutralizzare le scorie radioattive: per ora è un’eredità – poco gradevole – che lasciamo alle generazioni future, in nome della stessa fiducia scientista. Come pure continuiamo a consumare il petrolio in via di esaurimento, quasi sperando che la scienza consentirà un giorno di riportare nei pozzi il prezioso liquido, prodotto dalla natura in miliardi di anni – al fine di rendere il clima della Terra adatto alla vita umana.

Alcune considerazioni conclusive. Anche solo da questi brevi cenni, si può dedurre che le ideologie sono lungi dall’essere esaurite, come si tende a far credere da gran parte dei media subordinati all’one way del liberismo globalizzato. Si sono trasformate rispetto al passato le ideologie, ma mantengono una carica idolatrica, scivolando persino nel fondamentalismo. Certo non usano i mezzi violenti di Stalin per far tacere gli oppositori, ma mezzi assai più semplici: basta escluderli dai media, basta ingolfare questi ultimi di banalità, facendo leva sugli istinti regressi per avere audience. Il risultato è identico a quello di Stalin: l’opposizione non esiste o comunque non si vede, non può far sentire la propria voce. Nel gioco di inversione tra mezzi e fini, i media si trovano facilitati da un’altra tendenza naturale: i mezzi sono in genere tangibili e misurabili, mentre i fini attengono in gran parte al campo immateriale; la libertà, ad es., non è misurabile, è assolutamente immateriale. Pertanto il settore immateriale è quello da privilegiare in ogni attività umanizzatrice. Un’ultima considerazione è che le ideologie moderne consentono di sottrarsi alle responsabilità dell’impegno politico: se le soluzioni saranno trovate dall’economia o dalla scienza, basta lasciar fare alle imprese o agli scienziati, basta fidarsi. Ecco come le ideologie nascoste hanno contribuito a degradare la politica a tifo sportivo, cioè a negarla, mentre dovrebbe essere la massima espressione della responsabilità di ciascuno per il bene comune.

*Riferimento bibliografico: V. Cheynet, Le choc de la décroissance, édition du Seuil, avril 2008.

SALUTE DELL’UOMO E SALUTE DEL PIANETA

L’OMS (organizzazione mondiale della sanità) ha da tempo proposto un’idea di salute assai diversa da quella che normalmente abbiamo: non solo assenza di malattie, ma pienezza di benessere psicofisico, ciò che implica equilibrio stabile nel tempo, condizione atta a prevenire le malattie, pienezza di difese. Si potrebbe applicare questo concetto allargato di salute anche a quella del nostro globo?

Salute del globo. Quando se ne parla, si pensa subito agli inquinamenti, all’effetto serra e a tutto ciò che, ad opera dell’uomo, rischia di alterare, nel presente o nel futuro, gli equilibri naturali. Il pianeta è stato studiato dagli ecologi come ecosistema, un insieme di molte componenti legate tra loro da complessi rapporti (simbiosi, parassitismo…) che convergono in un equilibrio dinamico. La complessità di un ecosistema è una garanzia di stabilità, in quanto le numerose componenti relazionate fra loro possono porre rimedio ad eventuali inconvenienti in una parte di esse, qualunque sia il motivo (interno o esterno). Di contro semplificare un ecosistema equivale di solito a renderlo instabile, soggetto cioè ad ammalarsi. Ecco perché una monocoltura, ad es., è più instabile di un sistema complesso, come la foresta naturale.

Salute come equilibrio. E’ forse quest’idea di stabilità dinamica il contributo più significativo della scienza ecologica: un sistema vivente è sempre soggetto a modifiche e attacchi al suo equilibrio, provenienti dall’esterno o anche dal suo interno; se il sistema gode di buona salute deve normalmente essere in grado di superarli, altrimenti arriva la malattia. La malattia è il sintomo di una rottura di equilibrio. Si può porvi rimedio curando il sintomo, ma assai meglio è intervenire sulle cause che l’hanno determinato. Nel primo caso la malattia può ritornare; se invece si pone rimedio alle cause, può essere debellata definitivamente.

L’ecosistema uomo. Quanto affermato per gli ecosistemi vale anche per la salute dell’uomo. L’uomo, come ogni animale, è anche un ecosistema e la sua salute deriva dall’equilibrio dinamico delle complesse relazioni tra fattori esterni ed interni. La flora batterica che alberga nel nostro organismo, ad es., ha un’importanza spesso trascurata: è il principale fattore delle difese naturali, ed è persino in grado di supplire a parziali carenze alimentari (producendo ad es. certe vitamine mancanti nel cibo). La flora batterica è soggetta in parte a modificarsi soprattutto in relazione alle nostre abitudini alimentari. Un eccesso di carboidrati, ad es., produce una flora fermentativa; un eccesso di proteine una flora putrefattiva: entrambe (soprattutto quest’ultima) provocano nel nostro organismo elementi tossici che possono incidere negativamente sulla salute, sia a breve che a lungo termine. Questi elementi tossici infatti, attraverso la circolazione sanguigna, possono colpire qualunque organo (ad es. ossa), ben al di là del sistema digestivo. Ecco perché il fattore alimentare è importantissimo per la salute, assai più di quanto di solito non si pensi.

