Brianzecum

Agosto 14, 2008

ALCUNE RADICI LONTANE DELL’ETICA LIBERISTA

..sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri sui figli fino alla terza e quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che usa benevolenza fino a mille generazioni, per coloro che mi amano.. (Es 20,5-6). Se la benevolenza prevale sulla punizione, non è detto che oggi non siamo ancora puniti per colpe di padri lontani. Possiamo tentare di verificarlo per il complesso di idee che hanno dato fondamento all’attuale neo liberismo, il pensiero “unico” nell’era della globalizzazione. È plausibile che questo pensiero, nato come teoria economica, sia diventato oggi una vera e propria etica. Merita pertanto porre attenzione ad alcune circostanze che stanno alla sua radice. Si può risalire agli albori della modernità, con una figura attenta ai segni dei tempi, che ha avuto il coraggio di apportare radicali innovazioni, derivanti essenzialmente da un atteggiamento positivo nei confronti degli uomini, della natura e delle cose: s. Francesco.

Fraternità e bene comune. Per il suo ordine religioso propose l’idea di fraternità, un’idea davvero rivoluzionaria per quei tempi, perché contrapponeva alla dominante concezione gerarchica (che in politica diventava dipendenza “clientelare” dal potere), una pari dignità tra le persone: un’idea che non resterà confinata nell’ambito del convento, ma si estenderà nella vita civile fino a diventare quella che per noi oggi è ormai acquisita nell’idea di cittadinanza democratica. Un’altra grande innovazione riguarda l’atteggiamento verso la ricchezza. Se la povertà è stata la sua risposta immediata contro la corruzione nella chiesa, questa stessa scelta fornì pure l’occasione per un approfondimento – proseguito anche nei secoli successivi dai suoi seguaci – del rapporto con le cose, oggetto appunto dell’economia. In questo campo si possono ricordare alcuni aspetti di grande attualità, come la priorità della vita (anche degli animali) sulle cose, quindi anche sull’economia, e soprattutto l’impegno civile che non deve mancare nell’azione economica. Le riflessioni economiche dei seguaci di Francesco possono farsi partire dalla seguente osservazione: non si può aspettare che nella società si sviluppino danni ed emarginazioni, per poi porvi rimedio con l’elemosina. Un senso vero di carità impone che si organizzi correttamente la società, in particolare per quella componente fondamentale che è il lavoro, così che non ci sia più bisogno di elemosina. Per garantire occupazione a tutti è necessario che i capitali “circolino”, che non ci sia tesaurizzazione né altra indebita sottrazione, per acquistare ad es. beni di lusso. Una interpretazione non letterale del divieto biblico consentì ai francescani di accettare la possibilità di rimunerare il capitale prestato con un interesse, ovviamente non così elevato da divenire usurario. Anche la divisione del lavoro, quella cioè che dà origine agli scambi e al mercato, fu vista dai francescani come strumento di umanizzazione. Consente infatti a tutti gli uomini, e non soltanto ai più dotati, di specializzarsi in base al proprio vantaggio comparato a quello altrui, partecipando così alla produzione. Produzione di cosa? Senza esitazione i francescani risposero: di bene comune, di utilità pubblica. Veniva così perseguito un forte senso civico, proprio quello che oggi è sempre più deficitario. Si deve notare che lo stesso principio dei vantaggi comparati è stato successivamente ripreso dal pensiero economico e costituisce oggi il fondamento dell’ideologia neo liberista, il “pensiero unico”, oggi dominante. Ebbene questa ideologia si differenzia radicalmente dal pensiero francescano perché pone come fine dell’attività economica l’interesse particolare, il profitto, la privatizzazione, anziché il bene comune e la condivisione. Molte volte i francescani hanno messo in guardia contro l’inquinamento e i danni che sarebbero derivati dal diffondersi di atteggiamenti egoisti nell’economia, ma il mondo è “evoluto” egualmente in quest’ultima direzione, su cui non si può dare, in questa sede, che alcuni flash.

Homo homini lupus. Nel ‘600 si diffuse l’idea di Hobbes che la malvagità dell’uomo non fosse tanto dovuta alla sua natura, ma semplicemente alla scarsità del cibo e altre risorse in cui è costretto a vivere. Se si fosse raggiunta l’abbondanza si sarebbe potuto migliorare l’uomo, sia sul piano personale sia su quello sociale. Da allora nacque l’idea che i poteri pubblici dovessero limitarsi a favorire la crescita economica, senza cercare di migliorare direttamente la società e l’uomo. Oggi noi, che viviamo nell’abbondanza, possiamo verificare quanto peregrina fosse quell’idea. Tuttavia essa è ancora presente, tanto è vero che i programmi di governi e partiti danno quasi ovunque priorità ai temi economici rispetto a quelli riguardanti lo sviluppo umano: educazione, cultura, benessere psico-fisico… Ma anche la stessa idea dell’homo homini lupus non è sempre verificata e in ogni caso genera sospetto, asocialità, individualismo.

Vizi privati e pubbliche virtù Un’altra concezione che lascia eredità ancora oggi, sia pure talvolta inconsciamente, è quella che vizi privati si possano trasformare in virtù sul piano pubblico. L’antesignano di questa idea, Bernard de Mandeville (1670-1733), sosteneva che i vizi e la disonestà sono il fondamento della prosperità: perché l’uomo è per natura aggressivo e competitivo. Infatti, se ognuno si accontentasse dello stretto necessario per vivere, l’uomo si ridurrebbe “all’unica condizione adatta alla virtù”: lo stato animale di pura sussistenza. Invece la ricerca di lusso, l’orgoglio, il crimine, paradossalmente stimolano la crescita economica e quindi il benessere pubblico. Anche queste idee sono lungi dall’essere confermate dalla storia: basti ricordare i disastrosi effetti sociali ed economici delle mafie che prosperano nel nostro Mezzogiorno, oppure nei paesi apertisi da poco al mercato, come quelli dell’ex socialismo reale.

In definitiva, sono sufficienti questi cenni per comprendere come sia stato possibile giungere, in modo più o meno consapevole, ad una sorta di inversione di ruolo tra etica ed economia. Non c’è più bisogno di parlare di bene comune, perché questo discenderà automaticamente dal perseguimento dell’interesse egoistico degli individui. La principale istanza “etica” diventa quella di produrre, di ottenere la crescita economica. Per raggiungere questo obiettivo tutti gli altri valori devono essere messi in secondo piano e si possono percorrere tutte le vie, compresa la guerra, nel caso ad es. serva a garantire l’approvvigionamento delle materie prime per alimentare la crescita. In sostanza si opera una sorta di inversione di valori per cui l’economia non è al servizio dell’uomo, come nelle elaborazioni francescane, ma viceversa l’uomo deve servire alla crescita economica, in attesa di una fideistica, quanto improbabile, ricompensa futura di benessere: una specie di “oppio dei popoli”. Paghiamo noi figli le colpe (intellettuali) di lontani padri?

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