Le malattie del benessere. Vediamo allora quali sono le cause delle malattie principali. Oggi da noi prevalgono quelle degenerative (malattie cardio-vascolari, tumori, diabete…) e abbondanti ricerche epidemiologiche hanno messo in luce la loro correlazione con un’alimentazione troppo ricca: più specificamente si tratta di un eccesso di cibi ricchi (carne, grassi, zucchero, cereali raffinati…) e di una carenza di cibi poveri (verdure e frutta fresche, legumi, cereali non raffinati…). Esistono anche altri fattori ambientali, come gli inquinamenti, il fumo…, ma spesso questi sono la goccia che fa traboccare il vaso: agiscono perché trovano un organismo con scarse difese a causa di una scorretta alimentazione.

I rischi del pianeta. Tornando all’ecosistema mondo, possiamo costatare una impressionante somiglianza di cause. I danni del pianeta sono dovuti soprattutto al consumismo dei ricchi, e non soltanto a quello alimentare. L’effetto serra, ad es., è dovuto al fortissimo consumo di energia fossile, usata in tutti i processi produttivi moderni: petrolio e carbone derivano dai sedimenti lasciati al tempo dei dinosauri da una lussureggiante vegetazione (piante alte anche 300 metri) che sottrassero all’atmosfera il C02 e gli altri gas-serra, rendendola gradualmente vivibile per l’uomo. Ora noi li estraiamo, li bruciamo – magari per soddisfare bisogni superflui o sostituibili – ne gettiamo i gas di combustione in atmosfera e rischiamo di tornare in pochi decenni al clima dei dinosauri. Un altro gas a forte effetto serra è il metano, la cui presenza nell’atmosfera è in buona parte dovuta a fenomeni che avvengono nello stomaco dei bovini. Questi ultimi vengono allevati in misura crescente in funzione di quel consumismo alimentare che, si è visto, è dannoso anche alla salute umana. Ma forse i maggiori danni derivano, a monte, dalla sete di denaro, dall’avere semplificato l’ecosistema mondo e lo stesso uomo, fino a renderli strumenti di profitto, dimenticandone la complessità ed i valori.

In conclusione, l’opulenza è al contempo causa di una nostra salute insoddisfacente e dei principali rischi per la salute del pianeta. La chiave di una salute vera e stabile va cercata nella riscoperta della natura, nonché in un’austerità, anzitutto alimentare, in netto contrasto con il consumismo, verso cui siamo continuamente sollecitati.

Agosto 4, 2008

FUNZIONE STRATEGICA DI CIBO E FORESTE

Il fortissimo aumento del prezzo del petrolio ha provocato una serie di conseguenze indesiderabili nei mercati del mondo. Anzitutto si è ritenuto opportuno sottrarre parte delle terre coltivate a scopo alimentare, per dedicarle invece alla produzione di carburanti (detti biocarburanti, o meglio agricarburanti, perché utilizzano risorse agrarie). Il paese che da tempo ha introdotto carburanti di origine vegetale è il Brasile, ma di recente anche gli Stati Uniti e l’Europa hanno deciso di includere una quota di vegetale nei loro carburanti. La conseguenza immediata è stata la crescita del prezzo dei cereali e di altre derrate alimentari a livello mondiale. Da noi questa dinamica dei prezzi può avere effetti relativamente limitati, ma nei paesi della fame – dove risiede la maggioranza del genere umano – le conseguenze sono assai più tragiche: può voler dire innalzare il numero di morti per fame – che già ora si aggira attorno alla spaventosa cifra di 50 milioni ogni anno. Pertanto non ha torto Iean Ziegler, esperto dell’ONU per il «diritto al cibo», a parlare di crimine contro l’umanità a proposito di questa corsa a granoturco e soia per produrre ecobenzina.

Conseguenze sociali e ambientali. Ma vediamo più in dettaglio qualche altro effetto. Il governo brasiliano ha riqualificato circa 200 milioni di ettari di foresta tropicale secca, praterie e paludi, in «terre degradate», adatte alla coltivazione. Si tratta di ecosistemi con grande biodiversità, abitate da contadini poveri e da grandi aziende per l’allevamento estensivo di bovini. L’introduzione delle colture per agricarburanti avrà la conseguenza di ricacciare queste comunità verso la «frontiera agricola» dell’Amazzonia, là dove le tecniche devastatrici di deforestazione sono ben note. Secondo la Nasa più aumenta il prezzo della soia (che fornisce il 40% degli agricarburanti in Brasile) più accelera la distruzione della foresta umida. Discorso analogo può essere fatto per l’Indonesia, dove il biodiesel tratto dalle coltivazioni di palma da olio viene chiamato «diesel della deforestazione». È importante avere presenti anche altri aspetti sociali e ambientali. Certe coltivazioni industrializzate, come la soia, offrono occupazione a un numero estremamente basso di persone, fino a 70 volte meno rispetto alle tradizionali coltivazioni familiari. Inoltre la fertilizzazione del terreno con concimi azotati libera nell’atmosfera l’ossido di azoto (N2O), un gas di fortissimo effetto serra, che tuttavia, essendo presente in quantità assai piccola, contribuisce per ora meno dell’anidride carbonica e del metano all’effetto serra complessivo.

Circoli viziosi. Bastano queste brevi considerazioni per indicare il rischio di cadere in «circoli viziosi». Introdotta per combattere l’effetto serra, di fatto, la produzione di agricarburanti lo può addirittura incrementare, sia attraverso la riduzione delle foreste, sia attraverso l’introduzione delle coltivazioni industriali e l’uso di fertilizzanti chimici. Un altro circolo vizioso si può verificare quando il prezzo dei carburanti sale. In tal caso, come notato all’inizio, si può avere la tentazione di sottrarre terreni all’alimentazione per destinarli invece agli agricarburanti. Spesso si invoca l’avvento di biocarburanti di seconda generazione, quelli che, a differenza degli esistenti, non sarebbero prodotti in alternativa ad alimenti, ma da scarti agrari o biomasse legnose tratte dalle foreste. Tuttavia, in presenza di prezzi crescenti dei carburanti, non si notano tendenze ad aprirsi a questo nuovo mercato – che resta in ogni caso meno “ricco” di quello attuale.

Quattro ecosistemi. È necessario quindi affrontare il tema in un’ottica di ampio respiro, quella stessa che spinge a domandarsi dove potrà attingere il cibo in futuro un’umanità in rapida crescita. È noto che quattro sono gli ecosistemi da cui possiamo trarre alimenti: quelli delle acque, dei pascoli, delle terre coltivate e delle foreste. Le acque, specie quelle marine, hanno raggiunto ormai da decenni un livello di saturazione, per cui le possibilità di crescita del pescato sono assai limitate. I pascoli da noi sono abbandonati e stanno rimboschendosi, data la mancanza di persone disposte a quella vita aspra, ma nei paesi poveri sono sottoposti a una cronica situazione di “sovrappascolo”, cioè di eccesso di animali, che ne favorisce il degrado e la desertificazione. Degli ultimi due ecosistemi, terre coltivate e foreste, si è già accennato ad una certa reciproca intercambiabilità. Sono però da sottolineare i gravi danni, spesso irreversibili, quando si tratta di foreste tropicali umide, distrutte per lasciar posto alle coltivazioni. In un regime caldo e piovoso infatti, il terreno denudato perde rapidamente il suo contenuto di humus e rischia sterilità e desertificazione. In ogni caso le foreste possono essere rapidamente distrutte, ma per la loro ricostruzione si richiedono decenni. Da noi le foreste sono state da sempre apprezzate e “coltivate” per trarne combustibili (legna), ma anche cibi (frutti, noci, castagne..) e per fungere da insuperabili regolatrici del regime idrico. Oggi, nel benessere, sono meno valutate, ma, nella prospettiva di un mondo affamato e assetato, si dovranno riconsiderare queste fondamentali funzioni delle aree boscate.

In definitiva, anche considerando il loro ruolo sul clima, le foreste, specie quelle tropicali, vanno considerate un bene prezioso per tutta l’umanità, la riserva privilegiata di energia rinnovabile e di cibo (basti pensare che, nonostante tutto, le foreste sono ancora circa 4 volte più estese delle terre coltivate). Non dovrebbero quindi essere abbandonate alla logica del mercato, all’arbitrio dei politici o alle brame degli speculatori. Altrettanto si dovrebbe ripetere per il mercato degli alimenti, specie nei paesi poveri, salvo incorrere in quel crimine contro l’umanità denunciato dalla stessa ONU. Resta a tutti noi il compito di premere a livello politico perché vengano valorizzati boschi e foreste, perché si torni a trarre da essi quell’energia rinnovabile che tradizionalmente fornivano e perché vengano effettuate le ricerche scientifiche e tecnologiche per rendere questa energia più adatta ai bisogni dei nostri tempi. Ma ci resta anche l’opportunità di educarci a consumi meno opulenti e più tradizionali, sperimentandone i concreti vantaggi per la salute.


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